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    Don Tonino



    Gioia Quattrini

    (NPG 1999-04-02)

    Lo chiamavano don Tonino. Né Monsignore, né Eccellenza. Era tutto un rincorrerlo nelle stazioni di notte tra barboni e prostitute, nei casolari di campagna dove i bimbi senza scuola aiutano i vecchi nei campi, tra sfrattati, disoccupati e immigrati. La gente senza volto, quella che nessuno vede mai e che don Tonino, invece, chiamava per nome, carezzando la loro storia e nutrendo i loro sogni e le loro speranze.
    Un prete di frontiera. Fortunato il suo Vescovo – pensavi – e soltanto molto dopo scoprivi, per avventura, che era proprio lui il Vescovo: Sua Eccellenza Monsignor Antonio Bello, Vescovo di Molfetta.
    Don Tonino sorrideva dall’altare mentre celebrava l’Eucaristia e intanto moriva di cancro. Così durante ogni Messa erano due i sacrifici celebrati.
    Bastava un solo attimo. Aprivi l’orecchio alle sue parole e il cuore veniva subito contagiato. Non era più tuo.
    Ti strappava via dalla tua casa, don Tonino. La tana, il nido dove ciascuno di noi nasconde il capo e organizza difese ad oltranza che ci sollevino dal male che incombe. Era un terremoto che squassava dalle fondamenta tutte le certezze fittizie che con tanta fatica avevi costruito.
    Ti strappava via dalla tua pace, don Tonino. Dal tuo mondo ben organizzato, dalla tua vita così scientificamente distribuita tra ambizioni, passioni, ansie da nulla.
    Era fuoco, don Tonino. Era torcia. Era dinamite.
    Don Tonino non inseguiva sogni, costruiva realtà. Organizzò un esercito di credenti ma non praticanti, di atei in cerca di risposte, di giovani dubbiosi che non riuscivano a riconoscersi in una sorta di pastorale sorda ai bisogni delle giovani coscienze in formazione. Insomma, le famose pietre scartate dai costruttori.
    Era energia elettrica, don Tonino. Insieme a questi soldati diede vita alla Cooperativa La Meridiana, oggi conosciuta soprattutto per la sua attività editoriale, una delle primissime esperienze di cooperative di giovani nel Mezzogiorno.
    Nel Natale del 1992, l’ultimo Natale, portò il suo cancro a Sarajevo insieme alla famosa carovana dei cinquecento e scrisse di case sventrate come grotte, di stelle comete affidate al fuoco delle granate e di angeli senza ali che non finivano di ripetere «mir, mir, mir», pace, pace, pace.
    I suoi scritti sono lava bollente, vetriolo sul ristagno della nostra fede pigra e lenta.
    «Non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi buon natale senza farvi disturbo. Io invece vi voglio infastidire. Non posso infatti sopportare l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine. Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li rispinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora! Il bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il vostro guanciale duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la carriera diventa idolo della vostra vita...».

    Per leggere gli scritti di don Tonino:
    Edizioni La Meridiana,
    via Massimo d’Azeglio 46, 70056 Molfetta, Bari,
    tel.080/3346941, fax 080/3340399 – e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.



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