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    La vedova di Nain



    Gioia Quattrini

    (NPG 2000-06-64)


    Il sole chiudeva gli occhi e Ruth guardava suo nipote attraverso le ciglia.Sono così incantevoli i bambini, piccoli eppure tanto uguali ai grandi, solo ridotti nelle misure, miniature ben tornite, ed anche il carattere è già tutto lì.
    Matteo era il primo nipote, il più grande. Dopo di lui altri quattro e la sensazione che il conto ancora non potesse considerarsi chiuso. Sua nuora giovane e piena di gioia aveva una grande voglia di figli e un grembo generoso che la assecondava. Allora sorrideva Ruth ai suoi pensieri, all’idea che vi era stato un giorno in cui tutto questo le fosse sembrato impossibile, in cui aveva pensato che il futuro potesse morire. Sorrideva Ruth al ricordo di un tempo in cui ancora credeva che la morte fosse per sempre.
    Poco lontano da lei e da Matteo, Filippo lavorava senza troppe pause e senza troppa fatica. Filippo era suo figlio. Un figlio che la Provvidenza le aveva mandato forte e affidabile ma solo. Il suo unico figlio. Filippo era buono, con le braccia grosse e il cuore ancora di più. E i suoi occhi sembravano divorare la luce, come se la luce non fosse mai abbastanza nonostante tutto ancora spaventati da quella volta in cui erano stati affogati dalle tenebre. Tenebre dalle quali nessuno era tornato mai prima che Cristo, il loro padrone, decidesse di mandarle in frantumi. E lo decidesse per Filippo.
    Nain ha una sola porta e quel giorno la gente del paese sembrava impazzita. Girava voce che Cristo e i suoi discepoli stessero per arrivare. Un evento tanto grande sarebbe passato per una porta tanto piccola? Il cuore di molti stentava a credere, come prepararsi in un attimo per un evento atteso da millenni. Allora si cominciò con i fiori: fiori ovunque, lungo le strade, nelle case agghindate a festa, tra i capelli dei bambini, in ogni fessura e finestra, perfino nelle pietre che formavano la porta, l’unica porta di Nain, austera ma gentile, porta spalancata sul Messia.
    In quel giorno, proprio in quel giorno, Ruth rivedeva se stessa sorda, muta, cieca, soffocata da un dolore pesante come roccia, affilato come una lama, fanghiglia viscida e appiccicosa. In quel giorno Filippo era morto, il suo unico figlio, l’unico sostegno per una donna che troppo presto aveva perso anche il marito e per la quale niente avrebbe avuto più senso. Ricordava con precisione il Salmo: Dio padre degli orfani e difensore delle vedove. Quale difesa oltre il cuore toglierle anche il futuro, i sogni, i progetti, le gioie di una vecchiaia con le gonne tirate da nidiate di nipoti. Quale mai senza più Filippo? Si accorgeva Ruth che la sua mente era capace di ripetere solo quella domanda, sempre quella, comunque quella mentre il corteo camminava lento e la porta appariva lontanissima.
    Sembrò incredibile ma Cristo giunse proprio mentre Filippo avvolto nelle bende varcava la soglia piena di fiori. E Cristo si fermò, senza parole né gesti. Semplicemente si fermò. E con lui tutto il suo seguito, quasi anche l’aria si fermò e ovunque silenzio. Era così. La morte camminava imperterrita con Filippo tra le braccia senza neanche volgere il capo mentre la Vita immobile ristava, come impotente. Nessuno a fermare la morte, neanche il Messia.
    E come in un sogno una voce: «Non piangere!» e il lento passo della morte che si arrestava. I portatori che impietrivano, la bianca mano di Cristo che carezzava Filippo e la folla che non tratteneva più il mormorio, mormorio di sorpresa, di sdegno, di paura. Cristo ha toccato un morto, Cristo l’impuro: «Giovinetto, dico a te, alzati!».
    Ruth vide Filippo sollevarsi, sciogliersi dalle bende e mettersi seduto con un sospiro, come si arriva finalmente a casa dopo un viaggio così lungo che quasi schiacciava la speranza. Quando Cristo le restituì suo figlio, lei neppure tremò, aprì soltanto le braccia più che poté e tenne Filippo avvinto a sé, forte come si fa con un bimbo quando nella notte esce da un incubo.
    Ci volle un po’ perché la vita riprendesse il normale corso delle cose. Ci volle un po’ per sotterrare l’invidia, smorzare la curiosità, svuotare la paura. Questo figlio nato due volte incuteva soggezione alla sua stessa gente. Nessuno che parlasse, ma bastava guardarli negli occhi per sentire: cosa avranno visto i suoi occhi, quali ombre mai, quali segreti solitamente aperti soltanto per chi non potrebbe più riferirli? E cosa avranno udito le sue orecchie, quali grida mai, quali voci, forse dei profeti?
    Il tempo era passato oramai quasi vent’anni. I vecchi erano morti e le loro domande. Filippo viveva tranquillo circondato dai suoi amici, a quel tempo giovanotti, e si sa che la gioventù accetta di buon grado i miracoli senza chiedersi troppi perché.
    Ruth era stata felice in quegli anni godendosi in tutto quella seconda insperata opportunità. Soltanto un momento aveva sentito di nuovo l’angoscia morderle l’animo, quando il Messia aveva gettato l’ultima sfida alla morte, sul Calvario in quella lunga notte. E nessuno aveva riconosciuto Ruth in quella donna piegata e avvolta in un mantello nero che, staccatasi dalla folla, era corsa ad abbracciare Maria ai piedi della croce. Non aveva avuto la forza di parlare, neanche un respiro, ma in quella stretta, stringeva se stessa senza sorriso ferma sulla soglia dell’unica porta di Nain.
    Ruth era stata felice e senza più paura attendeva la fine. Matteo giocava con i fratellini. Sulla porta della città di Nain alla morte era stata tolta la sua preda.Ne avrebbero parlato le generazioni e i secoli a venire; per ora Ruth cantava.



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