Antonino Valastro
(NPG 1968-05-17)
Attraverso una lettura attenta e intelligente della Mater et Magistra l'A. sottolinea – nel quadro della formazione sociale dei giovani – le definizioni, l'origine e una valutazione critica, in chiave molto realistica, del fenomeno della socializzazione.
La conclusione ne indica i termini di incidenza educativa.
IL FATTO
«Uno degli aspetti tipici che caratterizzano la nostra epoca, è la socializzazione, intesa come progressivo moltiplicarsi di rapporti nella convivenza, con varie forme di vita e di attività associata, e istituzionalizzazione giuridica» [1].
Nell'Enciclica, il termine socializzazione non si riferisce, ovviamente, ad un singolo aspetto dei rapporti sociali (quasi un sinonimo di 'nazionalizzazione' delle industrie private), né si limita al piano puramente economico; indica invece un fenomeno dalle dimensioni e complessità vastissime: quel «movimento economico, sociale, politico e culturale per cui, dopo la rivoluzione industriale e quella agricola, con il progresso dei mezzi di trasporto e di comunicazione, ogni uomo tende a divenire la sede di relazioni sociali sempre crescenti in numero ed estensione, se non in intensità» [2].
Un'accezione quasi nuova – sia per la cultura laica italiana, sia per i documenti pontifici – che non ha mancato di suscitare equivoci nonché destare vive apprensioni in taluni ambienti: abituati a reagire con riflessi di angoscia a tutti gli interventi (ecclesiali o politici) echeggianti il termine sociale e suoi derivati.
L'entità del fatto è brevemente descritta dall'Autore richiamando la «ricca gamma di gruppi, movimenti, associazioni, di istituzioni a finalità economiche, culturali, sociali, sportive, ricreative, professionali, politiche, tanto nell'interno delle singole Comunità nazionali, come sul piano mondiale» [3].
La tipicità caratterizzante la nostra epoca è data quindi anzitutto dalla estensione del fenomeno. Forme associate esistevano già ai primordi della vita umana, ma fino ai tempi più recenti esse coincidevano di fatto con
i soli gruppi 'necessari', imposti dalla nascita: famiglia, tribù, casta, ecc. Altra variante odierna: la varietà cangiante di formule associative, in un clima sociale sempre più pluralistico e sempre più aperto alla libera ricerca di nuovi valori ed interessi.
Ed infine, l'istituzionalizzazione: le volontà spontaneamente convergenti verso comuni finalità si organizzano precisando compiti, diritti e doveri individuali in seno al gruppo, nonché i caratteri e la funzione del gruppo medesimo in seno al più ampio contesto sociale.
LE CAUSE
Lontana da ogni forma di meccanicismo, l'Enciclica avverte che «la socializzazione non va considerata come il prodotto di forze naturali operanti deterministicamente; essa, invece, è creazione degli uomini, esseri consapevoli, liberi e portati per natura ad operare in attitudine di responsabilità (...) e ad associarsi per il raggiungimento di obiettivi che superano la capacità e i mezzi di cui possono disporre i singoli individui». Ma è una libertà delimitata moralmente dal dovere di «riconoscere e rispettare le leggi dello sviluppo economico e del progresso», e condizionata di fatto dalla impossibilità di «sottrarsi alla pressione dell'ambiente» [4].
Le sollecitazioni ambientali sono della più varia natura: «i progressi scientifico-tecnici, una maggiore efficienza produttiva, un più alto tenore di vita nei cittadini, (...) un crescente intervento dei poteri pubblici anche in settori tra i più delicati, come quelli concernenti le cure sanitarie, l'istruzione e l'educazione delle nuove generazioni, l'orientamento professionale, i metodi di recupero e di riadattamento di soggetti comunque menomati» [5].
VALUTAZIONE
La socializzazione è un fenomeno né semplice né omogeneo: una valutazione è possibile soltanto isolandone un aspetto singolo, e vagliandolo nel suo concreto modo di realizzarsi. Un esame globale delle esperienze già acquisite consente tuttavia al documento pontificio un bilancio generico dei valori in gioco.
– I vantaggi: «rende attuabile la soddisfazione di molteplici diritti della persona, specialmente quelli detti economico-sociali, quali sono, ad esempio, il diritto ai mezzi indispensabili per un sostentamento umano, alle cure sanitarie, a una istruzione di base più elevata, a una formazione professionale più adeguata, all'abitazione, al lavoro, a un riposo conveniente, alla ricreazione. Inoltre, attraverso alla sempre più perfetta organizzazione dei mezzi moderni della diffusione del pensiero – stampa, cinema, radio, televisione – si permette alle singole persone di prender parte alle vicende umane su raggio mondiale» [6].
– Gli effetti negativi: «Nello stesso tempo, però, la socializzazione moltiplica le forme organizzative e rende sempre più minuta la regolamentazione giuridica dei rapporti tra gli uomini di ogni settore. Di conseguenza restringe il raggio di libertà all'agire dei singoli esseri umani; e utilizza mezzi, segue metodi, crea ambienti che rendono difficile a ciascuno di pensare indipendentemente dagli influssi esterni, di operare di sua iniziativa, di esercitare la sua responsabilità, di affermare e arricchire la sua persona» [7].
Pur nel suo realismo, l'Enciclica esprime un giudizio globale serenamente positivo: «Si dovrà concludere che la socializzazione, crescendo in ampiezza e profondità, ridurrà necessariamente gli uomini in automi? È un interrogativo al quale si deve rispondere negativamente» (8). Infatti «qualora la socializzazione si attui nell'ambito dell'ordine morale secondo le linee indicate, non importa, per sua natura, pericoli gravi di compressione ai danni dei singoli esseri umani; contribuisce invece a favorire in essi l'affermazione e lo sviluppo delle qualità proprie della persona» [9].
L'ottimismo evangelico scopre, nella tendenza all'incontro ed all'interazione fra gl'individui, sovrattutto il 'luogo’ provvidenziale per la gestazione d'un'umanità più aperta all'Amore, e più rispettosa della persona umana.
L'Enciclica – dunque – «non cede al pathos di quella letteratura para-sociologica che vede nel crescere della socializzazione solo una minaccia alla libertà individuale e l'affermarsi di una società di massa, anonima e senza volto.
Il superamento di questo pathos è tanto più incoraggiante, se si pensa a tutta quella parte della letteratura religiosa – ufficiale o no – in cui è tema obbligato il rimpianto di un passato felice e il lamento sui tempi moderni. Più che rimpiangere il passato, più che rievocare i grandi monumenti di pietra, le gesta dei grandi e le narrazioni di manifestazioni collettive di pietà popolare, bisognerebbe anche documentarsi sulle condizioni di lavoro in cui quei monumenti furono costruiti, sul grado d'istruzione e sui diritti civili di tutti i non grandi (la quasi totalità), sulla libertà interiore e le convinzioni intime dei partecipanti a quelle manifestazioni di fede. E prima di lamentarsi dei tempi moderni, bisognerebbe, come fa l'Enciclica, sottolineare tutti i vantaggi che la persona umana può avere oggi attraverso una partecipazione attiva a forme organizzative che le permettono di esprimere i suoi diritti, di realizzare aspirazioni profonde, non solo di carattere economico, ma culturale, affettivo, spirituale» [10].
Realismo ed ottimismo si ritrovano nella visione conciliare: dopo aver rilevato che la «socializzazione crea nuove esigenze, senza tuttavia favorire sempre una corrispondente maturazione delle persone e rapporti veramente personali» (Gaudium et Spes, 6), il documento avverte che «la Chiesa riconosce tutto ciò che di buono si trova nel dinamismo sociale odierno: sovrattutto l'evoluzione verso l'unità, il processo d'una sana socializzazione e consociazione civile ed economica. Promuovere l'unità corrisponde infatti alla intima missione della Chiesa, la quale è appunto in Cristo quasi un sacramento, ossia segno e strumento d'intima unione con Dio e di unità di tutto il genere umano '. Così al mondo essa mostra che la vera unione sociale esteriore discende dalla unione delle menti e dei cuori, ossia da quella fede e da quella carità, con cui la sua unità è stata indissolubilmente fondata nello Spirito Santo» (GS, n. 42).
L'AZIONE EDUCATIVA
Il problema morale e pedagogico della socializzazione sta dunque – in definitiva – nell'obbligo di assicurare, ai vari livelli, le condizioni perché in ogni forma e in ogni fase di organizzazione sociale, la persona umana resti al livello di fine ultimo, mai umiliata al rango di strumento. Né l'Enciclica, né altra disamina generale di questo o di qualsiasi altro fenomeno sociale, può andare oltre l'enumerazione dei principi generali (qui riferiti con particolare, motivata abbondanza di citazioni); è compito degli uomini di azione e degli educatori osservare le concrete situazioni particolari, vagliare alla luce dei principi, definire le mete prossime e remote, scegliere ed applicare le tecniche operative di rispettiva competenza.
Al di là d'ogni scelta metodologica, la missione dell'educatore rimane essenzialmente quella di dare un'anima ai rapporti: perché si avveri –nell'era della socializzazione – l'evoluzione verso l'unità e l'unità realizzi la crescita plenaria dell'uomo.
Non esiste, certo, una 'socializzazione cristiana', come non esiste una motorizzazione cristiana: si tratta di modi di essere della convivenza umana, e non di opzioni teologiche; ma può e deve esistere un'animazione cristiana del dato storico, che dia ad esso un senso e una funzione nel disegno del piano di Dio.
Responsabili: gli educatori. L'opera dei quali rimarrà precaria fino a quando non avranno essi stessi assimilato le categorie mentali dell'uomo socializzato, e non avranno modellato, con quelle, lo stile e i contenuti della loro azione.
Esigenza pratica primaria: che gli stessi educatori siano tra loro socializzati.
Si parlerà altrove del valore teologico-sociale del segno acceso da comunità educative armonizzate dalla Carità. Qui si accenna soltanto al necessario tessuto di reciproche intese operative, che sembra condizionare ormai radicalmente l'efficacia formativa, anche al solo livello dei rapporti 'naturali'.
Qualche esempio: una istituzione educativa impegnata nella scuola, non può ignorare l'esigenza logica d'un organico iter formativo che accompagni il giovane lungo tutta la sua evoluzione di studente; se quella istituzione è inoltre responsabile di altri ambienti (oratori, centri giovanili, Parrocchie, ecc), dovrà curare un costante collegamento tra essi e con la scuola, perché tutti gli elementi educativi siano assicurati ai giovani nel momento giusto e nella sede idonea.
Non si tratta tanto di pianificare gl'interventi, quanto di autoeducarsi alla collaborazione, alla maturità di rapporti umani con i partners dell'impegno, di abilitarsi al dialogo: con strutture mentali da isolati, non si guidano generazioni di ‘socializzati’.
NOTE
[1] Mater et Magistra, n. 45.
[2] Settimana Sociale di Grenoble, 1960.
[3] Mater et Magistra, n. 46.
[4] Mater et Magistra, n. 49.
[5] Mater et Magistra, nn. 45-46.
[6] Mater et Magistra, n. 47.
[7] Mater et Magistra, n. 48.
[8] Mater et Magistra, n. 48.
[9] Mater et Magistra, n. 54.
[10] Tufari: «La Socializzazione nell'Enciclica M. M.» in «Aggior. Sociali», feb. 62.









































