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    L’olfatto



    Il senso e i sensi dell’educare /3

    Mariella Mentasti

    (NPG 2011-03-64)

    Fuggi, mio diletto,
    simile a gazzella
    o ad un cerbiatto,
    sopra i monti degli aromi![1]

    Paiman [2]

    Della sua casa afghana Paiman ricorda i profumi. Ogni stanza, ogni angolo aveva il suo e, passando, l’uno si arricchiva dell’altro dando origine, nell’incedere, a una varietà di sensazioni diverse e piacevoli. Uscendo dalla camera dei ragazzi verso il salotto la vaniglia si fondeva con il coriandolo e successivamente con la cannella fino a un punto di perfetto equilibrio in cui neppure la finezza dell’olfatto di Paiman stesso riusciva a distinguere l’uno dall’altro: in quel punto, e solo in quello, la compenetrazione delle tre essenze dava origine a un nuovo originale profumo. Sua madre soleva dire che in questa danza di aromi si poteva sperimentare il miracolo di un Dio che, con la leggerezza dell’aria, riusciva a lasciare tracce della sua presenza nella memoria e secondo la sensibilità di ognuno; Paiman preferiva pensare a un meraviglioso arcobaleno degli odori per il quale non finiva mai di ringraziare Allah.
    Fino a quando, un giorno, rientrando da scuola, sentì da lontano puzza di bruciato e di morte. In pochi minuti, a tredici anni, si trovò solo. La sua famiglia stava salendo al cielo, insieme alla casa e ai suoi aromi. Per un attimo, ma solo per uno, sentì profumo di mirra e si inchinò consegnando ad Allah tutti i suoi cari.
    Da allora, per tre anni, Paiman fuggì: varcò frontiere tra il fuoco delle mitraglie, fu fatto schiavo di uomini senza scrupoli, subì ferite che non si possono dire e non vuole ricordare, fuggì ancora, nelle stive delle navi, nei cassoni degli autotreni, sotto i camion, aggrappato al rimorchio. Una fame aggressiva e lacerante gli aveva devastato il corpo e l’anima, il freddo gli aveva deformato mani e piedi tra dolori inimmaginabili. Gli odori più acri, più sgradevoli, più irrespirabili si erano impossessati di lui, comprimendo e spingendo nelle più remote pieghe della memoria i profumi delle sue origini.
    Arrivò in Italia aggrappato al motore di un camion, nero di grasso per macchine e di sporcizia, morto di fame, puzzolente, disperato. Non appena gli fu possibile, fuggì per i campi fino a raggiungere le prime case di un paese di cui nulla sapeva, né il nome, né la lingua, né il dio. Nel buio della sera ormai avanzata, uno strano odore lo raggiunse avvolgendolo nei morsi della fame: niente di ciò che potesse richiamargli il tempo ormai lontano della felicità ma era buono, tanto buono da fargli pensare che avrebbe potuto ancora una volta rischiare la vita pur di mangiare un cibo così profumato. Seguendone le tracce, entrò in una pizzeria. Un ragazzo stava riassettando i tavoli, data la tarda ora, clienti non ve n’erano più. Alla vista di Paiman fece un balzo: un fetore pungente aveva attraversato in un nanosecondo tutto il suo corpo e l’urto del vomito non tardò a venire. Paiman non si mosse, in tre anni aveva visto di peggio, pronunciò poche parole: «Excuse me, I’m hungry, help me!».[3] Il ragazzo italiano lo guardò negli occhi e si riconobbe, così udì quel grido di dolore. Chiamò il padre, gli offrirono un bagno, salvietta e sapone; la madre versò nella vasca un sacchetto di sassolini colorati che, sciogliendosi a contatto con l’acqua calda, emanavano nuovi aromi, profumi delicati che lo accarezzavano come da anni non aveva provato. Al termine lo aspettava un’enorme pizza fumante e profumata che divorò con la forza di chi ha rintracciato la speranza.
    Ora Paiman fa il cuoco, i suoi amici italiani lo chiamano «Ratatouille»[4] perché conosce e distingue tutti gli aromi che utilizza creando un’armonia di sapori unici e perfetti. Lui non la chiama armonia, la chiama arcobaleno, e quando gli riesce bene qualcosa s’inchina a pregare Allah perché «La preghiera dei giusti è come profumo gradevole e sale a Dio come incenso».[5] E ringrazia Dio per questi doni preziosi e ringrazia gli uomini che, ispirati da Lui, si sono messi all’ascolto del suo dolore, gli hanno lavato via l’odore di morte e lo hanno cosparso di unguenti profumati. «Il mio nome significa promessa, dice, e la promessa è un punto, un unico punto d’incontro tra la mirra del dolore e l’incenso della speranza». Poi ride e aggiunge: «Ma il profumo di pizza è arcobaleno che stupisce e dà gioia, anche per questo ringrazio Dio!».

    Educare con l’olfatto

    Dal punto di vista evolutivo, l’olfatto è il senso più antico. È preciso, rapido, potente e si incide nella memoria con tenace persistenza [6] ed è proprio l’emozione del ricordo così profondamente legato a momenti remoti di vita vissuta che consente di non perdere le tracce di sé e di recuperare la forza interiore per ritrovarsi. Paiman ha dovuto attraversare un olocausto personale dei sensi e del senso della vita per sperimentare ancora la «gioia del buono». I profumi sono diventati metafora della promessa di bene: cercarli, seguirli, catturarli nella memoria è inseguire la Vita.
    Così educare è sentire in profondità se stessi, nella memoria delle esperienze emotive della nostra vita per accorgerci del profumo dell’altro, per donare all’altro nuove esperienze profumate di bene. Educare con l’olfatto è anche andare oltre ciò che appare, è andare dentro le situazioni per accorgersi del buono ma anche di ciò che è bello alla vista ma puzza di marcio; è prestare attenzione al profumo dei progetti che ci indica di che cosa sono fatti, quali sono gli ingredienti, al di là e al di sopra della seduzione dell’apparenza.
    Ma è anche cogliere situazioni che sfuggono alla vista e all’udito per rincorrere la traccia profumata di un sogno, per non perdere il desiderio dell’oltre e dell’altrove, per credere che il sottile fumo d’incenso della nostra preghiera possa essere il punto, l’unico, di contatto tra la terra e il cielo.
    Educare con l’olfatto è accettare di vivere intensamente ogni momento, è calarsi nella vita dell’altro e accettarne, come il ragazzo della pizzeria, anche gli aspetti più duri, più ripugnanti per lanciare un messaggio di purezza e purificazione. È sapere e riconoscere che Qualcuno si è offerto in sacrificio di soave odore [7] permettendoci di riconoscerci tutti come fratelli.

    «Profumare» ciò che facciamo

    «Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e stando dietro, presso i suoi piedi, piangendo cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato».[8]

    Educare con l’olfatto, infine è «profumare» ciò che facciamo, giorno per giorno, con oli essenziali, piacevoli e inebrianti, perché solo il male separa il bello dal buono mentre il Bene è l’unità viva e attiva di estetica ed etica: ciò che è buono non può che essere bello e ciò che è bello è impronta della grazia di Dio e dà gioia. Solo in questo pensiero avremo il coraggio di rischiare, di vuotare il vaso di olio profumato e prezioso per servire l’Uomo negli uomini e amarlo sopra ogni cosa.


    NOTE

    [1] Cantico delle Creature 8, 14.
    [2] Storia ispirata dai racconti di Laura Boldrini in: Tutti indietro, Rizzoli, Milano, 2010.
    [3] Traduzione: «Scusami, ho fame, aiutami!».
    [4] Piatto provenzale a base di verdure ma anche nome di un topolino, cuoco/prodigio dell’omonimo film di animazione.
    [5] Dal Salmo 141,2: «Sia la mia preghiera incenso che brucia alla tua presenza, e le mani alzate in offerta, la sera!»
    [6] ALLENDE I., Afrodita, Feltrinelli, Milano, pag. 47.
    [7] Ef 5,2.
    [8] Lc 7, 36 ss.


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