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    Prigionieri della soggettività



    Giuseppe De Rita

    (NPG 1999-04-59)


    Chi conosce i giovani d’oggi sa che essi sono pesantemente segnati da una cultura ad alta soggettività. Tutto tende ad avere valore e validazione soggettiva nel mondo giovanile: si studia solo se e nei campi in cui scocca una scintilla di interesse soggettivo; il lavoro deve corrispondere a una più o meno esplicita vocazione o propensione soggettiva; lo svago ed il tempo libero devono rientrare in una logica di soggettiva esperienzialità; la stessa devianza è un meccanismo di soggettivo tradimento della norma; la stessa esperienza religiosa deve avere una profonda significazione soggettiva; e perfino il peccato diventa un fatto di giudizio riservato al soggetto («solo io so se sentivo di peccare»).
    Questo insieme di fenomeni porta a una cultura giovanile prigioniera dell’esperienza soggettiva, quasi indifferente a valori e impegni esterni alla sfera del soggetto; viene in mente un recente grande cartellone pubblicitario (di pubblicità di jeans peraltro) che invita i giovani a pensare che «life is your film», la vita è una breve esperienza soggettiva. Non ho scritto a caso che la cultura giovanile è «prigioniera» dell’esperienza soggettiva. Ritengo infatti che la soggettività sia una prigione per i giovani, e che molti di essi comincino a rendersene conto.
    Ed è una prigione su due versanti: anzitutto perché rende sempre più vuota la dimensione personale, non più attivata da stimoli esterni e sempre più appiattita alle sensazioni dell’esperienza («e dopo mille sbarre il vuoto» diceva Kafka per significare la non consistenza del rifugiarsi in se stessi); e in secondo luogo perché rende sempre più difficile l’aprirsi alla novità, al gratuito, agli altri (non è malignità, ma quasi cosa ovvia dire che nella cultura media d’oggi la soggettività coincide con l’egoismo).
    I giovani avvertono sempre più, probabilmente, queste due prigionie, queste due sterilità della loro alta e generalizzata soggettività. E con lentezza cercano di uscirne.
    La maggior parte (naturalmente di quelli che si sentono insoddisfatti della loro attuale cultura) cerca di uscire attraverso un rinnovato rapporto con il mondo circostante: cerca di uscire con impegni di novità (nel campo della tecnologia o della professione), ma in gran parte cerca di ritrovare il senso degli altri. Tutta la dimensione di dono ai problemi degli altri che innerva il volontariato sociale, la partecipazione allo sviluppo del terzo mondo, la crescita della dimensione comunitaria nelle varie aree (dalla parrocchia ai movimenti alle unioni territoriali di rieducazione degli handicappati) è la dimensione da cui trapela l’ansia giovanile di andare verso gli altri, vivere tra gli altri, aiutare gli altri a crescere, crescere insieme. Incontro sempre più spesso giovani che rifiutano discorsi generali (di filosofia morale, di etica, ecc.) per cercare nel rapporto con gli altri il risvolto concreto, e per loro «vero», di tali discorsi.
    Dall’altra parte c’è comunque fra i giovani anche chi vuole sfuggire alla prigionia della soggettività cercando di trovare «dopo mille sbarre» non il vuoto, ma Dio, cercando cioè di dare base sostanziale intima alla propria soggettività, quasi inconsapevolmente seguendo il sant’Agostino dell’intimior intimo meo.
    La chiamata del continuamente Altro, l’uscita da se stessi, avviene nella profondità più intima di se stessi. Certo ci possono essere pericoli di ulteriore tentazione alla sensazione e all’esperienza soggettive; certo ci possono essere pericoli di misticismo e fondamentalismo banali; certo ci possono essere pericoli di estraniazione dai processi culturali operanti nella realtà; tuttavia anche la profondità dell’essere è luogo di potenziale liberazione dalla banale soggettività di massa di oggi.
    Due strade quindi, e quasi radicalmente opposte, di uscire dalla situazione culturale d’oggi, troppo segnata dall’esperienza soggettiva.
    Personalmente ritengo che i giovani d’oggi siano propensi più alla prima strada che alla seconda, o almeno che credano di poter arrivare a maggiore profondità dell’essere solo attraverso il rapporto con gli altri. «Il volto di Dio comincia dal volto degli altri»: questa frase di E. Lévinas corrisponde, a mia sensazione, all’orientamento culturale dei giovani d’oggi.



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