Card. Michele Pellegrino
(NPG 1969-05-58)
Siamo lieti di pubblicare alcune riflessioni che il card. Pellegrino ha tenuto ai sacerdoti della sua diocesi, sul tema, così vivo e attuale, dei problemi e delle speranze dei giovani d'oggi. Si è cercato di conservare il tono discorsivo e familiare con cui sono state dettate, riducendo soltanto, qua e là, per esigenze di spazio.
Quello dei giovani è un argomento di fronte al quale è faticoso rimanere neutrali: colui che parla si presenta quasi sempre con un volto ben definito. Si dice: capisce soltanto i giovani e i vecchi li butterebbe tutti a mare; oppure: sappiamo già che dei giovani non sa che farsene. Cerchiamo perciò, con la massima obiettività possibile, di affrontare questo difficile problema.
Il sacerdote non può sottrarsi dalla realtà giovanile: non può pensare ed attuare una pastorale che non ne tenga profondo conto.
IL NOSTRO IMPEGNO VERSO I GIOVANI
Il problema di un incontro attuale della Chiesa con i giovani è vastissimo e fondamentale. Le difficoltà relative al non sapere come avvicinarli o che cosa proporre loro, non ne possono sottovalutare l'urgenza, ma piuttosto spronare ad un impegno sempre più preciso. Tutto questo per l'importanza dei giovani nella società d'oggi. Non si tratta di un luogo comune o della realizzazione in chiave moderna di un ritornello molto ripetuto: «I giovani sono la speranza del domani».
I giovani, oggi, non vogliono essere visti come la speranza del domani: vogliono essere valorizzati oggi per quello che sono. E non hanno torto. Non sono degli uomini in formazione: sono degli uomini-giovani. «I giovani esercitano un influsso di somma importanza nella società odierna... Mentre cresce sempre di più la loro importanza sociale e anche politica, appaiono quasi impari ad affrontare adeguatamente i loro nuovi compiti» (Apostolicam Actuositatem, n. 12).
Purtroppo, contrapposto al peso notevole che i giovani hanno ora nella società, esiste una lacuna di cui soffriamo spesso, noi sacerdoti: non siamo abbastanza vicini ai giovani, non sappiamo captare abbastanza le loro istanze, le loro ispirazioni e parliamo un linguaggio che non li interessa.
È facile constatare che anche quando la Chiesa è piena, durante la celebrazione dell'Eucaristia domenicale, i giovani sono generalmente ben pochi. Eppure sono essi che ci danno il polso della società d'oggi. Dice il Papa: «La gioventù offre alla Chiesa il campo sperimentale dell'efficacia, vale a dire dell'attualità e della modernità della sua azione salvatrice in un dato ambiente sociale e in un dato momento storico». Vogliamo vedere se la Chiesa è ancora attuale nel 1969? Vediamo se ha qualche cosa da dire ai giovani.
Basterebbe questo semplice rilievo, per concludere circa il dovere che la Chiesa ministeriale ha di occuparsi della gioventù, circa il rapporto di fiducia, di pazienza, di entusiasmo, di amore che per la gioventù essa deve avere.
Il giovane recepisce facilmente ogni discorso di impegno innovatore; anzi lo esige.
Il nostro incontro con i giovani può essere straordinariamente fecondo, se noi sappiamo alimentare, guidare, correggere questa volontà di costruzione che è propria del giovane.
Se è vero, come dice sant'Ireneo, che Cristo è colui che porta in sé ogni novità e ogni germe di rinnovamento e ha la sua parola di verità e il suo dono di grazia per rinnovare il mondo, in tutti gli ambienti e in tutte le età, la Chiesa che deve portare il messaggio di Cristo deve vivere in questa giovinezza perenne.
Questo spirito di rinnovamento e di giovinezza si trasfonderà particolarmente nei giovani se noi sappiamo comprenderli, se sappiamo recepire le loro istanze con lucidità, con fermezza e con amore; se sappiamo aiutarli a trafficare i loro talenti e a seguire la loro vocazione.
PROPOSTE PER UN PROGRAMMA DI INTERVENTI
Per non fare un discorso teorico, le riflessioni sulla importanza dei giovani nella società e nella vita della Chiesa devono tradursi in un piano di azione.
Per questo desidero esaminare alcuni punti di un programma di interventi ed indicare qualche mezzo pratico di attuazione.
1. Incontrare i giovani
La prima esigenza che fiorisce dalle considerazioni fatte sopra è evidentemente questa: dobbiamo incontrare i giovani, avvicinarli, stabilire con essi un quotidiano contatto. Naturalmente, per portarli a Dio.
Per moltissimi giovani, la via a Dio passa attraverso il sacerdote. Per questo essi hanno bisogno di sentirlo vicino.
Una vicinanza di fatto, frequente, disponibile. Una vicinanza che non può essere ridotta, certamente, a quell'unico incontro (come avviene per molti dopo l'adolescenza), alla vigilia del matrimonio, quando si viene «a fare le carte».
Può darsi che talvolta possa affiorare una certa paura dei giovani. Può darsi che si debba spesso trangugiare amaro e sia necessario affrontare il peso della loro irrequietezza o del loro incontrollato ardore; può darsi che si diventi oggetto della loro contestazione. Eppure dobbiamo accettarli e incontrarli così come sono, dobbiamo rispettare la loro realtà, proprio per poter entrare in dialogo con essi.
2. Incontrarli, per che cosa?
La risposta nasce da questo passo della Gaudium et Spes: «L'educazione dei giovani, di qualsiasi origine sociale, dev'essere impostata in modo da suscitare uomini e donne, non tanto raffinati intellettualmente, ma di forte personalità, come è richiesto fortemente dal nostro tempo» (n. 31). L'incontro con i giovani mira quindi a collaborare con essi per formare delle personalità.
Credo che dovremmo dire un po' il mea culpa, allo specchio di queste affermazioni.
Non è stato troppe volte, il nostro sforzo, semplicemente diretto a ottenere che i giovani facessero quello che dicevamo noi? Fossero docili esecutori delle nostre direttive, dei nostri piani? Il Concilio parla più volte dei doveri dei presbiteri di condurre i cristiani ad una «fede matura». Non dice che i presbiteri devono indurre le persone a fare quello che essi dicono...: perché la vita cristiana non consiste nel fare tutto quello che dice il prete, perché è prete. Anche se, evidentemente, i fedeli sanno, almeno implicitamente, che il prete esprime la Chiesa, la Chiesa esprime Gesù Cristo e Gesù Cristo è stato inviato dal Padre per salvarci.
La formazione di una forte e matura personalità è l'unico modo per costruire una fede capace di conservarsi e di irradiarsi attorno, nonostante il clima in cui ogni cristiano vive.
Dobbiamo quindi essere attenti a non proporci, nei nostri incontri con i giovani, degli obiettivi troppo ristretti. Dobbiamo presentare ad essi una catechesi personalistica, una catechesi che consista non soltanto nell'esporre le cosiddette «verità», ma che sia un parlare da persona a persona, che sia una sfida lanciata alla persona, mettendola nella necessità di prendere posizione davanti a Cristo.
E, infine, per formare delle personalità, dobbiamo avere noi, per primi, una forte personalità: dobbiamo sapere con sicurezza che cosa vogliamo. Questo significa avere fede nel messaggio di cui siamo portatori, essere convinti della fecondità perenne del Vangelo; significa che ogni nostra proposta deve essere caratterizzata da fermissima convinzione di fede, di amore, di decisione: condizione indispensabile perché il messaggio venga almeno preso in considerazione.
3. Presentare i veri valori
Desidero sottolineare un altro aspetto dell'incontro con i giovani d'oggi a cui dobbiamo essere molto attenti.
Ai giovani d'oggi dobbiamo presentare una concezione integrale del cristianesimo che riconosca i valori umani e li assuma nella visione cristiana.
Danielou, nel libro «La Chiesa popolo di Dio o setta di spirituali?», fa un'osservazione interessante: «Mauriac diceva un giorno che una delle concezioni fondamentali dell'educazione degli adolescenti sta nel
saper associare le realtà religiose alle grandezze umane a cui gli adolescenti sono così sensibili...».
Se noi pensiamo all'attrattiva che sente il giovane per i valori umani, per la grandezza umana, comprendiamo quanto sarebbe pericoloso ingenerare l'idea che la religione è fuori da questi valori. Equivarrebbe a porre il giovane in lotta di scelta tra una serie di valori che egli apprezza e che vuole realizzare ed una religione di cui non sa riconoscere il valore autentico.
Inoltre, nel presentare il patrimonio della dottrina cristiana, dobbiamo insistere soprattutto sui grandi temi della fede. I giovani vogliono l'essenziale. E noi dobbiamo mirare all'essenziale. Dobbiamo anzi, trattando con i giovani, individuare quei temi di fondo che favoriscono l'aggancio con il tempo e quindi la concretezza nella presentazione della fede.
4. Educare i giovani al senso critico
L'uomo tanto vale in quanto ha una capacità di giudizio e di valutazione. Ci fu un tempo in cui era possibile sottrarre il giovane ai molti influssi pericolosi.
Ora la cosa è semplicemente impossibile: il mondo d'oggi, con tutte le sue componenti positive e negative, ci entra in casa, negli occhi, nelle orecchie, ci abbaglia, ci assorda.
L'unica soluzione possibile è lo sforzo di educare i giovani ad affrontare questa realtà con senso critico.
Il nostro compito, oggi, è questo. Non è possibile – e non sarebbe costruttivo – renderli estranei a questo influsso. Dobbiamo educarli e condurli a saper valutare quello che vedono, che sentono, che vivono.
I MEZZI
Desidero segnalare alcuni mezzi concreti che sembrano particolarmente importanti.
1. Il dialogo
Leggiamo nell'Apostolicam Actuositatem: «Procurino gli adulti d'instaurare con i giovani un dialogo amichevole che permetta ad ambe le parti, passando sopra la distanza d'età, di conoscersi reciprocamente e di comunicarsi reciprocamente le proprie interiori ricchezze» (n. 12).
• Per dialogare bisogna saper ascoltare.
Bisogna prendere sul serio il partner del dialogo. Non possiamo credere, perché siamo sacerdoti, di sapere già tutto, non possiamo accettare l'atteggiamento inconscio o consapevole di colui che, se ascolta con somma degnazione, è soltanto per mettere i puntini sugli «i» e per correggere le corbellerie che già immaginiamo molte nei discorsi dei giovani. Abbiamo molto da imparare dai giovani: ce lo dimostra la quotidiana esperienza. I giovani vogliono essere presi sul serio. Non ci chiedono di dar loro sempre ragione, ma pretendono, e giustamente, che li ascoltiamo, che valutiamo con disponibilità le loro ragioni.
• Per dialogare occorre vivere in spirito di comunione.
Da ambo le parti.
Da parte dei giovani, che talvolta partono dal presupposto che non hanno nulla da imparare dagli anziani e, se ascoltano, cercano solo il momento buono per controbattere.
Da parte di noi anziani, di noi sacerdoti, che possiamo vivere nella convinzione che i giovani sono soltanto dei rivoluzionari da cui ci si deve tutt'al più difendere.
Tutto questo non è comunione.
• Dobbiamo, inoltre, condurre il dialogo con rispetto.
Dobbiamo rispettare i giovani come tali, accettarli diversi da noi: non pretendere che i giovani siano come siamo noi o come li vorremmo noi. Il rispetto diventa pieno e vero quando è rispetto dell'altrui personalità e degli altrui carismi, nella consapevolezza di quanto i fedeli, giovani compresi (e forse i giovani più degli altri), possano dare per la vita del popolo di Dio.
II P. Rahner afferma: «La vita del cristiano non può e non deve essere totalmente diretta dalla gerarchia della Chiesa».
La gerarchia della Chiesa ha un suo compito insostituibile, ma certo non è chiamata ad introdursi in tutti gli aspetti della vita del cristiano, non è chiamata a dire, momento per momento, ciò che il cristiano deve fare, come se lo Spirito non operasse nel singolo cristiano e in tutto il popolo di Dio (cfr. Lumen Gentium, n. 12). Certo, la gerarchia non può dispensarsi dal compito di verificare i carismi, ma non può annullarli né può sostituirsi alla personalità del cristiano.
• Il dialogo, ancora, esige una vera partecipazione, nell'ascolto e nella parola.
Nostro compito è saper invitare i giovani all'autocritica, all'approfondimento della propria autenticità. Se i giovani vantano, giustamente, il loro diritto alla corresponsabilità nella vita della Chiesa, noi dobbiamo aiutarli a comprendere che ad ogni diritto corrisponde un dovere.
Il diritto all'ascolto nasce dall'impegno di fare, di collaborare concretamente.
Per poter dialogare, infine, è necessario che noi troviamo un linguaggio accessibile ai giovani, un linguaggio cioè vero ed essenziale.
2. Offrire dei modelli
Il giovane ha bisogno di modelli di comportamento. Se non glieli offriamo noi, se li costruisce da solo: il modello diventa un mito. E la vita di oggi, ne è piena.
Certo, il modello essenziale è Cristo, ma fortunati i giovani che sono avvicinati da un sacerdote nel quale vedono veramente il cristiano e il prete come se lo immaginano.
Il nostro compito è duplice: lo sforzo da una parte di essere sempre noi stessi autentici, di vivere in pienezza la nostra missione e la continua preoccupazione di aiutare i giovani migliori ad essere essi stessi modelli per i propri coetanei.
3. Formazione interiore
Se vogliamo formare la personalità cristiana, è necessario che riscopriamo e aiutiamo a riscoprire il valore dell'interiorità. Non illudiamoci di ottenere qualcosa di durevole con iniziative sporadiche, anche belle e generose.
Roger Schutz dice: «Ogni cambiamento dell'uomo si opera dall'interno. È dal di dentro che si modificano le nostre strutture mentali. È nella intimità dell'essere che si compie una continua conversione a Cristo, incessantemente dimenticato e rifiutato».
Un mezzo che sembra molto importante per aiutare i giovani a riscoprire il valore dell'interiorità e a formarsi seriamente è la direzione spirituale, o comunque la si chiami.
La pastorale non è soltanto qualcosa di collettivo: essa tende a personalizzarsi al massimo. La direzione spirituale è questo. Essa aiuta il giovane a diventare trasparente a se stesso, a diventare sempre più autentico. È di cattiva lega se il direttore si sostituisce al giovane. E positiva e indispensabile quando si realizza come aiuto al giovane alla scoperta di se stesso.
4. Sintesi tra interiorità e socialità
I giovani vogliono la comunità, vogliono l'impegno sociale, la solidarietà verso i fratelli, vogliono un Vangelo orizzontale. Proprio per questo, per l'autenticità di queste richieste, è necessario operare una sintesi tra interiorità e socialità: il Vangelo non può essere solo orizzontale e sociale: bisogna far incontrare Cristo nella sua dimensione divina, con il Padre nello Spirito Santo.
Dobbiamo cioè costruire una spiritualità concreta di azione, che attinga da una forte e vivace interiorità.
Solo se riusciremo a mostrare la sintonia tra i valori umani e il messaggio cristiano, potremo aiutare la formazione di piccoli gruppi che vivano, in pienezza e autenticità, il senso comunitario.
5. Formare allo spirito missionario
E un obiettivo che rientra nei grandi valori sopra ricordati e che bisogna proporre al giovane.
La nuova coscienza che la Chiesa ha preso di sé nel Concilio, nella Lumen Gentium, nella Ad Gentes, nella Apostolicam Actuositatem, coscienza di una Chiesa missionaria, di una Chiesa segno e sacramento dell'unità che deve irradiarsi su tutto il genere umano, deve aiutare il giovane a formarsi uno spirito autenticamente missionario.
I giovani oggi sentono decisamente questo appello e lo accolgono con alacrità e magnanimità, quando è loro proposto.
Il cristianesimo ha sempre presentato ai giovani e ai cristiani questo grande ideale: trasformare il mondo. Cristo è venuto per questo, gli apostoli e i santi hanno lavorato per questo.
La vita e la verità cristiana non sono dei gioielli che basta chiudere nel forziere perché vi rimangano.
O si coltiva e si espande in volontà di azione o fatalmente tende ad illanguidirsi e morire.
Per non dimenticare la gerarchia dei valori, cerchiamo di indirizzare i giovani non solo a servizi filantropici e di solidarietà cristiana (e sono grandissimi valori) ma anche a fini apostolici. Credo che non dovremmo aver paura di far loro queste proposte, anche se non amano sentirsele dire: non c'è forma di solidarietà nel campo puramente materiale che possa sostituire l'apostolato vero e proprio.
Tutto questo per convincerci di una grande verità: diamo molta fiducia ai giovani. Essi la meritano, quando sono guidati con amore e dedizione. L'esperienza di ogni giorno conferma quanto ha scritto recentemente Roger Schutz: «Beaucoup de jeunes aiment le Christ comme cela ne c'est jamais vu. Le prophétisme n'est pas mort».









































