Giovani '80
Angelo Turchini
(NPG 1983-07-34)
Un'immagine dello studente medio, tra nuovi interessi e materie vecchie, in attesa di un miraggio.
La scuola anche quest'anno è finita. Tracciare l'identikit dello studente medio non è facile. Frequentatore accanito delle lezioni, pronto a prendere appunti, giunge a presentarsi anche febbricitante all'interrogazione di fine quadrimestre. Scollacciati o super-rigidi, neri-optical o tutto-pizzi, rokettari o new wave, quindicenni persi o diciottenni ritrovati in discoteca, a scuola sono seri come non mai. Con tanti problemi che urgono sotto l'aria di distacco e di apatia, di grigio diffuso.
Un certo qual distacco quasi inglese teorizza che questa scuola, così com'è, cor quei professori, con quelle strutture, cor quel vecchiume, proprio non piace. Ma dato che c'è, ed è così, tanto vale cercare di ottenere il diploma, che non fa mai male. E poi qualche capatina in mezzo al mondo classico ed esotico, con o senza fantarcheologia, qualche stimolo può anche darlo.
Ma che non si vengano a proporre analisi socio-economiche, letture storiche alla ricerca del tracciato verso il progresso. Forse le nuove teorie della scienza, di cui tanto si parla e discute in TV, forse ciò che permette di afferrare la nozione di tempo e di spazio, forse nulla.
Tanto la maggior parte delle proprie informazioni, che abbisognano però di una traduzione in un quadro culturale coerente o quanto meno organico, non viene proprio dalla scuola, ma dal suo esterno. Lo studente fa parte di una generazione studiosa, nei limiti del possibile, e disciplinata, pronta ad identificarsi sempre meno con la istituzione-scuola in cui viene a trovarsi quasi naturalmente collocato e con cui ha un rapporto ambiguo e contraddittorio. Gli interessi vengono concentrati fuori della scuola, magari vengono scaricati in discoteca o nei divertimenti classici, come radio libere, cinema, bar e osterie, motorino, romanzi e fotoromanzi. Ma si danno anche teorie di pellegrini in libreria alla ricerca di un racconto inesplorato di Roth, di Hesse o di Flaubert. O si seguono conferenze sull'alpinismo. O si va in palestra, si fa ginnastca ascoltanto la musica che piace. O si fa marciare al minimo il motore scolastico per fare poi ressa per ascoltare Popper o chissachi. Oppure si fanno salire le tirature delle riviste specializzate in scienza ed ecologia. Oppure si affollano corsi di informatica.
«Accanto agli ultimi sbandieratori di jeans sdruciti - scriveva un giornale a larga tiratura - sfilano le minigonne di ritorno e una fila di argentine di cashemire con il golfetto combinato, le calze traforate sulle "ballerine" lucide. Dietro ai cravattini striminziti si muove una maggioranza silenziosa ma non partecipe, che coglie con acume la realtà e se ne difende con apatia». Disorientata, piena di paure, di delusioni, ci si aggrappa a quello che si può. Del resto si tratta di «stare bene» a scuola come nel tempo libero, di essere creativo e di divertirsi, ma soprattutto di esprimersi e di comunicare.
Intanto però una selezione sempre più severa spinge all'abbandono un quarto degli iscritti alle superiori.
Ci sono naturalmente i tradizionalisti, cioè quelli che vanno avanti senza troppi interrogativi sulla strada trascciata. Ma spesso non mancano gli irregolari sconfitti, cioè quelli che provano a farlo, ma non ci riescono proprio. Infine ci sono anche molti irregolari per scelta, cioè quei giovani che dentro l'istituzione scuola si sentono mortificati, non autonomi, smaniano per cominciare a nuotare da soli al più presto. E se ne vanno. Ma cosa ha fatto la scuola per loro?
Le preoccupazioni e le angustie derivanti dalla possibilità di prospettive di lavoro sempre più nere crescono. E le difficoltà di trovare una qualche autonomia economica. Così il miraggio del posto di lavoro spesso si risolve in una rincorsa frustrante, perché la scuola non riesce a tenere il passo di un mercato del lavoro in continua evoluzione. Le proprie conoscenze, all'uscita dalla scuola, spesso sono già superate. Apatico sì, ma cosciente della propria situazione, anche se poi magari non ci pensa.
Lo studente si muove in direzione di possibili vie di uscita dalla scuola per giungere al più presto a liberarsene o in un miraggio di inserimento produttivo, la cui ricerca sarà frustrante, o nella forzosa prosecuzione degli studi.
Difatti se si guardano le statistiche si scopre che da una parte aumentano gli studenti del classico, dall'altra gli istituti tecnici assorbono il 44% degli studenti e gli istituti professionali vedono la frequenza di un altro 18%. (Poi all'interno della grande corsa ai diplomi professionalizzati si registrano settori in particolare espansione come gli istituti per il turismo, per agronomi, per odontotecnici).
Difatti prendiamo in esame gli spostamenti fra i vari indirizzi delle superiori nel periodo compreso fra 77/78 e 81/82. Vediamo, nel quadro di una costante ascesa numerica degli studenti iscritti alle scuole di ogni ordine e grado, una crescita degli istituti professionali, degli istituti tecnici (con diminuzione degli studenti a indirizzo industriale a vantaggio di quelli a indirizzo commerciale, in sintonia con le trasformazioni della società italiana), degli istituti magistrali e dei licei classici. Se poi guardiamo anche al di là dei promossi alla maturità (in genere il 90%) vediamo una contrazione nel passaggio ad un ordine superiore di studi, sceso dal 73% nel 77/78 al 65% nell'81/82.
Dopo un anno scolastico può esserci una meritata vacanza. Ma dopo la maturità occorre fare i conti con qualcosa di diverso e di ben più importante.









































