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    La bellezza

    Jean D'Ormesson



    La bellezza? Un'idea, un sentimento, un piacere, un'emozione. E di nuovo un mistero. La bellezza, come il tempo, non sappiamo che cosa sia. Spesso gli uomini hanno cercato di spiegarla con la matematica. Con dotti calcoli e con la sezione aurea. Senza risultati decisivi. In un film francese di una cinquantina d'anni fa c'è una battuta a proposito di una bevanda piuttosto forte che è diventata celebre: «C'è della mela, ma non c'è solo la mela...» Anche nella bellezza, c'è della matematica, ma non c'è solo la matematica. Michelangelo e Bach, Pascal e Bramante sono matematici. Ma sono anche qualcos'altro. Il fascino, la grazia, l'invenzione, la sorpresa, la sensibilità, il paradosso, l'immobilità e il movimento, l'equilibrio, l'armonia, la simmetria e l'asimmetria... Nessuna definizione basterà mai a circoscrivere la bellezza.
    Un viso è bello, forse non per tutti, ma per alcuni. E nessuno sa perché. Un tramonto è bello. Un'automobile è bella. Un libro è bello, cioè ci piace. E fa di più che piacerci: ci arricchisce, ci eleva, ci trasporta altrove. Un ponte, una cattedrale, una moschea, uno svincolo autostradale sono belli. Agli occhi del chirurgo è bella una cicatrice. La Presentazione di Maria al Tempio di Tiziano in un angolo un po' fuori mano delle Gallerie dell'Accademia a Venezia è bella. La soluzione di un problema, una formula, un'equazione sono belle. Il Concerto n. 21 di Mozart, e soprattutto il suo andante, straziante e così lieto, è di una bellezza da far perdere la testa. È bella la leggerezza quando è unita alla profondità.
    La bellezza non esiste in sé, in assenza dei fenomeni o degli oggetti che giudichiamo belli. Poiché originariamente sorge in un mondo privo di bellezza, o almeno in un mondo in cui la bellezza, già presente, rimane ancora nascosta, gli uomini la fanno sprizzare dal vuoto dell'universo. Iniettano bellezza in un mondo cieco e muto. Come l'universo in generale, essa è legata all'uomo, ai suoi sensi, alla sua immaginazione, al suo cervello. In un modo o nell'altro, non c'è bellezza senza spettacolo e non c'è spettacolo senza percezione dello spettacolo. Non c'è bellezza senza pensiero, senza orecchie e senza occhi.
    La bellezza è ingannevole, bugiarda, a volte deludente, sempre discutibile e sempre equivoca. Lo sanno tutti che ha stretti legami con gli impulsi di una moda che continua a passare di moda. Cambia con il tempo. Varia a seconda degli individui. Divide tanto quanto avvicina. È una promessa di felicità e spesso di infelicità. Le sirene sono belle e il loro canto è bellissimo. Medusa ha una specie di bellezza. E Lucifero è bello.
    La bellezza è effimera e incostante come il tempo. Quello che ieri sembrava bello – l'arte, i costumi, il linguaggio, tutte le forme d'espressione, il modo d'essere e di sentire, i vestiti, i volti... – oggi sembra risibile. E quello che ci piace oggi sarà ridicolo domani.
    Non sono soltanto le modalità della bellezza a essere continuamente contestate e minacciate dal passare del tempo, ma l'idea stessa di bellezza. Per secoli e secoli la bellezza si è confusa con le arti, con la pittura, la scultura, la musica, l'architettura. Ne costituiva lo scopo, la condizione, la materia e il senso. Una buona parte, e la più chiassosa, dell'arte odierna si è distolta dalla bellezza. Un'opera d'arte ha ancora il diritto di essere bella. Può anche nutrire ambizioni diverse. All'indomani delle due guerre mondiali e della crisi economica, con i progressi della scienza e la paura del futuro, dopo Rimbaud, Joyce, Picasso, Charlie Chaplin da un lato, Barnum, la radio, il cinema, la televisione dall'altro, il rifiuto, la lotta, il furore, un'etica a volte capovolta hanno preso il posto dell'ammirazione, che è inseparabile dalla bellezza. I media e il denaro hanno detronizzato il riconoscimento tra pari e la gloria. I registi l'hanno avuta vinta sugli autori. Il commento sociologico si è impadronito dell'arte.
    È successo che la bellezza, per lungo tempo tanto adulata, non soltanto è stata trascurata e dimenticata, ma si è vista denunciata, vilipesa e sbeffeggiata. «Una sera, ho preso sulle ginocchia la Bellezza – E l'ho trovata amara – E l'ho ingiuriata». Lei di queste sgarberie e delle proprie disavventure non si dà molta pena. Se ne sta tranquilla nel suo cantuccio. Sa che tornerà da sovrana, simile e diversa. Malgrado tante disgrazie, in lei e dentro di lei c'è qualcosa di ostinato e forse di eterno.
    Non è affatto certo che la bellezza basti a salvare il mondo dalla follia degli uomini e dal loro genio. Lo rende comunque sopportabile. Lo trasforma in felicità.

    (Guida degli smarriti, Neri Pozza 2017, pp. 99-103)



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