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    Gesù di Nazaret, una vocazione al servizio del regno di Dio (cap. 1 di: Per la vita di tutti)


    Luis A. Gallo, PER LA VITA DI TUTTI. Fondamenti teologici dell'impegno educativo, Elledici 2002

     


    Introduzione

    L'impegno nella pastorale giovanile è risposta ad una vocazione, quella di servire i giovani nella loro crescita umana e cristiana all'insegna del Vangelo di Gesù Cristo.
    Chi assume tale impegno lo fa nella consapevolezza di essere stato convocato, attraverso le più svariate circostanze, da Colui che ormai quasi duemila anni fa lanciò al mondo un proclama portatore di un affascinante progetto, quello che egli, adoperando la terminologia del suo popolo e del suo tempo, espresse nella formula «regno di Dio», e che noi, in termini oggi più comprensibili, formuliamo come «vita abbondante per tutti». Ad esso consacrò con passione e tenacia tutte le sue energie, per la sua attuazione radunò uomini e donne attorno a sé, e per esso affrontò anche la morte in croce.
    Chiunque oggi fa suo questo progetto e vuole camminare sulle sue orme è sollecitato a conoscerne approfonditamente le principali linee, per poter svolgere un'azione che si situi davvero nella sua stessa direzione. «Chi non raccoglie con me, disperde» (Mt 12,30), ebbe a dire Gesù in una certa occasione. Sono parole che risuonano come un richiamo perenne negli orecchi dei suoi seguaci di tutti i tempi. È importante raccogliere con lui per essere sicuri di raccogliere per la vita abbondante come lui.
    Questo libro è stato scritto con l'intenzione di aiutare a rivisitare tali linee. In esso se ne focalizzano le principali, cominciando dalle più radicali, quelle cioè che si riferiscono al fondamento più profondo dell'azione da svolgere, e seguendo poi con altre che lo rendono più chiaro ed esplicito.
    Viene perciò presentata anzitutto la figura di Gesù di Nazaret dalla prospettiva della sua personale vocazione al servizio del regno di Dio; poi, in primo luogo la fonte ultima dalla quale sgorgava tutta la sua attività e sulla quale si fondava l'intera sua esistenza, ossia il Dio che egli invocava arditamente come suo «babbo», e in secondo luogo la forza propulsiva che lo muoveva e lo sosteneva nel suo agire, ossia lo Spirito di Dio.
    A questi temi fondanti seguono due altri che si connettono strettamente con essi, e che interessano da vicino coloro che vogliono seguirlo: la convocazione di uomini e donne da lui fatta per portare avanti il. suo progetto, e le opzioni da lui compiute nel suo servizio al regno di Dio.
    Gli ultimi temi si riferiscono alla comunità che raccolse la sua proposta dopo la sua morte e risurrezione, e la prosegue nel tempo sostenuta e spinta dal suo stesso Spirito: la chiesa. Ne vengono focalizzati la suprema ragion d'essere nel mondo e le esigenze di vita e di organizzazione interna che da esse derivano e, da ultimo, il posto e il ruolo che in essa sono chiamati a svolgere i suoi membri laici, tra i quali si situano la maggior parte degli animatori della pastorale giovanile e i loro destinatari.
    Ci si augura che quanto viene qui offerto possa essere di vera utilità a coloro che della vita abbondante dei giovani fanno un impegno generoso e pieno di speranza.


    Gesù di Nazaret, che la fede proclama come Cristo, Signore e Figlio di Dio, è per ogni cristiano il modello supremo di vita e d'impegno. Anche per ciò che riguarda la risposta alla chiamata divina al servizio dei fratelli. In questo primo capitolo metteremo in evidenza tale modello, così come emerge dai testi neotestamentari, e particolarmente dai vangeli.

    UNA VITA SPESA PER UNO SCOPO

    Leggendo i vangeli si resta colpiti della determinazione con cui il suo principale protagonista, Gesù di Nazaret, agisce. C'è qualcosa in lui che chiama l'attenzione di chiunque si affaccia alla sua vicenda senza pregiudizi: la sua polarizzazione attorno ad uno scopo. La sua non appare come una esistenza sballottata dalle onde delle circostanze, favorevoli o avverse, ma viceversa come saldamente ancorata ad un punto fermo che le conferisce stabilità e spessore.
    Coloro che ne hanno trasmesso la memoria nei vangeli, pur filtrandola attraverso la fede che aprì loro gli occhi per vedere in profondità la sua reale identità, ne hanno conservato la base storica. Essi hanno raccontato con venerazione le sue parole e i suoi atti, e tra essi anche quelli che permettono di cogliere la sua estrema concentrazione attorno a una intenzionalità di fondo che dava senso all'intero suo agire.
    Tra le parole di Gesù trasmesse da essi raccogliamo solo alcune delle più significative da questo punto di vista.
    Anzitutto una, riportata dal vangelo di Luca: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). L'espressione «essere venuto», che si ritrova diverse altre volte tanto nei vangeli sinottici (Mt 5,17; 9,13; 10,34; ecc.) quanto in quello giovanneo (Gv 3,2; 5,43; 7,28; ecc.), esprime il senso ultimo della sua presenza nel mondo, la ragione suprema della sua esistenza e della sua missione. Qui tale senso e tale ragione sono espressi in termini di fuoco, un fuoco che ardeva dentro al suo petto come in un vulcano, e che egli voleva fosse contagiato al mondo intero. Si trattava di un fuoco incontenibile, quindi, che lo muoveva dal di dentro in una precisa direzione, resa evidente attraverso i suoi discorsi e i suoi atti.
    Un'altra è la parabola di Mt 13,33-34:
    «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo».
    Con essa Gesù intende evidenziare la dedizione totale che fa nascere il regno dei cieli da lui annunciato quando viene percepito nel suo vero valore. È un tesoro scoperto che provoca gioia, una gioia anch'essa incontenibile come il fuoco della frase lucana precedente, e porta a «vendere tutto» pur di acquistarlo. Naturalmente, anche se egli non lo disse, il primo ad essere descritto dalla piccola parabola è lui stesso, che per quel tesoro incontrato consegnò tutto ciò che aveva e tutto ciò che era.
    Altre parole appartengono ai discorsi da lui rivolti a due uomini chiamati a seguirlo:
    «A un altro disse: "Seguimi". E costui rispose: "Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre': Gesù replicò: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va' e annunzia il regno di Dio': Un altro disse: "Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa': Ma Gesù gli rispose: "Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio"».
    Non interessa entrare qui nel merito delle affermazioni. Si tratta, come in altri casi (Mt 5,29; Lc 14,26; ecc.), di frasi paradossali, proprie del mondo culturale semitico. Interessa invece rilevare quanto egli vi si manifesti deciso, e quanta decisione richieda da parte di chi vuole seguirlo. Niente vi si deve anteporre, neppure ciò che, secondo le leggi normali della convivenza umana, sembra dover esserlo, come sono i rapporti filiali o l'attenzione ai propri defunti.
    Un'osservazione fatta dall'evangelista Luca sulla risolutezza con cui intraprese il viaggio verso Gerusalemme, malgrado i pericoli incombenti, sottolinea ancora ulteriormente questo tratto della personalità di Gesù. Dice infatti, che «mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme» (Lc 9,51).
    Perfino nei momenti più oscuri, quando tutto sembrerà fallire, egli, prendendo forze dalla sua debolezza, deciderà di portare sino in fondo ciò che sta facendo, inteso come volontà del Padre suo, senza indietreggiare neppure davanti alla morte. Sarà il momento della travagliata preghiera nell'Orto degli Ulivi, che gli costerà, stando alla narrazione di Luca, sudare sangue (Lc 22,44), ma che lo sosterrà fino alla consegna della propria vita. La narrazione fa vedere, tra l'altro, che egli concepiva il suo impegno come una risposta alla chiamata di Qualcun altro, concretamente di quel Dio che egli invocava come «abbà (babbo)» (Mc 14,36).
    Sono queste solo alcune delle parole riportate dai vangeli – se ne potrebbero riportare certamente diverse altre –, attraverso le quali si può intravedere la determinazione con cui egli inseguì lo scopo della sua vita, scoperto alla luce di Dio.

    GESÙ DI NAZARET E L'ATTESA DEL REGNO DI DIO

    Israele era un popolo che era vissuto strettamente legato al Dio JHWH in ragione della sua esperienza storica, contrassegnata da avvenimenti di decisiva importanza: l'esodo dall'Egitto, l'alleanza al Sinai, la conquista della terra promessa, la monarchia, l'esilio, il ritorno. Un filo rosso li legava tutti: la grande Promessa di benedizione fatta da JHWH ad Abramo: «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gn 12,3). Col tempo, essa andò acquistando anche dei risvolti messianici: Dio l'avrebbe realizzata attraverso l'azione di un uomo sul quale Egli avrebbe riversato il suo stesso Spirito (Is 11,1-2; 42,1; 61,1). Il «messia» sarebbe stato un discendente del re Davide, che era rimasto nella memoria storica di Israele come il modello e prototipo del re secondo il cuore di Dio.
    Furono soprattutto i profeti a mantenere viva la speranza nell'adempimento di tale promessa, annunziando la futura venuta di Dio a stabilire il suo regno sul popolo e su tutte le nazioni (Is 24,23; Ger 10,10; Sof 3,15; Ml 1,14; ecc.). Con la sua venuta, tutto sarebbe cambiato, e la sua benedizione avrebbe riempito la terra.
    Ai tempi di Gesù l'attesa era molto febbrile, particolarmente nei diversi gruppi che si erano andati formando nel seno del popolo. Farisei, esseni, zeloti, sadducei, Giovanni Battista: ognuno a modo suo aveva organizzato la propria vita attorno all'attesa del regno di Dio. Anche la gente comune aspettava, a modo suo, questo avvento. Alzavano grida di lamento verso Dio, come gli ebrei in Egitto (Es 2,3), e speravano un suo intervento che venisse a cambiare radicalmente le cose.
    È in mezzo a questa diffusa e febbrile attesa che vanno situati Gesù e la sua vicenda. Al suo interno acquistano il loro genuino senso. L'evangelista Marco espresse in maniera molto condensata l'inizio della sua attività, ormai da adulto, in questi termini:
    «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando la buona notizia di Dio, e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete alla buona notizia"» (Mc 1,14-15; cf Mt 4,17).
    12Si può supporre con fondamento, dato il processo di formazione umana e religiosa in vigore tra gli ebrei, che egli sia arrivato a poco a poco, soprattutto attraverso la lettura delle Scritture, alla convinzione che il tempo dell'adempimento delle profezie era venuto, e che egli stesso era l'eletto chiamato da Dio per farlo sapere a tutti e attuarlo. Che Gesù conoscesse le Scritture è fuori dubbio, e non solo dall'uso che ne fa durante la sua vicenda. Egli, infatti, deve aver percorso, come ogni altro ebreo, il processo formativo che il suo popolo era andato maturando attraverso la sua lunga e complessa esperienza di secoli. Un itinerario di educazione che comportava diverse tappe, e nel quale svolgevano un ruolo importante le diverse agenzie interessate in essa: la famiglia, la scuola, l'ambiente sociale a corto, medio e lungo raggio. La sua umanità e la sua religiosità devono essersi plasmate fondamentalmente percorrendo tale itinerario.
    I vangeli attestano l'idea che si erano fatte le prime comunità circa tale convinzione. Due testi principalmente la mettono in evidenza. Il primo è quello di Mc 1,14-15 precedentemente citato; il secondo, un poco più prolisso, è il suo parallelo di Le 4,16-18:
    «[Gesù] si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore"».
    In tutti e due, come si vede, è sostanzialmente presente l'idea che sia arrivato il tempo dell'adempimento delle promesse di Dio. Di speciale incisività è quello di Marco, nel quale appare chiaramente che tutta la vicenda di Gesù è polarizzata attorno alla convinzione dell'imminente irruzione del regno di Dio.

    COSA INTENDEVA GESÙ PER «REGNO DI DIO»

    Da quanto si coglie nei vangeli, Gesù non pensa il regno di Dio esattamente come i diversi gruppi esistenti nel suo popolo. Egli non è né un fariseo, né un esseno, né uno zelota, né un sadduceo, e neanche un Giovanni Battista, pur provenendo dalla stessa matrice religioso-culturale e perciò avendo dei punti comuni con essi. Il suo modo di concepire il. regno che annuncia con entusiasmo e passione è diverso dal. loro. È di estrema importanza identificare quale sia, dato che esso costituisce, come si diceva, il. punto centrale e decisivo dell'intera sua vicenda e, in fondo, della sua concreta identità.
    Va rilevato subito che Gesù non si è mai preoccupato di chiarire in forma concettuale ciò che intendeva per regno di Dio. I semiti come lui avevano una mentalità piuttosto legata all'azione. Era principalmente attraverso ciò che facevano che esprimevano il loro pensiero. Il cammino più agevole, pertanto, per cogliere ciò che egli pensava del regno di Dio, sarà quello di rivisitare soprattutto la sua «prassi del regno» (E. Schillebeeckx), per cercare di scoprire cosa egli abbia inteso con tale espressione.
    Questa sua «prassi» ebbe come beneficiari sia degli individui sia la società in cui essi ed egli stesso vivevano e agivano.

    Le azioni di Gesù in favore degli individui

    Nella sua attività in favore di singole persone spiccano soprattutto tre tipi di interventi: le guarigioni da malattie corporali, gli esorcismi e il perdono dei peccati.
    I vangeli, specialmente i sinottici, riportano, in primo luogo, numerose narrazioni di guarigioni corporali, alcune straordinarie: lebbrosi da lui purificati dalla loro malattia, ciechi a cui restituisce la vista, sordi che tramite il suo intervento cominciano a sentire, muti a cui scioglie la lingua, paralitici che dietro un suo ordine si mettono a camminare, ecc.
    Tali narrazioni lasciano trasparire il desiderio di Gesù di espellere, dai corpi degli uomini e delle donne con cui era a contatto, ciò che li rendeva sofferenti e infelici. Lo faceva sprigionando verso di essi l'energia vivificante che sentiva di avere dentro di sé (Mc 5,30). Dalla sua persona emanava una forza vivificante (Lc 6,19), che sottraeva uomini e donne al regno dalla morte e li restituiva alla vita. Ognuna di queste guarigioni era come una piccola risurrezione parziale, immagine delle risurrezioni da lui realizzate in diverse occasioni: quella della figlia di Giairo (Mc 5,35-42), e quelle del figlio unico della madre vedova a Nain (Lc 7,11-16) e di Lazzaro a Betania (Gv 11,1-44). Il regno di Dio da lui proclamato restava così illuminato, mediante questi interventi, nel suo significato. Almeno in parte. Che Dio stabiliva la sua sovranità significava che le malattie corporali, manifestazione, sia pure parziale, della morte nei loro corpi, erano eliminate; che Egli trionfava su di esse facendole scomparire.
    Gli esorcismi operati da Gesù sono anche ampiamente documentati nei racconti evangelici. Per coglierne il significato occorre tener presente che i popoli antichi in genere – e Israele non faceva eccezione al riguardo – attribuivano all'azione di spiriti cattivi certe manifestazioni sconvolgenti che si verificavano in determinate persone. Pensavano che certe forme di malattie, soprattutto quelle che oggi vengono chiamate funzionali, erano effetto della presenza di tali spiriti in esse. Il che faceva parte di una visione più ampia delle cose, secondo la quale il mondo era come un campo di battaglia nel. quale combattevano, da una parte, Dio, Spirito datore di vita e, dall'altra, degli spiriti cattivi, chiamati anche «impuri», generatori di morte. L'intensa attività svolta da Gesù come esorcista acquista senso all'interno di questo quadro di riferimento. Egli vi appare come «il più forte» che vince gli spiriti impuri, nemici dell'uomo, e strappa loro le armi (Lc 11,22).
    Anche in questi casi la forza che è presente in Gesù agisce vittoriosamente, restituendo uomini e donne alla loro integrità. E anche con questi interventi egli fa capire cosa significhi la sovranità di Dio: implica l'espulsione di ciò che non permette loro di vivere una vita normale e sana.
    Ci sono, infine, nelle narrazioni evangeliche, i numerosi interventi in cui Gesù appare perdonando i peccati: quelli del paralitico che gli amici calano dal tetto scoperchiato della casa di Cafarnao (Mc 1,40-42), della donna che in mezzo a un banchetto gli lava i piedi con le sue lacrime e glieli asciuga con i suoi capelli (Lc 7,36-50), dell'altra donna sorpresa dai farisei in flagrante adulterio (Gv 8,3-11), ecc.
    Per cogliere la portata di questi interventi occorre tenere presente che, tra i tanti significati del termine «peccato» nella Bibbia, uno si era consolidato ampiamente ai tempi di Gesù: quello che lo intendeva come un debito nei confronti di Dio. Chi peccava, trasgredendo la Legge, era ritenuto un debitore davanti a Lui. Lo si vede chiaramente nella parabola del servo che non voleva perdonare al suo compagno il debito che aveva verso di lui (Mt 18,23-35). Ora, per sdebitarsi con Dio, era necessario praticare svariati riti che prescriveva la Legge di Mosè (cf Lv cc. 4-5). Molti poveri non potevano praticarli, perché non avevano i mezzi necessari per farlo. Rimanevano, di conseguenza, con i loro peccati sulla coscienza, e con il loro correlativo senso di colpa e delle sue conseguenze.
    Gesù perdonava loro questi peccati. Lo faceva nel nome di Dio. Il che provocava lo scandalo dei maestri della Legge, ma produceva un senso di profondo sollievo in coloro che venivano perdonati. Nuovamente, attraverso il perdono dei peccati, Gesù fa capire cosa è per lui il regno di Dio: consiste nell'eliminazione dei peccati e delle loro conseguenze mortificanti dal cuore degli uomini e delle donne con cui è a contatto.
    In sintesi, compiendo guarigioni ed esorcismi e perdonando i peccati di singoli individui, egli poneva dei segni che permettevano di capire cosa significasse per lui il regno di Dio che annunciava. Era come se dicesse che tale regno irrompeva, almeno parzialmente, quando essi venivano sottratti alla loro triste condizione di malattia, o quando dal loro interno venivano scacciate quelle forze negative che non li lasciavano essere se stessi, o ancora quando dal loro cuore veniva rimosso il peso della colpa e del debito nei confronti di Dio. Tutte forme di morte che venivano eliminate per dare spazio alla vita. Così irrompeva la sovranità di Dio nel mondo, eliminando la morte e facendo sorgere al suo posto la vita.

    Gli interventi in ambito sociale

    Nella sua attività in ordine al regno annunciato, oltre ad agire in favore di singoli individui, Gesù di Nazaret agiva anche nei confronti della società del suo popolo. Da ciò si può desumere che egli era consapevole del fatto che gli individui non erano delle isole, ma che viceversa vivevano in seno ai molteplici rapporti di cui è intessuta la convivenza umana. I suoi interventi in ordine alla venuta del regno di Dio prendevano quindi anche di mira, e in maniera molto decisiva, le situazioni sociali. È importante esaminarle se si vuole sapere quale sia stato il suo modo di pensare detto regno.
    Bisogna rilevare ancora che tali interventi erano condizionati in larga misura dai conflitti presenti e operanti ai suoi giorni nella convivenza collettiva di Israele. Li prendiamo in considerazione per poter sapere come egli si sia comportato nei loro riguardi. Sarà principalmente attraverso le sue prese di posizione che si svelerà il suo modo di intendere lo stabilirsi della sovranità di Dio.
    Un primo conflitto si dava nell'ambito delle relazioni tra i giusti e i peccatori. Era un conflitto a sfondo religioso, poiché aveva a che vedere con il peccato, ma comportava anche dei risvolti sociali facilmente percettibili nei vangeli.
    Si consideravano giusti, infatti, coloro che osservavano fedelmente la Legge di Mosè, e gli innumerevoli precetti elaborati, a partire da essa, dai grandi maestri che la interpretavano. Essi si ritenevano amati da Dio, degni della sua benedizione e, secondo quanto abbiamo precedentemente segnalato, eredi del suo regno futuro. Tra i peccatori, invece, venivano automaticamente catalogate svariate categorie del popolo. In primo luogo i pubblicani e le prostitute, ma poi anche, per diversi motivi, i ciechi, gli zoppi, i pastori, i figli illegittimi per diverse generazioni (Lv 23,3), e infine tutto il popolo della gente semplice che, ignorando la legge, finiva per non osservarla. Un grosso steccato si ergeva, quindi, tra i giusti e i peccatori. Chi ne soffriva più pesantemente le conseguenze erano certamente questi ultimi.
    I vangeli attestano che, davanti a una tale situazione conflittuale, Gesù agì in un modo sconvolgente: «Non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori», disse secondo la testimonianza di Marco (Mc 2,17; cf Mt 9,13; Lc 5,32), in risposta alle mormorazioni dei giusti che lo vedevano sedere a tavola con i pubblicani e i peccatori a casa di Levi. Questo mettersi a tavola con i peccatori era un gesto carico di senso e di conseguenze, che egli ripeté spesso durante la sua attività, suscitando sempre lo stesso scandalo nei giusti, i quali non riuscivano a capire come lui, che pretendeva di venire da parte di Dio e in suo nome, potesse fare comunione di mensa con chi Dio aveva escluso dal suo regno. Persone paragonabili, secondo loro, ai pagani e incirconcisi. Luca lo mette in risalto più di una volta nel suo vangelo. Egli vi riporta la risposta data dallo stesso Gesù a tali critiche mediante la triplice parabola della pecora smarrita, della moneta perduta, e del figlio prodigo (Lc 15,4-7.8-10.11-32).
    In realtà con quelle tre parabole, e specialmente con la finale, egli voleva giustificare la sua condotta appellandosi a Dio stesso. Era come se dicesse che se egli si comportava in quel modo, accogliendo cioè i peccatori, era perché il Dio che voleva stabilire il suo regno tra gli uomini agiva così. Il suo regno non sopportava le emarginazioni e gli steccati, ma richiedeva la fraternità accogliente fra tutti.
    Il secondo conflitto a cui fece fronte Gesù era quello esistente tra i ricchi e potenti e i poveri.
    Dai vangeli si può cogliere con sufficiente chiarezza quale era la situazione in Israele da questo punto di vista. Alla categoria dei ricchi apparteneva un numero relativamente piccolo di persone, facenti parte di tre gruppi sociali diversi. Anzitutto, il re Erode e la sua corte, che vivevano nel lusso e nella sontuosità, insensibili alle necessità degli altri, e specialmente dei poveri; le famiglie dei sommi sacerdoti del Tempio, che si arricchivano a sue spese; gli anziani del sinedrio, i quali erano in genere i proprietari delle terre. C'era poi una sottile frangia del popolo, alla quale appartenevano lo stesso Gesù in quanto «figlio del carpentiere» (Mt 13,55 e par.) o «carpentiere» lui stesso (Mc 6,3), e diversi dei suoi discepoli (Lc 5,10), i quali, senza essere ricchi, avevano la loro vita fondamentalmente assicurata dal lavoro. Il resto del popolo viveva nella povertà. In genere non proprio nella miseria, ma in una grande precarietà. Viveva praticamente alla giornata, aspettando, come il Lazzaro della parabola (Lc 16,20-21), le briciole che cadevano dalla tavola dei ricchi. Più di una volta questi poveri erano anche vittime della voracità dei ricchi (Mc 12,40; Lc 20,47).
    Anche davanti a questo conflitto Gesù prese chiaramente posizione: si mise dalla parte dei poveri. Lo attestano, per esempio, le beatitudini da lui proclamate. La redazione lucana (Lv 6,20-23), ritenuta da esegeti di riconosciuta serietà come l'originale, non lascia spazio al dubbio (J. Dupont). Ma ci sono diversi altri indizi nei vangeli che rivelano questa sua scelta. Non si può certamente dire, leggendo i vangeli, che egli non voglia il bene e la salvezza dei ricchi e potenti (cf Lc 10,38-42; Gv 3,1-18); ma neanche si può negare che egli metta quale condizione della loro salvezza il superamento del conflitto in favore principalmente di coloro che ne soffrono più duramente le conseguenze. Il racconto della conversione di Zaccheo ne è una chiara conferma (Lc 19,1-10).
    Qualche studioso è arrivato a dire che l'annuncio del regno venne fatto da Gesù soltanto in favore dei poveri (J. Jeremias). Se una tale affermazione sembra eccessiva, non appare invece eccessiva quella che sostiene che i poveri reali furono i primi e principali destinatari del regno annunciato. Una lettura spassionata dei vangeli lo conferma.
    Il terzo conflitto sociale affrontato da Gesù è quello esistente tra uomini e donne.
    La società d'Israele era fortemente patriarcale e maschilista. Come lo erano d'altronde in genere tutte le società a quei tempi. La donna, benché trattata probabilmente meglio che in altri popoli, era in realtà ridotta alla condizione di un oggetto. Oggetto delle decisioni dell'uomo, specialmente per la propria sopravvivenza.
    In poche parole, le donne erano vittime di una umiliante emarginazione da parte degli uomini. La loro dignità fondamentale non veniva rispettata. Soffrivano tutte le conseguenze di una sorta di cosificazione, che in alcuni casi, come quello delle prostitute, era pesantemente raddoppiata.
    Lavorando sui dati dei vangeli si può concludere che la presa di posizione di Gesù in questo conflitto fu ben definita: egli si mise dalla parte della donna, che soffriva più pesantemente le conseguenze di tale emarginazione. Tanto nell'episodio della discussione con i sadducei sulla risurrezione (Mt 22,22-32; Mc 12,22-28; Lc 20,27-38) quanto in quello in cui egli viene interrogato sulla liceità del divorzio (Mt 19,1-9; Mc 10,4-9), si può leggere fra le righe la sua presa di posizione.
    E ciò che espresse con le parole lo confermò con i suoi modi di comportarsi: mai egli si avvicinò a una donna come a una cosa, sempre trattò le donne con cui si incontrò come degli esseri degni di pieno rispetto. Basta leggere la narrazione dell'episodio del suo incontro con la Samaritana accanto al pozzo di Giacobbe in Gv 4,1-42, per averne una conferma.
    Anche nei confronti di questo conflitto sociale, quindi, Gesù si comporta in un modo molto caratteristico: si mette dalla parte di chi soffre più duramente le conseguenze dell'esclusione. Egli vuole che il conflitto venga superato, per il bene di tutti, ma a vantaggio principalmente dei più deboli. Solo così Dio può esercitare la sua sovranità tra gli uomini.
    L'analisi della prassi per il regno di Dio fornisce, quindi, gli elementi necessari per cogliere la concezione che egli aveva di ciò che costituiva il centro della sua esistenza e l'intenzione suprema della sua attività. La possiamo ora raccogliere in maniera sintetica e più sistematica, rilevando ciò che in essa è più caratteristico e originale.
    Il regno di Dio è per lui lo stabilirsi pieno e stabile della sovranità di Dio nel mondo, oppure il mondo pienamente coincidente con la volontà originaria di Dio, o ancora, in forma più concreta, la vittoria piena e definitiva di Dio su ogni forma di male esistente nel mondo.
    Si tratta di una realtà che riguarda certamente Dio, come si coglie dalla formula stessa con cui viene da lui annunciato, ma proprio per questo, ossia perché è il regno di un Dio che vuole gratuitamente il bene e la felicità di tutti e ognuno degli esseri umani, esso concerne anche gli uomini e le donne concreti con cui egli è a contatto e, più in là ancora, l'intera umanità. Si potrebbe dire che è lo stabilirsi della sovranità benevola di Dio a beneficio degli esseri umani senza eccezione.
    Il regno è una realtà spirituale, nel senso che ha a che vedere con l'interiorità più profonda e originale degli uomini e delle donne che va incontrando, ma è anche corporale. Per lui, infatti, sono essi nella loro integralità, e quindi anche nella loro componente corporale, i destinatari della nuova situazione di vita più piena e completa che vuole si instauri nel nome e ad onore di Dio.
    È una realtà individuale, dal momento che concerne ogni singola persona nella sua originalità irrepetibile, ma è anche sociale. Il motivo è che gli uomini e le donne a cui esso è destinato non vivono la loro vita isolati, ma nel seno della convivenza con gli altri, e quindi anche la loro sorte concreta dipende in gran parte dal modo in cui viene attuata tale convivenza.
    Oltre a interessare gli individui e i rapporti tra di essi e tra i diversi gruppi sociali ad ogni livello, il regno di Dio interessa anche le strutture in cui tali rapporti si cristallizzano, per il fatto che esse danno solidità ai modi di convivenza, sia negativi che positivi, e in tale modo favoriscono o ostacolano il bene o il male degli uomini.
    Infine, il regno è indiscutibilmente universale, poiché è destinato nella sua intenzione a tutti senza eccezione, ma è anche destinato anzitutto e di preferenza ai più poveri, ai più deboli, ai piccoli, agli esclusi, agli ultimi tra gli uomini, perché sono essi i più mancanti di vita.
    Volendo sintetizzare ancora ulteriormente quanto è stato raccolto, possiamo servirci di un'espressione riportata nel vangelo di Giovanni, il quale, scrivendo con un linguaggio diverso da quello degli altri, condensò in queste parole ciò che in essi viene presentato come la preoccupazione centrale di Gesù: «Io sono venuto perché abbiano la vita, una vita vera e completa» (Gv 10,10). «Vita vera e completa» equivale, nel linguaggio giovanneo, a «regno di Dio» nel linguaggio dei Sinottici.

    LA DEDIZIONE DI GESÙ COME SERVIZIO

    Gesù di Nazaret, quindi, visse polarizzato attorno a quel. punto centrale che diede senso a tutta la sua vicenda. Egli si consegnò completamente all'annuncio della venuta del regno di Dio, dedicando ad esso tutte le sue energie e potenzialità. Utilizzando una categoria biblica si può dire che egli fu il vero servo del regno di Dio.
    Nell'A.Testamento la figura del Servo di JHWH è una figura di rilievo. Ad esso il profeta Isaia dedicò quattro carmi che ne tratteggiavano il profilo (Is 42,1-4; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-53,12). Si trattava, in fondo, di un personaggio salvifico, dotato da Dio stesso di una dignità impareggiabile e di una vocazione altissima in favore di tutto il popolo e di tutti i popoli della terra.
    Gli scritti neotestamentari attestano che alla loro luce i primi cristiani videro Gesù, in cui erano convinti si avverassero pienamente, come la migliore realizzazione dell'Israele fedele, come il chiamato da Dio non solo ad essere alle sue dipendenze, ma anche a partecipare della sua intimità e confidenza. Egli era venuto a conoscenza del suo disegno misericordioso in favore del popolo e dei popoli, ed era stato chiamato a collaborare anche con sacrificio personale ed esistenziale alla sua esecuzione (cf Mt 8,16-17; 12,18; 20,26; Mc 10,45; Lc 4,16-22; 6,2-26; Gv 1,29; At 3,13.26; 4,27.30).
    Per i credenti in lui, quindi, l'intera vita di Gesù era stata un servizio generoso e fecondo, senza risparmi, al grande progetto del regno di Dio a beneficio dell'umanità.

    FEDELE FINO ALLA MORTE, E MORTE DI CROCE

    Nel portare avanti questo suo servizio senza riserve, che dispiegò come risposta alla sua intima chiamata, Gesù propose un ribaltamento radicale di tutto ciò che si opponeva alla possibilità della sua irruzione. È l'appello contenuto nel suo proclama iniziale: «Convertitevi e credete alla buona notizia» (Mc 1,15). All'insegna di tale appello egli denunciò gli atteggiamenti, i rapporti e le stesse strutture che si opponevano allo stabilirsi della sovranità di Dio, e si oppose tenacemente e con coraggio ad essi. Come riconobbero i suoi stessi avversari, in ciò egli non aveva soggezione e non guardava in faccia ad alcuno (Mt 22,16; Mc 12,14; Lc 20,18).
    Si oppose, anzitutto, al modo legalista di rapportarsi con Dio che faceva dell'uomo uno schiavo e non un essere che cammina a testa alta, con piena dignità. Bersaglio di tale denuncia furono principalmente i farisei. Più di una volta, infatti, essi dovettero sentirsi tacciare di «sepolcri imbiancati», di «ciechi» e «guide di ciechi», di «serpenti» e «razza di vipere» (Mt 23,16.24.27.33). Egli diede infatti chiari segni di non poter sopportare che il rapporto con Dio fosse vissuto nel timore e nella legalità. E soprattutto che una simile religiosità venisse imposta ad altri, riducendoli a schiavi viventi nella paura, stanchi e oppressi dal giogo della Legge e dei suoi precetti (cf Mt 11,28-30).
    Fu questa una delle cause storiche della morte di Gesù. Coloro ai quali dava fastidio e perfino paura il suo modo di concepire il rapporto con Dio, e la critica a tutto il sistema religioso che su di esso poggiava, decisero eliminarlo per evitare il suo influsso sul popolo.
    Gesù contestò, inoltre, il. sistema vigente che costringeva a distinguere attentamente tra ciò che era puro e ciò che era impuro. Un'impurità a sfondo religioso, ma che aveva anche dei risvolti sociali rilevanti. Lo si coglie bene nella narrazione di Mc 7,1-23, che riporta una delle tante dispute tra Gesù e i farisei. La causa scatenante fu la condotta di alcuni dei suoi discepoli, i quali «prendevano cibo con mani immonde» (v. 2). Come spiega lo stesso vangelo, i farisei facevano delle frequenti abluzioni, poiché dovevano essere legalmente puri per poter praticare gli atti cultuali. Mangiare era uno di essi. Gesù, invece, non era particolarmente attento a tali prescrizioni. Anzi, non solo non si sottoponeva ad esse, ma le trasgrediva consapevolmente quando andava di mezzo il bene di qualcuno.
    E ciò non solo all'interno d'Israele, ma anche nel rapporto con coloro che non vi appartenevano. Perché, come è saputo, i pagani venivano considerati globalmente e con disprezzo dagli ebrei come goyrm, ossia come impuri. Gesù passava al di sopra anche di tale discriminazione. Nei racconti evangelici, infatti, egli non solo entra in contatto con alcuni pagani, come nel caso della donna cananea la cui figlia guarisce (Mt 15,21-28), ma più di una volta arriva a lodare la loro fede contrapponendola alla debolezza o scarsità di quella del suo popolo (Mt 15,28; 8,10; 13,58).
    Ciò non poteva non scatenare le ire di coloro che alla legge della purità obbedivano con grande zelo. Anche da questo punto di vista egli fu visto come un pericolo dai suoi avversari. Se il. suo modo di comportarsi fosse arrivato a diffondersi, molte cose si sarebbero dovute cambiare nella convivenza d'Israele. Era necessario impedirlo, e il modo più sbrigativo fu quello di farlo morire.
    C'erano poi i conflitti globali, già ricordati precedentemente, che attraversavano l'intera società d'Israele. Sappiamo già che Gesù contestò, tanto con le parole quanto soprattutto con la sua condotta e i suoi atti, tutte le forme di emarginazione da essi create.
    Le sue prese di posizione davanti a questi conflitti lasciavano chiaramente intravedere, a chi le guardava con un minimo d'intelligenza, che egli proponeva una convivenza organizzata esattamente al rovescio di come era allora organizzata. Non, quindi, i deboli e piccoli fatti oggetto di esclusione e di emarginazione, trascurati e schiacciati dai forti e potenti ma, viceversa, destinatari di attenzione preferenziale.
    Ora ciò comportava necessariamente una perdita della situazione di privilegio da parte dei vincenti nei menzionati conflitti. Essi, da quel che si può vedere nei vangeli, s'indurirono nella difesa dei loro interessi, e decisero di eliminare colui che «sowertiva la gente» (Lc 23,2). Un'ultima situazione contraria al progetto del regno di Dio denunciata e contestata da Gesù fu quella del Tempio. Ai suoi tempi era quello ricostruito e abbellito da Erode il Grande a costituire il centro religioso d'Israele. Ad esso affluivano tre volte all'anno i fedeli giudei da tutte le regioni, e anche dalla dispersione, se potevano, a celebrare i grandi riti comandati dalla Legge (Es 23,14). Era gestito dalle famiglie dei sommi sacerdoti, che lo avevano convertito in uno strumento di sfruttamento, esigendo inesorabilmente le decime e altre tasse. Inoltre, esisteva un rumoroso commercio di animali sacrificali nel cortile grande del Tempio. Così, la casa del Dio JHWH, che si era manifestato inizialmente al popolo in una straordinaria azione di liberazione dalla schiavitù e dallo sfruttamento, si era convertita in un «covo di briganti» (Mc 11,17). Il luogo dove si andava ad adorare il Dio della libertà si era convertito in uno strumento di asservimento, soprattutto dei più poveri e deboli (Lc 21,1-4).
    Si può capire così la reazione di sdegno che gli evangelisti attribuiscono a Gesù davanti alla situazione. Tutti e quattro, benché ognuno in modo diverso, raccontano l'episodio del suo intervento nel Tempio (Mt 21,12-16; Mc 11,15-18; Lc 19,45-46; Gv 2,13-16). Secondo tali narrazioni, egli contestò apertamente quel sistema che costituiva una reale bestemmia contro il Dio del regno. Gesù, dice Giovanni, «fece una frusta di cordicelle, e scacciò tutti dal tempio» (Gv 2,15). Lo zelo per la casa del Padre suo lo spinse a una tale azione. Ma questo intervento gli attirò le ire dei capi religiosi del popolo. Quando, infatti, i capi dei sacerdoti e i maestri della legge vennero a conoscere questi fatti, cercavano un modo per farlo morire. Avevano però paura perché la gente era molto impressionata del suo insegnamento (Mc 11,18). Un uomo pericoloso, dunque, che con le sue critiche al sistema religioso instaurato nel Tempio poteva produrre un ribaltamento della situazione. Tanto più che la folla lo ammirava. Si rendeva quindi necessaria la sua eliminazione, e fu decisa.
    Sono questi i principali motivi storici che portarono Gesù al. patibolo della croce. Infatti, stando almeno a quanto dicono i vangeli, il primo capo d'accusa che gli venne imputato durante il processo giudiziale davanti al Sinedrio fu quello di aver parlato contro il Tempio (Mt 26,60-61; Mc 14,58); il secondo, invece, davanti al tribunale romano, quello poco sopra ricordato di «sovvertire il popolo» (Lc 23,2). Sono motivi strettamente legati alla sua attività per il regno di Dio. Egli portò tanto avanti la sua dedizione a quella causa, che non esitò ad affrontare anche la morte per essa.
    Non è detto che egli, uomo come era, non abbia avuto paura della morte. È interessante che gli evangelisti sinottici, a differenza di Giovanni che preferisce rilevare la sovrana serenità di Gesù anche davanti alla morte, abbiano evidenziato che egli sentì tristezza e paura per ciò che prevedeva stesse per accadere (Mt 26,38; Mc 14,33-34; Lc 22,44). Tuttavia, spinto sempre da quel. desiderio di «fare la volontà del. Padre», e cioè di realizzare il suo regno di vita per gli uomini, decise di andare fino in fondo nella sua decisione.
    La croce di Gesù non è, quindi, espressione di quella fatale decisione divina che erroneamente pensano alcuni cristiani. Non è neppure un qualcosa che non abbia un legame con tutto ciò che precede nella sua vicenda. È invece l'apice di una esistenza vissuta per il regno di Dio. Per ciò stesso, è la massima espressione della sua fedeltà a quell'intima vocazione al servizio di Dio e degli uomini che gli era nata nel cuore, e l'aveva spinto a lanciarsi all'attività in mezzo alla sua gente.



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