Giacomo Grasso
(NPG 1976-03-02)
Un libro recente, scritto da un gruppo di educatori e indirizzato a giovani dai diciassette ai vent'anni (Aa.Vv., Insieme per vivere e sperare, Borla, Bologna 1975), ha un paragrafo dal titolo: «La chiesa che noi vorremmo edificare». L'ha scritto il cardinale Sebastiano Baggio, prefetto della Congregazione dei Vescovi, già Arcivescovo di Cagliari e Nunzio Apostolico in diversi Stati non europei. Non si tratta di un articolo scientifico ma della testimonianza di un credente che ha avuto e ha grosse responsabilità pastorali nella Chiesa. L'esperienza del cardinal Baggio non nasce dalla lettura di un'inchiesta, dallo spoglio di questionari, ma dalla riflessione di fede intrecciata dalle esperienze concrete che gli hanno permesso di cogliere quanto, in nazioni e in ambienti molto diversi tra loro, si pensa e, soprattutto, si vive della Chiesa. Si tratta di una lettura simpatica che permette al lettore di farsi un'idea prima, di alcune maniere diverse di intendere la Chiesa (chiesa «chiusa», chiesa proiettata verso la liberazione dell'uomo, chiesa fatta principalmente o solo di culto, chiesa nostalgica, chiesa «ecologica», chiesa «di tutti i giorni»), poi di riflettere su questa chiesa «di tutti i giorni», e riflettervi pensando all'esperienza apostolica e all'insegnamento che via via la comunità cristiana ha dato per bocca dei suoi pastori.
Vi sono molte maniere per accostarsi al «problema Chiesa» (esperienza personale, tanto più valida quanto più ricca e svariata; riflessione teologica «pura»; indagine sociologica). Questi modi diversi diventano tutti significativi in quanto concludono con interventi che possano risultare pastoralmente e teologicamente interessanti. Limitarsi ad una analisi, anche accurata e fermarsi poi lì, senza cercare - ognuno a seconda dei suoi interessi e delle sue competenze - di procedere ancora, vuol dire non scendere nel vissuto dei credenti e delle comunità cristiane. Soprattutto vuol dire non utilizzare per la «vita di Chiesa» i risultati raggiunti. L'intervento del cardinale Baggio si giustifica proprio per la seconda parte che potrebbe avere lo stesso titolo di questo scritto: «Come presentare la Chiesa ai giovani d'oggi». Le inchieste pubblicate nel 1974 e nel 1975 su questa Rivista, hanno avuto, o avranno, un senso, nella misura in cui chi le ha lette avrà cercato o cercherà di fare lo sforzo che l'autore qui affronta. Quello cioè di chiedersi, di fronte alla situazione illuminata dalle inchieste, quale può essere la linea di fondo da seguire per presentare e vivere la Chiesa coi, giovani d'oggi. Questo non solo in un momento di catechesi ma, prima ancora, in un momento di evangelizzazione, e sempre, comunque, nella vita di ogni giorno della nostra comunità ecclesiale. Non crediamo nelle ricette teologico-pastorali. Questo, perciò, vuole essere solo un contributo. Poiché cerca di rifuggire anche le «soluzioni semplici», inserisce nel testo il maggior numero di difficoltà. Se si conoscono le difficoltà il percorso è molto facilitato. Se si ignorano, o si vogliono ignorare tutto è tranquillamente percorribile. Ma solo sulla carta.
1. Una premessa
L'uomo diventa un «credente», un «seguace della strada che è Cristo», un «cristiano» perché accoglie l'evangelo che gli è stato annunciato, proclama la sua Fede nel Cristo morto e risorto, le dà, col Battesimo, una dimensione significativa che lo immette, anche a livello di segno, nel Cristo stesso e, perciò, nella sua Chiesa, quel popolo, quella comunità, che ha Cristo stesso come «testa» e i credenti in Lui come membra. Prima della «realtà Chiesa», dunque, sta la realtà del credente, anche se il «prima» e il «poi» di cui si tratta qui non vogliono avere significati né cronologici né di importanza. È allora fondamentale, prima di far riferimento esplicito alla Chiesa, fare un sommario riferimento al credente. Il presentare la Chiesa ai giovani d'oggi è indubbiamente un problema che i pastori devono porsi (e con loro tutti i credenti). Ma devono porsi pure il problema (che oggi prende il nome di «specifico cristiano»), relativo all'essenza stessa dell'essere credente. Se non si compie quest'operazione previa si corrono grossi e pericolosi rischi e ci si avvia per una strada che può risultare del tutto inutile. Manca, infatti, quel ponte indispensabile per congiungere il percorso e renderlo un itinerario percorribile e non un sentiero senza via d'uscita, senza sbocchi.
LA RICERCA SULLO SPECIFICO DEL CRISTIANO
Ritengo di dover dire questo perché non credo isolabile il tema ecclesiologico da quello più ampio dello «specifico cristiano». Sono, cioè, fra quanti ritengono che non poche difficoltà nella nostra vita di Chiesa derivano da una situazione in forza della quale si è cercato, validamente, di riesaminare la proposta ecclesiologica della teologia cattolica (cf ad esempio la Lumen gentium del Vaticano II), ma si è ancora in forte dibattito cristologico. Questa situazione fa sì che manchino, alla riflessione sulla Chiesa oggi, dei supporti che rimandano immediatamente alla cristologia. Ci si potrebbe, per esempio, chiedere: quale cristologia soggiace alla Lumen gentium o alla Gaudium et spes? Ne nascerebbero risposte tutt'altro che compiute. Ancora: se sarà abbastanza facile delineare un'ecclesiologia comune, non sarà altrettanto facile, almeno a livello di esplicitazione, cogliere una comune proclamazione cristologica. Ancora più difficile sarà arrivare ad un'unica affermazione riguardo allo «specifico del cristiano». Tra le più svariate risposte c'è, ad esempio, anche quella di chi ritiene del tutto superflua una ricerca su questo argomento. Colui che fa parte esplicita della Chiesa (non insisto su questa terminologia, perché ritengo sia sufficientemente acquisita, pur con tutte le possibili sfumature), il credente, come si caratterizza? cosa gli viene chiesto (al di là e in conseguenza della sua proclamazione di fede sul Cristo morto e risorto)?
Queste domande stanno alla base della ricerca sullo «specifico cristiano». Tale ricerca non fa parte propriamente della mia riflessione. La voglio porre, almeno nelle mie conclusioni, come premessa, per i motivi già riportati.
«Lo specifico del credente, ciò che gli è esclusivamente proprio (e non per merito suo, ma per il dono di Dio), ciò che lo distingue dagli altri uomini (e lo dimensiona in un atteggiamento tipicamente di "servizio" di Dio e dei fratelli), consiste nel proclamare e nel riconoscere».
PROCLAMARE CHE DIO È DIO
Il credente in Gesù Cristo, nella sua morte e risurrezione, è colui che proclama, per il dono di Dio in Gesù Cristo, che solo il Signore (padre di Gesù Cristo) è Dio. Si tratta, dunque, di una proclamazione anti-idolatrica che colloca il credente sulla strada della grande tradizione del Popolo eletto, soprattutto sulla strada della tradizione profetica che si è compiuta in Gesù. Questa proclamazione anti-idolatrica pone già adesso il credente nel numero dei 144 mila di cui parla l'Apocalisse (cf Apoc 7, 4-8), cioè nel numero di coloro che non sono stati idolatri. L'idolatria (che assume i nomi più diversi e non può certo essere ridotta a quella, sufficientemente rara oggi, che si identifica con l'adorazione di totem o di «idoli»), resta sempre la grande tentazione per l'uomo che sostituisce al vero Dio tutta una serie di realtà, cominciando da se stesso. La proclamazione anti-idolatrica non rappresenta solo un gesto di totale disponibilità nei confronti del vero Dio (il Signore, il Padre di Gesù Cristo), ma diventa, anche a livello di gestione della propria umanità, momento espressivo, e forte, di liberazione. Diventa momento profondo di umanizzazione perché chi si costruisce idoli blocca, in genere, la propria umanità (e quella degli altri), dando uno spazio sempre più vasto a ciò che blocca l'uomo, lo costringe entro confini invalicabili. La lotta contro ogni forma di idolatria rappresenta una crescita per l'uomo (e la secolarizzazione nella quale sta vivendo gran parte dell'umanità è espressione di questa lotta). Solo il credente può riuscire, proprio nella sua fede nel Padre di Gesù Cristo (e per il suo dono), a completare radicalmente la proclamazione anti-idolatrica: solo lui, infatti, è in grado di riconoscere il «Creatore» e quindi Colui che sta al di sopra di ogni tentativo di idolizzazione. Ogni momento della vita, e in particolare della vita di chi incide di più nella storia del mondo, può essere di «prova» e di «tentazione» idolatrica: il risultato raggiunto, la rivoluzione compiuta, l'organizzazione data alla comunità civile così corrispondente alle sue necessità, l'aver vinto alcune malattie o alcuni grossi problemi sociali, possono diventare altrettanti idoli. Di fronte ad essi il credente, pur gioendo con gli altri uomini per i risultati raggiunti è chiamato a proclamare quei fatti «penultimi», mai ultimi, perché l'alfa e l'omega sono soltanto «Dio, e l'Agnello».
RICONOSCERE LA SALVEZZA IN AZIONE
Il secondo elemento dello specifico cristiano è il «riconoscimento». Esso consiste nella capacità che il credente ha (per il dono di Dio in Gesù Cristo) di riconoscere negli altri uomini, negli avvenimenti della storia e nella stessa realtà, Gesù Cristo, la sua salvezza, i segni realizzatori della sua liberazione. Si tratta di un riconoscimento dalla dimensione «sacramentale»: tutto quello che circonda (in realtà e avvenimenti) il credente dice riferimento alla grande opera salvifica realizzata da Dio in Gesù Cristo e, quindi, è in qualche modo «segno» del Cristo stesso. Partendo da una riflessione sulla Creazione (intesa come avvenimento di salvezza, di quella salvezza che si compie in Gesù), è possibile misurare secondo una «sacramentalità diffusa» la realtà e leggerla, con gli occhi della fede, come «cristica». Questo «riconoscimento» è tipico del credente. Lui solo può attuarlo, perché solo lui crede in Gesù Cristo. Nel riconoscimento si compie la specificazione dei gesti e degli atteggiamenti del credente da quelli compiuti, anche in modo umanamente identico da altri uomini sulla faccia della terra. Come solo il credente «riconosce» nel pane e nel vino l'eucaristia, così solo il credente può cogliere sul volto del fratello i lineamenti del volto di Cristo. Cosa differenzia l'amore di una mamma cristiana per i suoi bambini dall'amore di una mamma che non crede? Forse l'intensità? Forse la dedizione? Una risposta affermativa, a questo livello, sarebbe anzitutto offensiva per la mamma non credente, ma soprattutto non vera. La differenza c'è, ed è forte, ma consiste in qualcosa che solo la fede permette di discernere. La mamma credente, a differenza di quella che non crede, coglie nei suoi bambini il volto di Gesù, e li ama - in Cristo - proprio per questo. Che altrimenti il suo non sarebbe un amore di carità (un amore cristiano), ma un amore del tutto simile a quello «dei gentili».
FRUTTO DEL DONO Dl DIO
Proclamazione e riconoscimento, lo specifico del cristiano, non si operano sulla base delle «sapienze e potenze» del mondo. Non sono il frutto di un'intelligente ricerca, o delle capacità conoscitive e riconoscitive dell'uomo. Sono frutto del dono di Dio, sono essi stessi «doni di Dio». Offerti costantemente, nella fede, speranza e carità, al credente, possono anche essere rifiutati, non accolti. Non sempre, pur essendo presente il dono di Dio, si ha la forza di testimoniare Cristo E allora non si proclama e non si riconosce: ecco il «peccato», di cui il credente dovrà ogni giorno confessare la colpa, chiedendo perdono e chiedendo di cambiare strada, per assumere quella strada (che è Cristo), sulla quale la proclamazione e il riconoscimento sono costanti.
Ritengo, per numerosi motivi, che una premessa del genere vada posta ad una riflessione, come questa, che si chiede come presentare la Chiesa ai giovani d'oggi. Infatti quello che è specifico del singolo credente lo è anche della comunità cristiana. Presentare la Chiesa senza metterne in evidenza le peculiarità significa, per lo meno, mancare di correttezza nei confronti di chi desidera avere un'immagine esatta della realtà (in questo caso la Chiesa) colla quale vuole confrontarsi o nella quale vuole vivere la propria avventura per sperimentare già adesso, in germe ed inizio, il Regno.
Sarà perciò importante sottolineare cosa la Chiesa è, nella sua proclamazione e nel suo riconoscimento, se si vorrà, da una parte, essere fedeli a quello che il Cristo ha voluto fosse la sua Chiesa e, dall'altra essere fedeli alla domanda di chiarezza che viene rivolta da chi si rivolge alla Chiesa o, vivendoci già, vuol comprendere meglio quello che essa è.
2. Un metodo
Ogni intervento sulla realtà richiede all'uomo che sta operando un «metodo di lavoro». Chi vuole «presentare la Chiesa ai giovani d'oggi», e vuole operare sia per l'approfondimento dei misteri di Cristo (nella catechesi), sia per annunciare l'evangelo a chi non lo ha mai ascoltato o non lo ricorda più (in una evangelizzazione intesa qui in senso un po' ampio), deve cercarsi un metodo.
UNA ECCLESIOLOGIA MATURATA «ASSIEME»
Da alcuni anni si insiste perché la teologia non sia il frutto dell'elaborazione asettica di una facoltà teologica, ma il frutto di una comunità cristiana che vive e celebra l'eucaristia. Con questo non si accetta la tesi della teologia del «grido puro». Padre Chenu, attento lettore degli avvenimenti ecclesiali, mette in guardia da movimenti tutti irrazionali che, in nome di un presunto evangelismo, rifiutano la riflessione teoretica. Padre Jossua aggiunge che la riflessione teologica, anche quella delle comunità di base, deve essere critica, rigorosa, attenta alle scienze umane. Nella comunità ecclesiale che «fa teologia» non possono mancare gli svariati ministeri di chi, avendo diverse mansioni, collabora colle proprie capacità scientifiche al raggiungimento di un risultato attento e approfondito. Resta, comunque, la necessità di «ritrasportare» la riflessione teologica nell'ambito della comunità ecclesiale, e non emarginarla entro quei confini che una razionalizzazione esasperata della cultura teologica avevano costruito. Questa è una prima osservazione metodologica: chi vuol presentare la Chiesa (sia nell'evangelizzazione che nella catechesi), ai giovani d'oggi, deve poter fruire di una riflessione ecclesiologica vitale, frutto dell'attenta elaborazione di una comunità di credenti. Collegata alla fede e alla vita di fede di una comunità cristiana, la proposta ecclesiologica mantiene, da una parte, l'indispensabile fedeltà alla Tradizione, cioè all'evangelo di Gesù Cristo (e a Gesù Cristo stesso), dall'altra si colora a seconda delle istanze della comunità di fede e non rischia di assumere interessi che sono lontani dall'impegno di vita (e talora di lotta) dei giovani d'oggi. Questo momento metodologico non è né facile, né immune da possibili errori. Non è facile, perché nella situazione di Chiesa in cui viviamo ben poche sono le comunità in grado di elaborare esplicitamente una propria riflessione teologica (e ecclesiologica). Non è immune da possibili errori perché, lo si è già detto, si può cadere nella tentazione del «grido puro» e anche in quella di ritenersi «autonomi» da tutto, e da tutti, non prestando la dovuta attenzione all'insieme delle comunità cristiane e a coloro che, per il dono di Dio, hanno un particolare ministero nella Chiesa, quello dell'apostolato: i vescovi e il papa.
Non credo metodologicamente corretto né il misconoscere le difficoltà, né il sopravvalutarle. Nel primo caso si procede disordinatamente, e facilmente si cade nell'errore; nel secondo caso si pensa di non poter neppure partire. A questo proposito, tenendo presenti le difficoltà oggettive, ritengo che di fatto esistano possibilità intermedie. Non molte sono, si è detto, le comunità cristiane in grado di compiere un'elaborazione teologica. Non sono però poche quelle che cercano di comprendere, nella loro fede, la realtà della Chiesa. E questo è già sufficiente per mettersi in marcia.
UNA ECCLESIOLOGIA ESPERIENZIALE
Un secondo apporto metodologico lo assumo dalla metodologia che è stata offerta dai primi catechismi già pubblicati (quello dei bambini e i due dei fanciulli). Come è noto in essi predomina l'aspetto di «inserimento globale» su quello solo conoscitivo. Quello che è richiesto agli educatori (siano essi genitori, o insegnanti, o religiosi, o preti), non è tanto la capacità pedagogica di presentare bene il messaggio, ma il viverlo, e, attraverso la vita, comunicarlo ai bambini e ai fanciulli. Si è già detto che questo tipo di educazione attraverso la vita non esclude la «verità». Essa fa parte dell'«inserimento globale». Per chiarire: lasciamo un po' da parte la razionalizzazione del verbo «conoscere» e assumiamo quello che in lingua ebraica si intende per «iadah» (conoscere). Veniamo rinviati ad una conoscenza vitale e globale, che dice anche inserimento, partecipazione, avvenimento che coinvolge tutto l'uomo, non solo la sua intelligenza.
Mi sembra indispensabile vivere e far vivere esperienze di Chiesa ai giovani d'oggi. Questo anzitutto perché il cristianesimo, e la fede, non sono una dottrina che si può insegnare sui libri di una scuola. Le dimensioni apologetiche possono avere il loro valore, ma è esperienza comune che le conversioni al cristianesimo (lo ricordava anche un «classico» della scuola tomista del primo novecento, certo insospettabile, il padre Garrigue-Lagrange), passano attraverso la testimonianza vitale dei credenti, raramente attraverso i trattati apologetici. Inoltre perché in questo modo la comunità cristiana trova, nello stesso momento in cui evangelizza e catechizza, un motivo per la sua conversione. Non è troppo duro esprimere belle parole (anche coperte di «nuovo») sulla Chiesa. Diventa testimonianza (e martirio) vivere nei fatti una comunità ecclesiale così come la vuole il Signore Gesù. Diventa proclamazione di «peccato» rendersi conto, e rendere conto, dell'incapacità di esprimere tutta la santità di cui la Chiesa dovrebbe essere testimone. Ma anche questo atteggiamento sarà un modo fedele e pieno di speranza di «presentare la Chiesa ai giovani d'oggi»: essi non amano le cose perché «belle», le amano perché «vere».
3. Reinventare
Una Chiesa che voglia presentarsi ai giovani d'oggi deve sapersi «reinventare». Si parla frequentemente di «cambiamento di civiltà», di cambiamento molto rapido, senza confronti nella storia, universale e globale. Di fronte al cambiamento si sente l'esigenza di attuare rapporti nuovi, di cogliere piuttosto alcuni elementi che altri. Anche le comunità ecclesiali sono prese da queste preoccupazioni. Il postconcilio ha usato un termine, che era stato di Giovanni XXIII, il termine «aggiornamento». Io preferisco l'espressione (usata da padre Liégé) «reinvenzione». Non si tratta soltanto di un'espressione, ma di un tipo di impegno offerto ad ogni comunità cristiana desiderosa di trasformare il proprio volto nella duplice fedeltà all'evangelo e alla storia.
Tale impegno si snoda attraverso almeno sei «passaggi» che riporto qui rapidamente. Essi possono costituire una base forte di lavoro là dove si voglia coinvolgere tutta una comunità in un ripensamento sul proprio essere Chiesa.
Questi sei «passaggi» della «reinvenzione» possono pure costituire un riferimento per una presentazione della comunità ecclesiale, sia nella fase di evangelizzazione che in quella di catechesi. I giovani ne sono i soggetti migliori, almeno in forza di quella tensione di novità che è tipica del mondo giovanile.
UN'ANALISI CORRETTA
Il primo «passaggio» consiste nel rendersi conto, attraverso una lettura attenta e critica, dei cambiamenti avvenuti nel mondo in cui viviamo. Si tratta di compiere un'analisi o, almeno, di rifarsi alle analisi esistenti. Ad evitare il pericolo costante di «banalità» (in agguato tutte le volte che un gruppo si muove al di fuori di sue immediate competenze specifiche), è indispensabile evitare le assolutizzazioni delle risposte che si ricevono. È inoltre importante mantenere le risposte delle singole scienze (per lo più scienze umane), nell'ambito della loro disciplina. Dico questo pensando, in particolare, alla sociologia (e forse anche alla psicologia), scienze che non possono essere sconosciute, oggi, ma che talora desiderano diventare «le regine della scienza» (un po' come pretendeva d'esserlo la teologia degli Scolastici). A livello di questo primo passaggio la tentazione è anche data dal desiderio di arrivare immediatamente ad una conclusione: si legge una realtà come nuova, si apprestano immediatamente dei cambiamenti ritenuti adeguati. Non si è ancora in grado di apprestarli con piena conoscenza di causa. Ne nascerebbero solo conclusioni distorte.
UNO SGUARDO AL PASSATO
Il secondo «passaggio» consiste invece nel leggere il passato, recente e remoto, per chiedersi come abbia reagito la comunità cristiana di fronte a certi cambiamenti, o di fronte a certi problemi. Non sarebbe difficile dimostrare come certe «reinvenzioni» che sono state approntate senza far riferimento all'esperienza passata, hanno ripetuto errori già conosciuti che si sarebbero potuto evitare. A questo livello i sussidi non sono molti, o sono difficili da assumersi (talora sono saggi storici che richiedono una particolare competenza). Forse diventa indispensabile per le comunità ecclesiali fare una lavoro comune.
LE DOMANDE DALL'OGGI
Il terzo «passaggio» consiste nell'ascoltare le domande che vengono poste dagli uomini d'oggi. A questo proposito (ma ci si ritornerà in maniera più ampia) ecco almeno uno dei significati delle inchieste che stiamo esaminando. Anche qui non si tratta di ipostatizzare certi risultati, ma di leggerli con attenzione, sapendo che anche tra le righe di certe risposte si possono individuare domande di grande interesse. Ogni ascolto richiede una selezione, e una critica. Questa non può che essere sui due fronti: sul fronte di chi ascolta, sempre tentato di rifiutare certi interrogativi, perché mettono in crisi sicurezze e tranquillità; troppe volte non solo si ascolta male ma si colpevolizza chi ha posto la domanda; e anche sul fronte di chi ha formulato la domanda, perché potrebbe davvero essere una domanda retorica, o fatta per fuorviare dai problemi reali.
RIFERIMENTO A CRISTO
Il quarto «passaggio» - è quello fondamentale per una comunità cristiana che voglia essere fedele al suo Signore - consiste nel rifarsi alla grande Tradizione ecclesiale, cioè all'evangelo di Gesù Cristo, a Cristo stesso, così come è vissuto, per il dono dello Spirito, nella Chiesa. La parola «Tradizione» non deve impressionare: ha la T maiuscola. Non si tratta, cioè, di privilegiare tanti piccoli modi di fare che, magari con dignità, si sono via via accumulati nei secoli. Essi possono sapere ormai di stantio, ed essere veramente tali. Si tratta, invece, di riandare a Gesù Cristo, alla sua Parola, una Parola che la Chiesa ha custodito gelosamente, e con fedeltà, non per meriti propri, ma per il dono di Dio, quello Spirito che è stato inviato e continua a santificare la Chiesa, anche se si tratta di una comunità fatta di uomini, e quindi anche di peccatori. Questo passaggio richiede, ancora una volta, attenzione teologica, e ascolto di chi, nella Chiesa, svolge, come dono di Dio, un servizio magisteriale autorevole: i vescovi, uniti al papa e il papa stesso. Questo le comunità cristiane unite nella comunione cattolica sanno bene, e qui sono chiamate a porlo in opera, in un atteggiamento che è insieme di umiltà e di fortezza, di disponibilità alla Parola e di sapienza.
VERSO UN CONSENSO COMUNE
Il quinto «passaggio» consiste nel saper realizzare un «consenso comune». La nostra civiltà è insieme tesa a sottolineare l'importanza della comunità e ancora piena di individualismi. È facile verificare comunità ecclesiali che, avendo raggiunto una soluzione, la realizzano, senza tener conto di quello che stanno facendo altre comunità che stanno a pochi passi di distanza. Una Chiesa impegnata nella «reinvenzione» del suo modo di vivere, è chiamata qui a «camminare insieme». È necessario che si formi un «consenso comune», espressione di tensioni diverse (e poi, come vedremo, di soluzioni diverse), unificate non nell'uniformità ma nel comune convincimento della utilità di un cambiamento fedele alla storia e all'evangelo.
IL PROGETTO
Il sesto «passaggio» consiste nella soluzione che finalmente si dà. È il passaggio conclusivo, quello in cui si tiene conto di tutti gli altri. Come si è detto non si tratta di arrivare ad una soluzione identica per tutti. Le comunità cristiane, le Chiese, hanno la dimensione dell'unità, non quella dell'uniformità. Anzi sarà proprio nelle differenze (lo nota padre Congar) che potrà risplendere l'unità (intesa, anch'essa, come dono di Dio e non come capacità di organizzare tutto alla stessa maniera...).
A questo punto l'itinerario è completo. L'averlo compiuto dovrebbe porre la comunità nella possibilità di offrire un'immagine di sé rinnovata, secondo un rinnovamento che tenga conto, per quanto è possibile agli uomini, della duplice fedeltà di cui si è più volte parlato: quella al Signore Gesù (che è ovvia, per un credente), e quella alla storia (che è, per ripetere ancora l'insegnamento di padre Chenu, il luogo in cui si incarna la Parola di Dio: il che significa che fedeltà alla storia, e agli uomini, non significa trasformismo ma, ancora, attenzione alla Parola).
4. Una Chiesa che «proclama e riconosce»
Si è dedicato un certo spazio di queste note all'identificazione dello «specifico cristiano». Lo si è fatto facendo riferimento al singolo credente, anche se si è accennato alla Chiesa. Ora occorre trasferire alla Chiesa lo «specifico». Presentare ai giovani d'oggi una Chiesa che «proclama e riconosce», vuol dire permettere ad essi una lettura di Chiesa che si mostra nella sua radicalità evangelica. Sarà poi indispensabile andare ad altri elementi che interessano la vita della Chiesa in alcuni momenti particolari (l'ascolto della Parola, la comunione ecclesiale, il servizio): ma occorre partire da quanto è fondante.
LA PROCLAMAZIONE
La proclamazione, da parte della Chiesa, dell'assoluto del Signore, Padre di Gesù Cristo, la pone immediatamente in una posizione di distacco nei confronti delle «potenze del mondo». Quanto conta è la «sapienza e potenza di Dio». Una Chiesa che si presenta nella confessione radicale dell'anti-idolatria, è una Chiesa che sa, col Salmista e col Profeta, che non si deve confidare né nella forza delle armi né nella ricchezza e solidità delle proprie costruzioni né nella astuzia politica usata realizzando accordi e trattati. Le parole di Gesù si intrecciano a quelle dei Profeti nel condannare le sicurezze «storiche», e l'insegnamento di Paolo sulla sapienza della Croce, intesa come scandalo e pazzia da chi non crede, completa i riferimenti delle Chiese. Le inchieste che abbiamo sotto gli occhi riferiscono, anche se con moderatezza, di quante siano le persone attorno a noi convinte dell'opera della Chiesa in quanto - come Chiesa - incide nella storia. È una tentazione, come quella subita dal vecchio Israele quando era convinto di poter superare le difficoltà con le proprie capacità e di incidere nella storia per la capacità dei suoi capi. Amos ha parole durissime contro quelli del Regno del Nord che oppongono all'Assiria la forza delle loro costruzioni. Israele ha certo inciso sulla storia, ma sulla storia della salvezza, e per la presenza continua del dono di Dio. È stato piccola cosa, vedendo su un piano mondiale la sua storia. Cluny ha segnato alcuni secoli nel medioevo. Adesso è un mucchio di rovine.
Una Chiesa tutta tesa a proclamare che solo il Signore è Dio, sa bene di incidere nella storia del mondo, ma secondo la sapienza e la potenza di Dio: ancora una volta, cioè, secondo uno stile che è scandalo e pazzia per il mondo. Sapendo questo la Chiesa non può pretendere di ammantarsi di abiti mondani e di riconoscimenti mondani, anche se per accidens questi possono esserci.
Si è detto che non pochi giovani (anche se non la maggioranza) fra quelli su cui si è compiuta l'inchiesta, hanno attribuito alla Chiesa un influsso nella storia del mondo. Credo che una presentazione della Chiesa ai giovani d'oggi dovrebbe tener conto di questa mentalità che può avere almeno due risvolti. Un risvolto è colto da chi, assistendo all'opera di umanizzazione che la Chiesa compie (si pensi alla promozione umana), ritiene tale opera come tipica della Chiesa. Un risvolto, opposto, è colto da chi vede nell'inserimento della Chiesa nelle attività del mondo, un indebito inserimento in settori che non dovrebbero interessarla. In entrambi i casi c'è al di sotto una lettura non completa (e questa lettura spesso distorta non è responsabilità del «lettore» ma, sovente responsabilità della comunità ecclesiale che non chiarisce a sufficienza il senso del suo intervento). Nel primo caso si loda l'opera della Chiesa non comprendendo che la promozione umana (che è compito di tutti gli uomini veramente tali), viene compiuta anche dalla Chiesa che ne fa il segno espressivo dell'autorevolezza del suo annuncio di liberazione. Ma quello che è proprio alla Chiesa è l'annuncio di liberazione, l'annuncio evangelico, non i gesti che compie (e che variano nella storia), per rendere credibile tale annuncio. Nel secondo caso si vorrebbe costringere la comunità cristiana nell'ambito del «tempio», come se esistesse ancora uno spazio «sacro» e non fossero tutto il mondo e la storia la realtà in cui il credente e la comunità sono chiamati a compiere il loro annuncio di salvezza.
Se esiste una responsabilità della comunità ecclesiale per queste letture non esatte, occorre una chiarificazione. Ed essa nasce approfondendo il ruolo di «proclamazione» di cui ho detto fin qui.
IL RICONOSCIMENTO
C'è qui il «riconoscimento del Cristo in ogni avvenimento della storia e sul volto di ogni uomo, e anche nella realtà che ci circonda». La comunità ecclesiale che compie tale riconoscimento rivaluta la sua dimensione sacramentale e la ricchezza di tutta l'economia sacramentale di cui è ministra. La Chiesa viene vista troppo spesso nella sua dimensione puramente umana, anche quando proprio per questo la si valuta e la si ammira. Ma la Chiesa è anzitutto «sacramento» del Cristo: è dunque segno (leggibile solo nella fede) di una realtà che è nascosta, e per questo non meno presente delle realtà visibili. In essa acquistano significato e dimensione di sacramento tanti avvenimenti che coinvolgono il credente in ogni momento della vita. Una Chiesa che isola i momenti sacramentali della quotidianità, perde vigore e favorisce i ritualismi, le cosificazioni, forse anche le superstizioni e, per opposizione, l'abbandono della pratica sacramentale e un secolarismo che è perdita della fede. Ridare alla comunità ecclesiale una portata sacramentale vuol dire ridare unità alla vita dei credenti e riaffermare il senso di una comunità che non è solo sociologicamente rilevabile ma anzitutto rilevabile a livello di fede. I singoli momenti sacramentali (quelli per antonomasia, cioè quelli legati ai sette sacramenti), diventano un tutt'uno con la vita del credente, perdono la ritualità deteriorante, si secolarizzano, forse, ma acquistano densità quanto alla vita di fede.
UNA CHIESA SEGNO: PROMOZIONE UMANA E ANNUNCIO
Operare per una presentazione della Chiesa come sacramento, significa pure adoperarsi perché la presenza della Chiesa sia leggibile come «segno». Sappiamo che la caratteristica fondante dei sacramenti è appunto il loro essere «nel genere del segno». La caratteristica, poi, del segno è anzitutto quello di «significare» qualcosa. Se il segno non riesce a significare nulla o, peggio, significa in maniera opposta a quel che dovrebbe significare, il suo ruolo sparisce. La Chiesa è sacramento di Cristo: non può che significarne la ricchezza del messaggio e dell'essenza stessa (che è essenza di liberazione, di salvezza). In questo senso va sviluppato (in particolare quanto all'autorevolezza dell'evangelizzazione) l'incontro tra annuncio di liberazione e promozione umana (laddove la promozione umana, è bene ripeterlo, non rappresenta il proprium dell'impegno ecclesiale ma è, per usare una terminologia della sacramentaria classica il sacramentum tantum di quella res tantum che è la liberazione - dal peccato, dalla morte e dalla Legge - compiuta per la potenza di Dio in Cristo Gesù).
La Chiesa è, e va presentata come tale, la portatrice di un messaggio e di una «memoria» (anamnesis) di liberazione. Rappresenta, anzi, nella storia degli uomini questo ruolo di «memoria critica» di fronte ad ogni oppressione. Essa, infatti, ha il compito di annunciare la liberazione realizzata da Cristo nella sua morte e risurrezione: una liberazione/ salvezza che coinvolge ogni uomo. Qualsiasi avvenimento che dica oppressione, e - di converso - qualsiasi avvenimento che dica liberazione, non può esserle estraneo. Portatrice di una memoria di liberazione, la Chiesa non si limita a «ricordare», perché la «memoria» che essa compie, avendo dimensione sacramentale, è memoria attualizzante. È, cioè, memoria in senso biblico, e non un semplice ricordo commemorativo che al più muove gli affetti, ma non trasforma radicalmente la realtà.
Questa tesi, sostenuta dalla «teologia della liberazione» (cf le opere di J. B. Metz, ad esempio), sta alla base di molte riflessioni di «evangelizzazione e promozione umana», e può essere colta non solo in riflessioni, o impegni, contemporanei, ma già nella tradizione ecclesiale lungo i secoli. La recente celebrazione del centenario di Bartolomeo de Las Casas ha evidenziato la presenza, nel sec. XVI, nell'America di lingua spagnola, di una riflessione e di una prassi ecclesiale di questo tipo. Il Las Casas, missionario domenicano, poi vescovo, ha fondato criticamente la sua opera di evangelizzatore su queste basi e si è fatto il promotore, insieme al teologo di Salamanca Francisco de Vittoria, di un'opera di liberazione delle popolazioni autoctone dell'America centromeridionale. Leggere gli avvenimenti gestiti da Las Casas vuol dire immettersi in un'operazione di Chiesa in cui l'evangelo è testimoniato concretamente da gesti di liberazione. Non è casuale il fatto che una collana (pubblicata in spagnolo da Sigueme, Salamanca, nel 1973) tutta dedicata alla teologia della liberazione, dedichi a Bartolomeo de Las Casas (1474-1566) un nutrito studio in cui E. D. Dussel delinea la figura profetica e molto attuale del vescovo missionario.
L'impegno delle Chiese in Italia, almeno fino all'autunno 1976, è quello di riflettere (per operare) su «evangelizzazione e promozione umana». Si è in attesa del convegno nazionale, al quale già stanno lavorando i membri della commissione preparatoria e a cui saranno invitati tutti i credenti e tutte le comunità cristiane (esiste già in avanzata elaborazione, un piano per il coinvolgimento delle regioni episcopali e delle singole diocesi, nonché dei movimenti e delle associazioni di cattolici). Ecco un ulteriore modo per presentarsi come Chiesa (sempre sulla linea di quel «riconoscimento» che si è detto essere uno degli elementi dello «specifico cristiano»). Senza addentrarmi nel discorso su evangelizzazione e promozione umana», vorrei però notare come le Chiese possono impegnarsi - come tali - almeno su due piani (entrambi necessari se le Chiese vogliono presentarsi adeguatamente ai giovani d'oggi e, in genere, a tutti gli uomini di buona volontà). Un primo piano è quello dei rapporti all'interno: si tratta di riflettere su come venga gestita la liberazione all'interno delle istituzioni ecclesiali (rapporti tra credenti, assistenza, istruzione, luoghi di culto: sono tutti settori nei quali occorre misurare la «liberazione»). Nei rapporti tra credenti, perché si è tentati di creare barriere tra giovani e vecchi, tra alfabetizzati e analfabeti, tra autoctoni e immigrati, tra inseriti e emarginati, ecc.; nell'assistenza e nell'istruzione, perché la tentazione di trasformare luoghi di «servizio» in luoghi di «comando» può essere sempre forte, e altrettanto forte la tentazione di ritenere che la pura organizzazione risolva tutto, anche i rapporti umani; nella gestione dei «luoghi di culto», la presenza dei quali nei quartieri o nei piccoli centri, va studiata perché sia il più possibile una presenza dinamica di esercizio di libertà, e non la monumentalizzazione di un luogo di incontro, con tutte le conseguenze che un'operazione del genere può comportare (cf al proposito: Giuseppe Varaldo, «La Chiesa casa del Popolo di Dio», LDC, Torino Leumann 1974). Un secondo piano è quello che riguarda l'intervento della comunità cristiana, insieme ad altri gruppi, nell'azione di liberazione «nella città». A questo proposito gli esempi si fanno più difficili, anche perché in questo campo non mancano divisioni e letture molto differenziate degli avvenimenti. In linea di principio si può affermare che la Chiesa deve essere disposta a lavorare con quanti si impegnano per l'uomo.
Un sussidio, di piccola mole ma di notevole interesse, può essere offerto dalla lettura di M. Pellegrino, «Uomo o cristiano?», LDC, Torino Leumann 1974.
5. Una conclusione
In apertura di queste note si è fatto riferimento ad un articolo del cardinale Sebastiano Baggio. L'Autore lo ha scritto per rispondere alla domanda: come vorrei far conoscere la Chiesa ai giovani d'oggi. La sua esperienza gli ha permesso di avere un'idea abbastanza precisa della situazione giovanile. Queste mie note non si fondano soprattutto su una particolare esperienza ma hanno voluto essere un «commento» ai saggi (pubblicati nel 1974 e nel 1975 su Note di pastorale giovanile, 1974, 1 e 6, 1975, 5) di Garelli e Cipriani. In essi, dai dati accuratamente vagliati secondo criteri sociologici, si può scorgere una certa idea di Chiesa, e anche un certo modo di venire a contatto con essa, di giudicarla ed eventualmente di viverla. Potevo scegliere la strada del commento letterale: la sufficiente vastità dei due saggi (in particolare quello di Garelli), mi ha fatto optare per una seconda scelta. Ho cercato, cioè, di cogliere gli elementi più importanti, oggi, nel presentare la Chiesa. Potevano essercene tanti altri. Ho ritenuto, però, che sia la premessa, che il metodo, che la reinvenzione, che lo specifico della ,proclamazione e del riconoscimento, rappresentino alcuni nodi primari (e spesso tralasciati).
Aggiungo invece, qui, nella conclusione, e solo come spunto perché è già implicitamente contenuto nella reinvenzione (che rappresenta appunto l'impegno di ogni Chiesa verso tutto quello che oggi è più sentito), un richiamo alla Chiesa come Popolo di Dio. Un Popolo che non è di perfetti ma di itineranti, un Popolo nel quale esistono ministeri e carismi diversi. La diversità è per accrescere la «bellezza della sposa», non per costituire «caste e privilegi». Approfondire e vivere, e presentare, la Chiesa in questa dimensione di Popolo, significa dare a tutti un impegno preciso, e riconoscere nell'iniziato (cioè in colui che è stato battezzato, confermato e ammesso all'eucaristia), funzioni proprie da svolgere per la compiutezza di tutto il Corpo.
Sono convinto che non sia affatto semplice vivere una tale dimensione di Popolo, perché le istituzioni (che cambiano più lentamente degli uomini e conservano in sé tutte le possibili remore alla conversione), non sono ancora su questa linea, nonostante gli sforzi e le indicazioni che vengono da chi nella Chiesa ha i più operosi impegni di servizio. Uno sguardo al funzionamento, ad esempio, degli organismi consultivi delle Chiese particolari, è sufficiente per evidenziare tali difficoltà. È possibile però inserire i giovani in un progetto di partecipazione. È possibile lavorare con essi, approfondendo il messaggio di Cristo e il senso della tradizione ecclesiale, e arrivare all'eliminazione di barriere che possono, nella realtà storica, rendere meno luminoso il volto «della sposa».
Chiudo con questo invito alla partecipazione, sapendo - comunque - che queste note non sono una ricetta, ma solo un contributo per una riflessione più sapiente e più attenta di questa.









































