Angelo Turchini
(NPG 1980-05-30)
È tutto una gran merda, la colpa di chi è
lo Stato il riformismo i gruppi il non so che (...)
si sta sfasciando tutto persino la teoria
perché il nuovo soggetto pare che non ci sia
e se l'espropriazione significa qualcosa
è che la nostra vita è diventata cosa.
Canta Gianfranco Manfredi in Un tranquillo festival pop di paura. Gli ribatte Renato Zero: Tu fai schifo sempre. Con Bach, Mozart, Ludwig van, sesso, droga e rock & roll, è l'altra faccia della pubblicità fatta a spese dei teen-agers. Dalla camicia usata ai sandali, dalla bibita allo slip, dall'accendino al borsello, dal motorino al giubbotto di cuoio e di pelle, dai dischi alle videocassette: in realtà si nasconde la limitatezza e l'asfissia di uno spazio per i giovani in una società che sta diventando sempre più vecchia.
Gli atteggiamenti dei giovani sono spesso presentati come incomprensibili o assurdi in sé.
È vero che si hanno differenze abissali fra la generazione di un anno e quella di due (o anche uno) anno prima, ma si danno anche alcune costanti.
Cresce il dislivello tra capacità di desiderare e possibilità di soddisfare
I giovani sembrano non avere più momenti formativi specifici che offrano una serie di proposte da vagliarsi nell'esperienza e nella realtà. Ma istituzioni come scuola e famiglia hanno più una funzione di parcheggio che una funzione propositiva e di verifica. Aumenta la possibilità di essere in libera uscita da qualsiasi istituzione intesa spesso come traduzione di marginalità che investe famiglia, scuola, mercato del lavoro, politica dei partiti. Esiste anche una marginalità soggettiva che si traduce nella tendenza a tenersi fuori.
In più la crisi ha intensificato gli squilibri e le distorsioni del sistema economico, passando dalla sfera economica a quella intellettuale e morale. In anni opulenti il grande deposito delle merci aveva vanificato l'illusione della miseria. L'offerta della felicità, nella figura del superfluo e della ridondanza, funzionava da strumento di integrazione. Cresce il dislivello fra proposte di consumi da desiderare e capacità di soddisfarvi. Cresce anche un processo di feroce mercificazione, dove c'è ombra di ricchezza umana.
L'ambigua risposta dei giovani: la perdita della parola
In uno spazio dove non solo tutto si compra, il divertimento si compra, ogni parola e frase che accenni a rapporti non strumentali appare sospetta. L'esistenza è negata, oggettivata dai codici dei potentati economici e degli apparati preposti a canalizzare il brulichio sociale. A dispetto del bisogno di vita - rilevabile in molte manifestazioni giovanili - nonostante le parole accompagnate dal colore e dalla musica, accade che i gesti, i giudizi, insorgano sotto il segno permanente e logorante della disubbidienza e sotto la smorfia dell'irrisione, della rabbia o della passiva rassegnazione.
Sulla scena questi giovani appaiono ambigui. Una ambiguità fatta carne. Sono figli della borghesia come del popolo: possessori di un sapere avanzato, sottile, francofono, germanofono (e germanofobo) oppure articolano il degradato linguaggio italiano medio-televisivo, quando più spesso non sono afasici. È il silenzio che può precedere una domanda, ma anche una coltellata. È il silenzio di chi è parlato quotidianamente dalla società dei mass media, dalle immagini. Perde le parole. È il silenzio della maggioranza, non stracciona né dissestata, ma marginalizzata e domata dalla cultura dei consumi. Restano i gesti (e la poesia).
Questa povertà - sconfinante con la disperazione talora - può prendere corpo in una certa disponibilità aggressiva. C'è qualche luce negli occhi? Siano comunisti ortodossi o futuri executives delle concentrazioni aziendali o cattolici attivisti o extraparlamentari o studenti lavoranti stagionali, tutti comunque amanti della discoteca del pub del solito bar hanno tutti appreso quella disponibilità dalla generale violenza di cui sono tarpati i rapporti nell'ordine (o, meglio, disordine) sociale vigente, violenza come silenziosa coazione del potere di cui sono intessuti nell'intimo i rapporti quotidiani. Gesti di violenza e suicidi in aumento sono due facce di una stessa scelta distruttiva, anzi due procedure di una stessa «volontà di liberazione» la quale trova spesso nella forma estetica un ultimo preliminare comunicativo. Non basta la miriade delle radio o la lunga telefonata, per parlare. Tanto meno per essere felici.
Sotto il segno del conformismo in una societù infantilizzata
Pasolini accetta il rischio di passare per reazionario, quando affibbia ai giovani del neocapitalismo peninsulare un rosario di attributi senza felicità. Parlando dei farlocchi, cioè dei figli di papà trionfanti, come dei ragazzi di borgata dal dialetto perduto o dei giovani immigrati della cintura milanese, li apostrofa: schizzinosi e complessati, nevrotici e angosciati, insolenti, verbalisti, vanitosi, problematici, pervasi di aggressività e, a scorno della loro dottrina e del loro abbigliamento, «conformisti fino alla follia ed alla più totale intolleranza».
Vi è chi reprime nel conformismo la propria originalità, ma vi è chi cerca di adeguarsi ad essere come tutti gli altri, guai ad essere diverso. Alzarsi, tram, scuola, tram, mangiare, tram, cinema, ragazza/o, studiare, noia, lunedì, martedì, discoteca, bar, mercoledì, sempre lo stesso.
Rabbia insoddisfazione sfiducia, del tipo No future dei Sex Pistols, come il conformismo evidenziano bisogni di tipo difensivo, passivo, securizzante: ricerca di sicurezza personale, di protezione trovata nell'appartenenza ad un gruppo, ad un piccolo gruppo e, soprattutto, di identità nel rapido cambio di modelli - quanto a dire nella babele ò, è lo stesso, nella mancanza di modelli. Dietro la ricerca di identità c'è anche un processo molto rapido di infantilizzazione della società italiana, una certa incapacità di collocarsi qui e ora, un protrarsi troppo lungo dell'adolescenza come dipendenza economica, non voluta ma vera. L'ansia esistenziale si coniuga col desiderio di vivere la propria vita, godere del proprio tempo e del proprio corpo.
La dilatazione del desiderio e la progressiva automercificazione
Riappropriarsi del corpo come godimento, non esplicare l'individualità in vista della mera conservazione, significa non limitarsi alla soddisfazione di bisogni come il man-- giare, il bere, il generare, sia pure di volta in volta aggiornati dalla ingegnosa mutevolezza dei modi storici di produzione. Con un pizzico di spregiudicatezza si fanno i conti con problemi di affetto, di solitudine, di sesso, con la difficoltà di rapporti che prescinde da flussi, riflussi e affini.
Relazionarsi con gli altri è relazionarsi anzitutto col proprio corpo. Non differire il consumo, non reprimere il desiderio, non interdire il godimento, non costringere al lavoro significa non sacrificare la propria esistenza alla mediazione fra bisogno e consumo, fra bisogno e soddisfazione. Ma quanto il mito di gestirsi in libertà (dalla coppia come dalle istituzioni) vuol dire incapacità di soffrire accettando la reificazione, pur quando (in realtà) il processo di automercificazione è continuo?
Il malessere endemico della vita dimenticata
E allora qualcuno ha definito questi anni ambiguamente divisi fra desiderio di morte/desiderio di vita come quelli della ricerca dell'autonomia dall'adulto, dai genitori, dal maschio, dai meccanismi di rappresentanza e dal principio della delega, dal passato e dalla tradizione - che si configura come ignoranza di ciò che è stato l'anno precedente, ad esempio -, dalle scelte globali e totalizzanti che imprigionano l'individuo in una logica di attesa a scapito della sua immediata realizzazione e gratificazione.
In questo, mi sembra, l'arcipelago giovanile, imparagonabile per tanti versi ad un blocco compatto, uniforme, omogeneo, dimostra una omogeneità verificabile in un magma fluido di atteggiamenti contraddittori, da quello creativo a quello violento, sino a quello ordinario in superficie tradotti in moduli di costume e di cultura diversi anche da un recente passato. Sembrano consistere in un malessere endemico, contrassegnato da elementi di insofferenza alta, di pertinace disadattamento e disaffezione e scontentezza verso le forme di una razionalità progressista, i cui effetti ciascuno avverte nella propria solitudine devalorizzata.
Sicché il giovane, o la ragazza, quando si avventura in una dimensione comunitaria, nel collettivo nel circolo nel gruppo nel piccolo gruppo, cercando semplicemente di essere, si chiede: la mia vita, dove l'ho dimenticata? Una risposta (vuota) gli viene fornita, adeguatamente miscelata, dal galoppante processo di americanizzazione. Il tempo di vita non è tempo liberato.
Difendere la propria vita, significa recuperare spazi e strutture, riconciliarsi con l'ambiente urbano nel momento ludico, rassicurante, in cui si è attori e non semplici spettatori, ad esempio de Les Comediants al Carnevale di Venezia o al Festival del teatro in piazza di Santarcangelo di Romagna. Si tratta anche di affermare il principio di vita su quello di morte: le piazze si riempiono per la pace, contro la guerra, per i funerali di una giovane vita, i miei anni, troncata.
Ma quanto il desiderio di vita apre la porta al desiderio di morte? al rifiuto di memoria? alla mancanza di amore alla terra? Sembra prevalere un universo di senso prodotto dal tardocapitalismo, unidimensionale, in cui l'uomo, il giovane, la ragazza non ha più nulla, è solo valore di scambio, senza memoria e senza identità perché l'ego è spezzato, diviso in tanti istanti atomisticamente intesi.









































