Gianna Cappello - Lucio D'Abbicco, I MEDIA PER L'ANIMAZIONE, Elledici 2002
CELLULARI, WALKMAN, TV, CHAT...
Un incontro di catechesi per un gruppo di adolescenti durante un ritiro domenicale; pomeriggio. Il catechista svolge la sua riflessione – il più brevemente possibile, in quanto sa che la teoria sulla «curva dell'attenzione» raccomanda la brevità – cercando l'interazione con gli sguardi dei ragazzi; ma i più sono distratti e furtivamente incrociano quegli sguardi fra di loro. Il catechista è esperto e navigato fra le furberie degli adolescenti, eppure questa volta non riesce a capire. Varie ipotesi si affacciano nella sua mente, fra una citazione biblica e una terrena esemplificazione. A un tratto un gruppo di quegli sguardi si fa più vivo e brilla di una luce che non può passare inosservata; qualcuno soffoca a fatica un moto di contentezza. Il catechista comincia a individuare nel campo delle ipotesi fumose, una che gli sembra più plausibile: sono in corso le partite del campionato, e forse, in qualche modo, qualcuno dei ragazzi... Eppure non si sente il brusio di alcuna radiolina e, dopo attenta osservazione, il catechista non ha individuato neppure auricolari o quant'altro. Ma, ecco... Sì, adesso nota uno strano movimento di occhi: uno di quegli sguardi si muove ritmicamente dall'alto verso il. basso, a sbirciare qualcosa tenuta stretta in mano... Il catechista – a questo punto incuriosito, più che contrariato – si alza di scatto in piedi e scopre l'arcano: è un cellulare!... Un cellulare evidentemente collegato a un servizio di informazioni via SMS (i brevi messaggi di testo), che aggiorna in tempo reale (e in maniera discreta) sulle partite in corso... Terminata in qualche modo la catechesi, terminato il ritiro, il gruppo si avvia a casa: adesso è tutto un accendere e manipolare i cellulari (presenti in largo numero) per scrivere messaggi, lanciarsi «squilli», chiamare casa, giocare... Sul pullman qualcuno indossa la cuffia del walkman. Tornati a casa, molti di questi ragazzi troveranno ad accoglierli, oltre a mamma e papà, la «zia» catodica – la tv – sintonizzata sui noti programmi-contenitore che da tempo ormai contribuiscono a formare la «tappezzeria mentale» delle domeniche pomeriggio. Alcuni di loro si recheranno nelle loro camere e, acceso il computer, cominceranno a chattare, nascondendosi dietro le identità più curiose...
Un quadretto abbastanza realistico, per affrontare dalla «coda» l'argomento che ci interessa – cioè dall'emergenza problematica che le comunicazioni sociali possono assumere nelle situazioni educative: l'episodio del cellulare potrebbe verificarsi a scuola, durante un seminario universitario (per non dire dei cinema, dei teatri e delle chiese in cui la celebrazione è in corso)... Vale a dire dentro situazioni e contesti rispetto ai quali gesti ed eventi altrimenti consueti, «normali», «innocui» – come il maneggiare un telefonino per comunicare – possono rappresentare elementi di disturbo, dunque di problematicità rispetto all'azione educativa. Infatti è inevitabile che l'educatore – il catechista, l'insegnante – non possa fare a meno di confrontarsi con tali emergenze, sia pure in termini di scontro e censura.
Risalendo verso la «testa» della questione, è evidente come la comunicazione mediale pervada e caratterizzi a tal punto l'attuale temperie storico-culturale che può manifestarsi in maniera imprevedibile in qualunque situazione e in ogni momento della nostra vita (crediamo che il caso dei cellulari sia il più eclatante). Detto diversamente: le tecnologie della comunicazione rappresentano l'ambiente della formazione [1] anche nel senso che sono sempre e comunque (in qualche modo) presenti nelle situazioni formative – così come sono sempre e comunque presenti in ogni situazione della vita. Non a caso una delle formule con cui si usa definire la nostra società è quella di «società della comunicazione», ovvero «dell'informazione»: al di là dei rischi di semplificazione impliciti in ogni slogan, queste definizioni aprono a una riflessione molto ricca e complessa.
Le nuove tecnologie della comunicazione davvero hanno un'influenza – più o meno avvertita – sulla vita di ciascuno, sul nostro modo di pensare e di percepire la realtà. Alcune notazioni saranno utili per illustrare questa affermazione.
CARATTERI DELL'ODIERNA CULTURA DEI MEDIA
Già negli anni '60 McLuhan aveva forgiato l'espressione «villaggio globale»: il «villaggio» era virtualmente costruito dalla interconnessione mondiale, realizzata attraverso le tecnologie della comunicazione (in particolare: la radio e la televisione). L'immagine era di una straordinaria efficacia e indicava la nuova posizione che l'uomo assumeva dentro l'universo, anticipando di fatto i temi della globalizzazione e della cittadinanza universale. Nel villaggio della comunicazione si annullano le distanze, al punto tale che viene a configurarsi diversamente la percezione dello spazio e del tempo.[2] Ma la metafora sancisce anche alcune dimensioni dell'esperienza mass-mediale: quella rituale e quella partecipativa. Si pensi ad alcuni episodi consegnati alla storia della televisione italiana: cos'era fra gli anni '50 e '60 Lascia o raddoppia? – quando convocava in uno stesso luogo (la casa, il bar) famiglie e persone diverse – se non uno straordinario caso di rituale collettivo, che promuoveva socializzazione? Un discorso analogo può valere per particolari programmi della tv dei nostri giorni (si pensi al Grande fratello) che ancora realizzano una straordinaria capacità di ritualizzazione del consumo (gli appuntamenti quotidiani, l'appuntamento settimanale...). Il «villaggio» è in effetti il luogo «piccolo» dove non solo si sa tutto di tutti (o almeno si crede di sapere), ma anche il luogo dove le giornate sono scandite da abitudini ed esperienze condivise.
L'evoluzione delle tecnologie della comunicazione ha modificato i tratti di questo villaggio. Da un lato la programmazione televisiva (e radiofonica) ha assunto le caratteristiche del «flusso» continuo e sempre presente: le trasmissioni «non terminano», ma si susseguono, senza soluzione di continuità da un giorno all'altro. Per converso il moltiplicarsi dei canali ha ridimensionato il controllo collettivo sul linguaggio, che tv e radio hanno esercitato sino agli anni '70: si dice che l'Italia (e la sua lingua) «sia stata fatta dalla tv», per indicare il ruolo straordinario esercitato da tale mezzo nel momento in cui il nostro paese, uscito dalla devastazione bellica, veniva investito da profondi processi di trasformazione e rinnovamento; quella tv parlava «a una sola voce» – nel senso che l'emittente era uno solo. La stessa tv, oggi, cessato il regime del monopolio pubblico, viene per giunta sempre meno percepita come medium «generalista», nel momento in cui aumentano esponenzialmente le reti tematiche e le pay-tv.
Il «villaggio» si è, così, frammentato in una serie di «tribù»: gruppi, magari eterogenei da un punto di vista sociologico, ma uniti e caratterizzati dagli stessi gusti in tema di cultura popolare. Le tribù sono rese possibili e favorite dai molteplici canali di comunicazione oggi disponibili – dal cellulare, alle connessioni telematiche (chat, Internet, ecc.). La frammentazione, dunque, rappresenta un portato culturale dei media nell'attuale società; e se pure ha eclissato l'immagine del villaggio, non ha diminuito la dimensione rituale e partecipativa che si accompagna ai media.
Strettamente collegato al tema della frammentazione è quello della perdita di autorialità. Si pensi al modo in cui scompare la figura e tende a ridimensionarsi il concetto stesso di «autore» nella testualità senza limiti di Internet: chi è l'autore di una pagina web? Il progettista informatico della stessa, o colui che vi ha fornito i contenuti? E si tratta comunque di soggetti chiaramente indicati?... Come si vede, è improbabile risolvere la questione restando dentro le categorie «tradizionali», quelle cioè rinvenienti dalla tradizione gutenberghiana (dei testi a stampa), laddove l'autore è inequivocabilmente dichiarato, in apertura o in chiusura del testo. D'altra parte, il meccanismo comunicativo di Internet si fonda sul principio di uno scambio continuo, dove il momento più significativo è costituito proprio dallo scambio in sé, cioè dalla possibilità di «tagliare» (prelevare) o «incollare» (immettere) testi, in un collage potenzialmente infinito che tende a mettere fortemente in crisi i principi del diritto d'autore e della proprietà intellettuale. La manifestazione più emblematica di questo «spirito» può essere considerata la chat, dove non interessa tanto chi partecipa allo scambio comunicativo (in genere alle chat si partecipa con identità fittizie), quanto piuttosto il fatto di esserci, di prendere parte allo scambio.
Poco sopra si ricordava la definizione di «società dell'informazione»: effettivamente l'informazione è uno dei principali contenuti dei media (di massa e personal), nonché uno dei maggiori motivi del loro uso. Si calcola che un terzo delle informazioni possedute da un bambino in età scolare provenga dalla tv. Inoltre, si pretende che l'informazione debba essere sempre più «in tempo reale»; la conseguenza è che essa si impone (e impone) dei tempi di produzione/fruizione assolutamente accelerati, i quali certo non aiutano a comprendere la sostanza delle notizie e i processi culturali, storici, sociali retrostanti. L'altro principale motivo di uso, ovvero l'altra aspettativa nei confronti dei media è quella del divertimento. I media, genericamente intesi, sono una grande «industria» del tempo libero: lo promuovono promuovono un tempo altro rispetto a quello utile, produttivo), lo riempiono. Ma sono anche intimamente regolati da modalità d'uso che rimandano al gioco. «Notiamo che molti messaggi mediatici sono costruiti su codici ludici per fare letteralmente giocare il recettore»:[3] la pubblicità... i telefilm polizieschi... certa informazione politica che si diverte a condire e caratterizzare le cronache come se fossero opere buffe... D'altra parte «un principio di piacere governa largamente la ricezione mediatica. Ricevere è godere».[4] Infatti, la componente che è all'origine del primo, grande successo dei media di massa (cinema, televisione) e che rimane come componente fondamentale dei multimedia, è l'immagine, o meglio: l'immagine-in-movimento la quale ha in sé una forte carica emozionale. L'immagine mediale sollecita zone e funzioni della psiche diverse da quelle logico-razionali, «colpisce», ma non favorisce la riflessione.
Ne discende che la cultura promossa dai media corre il rischio della superficialità: «esistono» le cose di cui i media parlano. Ma ciò comporta uno stravolgimento della categoria del «vero»; e lo stravolgimento è aumentato dai nuovi orizzonti della virtualità, come vedremo anche nel secondo capitolo: «Dato che la realtà cui, scolasticamente, dovrebbe "adeguarsi" la nostra conoscenza, scompare sotto il proliferare di quelle immagini senza referente che sono le immagini di sintesi, risulta impossibile formulare su queste immagini qualsiasi tipo di giudizio. Da questo punto di vista le immagini sintetiche sono realmente "al di là del vero e del falso"».[5]
Frammentazione, perdita di autorialità, preponderante offerta/domanda di informazione e divertimento, accelerazione, superficialità: se questi sono i caratteri della attuale cultura dei media (cioè della nostra cultura), è pur vero che essi emergono e si affermano in conseguenza di un fatto che li precede e ne è all'origine.
L'ipertrofia della comunicazione
L'esperienza del comunicare, così caratterizzata dalla componente tecnologica, è diventata ipertrofica, cioè è cresciuta a dismisura a livello di pratiche, ma ancor più a livello di rappresentazioni; è diventata – come si diceva sopra – «icona» della nostra civiltà. Ma c'è una buona dose di mitologia nell'espressione di «società della comunicazione», come acutamente fa notare Breton: [6] infatti, è tutto da dimostrare che gli individui di questa società siano effettivamente più comunicanti, nel senso profondo del concetto. Quel che sicuramente si verifica è una crescita quantitativa, in più sensi: come quantità effettiva di comunicazione scambiata e come modalità (con la possibilità dell'interazione o meno) e numero di canali (monosensoriali, plurisensoriali) attraverso cui lo scambio avviene. D'altra parte la comunicazione è avvertita come componente essenziale dell'organizzazione economica (si pensi alla pubblicità), lavorativa, politica (le strategie di comunicazione sono parte essenziale della vita dei soggetti politici), sociale e culturale in senso lato.
E però si registrano segnali drammatici che sembrano rivelare una sorta di «corto circuito» in questo straordinario flusso di scambi: «il continuo fallimento di negoziati (cioè del dialogo, della relazione, dell'intesa) e le guerre che ancora insanguinano molte parti del mondo sono tra le più lampanti dimostrazioni che la comunicazione tra gli uomini del nostro tempo [...] sia tutt'altro che realizzata».[7] Alcuni studiosi, anzi, ritengono che le comunicazioni sociali, così come oggi appaiono organizzate e attuate, rappresentino un ostacolo per la pace, perché rispondono a logiche (l'enfasi sulle notizie drammatiche, la competizione, il controllo dei mezzi da parte di poche multinazionali) che favoriscono in maniera latente l'accettazione dei conflitti. [8] Buona parte dei messaggi che passano attraverso i mass media risultano sempre più autoreferenziali: una comunicazione che non parla della realtà, ma di se stessa, che cresce avvitandosi su se stessa. Qualche esempio ci aiuterà a comprendere tale osservazione.
L'informazione, per quei principi che la governano (l'accelerazione, ecc.), frequentemente si auto-alimenta, «creando notizie», scoop, ovvero «tirando» a dismisura notizie che avrebbero esaurito la loro ragion d'essere. È il caso, nel periodo in cui scriviamo, della tragica vicenda del povero Samuele, il bambino assassinato a Cogne in Val d'Aosta: per oltre un mese si è assistito al quotidiano stillicidio di notizie che non aggiungevano nulla al fatto (per mancanza di novità nelle indagini). Questo profluvio di informazione vacua è stato accompagnato da esercizi di riflessione deontologica sull'informazione stessa - come sempre accade in situazioni simili; ma tali riflessioni, criticando il malcostume giornalistico, non fanno che continuare ad alimentarlo. D'altro canto i mass media possono creare eventi, con fatti che diventano notizie, e dunque occasione di ulteriore comunicazione: si pensi - per restare all'esperienza italiana - all'attenzione che ha ricevuto da parte di tutto il sistema massmediale la prima edizione del Grande fratello (2000), oppure allo spazio che regolarmente occupa il Festival di Sanremo.
Sempre a proposito del «corto circuito»: si consideri quanto spazio e quanta risonanza trovino nei mezzi di comunicazione (soprattutto tv e Internet) programmi che tematizzano una vera e propria fuga dalla razionalità, come i programmi di astrologia, cartomanzia e magia varia. Per non dire di quell'enorme settore dell'«industria della comunicazione» che è la pornografia; proprio in questi giorni apprendiamo di un nuovo business legato ai cellulari: esso consiste nella possibilità di inviare materiale pornografico sui piccoli schermi dell'ultima generazione di portatili. «La gente vuole il porno ma lo vuole in maniera riservata. E cominciato al cinema, poi sono venute le videocassette, il DVD e la tv digitale, che si possono vedere a casa. Poi ancora Internet ed ora il portatile. Più privato diventa, più il consumatore di materiale pomo si sente tranquillo, più ne compera».[9]
Ci si perdoni la citazione; però crediamo che, al di là di facili moralismi, le parole riportate inquadrino bene quello che rappresenta il paradosso attuale delle comunicazioni sociali: che sempre più offrono esperienze individuali, solipsistiche, da consumare nel privato. Il quadro appare schizofrenico: da un lato abbiamo una straordinaria moltiplicazione di mezzi, occasioni e modalità di comunicazione; dall'altro tutta questa ricchezza sembra creare ostacoli, dis-trarre da una reale comunicazione fra gli uomini: «l'immagine del "villaggio" creato dai media è ingannevole: essi, pur creando un'informazione sempre più vasta, non hanno favorito la comunicazione».[10] Breton utilizza la categoria del neoindividualismo e la associa a questo paradosso: «l'uomo moderno non ha più bisogno di alcun partner fisico, è il single per eccellenza. Si abitua a rapportarsi con gli altri in modo curioso, che produce in lui la fobia della presenza fisica dell'altro, ma che allo stesso tempo lo rende strettamente dipendente dalla sua presenza virtuale. [...] Il neoindividualismo sa comunicare perfettamente, ma al prezzo dello svuotamento della sostanza della comunicazione».[11]
Lungi da noi l'intenzione di evocare a questo punto soluzioni in termini di censura - che risulterebbero improponibili almeno per due ordini di motivi: l'impossibilità di esercitare un controllo del genere sui mille canali e rivoli della comunicazione mediale e l'inopportunità di simili soluzioni in una prospettiva liberante dell'uomo; il discorso consiste nel prendere atto della realtà, di riflettere su di essa e di individuare piste per un'azione che vada oltre l'esistente.
Abitudini e stili di vita nuovi
Osserva Neil Postman: «Le nuove tecnologie alterano la struttura dei nostri interessi: ciò a cui pensiamo. Alterano il carattere dei nostri simboli: ciò con cui pensiamo. Ed alterano la natura del contesto sociale: l'arena in cui i pensieri si sviluppano».[12] Chiosiamo che, dunque, pure al livello di abitudini e stili di vita personali possono rilevarsi i segni e gli effetti di una esperienza che è frammentata, accelerata, superficiale e perciò comporta una serie di rischi.
«Essere connessi» sempre e ovunque è oggi non solo una condizione possibile della nostra vita, ma per molti un vero imperativo (inconscio?): «noi siamo e ci sentiamo sempre collegati da una rete invisibile ed elastica, fatta di sentimenti più che di contenuti, di emozioni più che di razionalità».[13] A questo proposito pensiamo a come si sia trasformata l'immagine standard dell'ufficio: la scrivania diventa una postazione dalla quale è possibile connettersi con il mondo intero attraverso una molteplicità di canali (telefono, fax, computer, tutti serviti da linee superveloci) che spesso vengono utilizzati contemporaneamente in nome dell'ottimizzazione dei tempi di lavoro (navigo in Internet, mentre ricevo un messaggio via fax e parlo al cellulare...).
Se i media riconfigurano il nostro spazio di vita, d'altra parte lo rappresentano e, in qualche misura, offrono dei modelli. Senza stare a scomodare le teorie (ormai passate di moda) sulla passività del fruitore massmediale, c'è il. rischio di mutuare comportamenti che nella comunicazione di massa appaiono consueti: per restare al. nostro discorso, possiamo citare l'urlo, la rissa (verbale e non solo...) – cioè un modo di rapportarsi all'altro che non cerca il dialogo, ma l'imposizione del proprio punto di vista. Pensiamo ai politici, ormai ampiamente fagocitati dentro lo show televisivo (quanti programmi, al di là dei telegiornali, quotidianamente li hanno come ospiti?), i quali anzi quello show contribuiscono ad alimentare, dando vita sovente a performance che poco hanno da condividere con lo stile «tradizionale» del confronto politico. Sarebbe interessante studiare l'influenza che la reiterata proposta televisiva di programmi impostati sullo scontro, e dunque sull'urlo e sulla rissa, esercita in particolare presso spettatori ingenui, non – come già si è precisato – in nome di una presunta «passività» del ricettore, ma proprio come personale elaborazione di atteggiamenti e comportamenti in qualche modo riconducibili a quelli rappresentati. Del resto, se è vero che la tv rimane uno specchio della realtà, è pur vero che essa tende a deformare la realtà, per esempio amplificando la rappresentazione di determinate situazioni.
Ma la tv rimane ancora un medium, bene o male, «familiare», il che significa – fra gli altri sensi possibili – che il suo consumo rimane in una certa misura condiviso (nella famiglia, appunto). Non così il computer che, infatti, viene definito personal medium, a indicare la dimensione prevalentemente individuale dell'esperienza di consumo collegata. Nulla di male in ciò; accade però che bisogna tenere in conto questa nuova esperienza comunicativa, la quale apre a un rischio: la fuga nella comunicazione virtuale, la preferenza verso questo tipo di comunicazione rispetto a quella «in presenza». Anche in questo caso è il contesto domestico quello maggiormente investito da una simile eventualità: se una volta il ragazzo si chiudeva in camera a guardare la sua tv personale, è probabile che oggi insieme a quella tv abbia un computer, e dunque preferisca navigare ludicamente in Internet o chiacchierare virtualmente nelle chat.
Tirando le somme delle osservazioni ora svolte, possiamo rilevare il rischio di restare mediaticamente «assordati» dall'esposizione a esperienze di comunicazione che sono sovradimensionate rispetto alle fisiologiche capacità di «ascolto».
C'è il rischio – con un termine molto «moderno» –dell'alienazione, per cui il comunicare diventi un'esperienza da consumare al pari di altre, indotte dallo stile consumistico, con una voracità, una bulimia che facciano smarrire il senso profondo dell'esperienza stessa. Non solo: il moltiplicarsi delle comunicazioni virtuali rischia di far avvertire come minoritaria l'esperienza della comunicazione tra persone reali che crediamo debba restare l'esperienza principe della comunicazione umana.
Tornano alla mente le splendide parole di Federico Fellini (un professionista e un «artista» della comunicazione): «Credo che se tutti / facessimo / un po' di silenzio / forse / potremmo capire».
L'ATTENZIONE PASTORALE DELLA CHIESA
Il magistero ecclesiale da diversi decenni ha soffermato la sua attenzione sulle comunicazioni sociali, intendendo con questa definizione «tutti i modi, i mezzi e i processi di comunicazione che in qualche maniera sono in rapporto, più o meno diretto, con la società umana».[14] È del 1936 la prima enciclica interamente dedicata al tema: si tratta della Vigilanti cura di Pio XI. A questo documento molti altri ne sono seguiti, mentre contestualmente venivano istituite strutture dedicate (il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, gli Uffici delle Conferenze Episcopali nazionali, gli Uffici diocesani, ecc.) e appuntamenti istituzionali (la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, dal 1967). Non è questa la sede per un excursus storico e per una disanima puntuale delle posizioni assunte dalla Chiesa in merito:[15] qui vogliamo sottolineare solo alcuni elementi utili allo specifico della nostra riflessione.
Intanto, è interessante rilevare l'accezione larga di «comunicazioni sociali», la quale va oltre il concetto di comunicazione di massa, inglobando quelle manifestazioni comunicative che non possono essere ricondotte alla comunicazione di massa strettamente intesa (cioè quella che procede «da uno a molti»). In questo modo il tema dei media, delle tecnologie della comunicazione viene inscritto nel più ampio tema della comunicazione dal quale per una corretta riflessione non può prescindere.[16] Nella prospettiva teologica il paradigma della comunicazione è il «particolare modo di comunicarsi di Dio all'umanità», vale a dire la Rivelazione.[17] Emerge così il modello di Cristo, «comunicatore perfetto», che offre agli uomini il paradigma e il termine ultimo di ogni comunicazione: la comunione, a immagine «della eterna comunione trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».[18] Secondo questa prospettiva, fortemente ancorata a una dimensione originaria del comunicare, i mass media rappresentano «il primo areopago del tempo moderno»,[19] il. luogo cioè dove avviene l'interscambio di idee e valori. Si intravede già in questa definizione una lettura fondamentalmente positiva dei mezzi di comunicazione.
In secondo luogo il tipo di attenzione che la Chiesa riserva alle comunicazioni sociali è da sempre, naturalmente di carattere pastorale: nel senso che l'approccio «è fondamentalmente positivo e incoraggiante».[20] Inoltre, la riflessione non si limita a esprimere valutazioni, ma indica azioni concrete da intraprendere; soprattutto, sottolinea l'importanza di valorizzare tutte le potenzialità e le modalità delle comunicazioni sociali nell'opera di evangelizzazione e promozione umana propria della missione ecclesiale. Tale riflessione si muove a due livelli: quello macro (istituzionale, culturale, sociale) e quello micro, delle pratiche e degli stili di vita personali. L'accento è posto sempre sul cosa deve essere la comunicazione sociale: «La persona umana e la comunità umana sono il fine e la misura dell'uso dei mezzi di comunicazione sociale. La comunicazione dovrebbe essere fatta da persone a beneficio dello sviluppo integrale di altre persone».[21]
È un accento etico che, a livello macro, evidenzia per esempio i limiti dell'attuale sistema, in cui prevale la dimensione economica, con una ineguale distribuzione delle risorse informative a livello mondiale, dove risulta minimo lo spazio dato alle minoranze sociali e culturali; nei documenti più recenti si fa esplicito riferimento al digital divide, «il divario di informazione fra i ricchi e i poveri nel mondo di oggi».[22] A livello micro si affronta il tema delle responsabilità, secondo i vari impegni e ruoli sociali: il discorso spazia dai professionisti dei media, ai religiosi, agli educatori e alle famiglie.
L'obiettivo suggerito per tutti è quello del bene comune, il quale è promosso dalla virtù della solidarietà:[23] essa rappresenta l'auspicato principio regolativo anche nell'esperienza delle comunicazioni sociali, a livello istituzionale, sociale, individuale.
A questo punto vogliamo mettere meglio a fuoco alcune questioni: perché e in che termini la pastorale giovanile dovrebbe interessarsi delle comunicazioni sociali? In che modo le comunicazioni sociali possono diventare un tema della pastorale giovanile?...
In questa parte del nostro scritto ci soffermeremo sulla prima domanda, rimandando la risposta alla seconda nei capitoli successivi (in particolare nell'ultimo).
PERCHÉ E IN CHE TERMINI LA PASTORALE GIOVANILE DOVREBBE INTERESSARSI DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI?
I giovani sono fra gli attori principali delle comunicazioni sociali, sia come «consumatori» che come «produttori».
Appare abbastanza evidente come, quando e quanto i giovani siano «consumatori»: da sempre le nuove generazioni risultano all'avanguardia nell'uso delle tecnologie – e dunque anche delle tecnologie della comunicazione. È il caso – già citato – del cellulare, insieme al quale vanno considerate tutte le modalità che permettono di instaurare una relazione: dal più comune telefono alla posta elettronica, alle chat. Infatti, l'adolescente è naturalmente, a volte spasmodicamente proteso verso la scoperta e l'incontro con l'altro suo coetaneo e, più in generale, con una dimensione della vita che vada oltre le consuete «mura di casa»; tecnologie che assecondino questa fame di contatti e di relazioni non possono che incontrare la sua entusiastica adesione. Questo, insieme a ragioni meramente industriali che hanno reso simili tecnologie sempre più maneggevoli (a portata di mano e facili da usare), spiegano lo straordinario successo presso i giovani di telefoni e telefonini, e-mail e chat.
Il discorso volge verso quello strumento complesso di comunicazione che è il computer, icona per antonomasia della società della comunicazione e dell'informazione; la sua gamma di utilizzo è ampia: esso serve non solo per instaurare relazioni, ma anche per giocare, per acquisire informazioni, per costruire conoscenza. Il computer assomma in sé le possibilità multimediali della comunicazione tecnologica, presenti in maniera separata nei media cosiddetti «tradizionali»: radio, cinema, televisione (con le varie tecnologie complementari: riproduttori sonori, videoregistratori, videocamere...). Anche questi strumenti sono abbondantemente e diffusamente presenti nell'esperienza giovanile. Mantenendo il riferimento alle situazioni educative, non è tuttora infrequente il caso di adolescenti che sappiano destreggiarsi al computer meglio dell'educatore di turno (genitore, insegnante, catechista...).
Inoltre, il computer è il medium che più di ogni altro prevede una duplice possibilità di uso, in quanto è strumento che non solo permette di consumare comunicazione, ma anche di produrla (in tutte le sue varie forme): le situazioni sopra indicate – le chat, la posta elettronica – ne sono l'esempio più eloquente. Accade, dunque, che l'interattività tipica delle nuove tecnologie della comunicazione promuova un diverso tipo di rapporto con esse, il quale, se da un lato induce nuovi comportamenti e abitudini, d'altra parte richiede – che se ne sia consapevoli o meno – anche nuove «regole»; e qui si intravede già un primo spazio per l'azione educativa.
Se siamo riusciti a dimostrare la nostra affermazione riguardo il protagonismo dei giovani nelle comunicazioni sociali, ne consegue che vizi e virtù di esse si manifestino in maniera significativa presso l'utenza giovanile. E torniamo ancora una volta all'aneddoto del cellulare: se la frenesia del comunicare (per sapere, per essere in relazione), dell'essere sempre e assolutamente «connessi» si manifesta in maniera così distorta da ignorare tutto quello che sta intorno (la situazione e il «contratto» implicito che la fonda e dovrebbe regolarla), questo è un chiaro segnale che interpella l'educatore e lo invita a una riflessione in chiave educativa. Ciò significa: apprezzare le positività, evidenziare le negatività, indicare i «paletti» (i valori) che possano aiutare il giovane a evitarle.
Promuovere un atteggiamento virtuoso nei confronti dei media
La pastorale cristiana, come propone R. Tonelli, è un'azione allo stesso tempo di educazione ed evangelizzazione, nel senso che il modello educativo di riferimento è Gesù Cristo «che svela anche pienamente l'uomo all'uomo».[24] L'ambiente in cui l'uomo di oggi vive, risente fortemente della dinamica delle comunicazioni sociali. Se questo è l'ambiente di vita odierno, esso va illuminato di una luce che lo riporti a misura di uomo – cioè che riporti l'uomo al suo centro, cuore responsabile del creato. Dunque, la pastorale giovanile nei confronti delle comunicazioni sociali non può che muoversi nell'ottica di un'ecologia dei media: un'azione che offra ai suoi destinatari l'intelligenza dell'ambiente che si abita; essa risulta preliminare e propedeutica a un esplicito utilizzo dei media dentro l'esperienza pastorale (si veda più avanti).
Il magistero è ricco di indicazioni preziose in tal senso; in particolare è esplicito il richiamo alla necessità di un'educazione ai media: «Oggi tutti hanno bisogno di alcune forme di costante educazione ai media [...] Attraverso le sue scuole e i suoi programmi di formazione la Chiesa dovrebbe offrire un'educazione in materia di media...».[25] Proviamo dunque a ripercorrere il discorso fatto sopra, riguardo i caratteri della attuale cultura dei media, sulla 'scorta dei suggerimenti magisteriali.
Innanzitutto, è di fondamentale importanza riportare le comunicazioni sociali dentro il più grande tema della comunicazione umana: comunicare è «mettere in comune», cioè – secondo l'etimologia «cum munus» – è azione di condivisione di «doni». Il dono più profondo della comunicazione è il nostro stesso essere, unico e irripetibile, e perciò una ricchezza per l'altro al quale si comunica. Ma anche l'altro comunica: la comunicazione è sempre dia-logo, «discorso fra». Perciò il comunicare è un'esperienza che si sostanzia nel tempo, nel ritmo (alternanza) di parlare/ascoltare, di pause o vuoti (i silenzi del pensiero che prepara la parola) e di pieni: «come la natura ha dei ritmi che non si possono forzare se non a prezzo di ritorsioni, così, e a maggior ragione, la persona non può essere avvicinata se non nel rispetto della sua soggettività e iniziando un dialogo rispettoso che permetta una comunicazione autentica».[26]
E utile estendere questa considerazione alle comunicazioni sociali: se è vero che i termini del rapporto comunicativo possono mutare, e l'emittente può essere rappresentato da un apparato tecnologico, è pur vero che il ritmo è necessario perché la comunicazione avvenga. Perciò, se la comunicazione mediale è viziata dall'accelerazione, un sano approccio a essa raccomanda il rallentamento, ovvero il recupero dei tempi fisiologici (umani) del suo corretto funzionamento. Questo può avvenire valorizzando l'alternanza dei «pieni» e dei «vuoti», recuperando il valore del silenzio: si apre un campo ricchissimo di spunti (e di azioni concrete) per la pastorale. La Chiesa è maestra in questo: le liturgie sono un perfetto intreccio di «vuoti» e «di pieni», di ascolto e di restituzione; la preghiera, poi, è la massima espressione di un dialogo che si compie nel silenzio. Si tratta, cioè, di evidenziare l'importanza di uno stile di comunicazione che, come suggerisce Dario Viganò, lascia essere, mette in comunicazione, muove alla relazione: «La presenza dei media [...] deve farsi amica, e può farlo solo se sa rispettare la differenza, rinunciando a priori a qualsiasi ingiusto tipo di omologazione; se sa essere presenza discreta e non invadente; se sa fare spazio alla parola più che alimentare l'ingordigia dello sguardo; se sa – infine – essere luogo di verità sull'uomo e sul mondo e non occasione di maggiore confusione, in cui tutto viene giustificato per il fatto di non poter essere realmente compreso».[27] Viganò si riferisce al Messaggio per la 33a Giornata delle Comunicazioni sociali (1999), intitolato appunto Mass Media: presenza amica accanto a chi è alla ricerca del Padre. In quel documento il Papa suggerisce alcune possibili condizioni di dialogo fra la cultura della Chiesa e la cultura di cui sono portatori i mezzi di comunicazione. La Chiesa propone la «cultura del ricordo» in opposizione a quella delle «notizie transitorie» e, aggiungiamo noi, della frammentazione, per salvare dal rischio dell'oblio «che corrode la speranza». [28] Il ricordare della Chiesa non è l'occhio nostalgicamente fisso sul passato, ma è carico di futuro, è «una memoria sovversiva di libertà in mezzo ai «sistemi» della nostra società [...] è memoria di una speranza escatologica...».[29]
La Chiesa propone la «cultura della sapienza» la quale «può evitare che la cultura dell'informazione dei mezzi di comunicazione sociale divenga un accumularsi di fatti senza senso».[30] Si rileva come la tendenza sia quella di dare importanza alle «storie» più che alla verità: «se qualcosa è degno di essere divulgato o è fonte di intrattenimento, la tentazione di accantonare le considerazioni sulla sua veridicità diventa quasi irresistibile».[31] Per esempio, si denuncia la mescolanza di notizie, pubblicità e spettacolo in Internet che diminuisce lo spazio riservato dal giornalismo online alle cronache e ai commenti seri.[32] A questo proposito la lezione cristiana può ridare evidenza e significato alla categoria del «vero», scendere nella profondità dei fatti e delle esperienze, evitando gli equivoci della superficialità; in ciò l'ascolto, la meditazione della Parola, in virtù della sua «forza obiettiva e persuasiva»,[33] rappresenta l'esatto opposto di una comunicazione fugace, emozionale.
La Chiesa propone la «cultura della gioia» per salvare la «cultura dello svago» dei mezzi di comunicazione sociale – che in sé non ha nulla di negativo – «dal divenire fuga senz'anima dalla verità e dalla responsabilità».[34]
Naturalmente il farsi presenza amica auspicato per i mezzi di comunicazione non è un evento demandato a chissà quale generico soggetto, ma è una precisa indicazione operativa, rivolta in particolare ai formatori, cioè a coloro che possono suggerire una relazione, un uso «amichevole» dei media. In un altro documento [35] si richiamano alcune «virtù cardinali» come guida per fare un buon uso, in particolare, di Internet – ma il discorso può estendersi a tutte le comunicazioni sociali: la prudenza, «per individuare con chiarezza le implicazioni, il potenziale di bene e di male» del mezzo; la giustizia, cioè un impegno «in favore del bene comune internazionale» che passa anche attraverso l'eliminazione del digital divide; la temperanza, per un «approccio auto-disciplinato» e un uso saggio; in più, la forza e il coraggio, «per difendere la fede contro il relativismo religioso e morale, l'altruismo e la generosità contro il consumismo individualistico e la decenza contro la sensualità e il peccato».
Bisogna aggiungere che oggi dentro il «mandato» dell'educazione assume una posizione di rilievo la mediazione delle informazioni, delle conoscenze, e dunque anche degli strumenti che le trasmettono, «in modo da arginare il rischio dello spaesamento, della confusione, dell'insignificanza».[36] L'educatore cristiano – l'operatore pastorale – può coniugare in maniera congruente il primato dell'etica, affermato dal magistero e implicito nell'esperienza di fede, con l'ecologia dei media: significa ispirarsi a un principio di cautela, in opposizione a quel principio per cui tutto ciò che è possibile e disponibile, per ciò stesso diventa desiderabile; significa, in altri termini, suggerire un rapporto di sobrietà anche con i media.
Proviamo adesso a individuare quale stile educativo in un contesto pastorale possa corrispondere alle indicazioni che abbiamo messo in evidenza; torniamo perciò all'aneddoto di partenza. Se i mezzi di comunicazione manifestano la loro presenza in termini di emergenza problematica – come l'abbiamo definita – sarà opportuno che l'educatore non solo reagisca di conseguenza nell'immediato, ma anche tematizzi quell'emergenza in una riflessione condivisa. In altri termini, se il cellulare squilla in momenti inopportuni, sarà importante rifondare il «contratto» che fonda lo stare insieme in quei momenti e stabilire così comportamenti accettati da tutti (i cellulari si tengono spenti durante le catechesi e le celebrazioni; non si portano ai ritiri; ecc.). Se i media diventano occasione di isolamento in situazioni che invece vorrebbero valorizzare l'esperienza della condivisione e della fraternità, sarà opportuno riflettere su ciò e indicare lo stile che maggiormente tragga frutto da tali esperienze (ascoltare il walkman è la cosa migliore da fare durante un'esperienza di gruppo?...). Se nell'esperienza domestica di ciascuno la tv è diventata davvero un «parente aggiunto» alla famiglia – un parente assai chiacchierone, che toglie spazio alle comunicazioni intrafamiliari – sarà interessante domandarsi quanto tale situazione possa considerarsi «normale», oppure se un senso «ecologico» e cristiano (Cristo, modello di uomo) non suggerisca altro. Se una parte significativa delle esperienze comunicative giovanili prevede il nascondimento della propria identità (pensiamo alle chat), sarà importante riflettere sui motivi di tale prassi e sul tipo di comunicazione che viene effettivamente agita attraverso di essa...
Ecco, poche notazioni, senza entrare ancora nel merito di specifici percorsi di media education nella pastorale. Naturalmente questo stile educativo dovrà rifuggire da moralismi e atteggiamenti frettolosi di censura, ma restare sempre improntato al confronto e al dia-logo: che è il primo modo di educare a una comunicazione corretta. Del resto la sostanza stessa dell'esperienza della fede cristiana è un atto di comunicazione: è la Bella Notizia annunciata da Gesù e poi proclamata dai suoi apostoli. Nell'odierna selva di messaggi anche il cristiano ne porta uno, dunque è per definizione un comunicatore: è importante riscoprire questa vocazione. «Gesù "che ha fatto udire i sordi e parlare i muti" (Mc 7,37) viene a noi come maestro della comunicazione se ci disponiamo a seguirlo sul cammino di speranza che egli ci propone».[37]
NOTE
1 Su questo tema si veda: P. C. RIVOLTELLA, Teoria della comunicazione, La Scuola, Brescia 1998.
2 Si veda: J. MEYROWITZ, Oltre il senso del luogo. Come i media elettronici influenzano il comportamento sociale, Baskerville, Bologna 1993.
3 J. BIANCHI - H. BOURGEOIS, La faccia nascosta dei media, Etledici, Leumann (To) 1995, p. 27.
4 Ibidem.
5 R. GIANNATELLI - P. C. RIVOLTELLA, Le impronte di Robinson, Elledici, Leumann (To) 1995, p. 54.
6 P. BRETON, L'utopia della comunicazione. Il mito del villaggio planetario, UTET, Torino 1995 (ed. or.: L'utopie de la communication, La Découverte, Paris 1992).
7 C. OTTAVIANO, Media, scuola e società, Carocci, Roma 2001, p. 22.
8 Si veda: D. MORRISON, P. TAYLOR, S. RAMACHANDARAN, Media, guerre e pace, Edizioni Gruppo Abete, Torino 1996.
9 Malcolm Hum, direttore della campagna contro la censura su Internet, in Il sesso «traino» per i telefonini, «La Gazzetta del Mezzogiorno» del 4/3/02.
10 C. M. MARTINI, Il lembo del mantello di Gesù, in Dialogo... cit., p. 57. BRETON, cit., p. 146.
11 P. BRETON, cit., p. 146.
12 N. POSTMAN, citato da P. C. Rivoltella in: Come Peter Pan, Santhià (VC) 1998, p. 78.
13 F. COLOMBO, II piccolo libro del telefono. Una vita al cellulare, Bompiani, Milano 2001, p. 43.
14 F. J. EILERS, Comunicare nella Comunità, Elledici, Leumann (To) 1997, p. 9.
15 Si rimanda al già citato EILERS, Comunicare... e anche a F. J. EILERS, R. GIANNATELLI, Chiesa e comunicazione. Documenti fondamentali, Elledici, Leumann (To) 1996.
16 Si veda il percorso di riflessione sviluppato dal cardinale Martini nelle sue due lettere pastorali Effatà, «Apriti», 1990, e «II lembo del mantello di Gesù»
17 G. LORIZIO, La Rivelazione: un Dio che comunica, in AA.VV., WWW Chiesainrete. Nuove tecnologie e pastorale, Quaderni della Segreteria Generale detta CEI, IV, n..29 (2000), p. 43.
18 Communio et progressio. Istruzione pastorale della pontificia Commissione per le comunicazioni sociali sugli strumenti della comunicazione sociale, 1971, n. 8.
19 Redemptoris missio, 1990, n. 37.
20 Etica nelle comunicazioni sociali, 2000, n. 4.
21 Ivi, n. 20-21. Si veda pure: Etica nella pubblicità, 1997.
22 La Chiesa e Internet, 2002, n. 12. Si veda pure il documento collegato: Etica in Internet, 2002.
23 Etica in Internet cit., n. 3.
24 Gaudium et spes, n. 22.
25 Etica nelle comunicazioni sociali, n. 25.
26 C. M. MARTINI, Effatà cit., in Dialogo con il televisore, ed. l'Unità, Roma 1993, p. 41.
27 D. VIGANÒ in AA.VV., Mass media compagni di viaggio, Paoline, Milano 1999, p. 40.
28 Messaggio del Santo Padre per la 33° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 1999, n. 3.
29 JOHANN BAPTIST METZ citato da D. VIGANÒ Cit., p. 43.
30 Messaggio del Santo Padre... cit.
31 Messaggio del Santo Padre per la 35° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 2001, n. 3.
32 Etica in Internet cit., n. 13.
33 C. M. MARTINI, Il lembo... cit., p. 67.
34 Messaggio del Santo Padre per la 33° Giornata cit., n. 3.
35 La Chiesa e Internet cit., n. 12.
36 E. BESOZZI, Prefazione a C. OTTAVIANO, Media, scuola e società, Carocci, Roma 2001, p. 11. Si veda anche: C. OTTAVIANO (a cura di), Mediare i media. Ruolo e competenze del media educator, E. Angeli, Milano 2001.
37 C. M. MARTINI, Effatà cit., p. 42.








































