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    Fede e solidarietà


    I GIOVANI E LA FEDE - La Ricerca Toniolo /6

    Diego Mesa *

    (NPG 2016-07-57)

    La solidarietà può essere considerata dal punto di vista etico e sociale come un rapporto di fratellanza e di reciproco sostegno derivante dal senso di appartenenza ad una comune collettività[1]. Tuttavia si danno molteplici gradi di estensione di questo “noi”: da quella più ristretta degli affetti familiari, alle cerchie intermedie delle appartenenze comunitarie e societarie (territoriali, civili, religiose, di pratiche…) fino ad arrivare ad abbracciare l’intera famiglia umana. Non c’è dubbio che, sul piano dei “contenuti” della fede cristiana ci sia uno strettissimo nesso tra il valore umano della solidarietà, in tutte le dimensioni sopra richiamate, e il messaggio evangelico, a partire dal comandamento dell’amore. Questo legame è costantemente approfondito nella dottrina sociale della Chiesa e ripreso con insistenza anche nell’insegnamento di Papa Francesco, con il suo costante richiamo a vivere l’amore fraterno, la solidarietà e la condivisione nelle periferie esistenziali del mondo. Ma come si coniuga tale valore nell’esperienza e nei percorsi di fede dei giovani di oggi? Nelle società della globalizzazione i confini delle identità e delle appartenenze sociali  a partire da quella ecclesiale  si fanno mutevoli e incerti. La costruzione di un “noi” si scompone in varie cerchie e reti sociali e il sentimento di una comune condizione si stempera lasciando il posto ad un vivido senso della propria irriducibile soggettività. Nell’era post-secolare la fede, con il suo carattere fluido[2] è ancora in grado di suscitare nei giovani un senso di fratellanza e di genuina apertura al prossimo? E se sì con quale intensità e in quali forme?
    Se consideriamo i giudizi e le rappresentazioni sulla Chiesa, emerge con forza la valenza positiva che i giovani riconoscono proprio alle istanze solidaristiche e di giustizia sociale che essa esprime. L’apprezzamento va soprattutto ai gesti concreti e ai testimoni di carità[3]. Nella recente indagine sulla religiosità giovanile dell’Istituto Toniolo sono frequenti le considerazioni di questo tenore[4]: “Persone che donano realmente la propria vita agli altri, cioè partono in missione piuttosto che nel paese in cui vivono, penso siano persone apprezzate da tutti a prescindere dalla tua religione” (studentessa di 21 anni di Milano). Allo stesso modo i giovani non mancano di esprimere massima ammirazione per una figura come Madre Teresa di Calcutta considerata, usando le parole di un giovane credente “un esempio da seguire a partire dalla sua fedeltà, nei suoi atti d’amore, nel vivere il vangelo e quindi nel vivere la fede” (lavoratore di 29 anni di Verona).
    Sebbene i giovani non siano insensibili a questi aspetti è indubbio che la loro attenzione e le loro premure siano rivolte, nella quotidianità, principalmente alle relazioni del loro mondo vitale: la famiglia e le amicizie[5]. Le vicende degli ultimi anni  dalla precarizzazione del lavoro all’acuirsi della disoccupazione giovanile, agli allarmi sociali sul fronte dell’immigrazione fino alle crescenti tensioni internazionali  non soltanto hanno alimentato un clima di incertezza e diffidenza nei confronti del futuro, ma hanno messo a dura prova anche quell’atteggiamento di fiducia verso il prossimo che è basilare per lo sviluppo di relazioni solidali. Interessante, a questo riguardo, è il dato della fiducia generalizzata raccolto dal Rapporto Giovani[6]. L’affermazione che “gran parte delle persone è degna di fiducia” trova consensi in poco meno della metà dei cattolici (45,8%), nel 53,5% dei credenti di altre religioni monoteiste mentre tra atei e agnostici riguarda una persona su tre (rispettivamente il 34,6% e il 32,2%). Il grado di fiducia aumenta anche in relazione alla pratica religiosa: è al 36,1% tra coloro che non partecipano mai ai riti religiosi e sale al 52,6% in chi li frequenta settimanalmente. L’adesione ad una fede religiosa e la partecipazione attiva ai riti comunitari, sembra favorire l’apertura e la fiducia anziché un atteggiamento settario. Per passare dagli atteggiamenti alle pratiche solidali, un utile indicatore di riferimento può essere l’impegno nelle attività di volontariato. Secondo l’Istat i giovani che svolgono attività anche saltuarie per associazioni di volontariato sono, a seconda della specifica fascia d’età, tra il 10% e il 14%. Tale quota non è inferiore a quella di altre fasce d’età ed è andata crescendo negli ultimi anni [7]. Nella rilevazione del Rapporto Giovani 2013 i 18-29enni che fanno volontariato sono il 13,6%. Tra i cattolici la quota è del 15,5%, è poco più del 10% tra gli atei e gli agnostici e scende al 2,3% tra i credenti in altre religioni monoteiste. Ad aver svolto in passato attività di volontariato sono più di un giovane su cinque tra i cattolici (21,8%) gli agnostici (22,2%) e gli atei (21,6%), mentre il dato delle altre religioni è più basso (7,7%). Quest’ultimo valore si può spiegare con la minore presenza di strutture e organizzazioni di volontariato di altre religioni rispetto alla capillare rete delle parrocchie e dell’associazionismo cattolico che hanno impegnato, durante il periodo dell’iniziazione cristiana, anche giovani ora annoverati tra le fila degli atei o degli agnostici. I dati sulla partecipazione ai riti religiosi sembrano confermare questa interpretazione: l’impegno in attività di volontariato è tanto più elevato quanto maggiore è la partecipazione ai riti. Sono attivi nel volontariato il 9,1% di chi non frequenta mai i riti e il 30,5% di chi li frequenta regolarmente. Se l’adesione personale alla fede cristiana sembra esercitare una sensibile influenza nella propensione al volontariato, è soprattutto la fede incarnata e vissuta in una dimensione comunitaria ad attivare processi generativi che ingaggiano concretamente i giovani in attività di catechesi, animazione, educazione e altre ancora come il sostegno nei compiti o la collaborazione nella gestione delle attività sportive. Si tratta di un percorso che matura soprattutto negli anni del dopo-Cresima, quando molti giovani smettono di frequentare la messa e gli ambienti parrocchiali e continuare non è più una semplice consuetudine o un’imposizione, ma diventa una scelta. Come ricorda un giovane ripensando a quel periodo,

    c’è chi rimane comunque legato alla comunità parrocchiale e quindi cerca di contribuire a tutte le attività organizzate […] L’esperienza di fede vissuta in quel periodo era stata comunque positiva e si voleva far sì che anche i ragazzi più giovani potessero usufruire di questa bellissima esperienza, e questo ti permetteva di rimanere ben legato alla parrocchia e alla tua esperienza di fede.

    In altri casi la partecipazione associativa tende a prevalere sulla pratica religiosa, come per questa diciannovenne della provincia di Bari che studia al Nord e afferma:

    non sono assidua e diligente nell’andare a messa, però penso che ci siano delle piccole cose quali per esempio il fatto di dedicare il sabato […] qui a Milano con i bimbi del centro Irda, mentre quando sono a casa con gli scout o con i ragazzi dell’Unitalsi.

    Talvolta l’azione educativa della Chiesa locale non smette di interpellare anche chi si colloca oramai “fuori dal recinto” dei fedeli, come nel caso di questo giovane disoccupato di 21 anni che vive in un piccolo paese del Mezzogiorno e afferma “quando [il parroco] organizza qualcosa, do sempre una mano perché, comunque, l'intrattenimento dei bambini è sempre un atto positivo nei confronti della cittadinanza del tuo paese […] Mi ha insegnato comunque il rispetto verso la persona, magari anche la persona senza esperienza, quella più piccola... il rispetto verso il prossimo”.
    Ne emerge un intreccio complesso di percorsi non lineari di fede dei giovani che portano ad esiti incerti in termini di maturazione di quel senso di fraternità universale alla base del messaggio evangelico. Le comunità cristiane, con tutti i loro limiti, rappresentano ancora un’importante risorsa per aiutare i giovani a concretizzare il valore della solidarietà in un modus vivendi, anche se le loro proposte rischiano di incontrarne un numero sempre più esiguo. È necessario osservare il mondo da punti di vista diversi per trovare strade nuove. I giovani credenti intervistati, più che per il valore di un’astratta fratellanza universale e per uno schema di condotta eticamente valido, mostrano interesse e attrazione per il dettato evangelico dell’amore verso il prossimo che prende forma qui e ora, ogni volta in modo diverso, come emerge dalla testimonianza di questa giovane ventenne di Reggio Calabria. Alla domanda sul significato del suo essere cristiana risponde:

    Rivedere Gesù Cristo nelle altre persone, per me significa aiutarle, significa avere affetto e ascoltare il prossimo. Non è necessariamente una persona malata o che ha dei problemi. Può essere la persona più vicina a me ma anche un estraneo e credo che quella sia la missione di un vero cristiano alla fine.

    * Docente di sociologia della famiglia e dell’infanzia – Università Cattolica del S.Cuore

    NOTE

    [1] Cfr. voce “solidarietà” in Enciclopedia Treccani, consultabile in www.treccani.it.
    [2] Cfr. V. Corradi, Giovani e religiosità. Verso un cambio di paradigma, in «Note di Pastorale giovanile», Marzo 2015.
    [3] Si tratta di un’istanza che riguarda più in generale anche il mondo adulto. Si veda F. Garelli, Religione all'italiana. L'anima del paese messa a nudo, Il Mulino, Bologna 2011.
    [4] P. Bignardi - R. Bichi (a cura di), Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia, Vita e Pensiero, Milano 2015.
    [5] È un trend di lungo periodo che le ricerche fotografano fin dagli anni Ottanta attraverso i rapporti Iard sulla condizione giovanile.
    [6] Si presenta di seguito la rielaborazione dei dati della rilevazione effettuata nel 2012 dall’Istituto Toniolo su un campione di oltre 9.000 giovani tra i 18 e i 29 anni pubblicati nel volume Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2013, Il Mulino Bologna 2013.
    [7] Secondo le indagini multiscopo dell’Istat sulle famiglie italiane il grado di partecipazione al volontariato è passato tra i 14 e i 17 anni dal 6,4% nel 1993 al 9,5% nel 2011; nella fascia dei 18-19 anni dall’8% al 14%; per i 20-24 anni dall’8,2% all’11,4%.



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