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    Pastorale scolastica, un tesoro di cose nuove e cose antiche


    CHIESA PER LA SCUOLA /5

    Ettore Guerra *

    (NPG 2020-03-76)


    “Ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52). L’esperienza scolastica e della formazione professionale salesiana possono bene corrispondere a questa immagine che Gesù descrive. Un tesoro che non si svaluta, non si corrompe. Non viene rinchiuso nei caveau delle banche ma viene fatto fruttare con tutti i talenti che il Signore e don Bosco ci hanno affidato, talenti che vanno trafficati tenendo insieme le cose antiche e le cose nuove.

    “Il fine della scuola non è soltanto quello di fornire agli alunni delle conoscenze aggiornate e delle abilità operative, bensì di sviluppare la loro intelligenza e volontà, far crescere l’interiorità e la capacità di giudizio, orientarli nelle scelte della loro libertà”[1]. Queste parole, tratte dal Dossier di NPG sul rapporto tra la Chiesa e la scuola, mi sembra aiutino efficacemente a inserirsi nelle questioni che vorrei abbozzare e che tentano di illuminare alcune facce della realtà scolastica salesiana vissuta a partire dal punto di vista delle “urgenze pastorali” come bene le definisce in una sua recente opera il teologo Christoph Theobald.[2]
    Per declinare la questione del fine è utile metterla a confronto con quelle che oggi possono essere descritte come sfide educative, pro-vocazioni che nascono dal costante incontro tra la scuola salesiana e un mondo giovanile variegato e differente. Per 5, 8, 13 o più anni nei nostri ambienti accogliamo tratti di strada di molti, differenti e variegati giovani. Un flusso vitale che mette in luce vere e proprie urgenze pastorali che chiedono ascolto, accoglienza, comprensione più nella direzione di generare processi che trovare soluzioni ad hoc.
    In questo articolo mi riferirò solo agli aspetti pastorali ed educativi della dimensione scolastica, tentando di dire qualcosa, senza presunzione, degli ambienti di cui ho fatto e faccio esperienza: la scuola secondaria di secondo grado e i percorsi di formazione e qualifica professionale.

    La sfida del cambiamento d’epoca

    Le espressioni di Papa Francesco sulla “pastorale delle istituzioni scolastiche” nella Christus Vivit[3] con linguaggio diretto fanno luce su una realtà con cui ogni giorno facciamo i conti. Nelle nostre scuole e nei nostri percorsi di formazione professionale accogliamo tutta la condizione giovanile, quella più “attrezzata” e con maggiori opportunità e quella più in difficoltà e disagiata. Uno spettro ampio e completo: le eccellenze e le situazioni educative e cognitive faticose e molto faticose. Questo già rende impossibile coltivare i modelli protettivi di cui parla il Papa perché sempre siamo sfidati dai continui cambi di paradigma e di stile della cultura giovanile che si avvicenda di anno in anno. È molto facile constatare le differenze che si formano tra allievi di annate diverse non dovuti più solo all’età anagrafica quanto alla continua evoluzione culturale ed educativa dovuta alla contemporaneità.
    Questo è il primo orizzonte di senso che interpella e descrive, di volta in volta, un modo adeguato o meno di fare scuola. Non si tratta cioè di realizzare scelte o assumere derive giovanilistiche ma di saper considerare, nelle situazioni concrete, i riferimenti dell’orizzonte di senso e di significato che purtroppo oggi sembrano essere così poco attraenti per buona parte del mondo giovanile. Qui viene interpellato in modo preciso l’ambito religioso e l’orizzonte della proposta di fede e formativa cristiana. Gli interrogativi legati alla dimensione antropologica, a quella affettiva, alla dimensione della cultura o del costume, l’orizzonte religioso di riferimento. La frequentazione quotidiana dei giovani non consente più di adottare le soluzioni applicative perché vengono proposti interrogativi inediti, cambi di paradigma educativo e culturale a cui va prestato ascolto e a cui, prima di tutto ci si deve fare prossimi.
    Si ha l’esatta consapevolezza che prima di indicare una misura - ciò che resta sempre necessario in ambito educativo - si deve accettare di essere misurati e questo, per un docente o un formatore non è del tutto scontato. Ci si deve educare e formare a questo scenario. Imparare ad abitare una complessità sempre nuova, spesso impossibile da catalogare, evitando di dare la precedenza all’approccio risolutivo.

    Radici e attualità del carisma salesiano per la pastorale scolastica

    Ritengo che l’espressione più significativa del carisma salesiano, che ha permesso di avviare un cambio di paradigma anche rispetto alle nostre realtà scolastiche, sia stata la nascita e lo sviluppo del lavoro delle Comunità Educativo Pastorali. Le nostre Costituzioni affermano che: “Realizziamo nelle nostre opere la comunità educativa e pastorale. (…) fino a poter diventare un'esperienza di Chiesa, rivelatrice del disegno di Dio”.[4] Le realizziamo, cioè le costituiamo facendole, cercando così di vivere un preciso stile di vita ecclesiale. Don Bosco e Valdocco avevano già riconosciuto questo talento dello Spirito da trafficare. In questo senso credo siamo particolarmente sensibili a quello stile ecclesiale che Papa Francesco auspica per tutta la Chiesa: la sinodalità.
    La complessità della scuola non può essere affrontata se non attraverso un lavoro condiviso da una comunità educativa che si lascia interrogare dai segni dei tempi. Insieme oggi si può arrivare a comprendere, ad interpretare, a lasciarsi interpellare, a cambiare se necessario. Non è più questo il tempo delle soluzioni soggettive, dei carismi individuali o, peggio, delle soluzioni precostituite. Il mondo giovanile che abita le nostre realtà scolastiche ci fa toccare con mano che presumere di essere autoreferenti, ad esempio, oggi è una scelta perdente.
    “Nelle cose che tornano a vantaggio della pericolante gioventù o servono a guadagnare le anime a Dio io corro avanti fino alla temerità”.[5] Don Bosco ci ha sempre esortato a vedere nella realtà giovanile le cose che tornano a loro vantaggio e che servono a realizzare la salvezza delle loro anime.
    La Spiritualità del Sistema Preventivo si sviluppa in un contesto di comunità educativa che deve assumere uno stile sinodale. Non siamo solo per i giovani, ma lavoriamo con i giovani e tutti, docenti allievi e famiglie, ci mettiamo in ascolto della voce dello Spirito. Realizziamo così lo stile del Discernimento a partire da un nostro punto di vista specifico: il senso del concreto.[6] Questi occhiali permettono di riconoscere, interpretare, scegliere perché “il salesiano coglie i valori del mondo e rifiuta di gemere sul proprio tempo: ritiene tutto ciò che è buono, specie se gradito ai giovani”.[7]

    Accompagnare la libertà dei giovani

    “La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di San Paolo che dice: Charitas benigna est”.[8] La Carità di Dio resta il riferimento decisivo della pedagogia Salesiana, non può essere diversamente. Senza la pratica della Carità nella forma triadica di Ragione, Religione, Amorevolezza, difficilmente si possono poi avere criteri ben definiti per comprendere e interpretare la realtà giovanile contemporanea. Questo tiene ferma la barra sul primato della “porzione più preziosa dell’umana società”[9] che sono i giovani, le persone giovani.
    Dal Vangelo noi attingiamo una sensibilità particolare della figura di Gesù Cristo; per questo ci prendiamo cura dei giovani nella forma di un umano complessivo in una sorta di sintesi tra senso religioso e cultura. Cerchiamo di incontrare e accompagnare la libertà dei giovani affinché possano fare buon uso di tutti gli strumenti che i percorsi scolastici sanno offrire alla loro vita, alle loro scelte di vita. I contenuti, gli stili cognitivi, le competenze, le abilità senza cadere nel tecnicismo. Promuovere la libertà dei giovani è fare ciò che don Bosco esprimeva con sintesi eccezionali ed efficaci così semplici e così complete: “buoni cristiani e onesti cittadini”.
    C’è un desiderio comune e coltivato in tutti coloro che vivono l’esperienza della scuola salesiana: riconoscere un’aspirazione continua, un compito, una vocazione e una missione. Crescere con i giovani come uomini e donne libere e liberanti affinché, a loro volta, i giovani che incontriamo sulla nostra strada e che ci vengono affidati dalla Provvidenza, come riteneva bene don Bosco, possano diventare uomini e donne libere e liberanti: “Uno solo è il mio desiderio; quello di vedervi felici nel tempo e nell’eternità”.[10]

    * Catechista Formazione Professionale - Sede di Milano


    NOTE

    [1] La Chiesa e la scuola. Un rapporto che viene da lontano e che vuole rinnovarsi alla luce delle nuove sfide pastorali, culturali, educative, 52 (2018), n. 08, pp. 7-52.
    [2] Christoph Theobald, Urgenze pastorali, EDB, Bologna , 2019.
    [3] Christus vivit, Esortazione Apostolica Post Sinodale, n 221-223.
    [4] Costituzioni e Regolamenti, art. 47.
    [5] Ibidem, art. 19.
    [6] Ibidem art. 19.
    [7] Ibidem art. 17.
    [8] Il Sistema Preventivo nella educazione della gioventù, Regolamento per le case della Società di San Francesco di Sales, pp.3-13.
    [9] MB II, p.45.
    [10] Lettera da Roma, ACS 1 (1920), pp.40-48.


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