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    Ad altezza d'uomo


     

    Incroci vitali

    Salvatore Ricci

    (NPG 2014-04-2)


    Sento spesso il bisogno di ritornare al mio piccolo paese, non solo per ritrovare gli affetti più cari, ma anche per rivedere quei luoghi che per tanto tempo sono state le quinte della mia quotidianità. Amo incontrare persone e passeggiare per i vicoli dove poter riassaporare i profumi e i colori della mia storia tuffandomi in un passato così vivo nella mia mente. Tra le varie tappe, naturalmente non manca mai una sosta all'oasi del cuore: la Chiesa parrocchiale.
    Entrando in Chiesa per la prima volta dopo i lavori di consolidamento effettuati, come per abitudine, la mia attenzione viene catturata dal bellissimo Crocifisso, maestosamente innalzato sull'altare. I miei occhi seguono la consueta traiettoria fino al soffitto per poi appoggiare, come al solito, lo sguardo su quei cornicioni così irraggiungibili, che i miei occhi da bambino immaginavano i pilastri del cielo. Lassù, proprio lassù in alto, in quello spazio silenzioso e profondamente spirituale è facile incontrare il mio Dio.
    Questa volta però qualcosa interrompe il tradizionale rito dell'ingresso in Chiesa: un'enorme impalcatura in ferro e legno, ben visibile, nuda, forte e pesante posta lì per consolidare temporaneamente le arcate del presbiterio. Mi siedo tra i banchi. Il mio sguardo continua a scrutare in alto, ma purtroppo non riesco più a vedere il trono incensato del mio Dio. L'effetto mistico a cui ero abituato è come svanito...colpa dell'impalcatura. Per evitare di vedere quell'enorme struttura così estranea e così aggressiva ai miei occhi, chino il mio capo. E così seduto tra i banchi non mi resta che guardare in basso, non più in alto, ma di fronte a me, ad altezza d'uomo. "Ma adesso - mi chiedevo - come posso scorgere il mio Dio, il Signore che regna lassù, nella gloria dei cieli? Come adorarlo, come invocarlo e pregarlo?".
    Ad un tratto il mio religioso silenzio viene interrotto dalla singolare proposta espressa da alcuni fedeli seduti qualche banco più in là. "Si potrebbero coprire quei ponteggi con dei bellissimi panni però!" - dissero orgogliosi dell'intuizione avuta. Certo sarebbe bello per i nostri occhi vero? Ma mi chiedo se sarebbe ugualmente utile per gli occhi della nostra anima.
    La risposta forse è proprio lì, in quell'enorme struttura sospesa sulla mia testa: per me è una silenziosa ma eloquente esortazione ad abbassare lo sguardo per cercare altrove il nostro Dio, in un'altra direzione, cercandolo non più col naso in aria, con lo sguardo fisso nel vuoto, ma puntandolo ad altezza d'uomo.

    Indifferenti?

    Quante volte invece il nostro sguardo di fede è così preso dall'afferrare la Gloria del Mistero oltre le nuvole che ci rende indifferenti al dolore umano che ci sta accanto, rendendoci una folla anonima incapace di riconoscere gli infermi, i ciechi, gli zoppi, i paralitici che, vestiti di nuove povertà materiali e spirituali, giacciono non presso la porta delle Pecore, ai bordi della piscina miracolosa dalle acque agitate, ma davanti alle nostre coscienze acquietate.
    "Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: "Vuoi guarire?". Gli rispose il malato: "Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me". Gesù gli disse: "Àlzati, prendi la tua barella e cammina".
    E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare".(Gv 5,1-9).
    Mai nessuno si era accorto di quell'uomo fino a quando non è giunto Gesù, Colui che è capace di riconoscerlo come "unico". Invece noi, anche se inciampiamo nella vita spenta di qualcuno, siamo talmente presi dal nostro guardare in alto, che non ci lasciamo minimamente interrogare dal perché il fratello siede scoraggiato ai bordi di una esistenza demotivata, povera e a volte non riconosciuta.
    Sarebbe bello offrire ai giovani, che in tante occasioni manifestano il bisogno di voler rispondere a un desiderio profondo di Dio, non solo "scuole di emozioni", ma proposte formative atte ad alimentare sentimenti radicati nella realtà.
    Non possiamo commuoverci solo rivolgendo lo sguardo in alto, al Cristo sofferente inchiodato a una croce, ma dobbiamo amare veramente Colui che abita la nostra umanità, proprio attraverso l'umanità.
    Infatti possiamo contemplare il volto di Dio guardando con passione, e senza inutili pregiudizi, i volti di chi ci passa accanto o si è fermato lungo la strada della vita. Adorare la sua regale Presenza non solo tra le nubi profumate di incenso, ma anche nelle tante vite sporcate dai fallimenti e dalle cadute.
    Basta guardare ad altezza d'uomo i nostri vicini di casa, i nostri colleghi o compagni di scuola. Basta guardare ad altezza d'uomo quanti nomadi siedono davanti a un sagrato, poiché non spetta a noi giudicare la storia e la cultura di un popolo. Basta guardare ad altezza d'uomo quanti nascondono dietro un silenzio ferite mai curate o l'incapacità di saper chiedere aiuto.
    Basta guardare ad altezza d'uomo per incontrare il Signore dei cieli che ha scelto di abitare sulla terra.
    E se qualche volta passate dalle mie parti ricordatevi di entrare in Chiesa... comprenderete il segreto per incontrare Dio.



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