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    I troppi suicidi


     

    Giovani '80

    Angelo Turchini

    (NPG 1983-06-33)


    Il suicidio dei giovani e dei giovanissimi non è una disgrazia, una colpa del destino, ma un appello e una richiesta.

    Cosa sta succedendo? Da un po' di tempo a questa parte i mass media trasmettono la seguente notizia: «In aumento i suicidi dei giovani e dei giovanissimi».
    In genere si abbina il commento: «Incomprensibile», indicando, quando sia nota, la motivazione addotta. A gara i mass media ripetono che il suicidio può anche essere cagionato da cause inadeguate o futili; che rivela o un'insufficienza dell'istinto di conservazione o una estrema labilità di umore. Si cercano di spiegare così suicidi commessi per una minima contrarietà, per un puntiglio o per una scommessa. La spiegazione tentata non è una risposta alla domanda: perché? Descrive e, insieme, esorcizza.
    La morte che irrompe violenta sulla scena scompagina il quadro di ragazzini spensierati, di genitori compiaciuti, di rivenditori gentilissimi, di merci appetibilissime. Tutti insieme appassionatamente finché non succede «una disgrazia».
    Il rifiuto di questo tipo di morte, per di più di un giovane «che ha tutta la vita davanti a sé», fa incolpare il destino, il porco destino cinico e baro che ci ha messo lo zampino. Parlarne è parlare d'altro da noi. E tutti sappiamo quanto potere di rassicurazione sia contenuto in questo genere di discorsi. Qualcuno pensa che non si tratti di follia, ma di lucida normalità, le cui ragioni non sono completamente altro dalle ragioni che governano l'esistenza quotidiana.
    Allora una soluzione naturale, seppur disperata, non irragionevole, seppur non accettabile? Amarezza, dubbio, crisi: stanchezza di una vita non ancora incominciata a vivere o non piuttosto sazietà di questa vita?
    Non ci si uccide per caso. Il momento della morte voluta è il termine di un itinerario composto di molteplici componenti personali, collettive e ambientali. Non è un incidente, né un accidente. È una scelta. Per tanti suicidi classificabili come tali perché realizzati, quanti sono quelli solamente e semplicemente pensati, immaginati, desiderati?
    C'è un momento, nella vita, nel quale ci si domanda se vale la pena di viverla oppure no. È collocabile nelle fasi di passaggio da un mondo ad un altro, da una situazione esistenziale ad un'altra, in cui si richiede una assunzione di responsabilità, ma in cui si richiede anche una precisa richiesta di attenzione.
    Il gesto drammatico esibisce spesso una mancata risposta a questa richiesta, oppresso dal carico di attese altrui incommensurabili con le proprie possibilità. Il gesto segnala un appello ad una vita diversa, magari da non passare davanti al TV-color in perfetta e amara solitudine. La città vuota da riempire, la città essenziale, la città sogno, la città trionfo dell'anonimato e della folla indeterminata ma in cui ogni individuo vuole essere riconoscibile è lontana, finalmente. Si perdono i colori delle pietre o della faccia dei suoi palazzi, dei suoi muri, delle sue insegne. Resta il cielo della speranza contro ogni speranza. La città con le sue vetrine, con i suoi vestiti, i suoi abitanti con i loro abiti mentali e fisici, gli amici svaniscono e non servono a colmare l'insopportabilità del presente. Il grigio domina il febbricitante ed il gaudente, magari un poco sapiente e un poco invadente, il voglioso e il disperato magnificato e qualche volta scarmigliato.
    Non si può allontanare. Ma il gesto del massimo dominio sul proprio corpo permette di allontanarsi. Non è una uscita, ma non è neppure teatro. Perché il cielo è lassù, perché la sua potenza gli deriva proprio dal trovarsi lassù.
    Eppure dal buio della vita si passa al buio della morte. La vita senza speranza rimuove il cielo e continua, nella massima parte dei casi, a brancolare nel buio.
    Vespe, Ciao, College sempre più sofisticati sotto il fondo della schiena hanno imposto il modello del «fregatene e viaggia». Ma davanti ognuno sta un viaggio che per taluno diviene il viaggio senza ritorno. Finalmente via disagi, solitudine, insopportabilità quotidiana. Che sta succedendo? C'è una città dei giovani ed una degli altri, gli alieni. Anche architettonicamente, una accanto all'altra, una sull'altra, contigue e separatissime, incomunicanti o semplicemente rispettose della propria reciproca autonomia. Che gli alieni non vengano a metterci il naso. Non capirebbero un concerto in stereofonia appiattito in un solo elemento percepito. Ma che si dispongano in maniera diversa a parlare laddove ciò è possibile.
    Ma se la vita smette di aiutarti è più difficile dimenticarti di quelle felicità intraviste dei baci che non si è osato dare delle occasioni lasciate ad aspettare degli occhi mai più rivisti. (De André, Le passanti, 1974).



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