(NPG 99-08-09)
Introduzione al dossier
Manco a farlo apposta, questo dossier (in cantiere dallo scorso anno) viene pubblicato proprio nei medesimi giorni in cui compaiono, a livello ecclesiale, alcuni documenti su temi inusuali, il bello, l'arte: la Lettera agli Artisti di Giovanni Paolo II (aprile 1999) e la Lettera Pastorale La bellezza salverà il mondo? del Card. Martini (settembre 1999). Volendo si può anche richiamare l'intervento di Danneels (maggio 1998) dal titolo Il bello guarisce.
Non stupisce tanto la riflessione teologica sul tema della bellezza (Von Balthasar, Küng) quanto l'attenzione dei pastori in un campo appunto non usuale, rispetto ai temi etici e teologici, o dei diritti umani o più vagamente di sapore socioculturale.
Potrebbe questo essere indice di qualche mutamento nella metodologia e nei contenuti dell'evangelizzazione, ultima risorsa di un annuncio che non riesce più a fare presa attraverso i temi tipicamente religiosi? Tanto più che in genere viene citata (quasi come indicazione di una corretta ermeneutica) la ormai famosissima frase dostoeskijana «La bellezza salverà il mondo», quasi come rivelazione di un'ultima spiaggia per la salvezza dell'uomo e del suo contesto di relazioni e di vita.
Può darsi che, almeno come superficiale interpretazione, tutto il discorso sulla bellezza (che oggi potrebbe salvare il mondo) venga poi semanticamente deviato verso quella bellezza che è «gloria» e splendore di Dio e del Figlio, «l'espressione visibile del bene» (Giovanni Paolo II), l'attrazione verso il bene e l'amore che spinge alla donazione di sé, la bellezza di «ciò che è vero e giusto nella vita, perché solo questa bellezza rapisce veramente i cuori e li rivolge a Dio» (Martini).
Sono temi interessanti e certamente ogni pastorale, soprattutto giovanile, deve tenerne conto, perché indica quegli aspetti di «seduzione», affettivi ed emotivi che fanno presa sul giovane e la sua sensibilità, e rimandano subito alla totalità del discorso cristiano evitando che resti impigliato nelle secche del piacevole e dell’emotivo.
Ma non è anzitutto in questo senso che NPG presenta il suo dossier (ed è la prima volta che tocchiamo questo tema).
Noi intendiamo anzitutto considerare il tema del bello (e della educazione al bello) proprio in se stesso, nel senso «estetico» del termine, con tutti i significati che la disciplina filosofica ha messo in evidenza (e in discussione).
Cioè come un tema di rilevanza culturale, di senso del bello in sé e della sua relazione intrinseca fondamentale con l'essere e l'uomo, oltre che il senso e il valore dell'opera d'arte o della contemplazione delle natura e delle persone.
Noi scommettiamo che proprio da questo «ristretto» significato possa scaturire una nuova comprensione dell'uomo e del giovane in particolare, della sua cultura e del suo essere al mondo; e che essa offra gli elementi per una trasformazione in senso più umano del modo di essere e di vivere della persona e della società. Per questo l'educazione al bello deve essere assunto come parte necessaria anche dell'educazione alla fede del giovane: dunque non soltanto per la sua più completa formazione umana ma anche proprio come sua «salvezza» (e anche del mondo): insomma, la via estetica alla fede, all'incontro con Dio è sufficientemente fondata.
È ovvio che appunto nei termini di un'educazione integrale torneranno termini collegati: come il buono, il vero, il giusto (come nella riflessione filosofica tradizionale), anche negli articoli che seguiranno... ma prendendo sul serio il tema della bellezza e non come «paravento» per far passare «altri valori». Purché la si assuma seriamente... e si percorra un cammino di interpretazione o di «smascheramento» che vada oltre la chiusura nell'estetizzazione del mondo e della vita.
E anzi può essere questa una via privilegiata per i giovani che di questa estetizzazione fanno uno dei tratti caratteristici della loro cultura e del loro agire.
Il bello è dunque «cifra» interpretativa e scommessa educativa. È scommessa educativa antitutto perché modalità interpretativa: il bello in effetti si configura da una parte come «atteggiamento antropologico orientato verso la conciliazione e il superamento di tutti i conflitti in un orizzonte sensibile e affettivo» (Perniola): come conciliazione tra umano e divino, tra uomo e natura, tra uomo e storia; e dall'altra – nell'attuale condizione socioculturale – il bello si presenta diffuso e frammentato nella vita quotidiana, come possibilità inquietante di «aprire un mondo» alternativo a quello presente, e che dunque scuote le nostre abitudini e le nostre certezze, sveglia e non addormenta la nostra capacità critica.
Insomma, la figura del bello riscoperto nella vita impedisce di concentrarsi solo sulla «domenica della vita» (nelle varie forme di esperienza artistica e di prodotti artistici nelle diverse modalità di esperienza delle «arti») ma trasferisce e ritrova il senso pure nella «bruttezza» quotidiana, così come a volte è l'esperienza dei giovani, se si è capaci di scavarla dietro la traccia intravista del bello.
Come splendidamente narra M. Kundera: «Ciò che aveva incontrato all'improvviso in quella chiesa non era Dio ma la bellezza... La messa era bella perché le era apparsa di colpo e clandestinamente come un mondo tradito. Da allora sa che la bellezza è un mondo tradito. La possiamo incontrare solo quando i persecutori l'hanno dimenticata per errore da qualche parte. La bellezza è nascosta dietro i fondali della parata del primo maggio. Se la vogliamo trovare dobbiamo strappare la tela del fondale» (L'insostenibile leggerezza dell'essere, Adelphi 1999, p. 116).
La bellezza come smascheramento e rivelazione del profondo nascosto nella vita... come appare candidamente nel dialogo «di sapore filosofico-sapienziale» che introduce il dossier.


















































