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    Anna



    Gioia Quattrini

    (NPG 1999-05-82)


    Anna respirò a fondo. Da ore tentava di riordinare le idee, di costruire un discorso da presentare a Giuseppe, che avesse una parvenza di senso e non sembrasse così folle da avere il sapore della beffa. Da ore tentava senza alcun risultato. Ma come avrebbe potuto essere altrimenti? Come avrebbe potuto convincere qualcuno se lei stessa stentava a credere? Come avrebbe potuto dare significato a qualcosa di assolutamente irragionevole?
    Certo loro erano gente semplice e devota, e sapevano che Dio era potente come il respiro del cielo quando l’orizzonte si scurisce e nessuno potrebbe più scommettere sulle sue intenzioni; sapevano che il mare era stato spaccato in due e dall’alto era piovuto pane, del roveto ardente e del bastone tramutato in serpe, ma questo le sembrava troppo.
    Certo lo diceva anche Isaia che sarebbe giunta la luce di un nuovo sole, che una vergine avrebbe concepito e partorito un figlio, l’Emmanuele, sul quale si sarebbe posato lo Spirito del Signore. E tutte le scritture non erano altro che il lungo annuncio di un arrivo. E il loro popolo, mai come ora, aveva sentito quell’arrivo così vicino.
    Certo tutto questo era vero. Ma come poteva essere collegato a sua figlia?
    Con quale audacia pensare che la vergine di cui il Profeta Isaia parlava, fosse Maria?
    Maria aveva capelli neri e lucenti che scivolavano sulle spalle senza un ricciolo, due occhi profondi e limpidi, mani affusolate ma braccia forti e schiena dritta. Certo era bella e più di qualche giovane le faceva la corte, ma lei camminava gentile senza dare speranze, promessa a Giuseppe da sempre.
    Maria era stata cresciuta nel rispetto della legge, e sapeva cosa aspettava una vergine promessa che peccasse con un altro uomo: la lapidazione.
    La questione però non era neppure questa. Anna aveva educato sua figlia secondo la legge, ma anche secondo quanto il suo cuore le suggeriva fosse giusto e onesto.
    L’animo di sua figlia, il suo cuore, erano un giardino meraviglioso da coltivare con garbo e maniera. Orto tenero e fertile, pronto a sbocciare, turgido e fiero. Ma di certo niente di meno era il corpo.
    Aveva invitato Maria a non averne paura, ad amarlo e curarlo, senza esitazione o vergogna. Il corpo non è cosa sporca, oscenità da celare, parola impronunciabile, giardino di tentazioni. E quando parlava con i suoi languori e i suoi fremiti, quella voce non era la voce del demonio, ma le lunghe dita dell’animo che si muovevano leggere in superficie. Non vi era nulla di scandaloso in quello strano rimescolarsi che a volte sorprendeva Maria, magari quando Giuseppe le si faceva più vicino. Non era altro che la voce, calata fin nelle fibre della carne, della metà incompleta che in ognuno di noi ricerca la totalità nell’altro amato. La gioia del corpo ma anche dell’animo che cerca il risveglio per non restare possibilità inespressa.
    Lunghe ore a vincere l’imbarazzo che un po’ le legava la lingua, Anna spiegava a Maria che non esistono peccati d’amore ma solo peccati contro l’amore. Che il malvagio è nella disonestà delle intenzioni, nella ricerca del puro godimento dopo aver imbavagliato l’animo. Ma che se anche l’animo vibrava di letizia, allora niente di terribile poteva accadere.
    A volte anche Gioacchino si trovava ad ascoltare. Poi la sera, restati soli, con tenero rimprovero, le sussurrava di fare attenzione, che certi discorsi così fuori dei canoni più tradizionali avrebbero potuto confondere Maria, rendendole troppo sfumato il confine tra il bene e il male, tra ciò che lecito è e ciò che non potrebbe mai esserlo.
    Anna cercava di tranquillizzare suo marito, gli confidava di nutrire anche lei un certo timore, ma che la vista di Maria crescere onesta e senza ipocrisia era gioia spumeggiante e viva. Lei avrebbe vigilato, senza mai allontanare lo sguardo, accorta, sensibile al minimo mutare del vento.
    Già! E se invece fosse accaduto qualcosa senza che lei, madre sempre attenta, se ne fosse accorta? Se in Maria fosse nato un turbamento, una debolezza e così giovane avesse finito per fare una sciocchezza?
    Forse quel giovane che si offriva sempre di portarle la cesta della legna?
    Ma che stava pensando? Dove era finita la fiducia in sua figlia? Anna lo aveva ripetuto mille volte a Maria: qualunque sciocchezza si fosse trovata a commettere avrebbe sempre trovato in sua madre un cuore aperto all’ascolto e alla comprensione, braccia spalancate al perdono. Insieme avrebbero affrontato e risolto qualunque problema.
    L’importante era che mai l’ombra della menzogna fosse intervenuta ad ingarbugliare le fila del loro legame. Che mai l’inganno si fosse insinuato tra i loro sguardi. Anna non avrebbe gridato, picchiato, cacciato. Avrebbe capito, contro tutto e tutti. In nome dell’unica cosa che contasse veramente per lei e per il suo Dio: l’amore.
    Ecco, avrebbe riparlato con sua figlia. Le avrebbe detto di non aver timore. Certo era stato commesso un azzardo, quanta superficialità per scelte delicate e preziose, ma la vita che stava sbocciando nel suo grembo restava un miracolo meraviglioso e le cose avrebbero trovato il loro posto, nonostante tutto.
    Ecco avrebbe riparlato con sua figlia. No. Non l’avrebbe fatto. Maria non era capace di mentire. Era sincera e onesta così come lei l’aveva cresciuta.
    Ma allora se quello che Maria aveva raccontato era vero, e doveva esserlo per forza, nella sua casa sarebbe nato il Messia?
    Anna non capiva cosa fosse più assurdo pensare: che Maria avesse ceduto alle lusinghe di un giovane a cui non era stata promessa, che le avesse mentito con tale sfacciataggine o che invece stesse per diventare davvero la madre del Messia. Immaginava la faccia di Giuseppe quando lei avesse tentato di spiegargli una qualunque di queste due ipotesi. E in entrambi i casi immaginava la stessa espressione di stupita indignazione, l’indignazione di chi si sente beffato nei suoi sentimenti più cari. Messo in ridicolo davanti al villaggio con una storia da folli.
    Eppure il racconto di Maria era stato così preciso nei suoi incredibili particolari. Perfino la notizia che quella loro lontana parente, Elisabetta, da sempre sterile e oramai avanzata anche nell’età, aspettasse un bambino, si era rivelata esatta.
    Anna si voltò a guardare Gioacchino, come a cercare riparo dalla folla dei suoi pensieri. Suo marito la strinse a sé e nel tepore delle sue braccia Anna ricordò che questo era la fede: niente affatto capire ma unicamente aver fiducia. Aver fiducia soprattutto quando il significato sfugge per intero, quando la giusta definizione non vuole saperne di entrare nello schema, quando tutto si risolve nell’assurdo verificarsi dell’impossibile. La fede, la frase incompleta che ognuno ripete, pozza luminosa di mistero, vento che trascina al largo.
    La fede che chiede coraggio e audacia. La fede che sconvolge la pace e dà scandalo.
    Ecco, Anna riprese coraggio. Giuseppe era un uomo operoso e acuto, onesto e devoto. Avrebbe capito. No, forse non avrebbe capito ma avrebbe creduto, avrebbe accettato. Forse.
    Di nuovo sgomento nel cuore di Anna. Come una marea nel suo animo, ondate di certezza giocavano a rincorrersi con capriole di timore. Giuseppe era giovane, aveva i suoi umori, le sue passioni, a volte anche le sue intemperanze. Sarebbe stato chiedergli troppo. Sarebbe stato chiedere troppo a chiunque.
    Gioacchino aumentò la stretta delle sue braccia. Pensava che al gioco d’incastri del Signore non mancano mai i pezzi e che se questa era la loro prova, se questa era la missione cui Maria non poteva sottrarsi, Giuseppe avrebbe di certo avuto la propria. Gioacchino attendeva senza timore. Anna alzò gli occhi e vide Giuseppe avvicinarsi. Maria, avvisata dal suo cuore, uscì per andargli incontro, correndo.
    Giuseppe la strinse a sé e la ricondusse verso casa.
    «Lo sai – le sussurrò – che non devi stancarti».



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