Mario Russotto, LA BREZZA DI DIO. Meditazioni bibliche per educatori e catechisti, Elledici 1998
RESTA CON NOI, SIGNORE
(Lc 24,13-35)
Uomini in ricerca
Il brano di Luca ci presenta il duro cammino della fede e la difficoltà ad accogliere e capire il mistero del Crocifisso Risorto. Il Cristo pasquale non è più legato all'orizzonte terreno, non è più palpabile e visibile in maniera fisica; eppure è ancora realmente presente e sperimentabile. Il Cristo risorto è sì presente, lo sperimenti ancora, interviene nella storia e nella tua vita, cambia il destino degli uomini, però la sua presenza non è più assolutamente riconducibile a quella di un semplice dato storico. Per riuscire a comprendere del tutto il Cristo risorto ci vogliono anche motivazioni storiche (toccarlo, vederlo...), avere cioè un'esperienza reale immediata diretta, ma la vera esperienza decisiva è quella della fede.
Uomini in ricerca. Ecco quello che bisogna essere. Oggi è necessario riscoprire la fede, ripensarla in modo nuovo. Ma qual è la via? Gesù la indica a due dei suoi discepoli in crisi e anche a noi.
Due discepoli disillusi abbandonano il luogo degli avvenimenti, in un certo senso fuggono dalla città del dolore e dalla comunità smarrita. Mentre camminano Gesù si affianca a loro: «Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo» (24,15-16). Insieme si riprende la conversazione e Gesù li invita a ricordare i fatti, a prendere in considerazione tutto, a non staccarsi mai da quello che è accaduto: «Ed egli disse loro: "Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?". Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: "Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?". Domandò: "Che cosa?"» (24,17-19). Il «terzo» è il forestiero, lo straniero: è l'altro, che irrompe nella mia esistenza e vi giunge come un ad-ventus, come un venire a me. Il «terzo» non ha la visione stereotipata dell'uomo e del mondo, in quanto «terzo» è la novità e mi provoca, mi interpella, mi cambia, perché parla con me e parla una lingua che non conosco. Il terzo spezza il monologo fatto a due in un dialogo autentico.
Stabiliti i fatti si passa a un loro confronto con quanto hanno detto Mosè e i profeti, così come è annunziato nelle Sacre Scritture: «E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (24,27). Il confronto è assolutamente necessario per vedere se la storia della salvezza continua in Gesù di Nazareth. Da questo schema di catechesi, fondamentale nella predicazione di Luca, nasce il bisogno di fare comunità spezzando insieme il pane. Il gesto diventa nella comunità esperienza della presenza di Gesù risorto e ha come risultato la necessità dell'annunzio: «Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane» (24,35).
Il narratore si presenta come distaccato dai fatti. Egli già conosce la conclusione e preavvisa i suoi ascoltatori che il terzo individuo è lo stesso Gesù. I due però non lo sanno ancora perché «i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo». Con questo racconto Luca intende proporre un argomento alla sua comunità: come si fa a conoscere che Gesù è veramente risorto? C'è un modo per fare esperienza di Gesù vivo? Per raggiungere questa conoscenza esperienziale, gli occhi materiali non sono sufficienti. Ci vuole la fede e il suo duro cammino è ben tracciato da Luca. Egli presenta lo stesso Gesù che aiuta i suoi a scoprire la via che conduce a un'esperienza di fede: ricordare i fatti, confrontarli con le Scritture, spezzare insieme il pane.
Ricordare i fatti
I due sono dei bravi cronisti: raccontano i fatti senza comprenderli. Questa è la drammaticità del loro monologo dialogato. Sono così precisi nel delineare gli avvenimenti, ma non si sono lasciati comprendere dall'avvenuto.
I due camminano. Si cammina sempre... Il cammino dei due discepoli indica che la vita non si ferma, anche quando si fanno opzioni pragmatiche di ripiegamento in se stessi. La lingua dei due discepoli non è quella della comprensione, ma della divisione. C'è un contesto di litigio, di rabbia, di anonimia. Un «terzo», uno straniero, si fa loro prossimo e sincronizza i passi con i loro: questi due verbi riassumono tutta la sua missione: in Gesù Dio si fa vicino agli uomini, entra nella loro storia e ridà vita alla loro esistenza quotidiana. Nei due discepoli è morta la speranza, sono in crisi: «avevano il volto triste». Essi, come tanti altri, avevano constatato l'autorità di Gesù nel parlare e la potenza del suo agire. Per loro Gesù, più di Mosè, era «potente in tutto quello che faceva e diceva» (24,19). Egli comandava con autorità e con una forza senza eguali agli spiriti impuri e questi se ne andavano via perché la forza del Signore era in lui e guariva tutti. Gesù era proprio un profeta, come lo hanno riconosciuto le folle di Nain (7,16). E quando oramai era vicino a Gerusalemme, essi si erano convinti che per mezzo suo si sarebbe presto manifestato il regno di Dio: «essi credevano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all'altro» (19,11).
I due discepoli speravano che Gesù avrebbe davvero «liberato Israele da tutti i suoi nemici e da quanti lo odiano» (1,17), ma l'agire di Gesù si è scontrato con il potere religioso del popolo. I capi di Israele, infatti, hanno fatto di tutto per contrastare Gesù e sono riusciti a consegnarlo a Pilato e a farlo crocifiggere. Essi però hanno continuato a sperare che Gesù avrebbe liberato Israele perché egli li aveva preavvisati della sua morte, ma li aveva anche assicurati che il terzo giorno sarebbe risorto.
I due discepoli avevano i loro progetti e le loro speranze; desideravano un Messia sulla misura delle loro ambizioni; lo volevano impegnato nella ricerca della prosperità economica e del benessere materiale. La morte di Gesù, condannato come un malfattore, non era compatibile con questi progetti: da qui la profonda delusione. Era rimasta una piccola speranza: la risurrezione, ma anche questa è fallita: «sono già tre giorni da quando queste cose sono avvenute» (24,21) e non è successo niente che li aiuti a credere.
Camminando con i due viandanti lungo la strada, Gesù ascolta la loro storia e li invita ad ascoltare cioè che stanno vivendo. Nel frattempo Egli tace: è sufficiente che sia «con loro» lungo la via. Prenderà la parola soltanto quando avranno finito, per rivelare e spezzare i limiti della loro fede, manifestando ciò che avviene nella storia di ciascuno e che è possibile «riconoscere», se si sa veramente ascoltare. Ascoltare come?
A confronto con la parola di Dio
I due discepoli conoscevano molto bene le Scritture, così come ancora oggi le conoscono gli Ebrei. Eppure esse non sono state e non sono per loro un mezzo per riconoscere in Gesù l'inviato di Dio. Paolo per esempio spiega il fatto dicendo che «la loro intelligenza rimane oscurata quando leggono l'AT... perché il velo è tolto solo quando ci si rivolge al Signore» (2 Cor 3,14-15), cioè solo quando si accetta Gesù o c'è disponibilità ad aprirsi a Lui, si può capire. Secondo Luca era proprio quello che loro mancava. Essi si erano ostinati e continuavano a ostinarsi nel rifiuto di Gesù. Solo una volta, parlando degli ebrei di Berea in Grecia, Luca dice che «essi erano migliori e ogni giorno esaminavano le Scritture per vedere se le cose stavano come diceva Paolo e molti diventarono credenti» (At 17,11). Quando c'è disponibilità e manca un rifiuto aprioristico, il confronto dei fatti e delle parole di Gesù con la voce dei profeti è sempre valido.
Ma quello che costa capire è la Passione, la Croce: «Ed egli disse loro: "Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!"» (24,25). Ebbene, la parola di Gesù centra subito l'argomento e dice che dalle Scritture si può desumere che «il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria» (24,26). La sua sofferenza ha un senso se viene intesa come «pasqua», cioè come un «esodo», un passaggio da questo mondo al Padre, un'esaltazione alla gloria. Quelle Scritture sono lette alla luce di una pienezza: mostrando loro «quanto lo riguardava». Questo è il momento dell'ascolto della Parola, è il momento esaltante in cui la Parola non è più fredda informazione religiosa e neppure poesia: ma è ormai messaggio di fede che entra nella conchiglia del cuore e non soltanto nella conchiglia dell'orecchio. È una conquista che i discepoli fanno lentamente; è il momento della liturgia della Parola.
Educare all'accoglienza
«Fece finta di voler continuare il viaggio». Perché questa «finta»? È la svolta del racconto: i due escono dalla sfera del privato e dai loro problemi personali e si aprono all'attenzione al «terzo», al forestiero: è lì la loro conversione. I due non sono più quelli di prima: delusi, litiganti, tristi, sconvolti. E senza saperlo lo chiamano per nome: «Signore».
Avviene come in Gn 18,1ss quando Abramo vede davanti alla sua tenda tre uomini sconosciuti. È il baleno di un'intuizione, che determina un capovolgimento nello sguardo interiore: egli li ferma, li invita, li ospita. Ma mentre Abramo intuisce subito nei tre sconosciuti la presenza del divino, i due di Emmaus hanno ancora gli occhi chiusi, accecati dalle proprie visioni: non sanno riconoscere l'apparizione disparente del loro Signore. Ma basta un invito perché il cammino del riconoscimento sbocchi nel lampo di un incontro. Proprio al riparo di una locanda di campagna «scomparendo» egli si rivela. I due diventano «grandi» perché imparano ad ospitare.
Spezzare insieme il pane
La Parola ci accomuna in una stessa fede e ci porta a spezzare il pane, cioè a celebrare la Cena del Signore. Entrati in quella casa, seduti a mensa, si raggiunge la meta ultima. Cristo spezza il pane: l'espressione «frazione del pane» sarà usata da Luca in At 2,42 per descrivere la comunità di Gerusalemme: «Erano uniti nella comunione fraterna, nelle preghiere, nell'insegnamento degli apostoli e nella frazione del pane».
Lo spezzare il pane eucaristico genera all'improvviso la rivelazione; i «loro occhi si aprirono». Il racconto lucano è allora una rivelazione del Cristo risorto all'interno della liturgia della Parola e della liturgia Eucaristica. Luca vuol dire a tutti i cristiani che verranno: Voi che siete magari pieni di nostalgia per non aver potuto conoscere il Cristo nella carne, ebbene Cristo voi lo incontrate ogni volta che celebrate l'Eucaristia. Quando voi partecipate alla liturgia della Parola, il vostro cuore deve ardere perché è Lui che spiega e proclama la Parola; quando spezzate il pane è Lui che voi incontrate. Ogni Eucaristia è un'apparizione pasquale, cioè un'esperienza di fede, un incontro con il Cristo.
Un'esperienza che va annunciata, comunicata in unc, slancio vero e profondo, in un cammino missionario d evangelizzatore verso la città. Gesù si rende nuovamente -visibile, ma i due discepoli non cadono nella tristezza. Sanno già quello che devono fare: ritornare a Gerusalemme e, sulla base della loro esperienza di fede, ricostruire con gli altri discepoli la comunità.
Luca ci ha presentato la sua tesi fondamentale, secondo la quale il Cristo è presente nell'interno della storia. Il Cristo è l'ora, 1' oggi; non è sepolto in un passato remoto e non è neppure colui che è lontano, che sarà annunciato solo dalle trombe del giudizio.
«A chi di noi l'albergo di Emmaus non è familiare? Chi non ha camminato su quella strada una sera che tutto pareva perduto? Il Cristo era morto per noi. Ce l'avevano preso. Il mondo, i filosofi e gli scienziati nostra passione. Non esisteva più nessun Gesù per noi sulla terra. Noi seguivamo una strada. Ed ecco qualcuno ci veniva a lato. Eravamo soli e non soli, era la sera. Rimani con noi, poiché il giorno declina!» (Frainois Mauriac).
Il pane in questo rompersi apre, libera l'invisibilità del mistero e rifrange una luce corrispondente agli occhi, che di fatto si aprono ad una visione mai intravista. Il pane spezzato risuscita nel cuore la memoria. Ma non si tratta di un ricordare nostalgico, bensì di un «fuoco», che rischiara il cammino dal passato verso il presente ed illumina il sentiero notturno che si deve intraprendere. I due di Emmaus attraversano il buio della notte perché hanno attraversato la luce dell'ospitalità.
«Tutto ciò accade nel più grande silenzio. La divisione del pane, il dischiudersi degli occhi, il muto riconoscimento, la scomparsa sono durati appena un istante... Un istante per intravedere l'apparizione disparente e poi tutta la vita per stropicciarsi gli occhi e parlarne!... L'uomo che ha riconosciuto, fosse anche una sola volta in vita sua, fosse solo per lo spazio di un istante, la purezza e l'innocenza a lungo disconosciute, potrà dire anch'egli: Ieri sera alla locanda un viaggiatore sconosciuto aveva un non-so-che di lontano nello sguardo; il suo volto era dolce e stanco; sui sandali si vedeva ancora la polvere del cammino. E questo sconosciuto era un dio. E questo sconosciuto era Dio» (V. Jankèlèvitch) .
Per una pedagogia della fede
L'icona di Gesù sulla strada di Emmaus ci presenta una sorta di pedagogia della fede, che ogni educatore dovrebbe sempre tenere presente. Ecco alcune indicazioni.
– Mentre i due discepoli, delusi e disorientati, lasciano Gerusalemme Gesù si avvicina a loro, si fa loro prossimo e percorre la strada assieme a loro.
– Prima di insegnare, Gesù cerca di capire il loro smarrimento e pone degli interrogativi come se non sapesse, dopo di che si pone, in silenzio e con umiltà, in ascolto dei due.
– In questo modo Gesù educa con discrezione i discepoli all' arte della memoria, a ricordare i fatti.
– Dalla memoria alla ricerca: Gesù aiuta i suoi allo stile del discernimento: confrontare i fatti con le Scritture.
– Giunti al villaggio, Gesù non impone la sua presenza, ma accetta il rischio della loro capacità di accoglienza. E i discepoli invitano Gesù a rimanere. Entrati nella casa, tutto si svolge nel più assoluto silenzio: non servono più le parole. Gesù ha spezzato il pane della Parola di Dio e ora spezza con loro e per loro il pane dell'amicizia e della comunione. Appena i discepoli si aprono all'intelligenza della fede, Gesù si ritrae. La sua presenza non è più necessaria, in quanto adesso sono capaci di camminare da soli.
– Infatti, una volta che Gesù si è fatto da parte, i discepoli da soli ripercorrono la strada e fanno ritorno a Gerusalemme con entusiasmo e gioia, con in cuore la speranza e un «vangelo» da annunziare proprio alla comunità smarrita e nella città che aveva ucciso la loro speranza. Il cammino del ritorno avviene nella notte, ma anche quella notte per i discepoli si riempie di luce: ora essi «vedono». La loro meta non era Emmaus, ma Gerusalemme e ritornano in fretta alla «loro» città per aiutare gli altri a vedere. Non importa che poi gli altri capiscano o credano, quel che importa è aiutarli a capire e a credere condividendo la gioia della speranza ritrovata.
Solo alla luce della Parola i discepoli sono capaci di leggere e dominare gli eventi con una nuova intelligenza della fede!


















































