Bicentenario della nascita di don Bosco
Claudio Belfiore
(NPG 2014-02-42)
Dopo quattro anni di peregrinazioni attraverso i cinque continenti, l’Urna di don Bosco sta completando in Italia il suo itinerario di incontro con i giovani e con la gente, passando ancora per le strade di tante città e nelle cattedrali di molte Diocesi. È stato un pellegrinaggio di benedizione e di rilancio della missione educativa del Santo piemontese, un itinerario mondiale che ha preso avvio a Torino nella ricorrenza dei 150 anni dalla fondazione della Congregazione dei Salesiani di don Bosco, nel 2009, e che si concluderà alle porte del Bicentenario della nascita del Santo, che inizierà al Colle Don Bosco il prossimo 16 agosto 2014.
In Italia il pellegrinaggio dell’Urna è stato accompagnato dal logo «Don Bosco è qui», ad indicare non solo la presa di coscienza della presenza fisica delle reliquie del santo educatore in un dato luogo, ma soprattutto ad augurare e invocare che “ritornino i giorni felici dell’antico Oratorio” [1]. Dalla lettera citata emerge chiaramente che a questo auspicio corrispondono i giorni della familiarità tra educatori e giovani e di conseguenza della reale possibilità dell’evento educativo. Sì, perché tale felice situazione di sintonia empatica dell’educatore con i ragazzi e giovani a lui affidati si configura allo stesso tempo come frutto del suo “dinamismo di uscita” e del suo “prendere l’iniziativa” e anche come ineluttabile presupposto per poter offrire “risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite” [2].
Consapevoli di quanto sia decisivo il conseguimento di tale felice e indispensabile situazione, è parso utile presentare una riflessione sulle tensioni ideali di don Bosco, cioè sull’insieme di valori, principi, sensibilità, consapevolezze che hanno animato il santo educatore e lo hanno mosso verso i giovani del suo tempo, fino a diventare padre della Famiglia Salesiana e “padre, maestro e amico dei giovani” [3], come lo ha acclamato Giovanni Paolo II nel 1988.
Dalla documentazione a nostra disposizione emerge un modello di pastore esigente e di grande interiorità, robusta e semplice allo stesso tempo, feconda a tal punto da poter affermare che la sua proposta educativa, conosciuta sinteticamente come sistema preventivo, non è riducibile a un insieme di norme da applicare e regole da seguire, non si identifica con un insieme di buoni comportamenti. All’educatore che intende assumere in pienezza e profondità il suo sistema educativo chiede coinvolgimento personale, profonda assimilazione, dedizione generosa, verifica continua.
Fino all’ultimo respiro
Il primo spunto per questa riflessione su don Bosco come pastore lo prendiamo da una lettera che la Marchesa Giulia Falletti di Barolo (1785-1864) scrisse al teologo Giovanni Battista Borel (1801-1873), che fu il prezioso collaboratore dei primi tempi. Siamo nel maggio 1846, a poco più di un mese dalla stabilizzazione dell’Oratorio presso la Tettoia Pinardi: don Bosco, era ancora direttore spirituale dell’Ospedaletto delle bambine e di lì a poco si sarebbe gravemente ammalato, tanto da rischiare la vita e da doversi ritirare presso i Becchi per alcuni mesi di riposo da ogni attività pastorale. La Marchesa era preoccupata per la sua salute, ben disposta a non perdere il valido collaboratore e ammirata per il suo zelo pastorale (espressione che dice la totale e appassionata dedizione alla sua missione).
Così allora scrive a Borel: «Abbiamo veduto che la sua salute non gli permetteva nessuna fatica. Si ricorderà quante volte le ho raccomandato di averne riguardo e lasciarlo riposare ecc. ecc. Non mi dava retta; diceva che i preti dovevano lavorare ecc. […] Ella, Sig. Teologo, crede che non è far nulla confessare, esortare centinaja di ragazzi; io credo che nuoce a D. Bosco, e credo necessario che si allontani abbastanza da Torino per non essere nel caso di stancare così i suoi polmoni. Perché quando stava a Gassino, questi ragazzi andavano a confessarsi da lui ed egli li riconduceva a Torino» [4]. L’osservazione della Marchesa evidenzia quale fosse la dedizione e l’amore di don Bosco per i giovani nel nome del Signore Gesù. Tale spirito di sacrificio fu alla base di tutta la sua vitalità e creatività educativo-pastorale, lo spinse a spendersi totalmente, senza risparmio e considerazione di sé, a costo anche della propria vita. Cosa che arrivò a formalizzare sulla carta per i propri collaboratori nel Piano di regolamento del 1854, ma che - prima che teorizzazione - fu suo stile di vita: «Quando mi sono dato a questa parte di sacro ministero intesi di consacrare ogni mia fatica alla maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime, intesi di adoperarmi per fare buoni cittadini in questa terra, perché fossero poi un giorno degni abitatori del cielo. Dio mi ajuti di poter così continuare fino all'ultimo respiro di mia vita. Così sia» [5].
Difficilmente si riesce a capire appieno la figura di don Bosco e il modello di pastore e di educatore che emerge dalla sua tensione apostolica e dai suoi ideali educativi, se non si tiene presente che egli, per vocazione e per adesione personale a questa chiamata divina, fu completamente dedito, fino all’ultimo respiro di sua vita, ai giovani che il Signore gli aveva affidato, senza aver nessun altro desiderio, se non quello della loro felicità in terra e in cielo.
Uno stile popolare e misericordioso
A supporto di quanto evidenziato riportiamo alcune testimonianze di osservatori esterni, narrazioni che hanno trascritto il sentire popolare e che hanno colto in modo essenziale e puntuale uno stile pastorale fatto di gesti concreti e facilmente riconoscibili.
La prima testimonianza è di un giornale del tempo, L’Armonia della religione con la civiltà (1849), a firma dell’amico Lorenzo Gastaldi, futuro Vescovo di Torino, che così descrive quel generoso educatore di giovani che fu don Bosco: «Uno zelante sacerdote ansioso del bene delle anime si è consecrato interamente al pietoso ufficio (= misericordioso servizio, ndr) di strappare al vizio, all'ozio e all'ignoranza quel gran numero di fanciulli, i quali abitanti in quei contorni, per le strettezze o l'incuria dei genitori, crescevano purtroppo sprovvisti di religiosa e di civile coltura» [6]. Il termine “consecrato” esprime bene la tensione spirituale e apostolica che caratterizzò tutta l’opera del santo pastore, completamente dedito alla cura del gregge che il Signore gli aveva affidato: egli è un uomo unificato sulla missione pastorale, a cui si dedica con ardente zelo e dedizione.
Sempre del 1849 è una testimonianza simile, segno di una convinzione diffusa e di una percezione condivisa, a firma del professore universitario Casimiro Danna, che pubblica un articolo sul Giornale della Società d’istruzione e d’educazione. In esso di don Bosco si dice che è «un ottimo prete, il quale ha consacrato se stesso ad alleggerire i dolori del popolo misero, nobilitandolo ne’ pensieri» [7].
A distanza di pochi giorni dall’uscita dell’articolo citato del Gastaldi, un altro giornale, Il Conciliatore torinese, tratteggia con diverse pennellate il carattere e i modi di don Bosco educatore e pastore, evidenziandone a più riprese le qualità e le doti, quali l’umiltà, la dolcezza, la mitezza e la pazienza, l’immensa carità e la robusta fede, la creatività apostolica, l’eroica costanza: «Un umile prete fornito di nessun'altra ricchezza che d'una immensa carità […] Questo egregio sacerdote, pieno di quella filantropia, la quale non deriva da altra fonte, che dalla fede cattolica […] Consigliatosi col suo zelo, armatosi d'una pazienza a tutte prove, vestitosi di tutta la dolcezza e umiltà, che ben conosceva richiedersi all'alta sua impresa […] Egli è facile il pensare con quanti scherni sarà stato assai delle volte ricevuto il suo invito, e quante ripulse avrà dovuto soffrire: ma la sua costanza e la sua dolcezza a poco a poco trionfarono in un modo prodigioso: e i fanciulli più riottosi, i giovanetti più scapestrati, vinti da tanta umiltà e da tanta mitezza di modi, si lasciarono condurre all'umile recinto» [8].
Da questo ricco e particolareggiato brano emerge una figura di pastore eccezionalmente dotato di preziose qualità umane relazionali, necessarie per chi si confronta con giovani «pericolanti» e «indocili», ma allo stesso tempo dotato di profonde virtù teologali, che hanno trovato ampio spazio in una personalità dalle forti motivazioni cristiane. Del resto non si spiegherebbe altrimenti la sua tenacia e fortezza nel continuare una missione educativa e pastorale già difficile per conto proprio e oltretutto osteggiata da più parti, sia in ambito civile che ecclesiale. E come giustamente evidenzia il redattore dell’articolo citato, non è certamente errato parlare di filantropia riferendosi all’opera di don Bosco, ma sicuramente risulta alquanto riduttivo rispetto alla fonte da cui essa promana, con il serio pericolo di non comprendere profondamente chi egli fosse e cosa lo spingesse a tanta dedizione e abnegazione.
Creativo di fronte ai nuovi bisogni
L’intensa e radicata carità che spinse il pastore a «farsi tutto a tutti» lo rese anche particolarmente attento ai bisogni nuovi e impellenti che emergevano dalla vita quotidiana dei giovani a lui affidati. Questa urgenza diventa motivo di nuova creatività e di rinnovata carità: al primo Oratorio se ne affiancano altri, e poi le scuole serali, domenicali e diurne; ancora il bisogno lo spinge a dar vita ad un ospizio, per dare casa e famiglia a chi non l’aveva; e poi i laboratori professionali, le pubblicazioni, altre case fuori Torino, fino a fondare due ordini religiosi, diverse aggregazioni ecclesiali e inviare centinaia di salesiani in missione.
Questo è un altro elemento che caratterizza l’educatore-pastore che si dedica con zelo alla causa dei giovani, specialmente se abbandonati e pericolanti: la dedizione appassionata e totale per il Regno di Dio da una parte e le pressioni dei nuovi bisogni dei giovani dall’altra spinsero don Bosco a inventare nuove forme di presenza in mezzo ad essi, ma anche a cercare sempre ulteriori collaboratori, proponendo loro quanto egli già si impegnava a vivere. Con parole decise e schiette, ma anche trasudanti fede e carità, mise fine alle titubanze di don Vittorio Alasonatti, che diventò suo prezioso collaboratore e poi salesiano fino alla morte: «Io non posso assicurarle altro che lavoro, ma le sto garante che avrà una gran ricompensa in paradiso. Si faccia coraggio, imiti l'esempio degli Apostoli, e venga dove il Signore lo chiama. […] Non oso muovermi di qui non sapendo a chi lasciare la mia casa. […] Dio ha bisogno che lo venga a servire a Torino, a benefizio di queste centinaia di ragazzi, che aspettano chi loro spezzi il pane della vita e quello dell'anima» [9].
Una dedizione spiritualmente profonda
Continuando nella nostra ricerca di elementi caratteristici del modello di pastore emergente dagli scritti di don Bosco, ci soffermiamo su un altro aspetto di particolare importanza. Una considerazione sommaria potrebbe condurre a pensare che il pastore che si dedica «corpo e anima» alla causa del Regno di Dio sia appesantito e affaticato dalla mole di lavoro e di responsabilità a cui è sottoposto, forse addirittura a scapito della sua serenità e della piacevolezza con cui si dedica alla missione pastorale educativa. Nei suoi scritti non si riscontra tale stato d’animo, anzi si avverte la fatica e la sofferenza della lontananza dai suoi giovani, dal suo oratorio, specie se vi è costretto per un qualche motivo esterno. Da Castelnuovo, dove si era recato per un periodo di riposo, così scrive al teologo Borel: «Durante 4 giorni stetti niente bene, il che proveniva da una specie di malinconia derivata da non potermi costì trovare a far la solita nostra a me piacevolissima ricreazione» [10]. Oppure in occasione della grave malattia del 1846: «Quante volte lungo il giorno penso all'Oratorio! Me ne dia nuove, e specialmente della processione di sabato scorso (ndr: 15 agosto 1846)» [11].
Questo percorso di scoperta dello spirito e degli ideali che hanno animato San Giovanni Bosco apre alla sensazione di essersi appena affacciati alle soglie del cuore di don Bosco. È un assaggio, un invito a continuare la ricerca, lo studio, l’approfondimento, fino ad arrivare all’imitazione e all’immedesimazione: oggi, come allora, l’educatore-pastore incarnato da don Bosco e proposto ai suoi figli spirituali, ma anche ai più stretti collaboratori e a quanti a lui si ispirano, esige che sia pienamente coinvolto nella sua missione, con tutto il suo essere oltre che nell’agire, arrivando a plasmare desideri e pensieri. Di qui la felicità del donatore oltre che la gioia di coloro che da tali donatori ricevono. Ben si addice a tale figura educativa quanto Papa Francesco ha scritto nella recente Esortazione apostolica, laddove parla di “vero dinamismo della realizzazione personale: qui scopriamo un’altra legge profonda della realtà: la vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri. La missione, alla fin fine, è questo” [12].
NOTE
[1] G. Bosco, Lettera da Roma, 1884
[2] Papa Francesco, Evangelii gaudium, 2013, nn. 20.24.105
[3] Giovanni Paolo II, Juvemun patris, 1988.
[4] Lettera della marchesa Giulia Barolo al teologo G. Borel, 18 Maggio 1846, in ASC (Roma) Fondo Don Bosco, microf. 541.B5-8, ff. 1v-2r.
[5] Cfr. G. Bosco, Piano di regolamento per l’Oratorio maschile di S. Francesco di Sales… Introduzione, in P. Braido (ed.). Don Bosco Educatore. Scritti e testimonianze. Roma, LAS 1997, 111
[6] L. Gastaldi, L'Oratorio di S. Francesco di Sales, in L’Armonia della religione con la civiltà 2, (1849), n. 40 lunedì 2 aprile.
[7] C. Danna, La scuola domenicale di don Bosco, p. 459.
[8] L'Oratorio di S. Francesco di Sales in Torino, in Il Conciliatore Torinese. Giornale religioso, politico, letterario 2 (1849), n. 42, sabato 7 aprile.
[9] Lettera a don Vittorio Alasonatti, 1853, Epistolario I, n. 143.
[10] Lettera al teologo Borel, 11 ottobre 1845, Epistolario I, n. 16.
[11] Lettera al teologo Borel, 22 agosto 1846, Epistolario I, n. 22.
[12] Papa Francesco, Evangelii gaudium, 2013, n. 10









































