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    Introduzione a: La brezza di Dio


    Mario Russotto, LA BREZZA DI DIO. Meditazioni bibliche per educatori e catechisti, Elledici 1998


     

    LA PAROLA NEL GREMBO DEL SILENZIO

    La vita dell'uomo è, fondamentalmente, una biografia della parola. La parola è il ponte che consente la reciprocità della relazione e fa dell'uomo un essere «personale». Mediante la parola l'uomo penetra il senso delle cose e le umanizza. Nella biografia della parola entrano il parlare e l'ascoltare. La parola invoca l'ascolto. Chi sa custodire parole autentiche diventa dimora, anzi icona per le cose, gli eventi, le persone che lo visitano, rendendosi così capace di ospitare la Parola per eccellenza: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).

    L'appello della Parola

    La Bibbia è la storia della parola di Dio agli uomini. «Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). L'Antico e il Nuovo Testamento non fanno che descriverci l'itinerario della parola di Dio. Essa crea il mondo (Gn 1), chiama Abramo (Gn 12) e Mosè (Es 3,7), porta a compimento la promessa della terra (Gs 1,1), si rivela ai profeti di Israele, prende volto d'uomo in Gesù di Nazareth (Gv 1,1-14), si diffonde, cresce e si afferma con forza nella Chiesa apostolica (At 6,7), regola la fine dell'universo e dà inizio al mondo nuovo (Ap 19,11-16).
    Per la Bibbia il parlare rappresenta l'attività dell'uomo in quanto essere intelligente, sensato, capace di verità: è nella parola che l'uomo si rivela per quello che è. L'uomo viene dunque definito dal suo essere soggetto parlante. Parlando, l'uomo si espone come soggetto e, contemporaneamente, pone il «tu» a cui parla come soggetto. La parola è la rivelazione di una relazione tra due soggetti. Essa, però,consente anche la distinzione tra i soggetti nell'unità della relazione. Nel mondo biblico viene affermata una antropologia della relazione, dove l'uomo è tale nella misura in cui entra in comunicazione/comunione con un altro soggetto. Ora, la Bibbia ci presenta la storia del «Dio parlante». Il Mistero indicibile, Colui che i cieli dei cieli non possono contenere, entra in relazione e in comunione con l'uomo attraverso la parola: «Piacque a Dio, nella sua bontà e sapienza, rivelare se stesso... e parlare agli uomini come ad amici... per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (Dei Verbum, n. 2). Parlando, Dio rivela se stesso all'uomo e lo chiama a rispondergli. La Parola così crea amicizia e comunione fra Dio e l'uomo, fra l'uomo e i suoi simili. La storia biblica è, in fondo, la storia del dialogo e della ricerca amicale fra Dio e l'uomo: «Per mezzo di Cristo sei venuto a cercarci quando noi non ti cercavamo, e sei venuto a cercarci affinchè ti cercassimo» (S. Agostino).

    L'ascolto come risposta

    Quale risposta esige l'appello della Parola? «Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5). Questa dichiarazione è la sintesi di tutta la religione biblica, che si caratterizza come «religione dell'ascolto». Per la Bibbia, la fede nasce dall'ascolto. Ascoltare è l'atteggiamento attivo della persona e del popolo dinanzi a Dio che parla e, nella Parola, si rivela e si comunica. Ascoltare è aprire il cuore e la mente per accogliere il dono e il mistero dell'Altro.
    Condizione indispensabile per conoscere l'altro e stabilire una relazione feconda con lui è l'amore fondato sull'ascolto. Israele, liberato dall'Egitto, visse 40 anni nel deserto... per imparare ad ascoltare, conoscere e amare Dio. È
    6nel silenzio del deserto che il Signore, come uno Sposo, parla «sul» cuore della sposa-Israele: «Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò sul suo cuore» (Os 2,16). Per questo la rottura dell'Alleanza, il vero dramma di Israele, è il non-ascolto della Parola: «Ecco, verranno giorni –dice il Signore – in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d'ascoltare la parola del Signore» (Am 8,11). «Ascolta, Israele... Tu amerai...»: l'ascolto richiede fiducia in Colui che parla ed attende una risposta: «O Signore, io ti amo. Non ho dubbio, sono certo che ti amo. Tu hai percosso il mio cuore con la tua parola e ti ho amato» (S. Agostino). L'ascolto esige una apertura totale dell'uomo a Dio e una profonda disposizione di amore. Non esiste ascolto senza amore! Amare Dio e ascoltare la sua voce sono due aspetti di un'unica realtà, due diverse formulazioni dello stesso comandamento fondamentale: «Ascolta... Amerai...».
    In ebraico il verbo shama' indica sia «ascoltare» che «obbedire». Per la Bibbia l'ascolto trova la sua piena consumazione nell'obbedienza alla Parola: «Ora dunque, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, perché le mettiate in pratica» (Dt 4,1). Dare «carne» alla Parola ascoltata qualifica il credente come «saggio», che sa costruire su un terreno solido: «Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia» (Mt 7,24). Tale impegno deve plasmare la vita intera del discepolo e, pertanto, esige fedeltà e costanza: «Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza» (Lc 8,15). Ascoltare e vivere la Parola è via alla felicità: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» (Lc 11,28); una via che ci immette nella famiglia di Gesù: «Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21).
    La Parola esige l'ascolto, l'impegno a metterla in pratica, l'annuncio: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita... quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1 Gv 1,1-3). Se l'ascolto richiede il coraggio di lasciarsi contestare dalla Parola, l'annuncio esige il coraggio della coerenza, della franchezza, della verità: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato... e annunziavano la parola di Dio con franchezza» (At 4,20.31). Ascolto-impegno obbedienzialeannuncio: è la sintesi trinitaria di chi ha deciso di camminare alla «sequela Christi». «Parlerò, parlerò. Che la spada della parola di Dio passi anche attraverso me stesso per arrivare a trafiggere il cuore del prossimo. Parlerò, parlerò. Che la parola di Dio si faccia sentire attraverso me, sia pure contro di me» (S. Gregorio Magno).

    La parola nel silenzio

    L'atto fondativo dell'ascolto è il silenzio. Solo nel silenzio può nascere l'ascolto! L'ascolto senza silenzio è semplice «audizione» di parole e suoni. Ma il silenzio senza ascolto può essere mutismo e solitudine. «Il silenzio è l'eccesso, l'ebbrezza, il sacrificio della parola. E il mutismo è insano, come se si mutilasse qualcosa senza sacrificarlo...» (E. Hello). Nel mondo d'oggi, purtroppo, il silenzio è bandito. Nelle comunità cristiane il silenzio è forestiero. Nel cuore dell'uomo il silenzio è temuto. Ed ecco: parole che non parlano, liturgie che non santificano, preghiere che non comunicano. Il leggero sussurrare della Parola non zittisce le nostre chiacchiere. E non per sua impotenza ma per nostra ostinazione. «Chi non sa tacere fa della sua vita ciò che farebbe chi volesse solo espirare e non inspirare. Solo a pensarci ci viene l'angoscia. L'umanità di chi non tace mai si dissolve» (R. Guardini).
    Il silenzio è la qualità della parola. La parola, prima che formulazione sonora, è pensiero: deve essere sospesa nel silenzio, deve nascere dal cuore del silenzio. «Parlare significativamente può soltanto colui che sa anche tacere, altrimenti sono chiacchiere; tacere significativamente può soltanto colui che può anche parlare, altrimenti è un muto» (R. Guardini). Ma pensare è fatica. E tacere per pensare, o per pregare, è impresa ardua, è come scalare una montagna in cui non ci sono sentieri già tracciati o scorciatoie riposanti. Solo nel silenzio, tuttavia, si attua la conoscenza autentica. E noi abbiamo paura di incontrare noi stessi perché abbiamo paura di conoscerci per quel che siamo realmente, paura soprattutto... di scoprire il vuoto interiore.
    Chi ha paura di se stesso cerca la compagnia del rumore: esso infonde un senso di sicurezza, protegge da penose riflessioni, distrugge sogni inquietanti. Il rumore è figlio dell'ansia e del timore di sé. Ma preferiamo restare schiavi della verbosità, dei rumori, delle suggestioni, dei filmati interiori a cui assistiamo come inerti spettatori, dei grovigli delle inquietudini, delle angosce, dei desideri mai risolti..., piuttosto che creare in noi spazi di riflessione, verifica, confronto, progettazione. Senza spazio interiore non c'è libertà interiore. E la libertà nasce dal silenzio. «Nel silenzio è insito un meraviglioso potere di chiarificazione, di purifìcazione, di concentrazione sulle cose essenziali» (D. Bonhoeffer) .
    Il giovane figlio della parabola di Luca (15,11-32) trova il coraggio di affrontare la fatica della strada che lo riporta a suo padre solo dopo aver affrontato se stesso in un silenzio chiarificatore e purificatore, che gli riconsegna la dignità di figlio e gli rivela l'amore misericordioso e gratuito del Padre: «Allora rientrò in se stesso e disse: ...Mi alzerò e andrò da mio padre... Partì e si incamminò verso suo padre» (Lc 15,18-20). Abbiamo tutti bisogno di convertirci al silenzio. Interiore innanzitutto.

    Nel silenzio la vita

    Immersi nel corso continuo del rumore, gli uomini hanno smarrito la via stretta e discreta che porta alle profondità dell'esistenza e alle altezze dello spirito. Ma l'habitat naturale e originario dell'uomo è il silenzio. Nel grembo materno, infatti, la piccola creatura lievita e vive nel silenzio e infante sarà il suo primo nome, cioè senza parola. Eppure vive... pieno di gioia, nella povertà del suo affidarsi e dipendere totalmente dagli altri. Così il chicco di grano: al grembo della terra viene affidato e nel silenzio del solco va spegnendo ogni gemito vitale perché silenziosamente «altro» possa divenire. Non c'è rumore nel fecondo silenzio del seme, che muore per dare la vita. Non c'è rumore nel suo germogliare e neppure nel suo offrirsi alla tortura della pietra che lo trasforma in farina...
    «È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida... Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire... Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is 53,2-3.7). La Parola, vivente nel silenzioso grembo della Trinità, squarcia il velo dell'Inaccessibile per farsi carne e accompagnarsi agli uomini. Dopo trent'anni di silenzio, apre il segmento delle parole per poi ritornare al silenzio dell'amore, l'amore più grande: dare la vita... «e non aprì la sua bocca». Soltanto nascondendosi, Dio si manifesta. Soltanto tacendo, Dio parla al cuore dell'uomo. La parola, infatti, riposa su un fondo di silenzio, come l'iceberg sulle acque.
    Nel silenzio della Passione, Gesù consuma il dono di sé fino alla fine e rivela il suo essere definitivamente Dio-connoi, Dio-per-noi. «Allora i soldati lo condussero dentro il cortile... E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui. Dopo averlo schernito... lo condussero fuori per crocifiggerlo» (Mc 15,16-20). Non una parola, non un gemito. Solo un silenzio offerente. È il compimento di quel tacere di Dio, per il quale non ha più senso parlare se non attraverso l'amare. Il silenzio è espressione d'amore che genera la vita.

    La preghiera del silenzio

    «Il Padre pronunciò una parola, che fu suo Figlio, e sempre la ripete in un eterno silenzio, perciò in silenzio essa deve essere ascoltata dall'anima» (S. Giovanni della Croce). Ogni venuta-visita di Dio nel singolo e nella storia, come ogni sua rivelazione, è preceduta da un tempo di silenzio: «Mentre un profondo silenzio awolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola... scese» (Sap 18,14); «Quando l'Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz'ora» (Ap 8,1). Il Dio del silenzio pronuncia la sua Parola nel silenzio, con il silenzio. E solo nella nudità del silenzio orante può essere udito e accolto: «Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero...» (1 Re 19,11-12). E Mosè: per incontrare e ascoltare Dio, dovette accostarsi al roveto a piedi nudi, eliminando anche lo strepitio dei calzari.
    Il silenzio è propedeutico alla preghiera e alla contemplazione. «Se le anime contemplative ricercano il silenzio non è per mettere il silenzio puro e semplice al di sopra della parola. È perché nel silenzio di ogni parola umana, esse odono nel fondo di loro stesse la parola vivente che dà l'essere a tutto ciò che è» (J. Maritain). Siamo chiamati ad essere pellegrini del silenzio, pronti a captare le vibrazioni della Parola e della nostra coscienza... sempre più innamorati dell'umiltà, sorella del silenzio. Che la nostra anima sia una profonda cavità di silenzio dove la Parola di Dio può riposare e risuonare!



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