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    Dove eravamo rimasti...?


    Introduzione al "Quaderno di lavoro" del Convegno

    Michele Falabretti

    (NPG 2022-06-4
    )


     

    Forse è capitato a tutti, almeno una volta, di spingersi a nuoto un po’ più lontano dalla riva. Si parte, pieni di energia e ci si lascia prendere dalla libertà che il mare offre: dalla spiaggia, tutti diventano un puntino che emerge dalle onde. Magari ci si dà un obiettivo: una boa al largo, una piattaforma in mezzo al mare. Per raggiungerla, a un certo punto, si investono molte energie. Quando finalmente ci si arriva, si riprende fiato e ci si lascia dondolare dalle onde.
    A quel punto inizia la parte più impegnativa: l’entusiasmo ci ha portati lontano, ma rientrare comincia ad essere una fatica. Il mare non ha mai le onde che viaggiano perpendicolari alla spiaggia e così ci si ritrova a nuotare faticosamente in una direzione che è sempre più lontana dalla riva che si vuole raggiungere. Di solito finisce che, esausti, si mettono i piedi dove capita sulla spiaggia e si incomincia a camminare.
    Questo tempo assomiglia al rientro a nuoto sulla spiaggia: un percorso che sembra interminabile e che non ci riporta mai al punto di partenza. La sensazione di essersi persi, forse anche di aver gettato via del tempo, di aver fatto un percorso inutile, è grande.
    I giorni che stiamo per vivere insieme assomigliano a quella passeggiata sulla spiaggia, quando per non sentirci del tutto persi proviamo a riordinare i pensieri, a cercare di capire da dove eravamo partiti, cosa abbiamo fatto in mare, cosa ci aspetta ora che i piedi sono di nuovo sulla terra.

    Da dove siamo partiti
    Un paio di anni fa si veniva da un percorso entusiasmante come quello del Sinodo dei giovani. Mille pensieri, incontri, esperienze godevano dell’entusiasmo di un cambiamento che la pastorale giovanile non percepiva come rivoluzionario, ma come necessario. Chi da tempo si occupa di nuove generazioni, sentiva il bisogno di lasciare una mentalità ormai inadatta e di assumere il coraggio di ridare fiducia alle relazioni e alle esperienze con il mondo giovanile. Le parole coraggiose dei corposi documenti sinodali ci hanno guidato nell’elaborazione delle Linee progettuali che non sono una ricetta pronta, ma i punti di riferimento individuati attraverso un cammino di gruppo, emersi dalla lettura della storia e delle riflessioni disponibili.

    Cosa abbiamo fatto in mare
    Giusto il tempo di buttarsi in mare e si è fatto buio: siamo entrati nel tunnel della pandemia. Un momento davvero inedito, nel quale era impossibile capire in tempo reale cosa stesse accadendo. Il problema sta nel fatto che avevamo il desiderio di verificare come quelle famose dieci parole avrebbero potuto ispirare il nostro agire e ci siamo ritrovati nel distanziamento, nell’isolamento, con l’unica possibilità di rimanere connessi e sperimentando il limite che la connessione può avere quando non riesce a trasformarsi in esperienza di incontro e relazione. Anche perché tutto era vissuto come transitorio, come se tutti si fosse in una grande, eterna sala d’attesa. Aggiungiamo la fatica del ritorno. Molte energie se ne sono andate nel tentativo di tornare semplicemente da dove si era partiti, illudendosi che non fosse successo nulla. Abbiamo oscillato tra il senso di colpa di dover lasciar scorrere il tempo senza riuscire a fare cose e la tentazione di abbandonarsi all’inedia portata anche dalla tristezza di vedere ogni cosa ferma o non più praticabile. Sono emerse istanze che invocano parole grosse: fragilità, malattia, morte, solitudini, depressioni…

    Cosa ci aspetta
    Anzitutto l’impegno a riprendersi: lo stiamo già facendo, ma pur avendo messo i piedi sulla spiaggia, la testa ancora gira per la stanchezza, gli occhi scrutano il punto dove tornare e la mente ripensa alla fatica. Le persone attorno a noi non sembrano più le stesse, le cose che facciamo paiono non avere lo stesso gusto. A mano a mano che si cammina, però, ci si asciuga e forse la stanchezza ci sta dicendo che potrebbe non essere stato tutto inutile; già si percepisce che la mente si è liberata, la circolazione del sangue si è riattivata, i muscoli promettono di essere più tonici.
    Il 18 aprile scorso siamo stati raggiunti dal dono di migliaia di adolescenti che hanno colorato una Piazza che era piombata nel buio, siamo stati investiti dal loro entusiasmo e dal loro affetto.
    Il Convegno che stiamo per vivere risente di tutte le fatiche di questo tempo e le vorrebbe affrontare. Non è tempo per organizzare ordinatamente un discorso e riconsegnarlo in una forma organica. Però i pensieri importanti vanno raccolti e trattenuti: uscire dall’acqua significa anche sentirsi ri-generati a un tempo nuovo nel quale nuove responsabilità ci attendono.
    Ci siamo affidati ad un’immagine presa dalla riflessione di Maria Zambrano, filosofa spagnola del secolo scorso: aver fede nell’imprevedibile. Sono molti i segni di fatica che questo tempo ha portato con sé, ma sono altrettanti i segnali positivi e le opportunità che ci vengono offerte. Se da una parte il Sinodo invocava cambiamenti significativi (e per questo difficili da mettere in atto), l’imprevedibile di questo tempo ci aiuta ad affrontare con più coraggio il futuro. Con un atteggiamento che chiede fiducia: che non è la fine del mondo (la Pasqua ci insegna che non lo sarà mai), che l’imprevedibile porterà sguardi ed esperienze nuove, che il nuovo va atteso e desiderato, ma anche preparato e accolto.
    Riprendersi per mano, tornare a fare alleanza, rinvigorire lo spirito di servizio che il Vangelo mostra come forza per il mondo, è l’obiettivo che questi giorni si vogliono dare.



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