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    Testimonianza, prossimità, essenzialità


    Alberto Gastaldi *

    (NPG 2014-04-69)


    Testimonianza, prossimità, essenzialità. Sono tre le parole che ho scritto a grandi lettere tra i miei appunti al convegno di Genova, l'appuntamento proposto dal Servizio Nazionale: parole che un relatore, don Rossano Sala, ha indicato come i “punti di forza” della pastorale giovanile.
    Del valore fondamentale della testimonianza ci accorgiamo ogni giorno incontrando i giovani: anche se in modo confuso o scomposto, ci invitano ad essere veri, sinceri, gioiosi. Io lo vedo soprattutto quando entro in classe e i ragazzi mi guardano con “fare sospetto”, come a dire: “Ma in quello che racconti ci credi davvero?”.
    Testimoni, innanzitutto di una Parola che ci ha colpito il cuore. “Se Dio, in Gesù, ci ha mostrato tutta la sua tenerezza per l'uomo, allora lo faccio anch'io, allora sono pronto a metterci su la vita. È qui, è soltanto qui che nasce la più vera e profonda passione educativa”. Così aveva concluso (o riaperto) don Michele Falabretti, direttore del SNPG, in una calda testimonianza via skype. Ripeto queste parole, qualche sera dopo ad alcuni educatori e aggiungo come sfida personale e rivolta a tutti: “Possiamo percorrere questa direzione?”. Sembrano domande retoriche, che stridono con il tanto da fare, da organizzare, da progettare, domande che sembrano talvolta sconfinare in una perdita di tempo, perché i prossimi appuntamenti e le scadenze incalzano... Invece è proprio lì la sorgente del nostro percorso, e non lo dobbiamo mai dare per scontato.
    Ritrovarsi a Genova è stato per me innanzitutto questo: ripartire “dall'essere". “La posta in gioco non è nient’altro che essere stessi - ha ribadito il relatore ,- è quindi una questione di essere e non di fare. Non si tratta di fare l’evangelizzazione, ma di essere veramente cristiani, e l’evangelizzazione viene in sovrappiù a partire da un modo di vita e non a partire da una tecnica di vendita”. E i giovani, che hanno un grande “fiuto”, avvertono subito se desideri metterti in gioco o se ti limiti a sedurre con l'ultima tecnica di animazione.
    Un altro relatore, Don Domenico Ricca, l'ha sperimentato tante volte nei numerosi anni trascorsi a fianco dei ragazzi nel carcere minorile di Torino. Questo per lui lo stile dell'educatore: “testimone della verità, della bellezza e del bene, che compie il suo mandato anzitutto attraverso l’autorevolezza della sua persona con un senso di responsabilità”.
    È stato significativo respirare questa "passione" a partire dai giorni del convegno, nei momenti di confronto programmati, ma anche nelle semplici occasioni di “scambio”: un arricchimento non solo per i contenuti ascoltati ma per quelli condivisi o riascoltati da altre persone con altre voci e testimonianz, e dalla relazioni istituite.
    La prossimità, come stile che possiamo trasmettere ai giovani se lo viviamo prima tra noi “operatori di pastorale”. Il rischio che l'individualismo imperante ci coinvolga è forte. Molte volte portiamo avanti i nostri progetti "a testa bassa", abbiamo paura di mostrare possibili difficoltà, cerchiamo di “fare bella figura” presso gli altri e i giovani. Con quali risultati? La sollecitazione di Genova è invece di ripartire da un dialogo autentico con tutti i soggetti coinvolti nell‘educazione delle nuove generazioni.
    Occorre spendere del tempo per pensare la direzione del nostro percorso, prima di iniziare a camminare senza avere chiara la meta, e per conoscere i nostri compagni di viaggio. Su questo aspetto abbiamo forse perso delle occasioni. "Nei luoghi del quotidiano siamo spariti - ha ricordato don Michele - non siamo più significativi. Se devono decidere o affrontare le questioni della loro vita, i giovani vanno da qualcun altro".
    E dunque che fare? Per avviare un nuovo slancio missionario occorre giocarci nel quotidiano senza timori, andando incontro ai giovani nei luoghi dove vivono. Non basta, non serve aspettarli solo per i nostri incontri.
    "Noi cerchiamo di volergli bene", ha indicato la chiave la bella testimonianza di suor Carolina Iavazzo, già collaboratrice a Palermo di don Pino Puglisi, che gestisce un centro giovanile a Bosco di Bovalino in Calabria. Mettendosi accanto in modo discreto perché l'educatore "è l’uomo della normalità che senza azioni spettacolari sa stare in mezzo ai ragazzi" (d. Ricca).
    Accompagnare gli "alti" e "bassi" del quotidiano per portare le emozioni a sedimentare e crescere come sentimenti.
    Occorre trasmettere fiducia: "Se vogliamo che i giovani si fidino - ha detto il pedagogista Pierpaolo Triani - dobbiamo comunicare loro la nostra fiducia nelle loro risorse e possibilità". Perché se c'è un aspetto che i ragazzi comunicano è che spesso hanno poca stima di sé. Ossessionati da un doversi mostrare in ogni istante sempre perfetti, sorridenti, contenti, per ricevere i consensi dei coetanei, poi si ritrovano con difficoltà a scendere nell'intimità buona che li abita. Come ci hanno insegnato i maestri dell'educazione di ogni epoca.
    Questi i punti irrinunciabili per incontrare realmente i giovani. Non possiamo negarci che spesso manca un elemento prezioso per poter attuare questa prospettiva: il tempo. È chiaro che bisogna richiamarci delle scelte pastorali che permettano di poter stare con i giovani, senza aver l'assillo di "dover scappare" perché incombe un successivo impegno. Poterli ascoltare lì dove sono loro, senza mettergli preventivamente addosso le nostre "classificazioni", le nostre "aspettative".
    Chiedergli quello che suggeriva mons. Bruno Forte in una lettera del gennaio 2013: "Carissimi giovani non narrateci l'ovvio, lo scontato; narrateci, invece, quello che nella vita vi fa sognare. Narrateci le vostre speranze, i vostri desideri", andando anche a stanarli dai loro "rifugi", veri o virtuali, perché, nonostante abbiano tutti i mezzi possibili per comunicare, si ritrovano soli. "La questione educativa - ha ricordato Triani - si gioca nella capacità di promuovere nei giovani un atteggiamento positivo nei confronti delle domande radicali che abitano il loro cuore".
    Ma i giovani si lasciano avvicinare e accompagnare se avvertono che nell'educatore c'è radicalità, essenzialità. Il fascino di san Francesco che non tramonta mai ne è testimonianza, e l'entusiasmo con il quale è seguito papa Francesco lo conferma. L'orizzonte è quello indicato da Henri de Lubac: "Il santo di domani sarà povero, umile, senza ricchezze. Possiederà lo spirito delle beatitudini. Non maledirà e non adulerà. Amerà, invece. Prenderà il vangelo rigorosamente alla lettera". Il richiamo è prima di tutto per noi, nel nostro cammino personale e poi nelle nostre proposte pastorali.
    Penso che tutti siamo stati tentati di "abbassare il tono" sperando che così li avremmo tenuti di più nei nostri ambienti. "Serve anche un po' di pane duro - ha detto Suor Carolina -; a volte si ha paura di perderli così, invece si perdono proprio quando si offrono realtà superficiali".
    Così “i giovani saranno sollecitati a prendere in mano se stessi: diventare grandi è un processo personale, che matura con la formazione di una coscienza critica. La sfida educativa, al riguardo, si pone sul piano del rendere l’altro consapevole e, quindi, responsabile" (Triani).

    * Incaricato regionale della pastorale giovanile della Liguria e incaricato PG della diocesi di Chiavari. Insegna religione in una scuola secondaria superiore di II grado.



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