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    1. Alla radice, Gesù di Nazaret e il suo grande progetto in favore degli uomini


    Luis A. Gallo, LA CHIESA DI GESÙ. Uomini e donne per la vita del mondo, Elledici 1995

     


    1. DOPO QUASI DUEMILA ANNI

    La Chiesa esiste. È una realtà in mezzo a questo mondo pluralista in cui viviamo. Anzi, esistono diverse Chiese: quella cattolica, quella ortodossa, quelle sorte dalla Riforma protestante e altre ancora di più recente fondazione.
    Milioni di uomini e donne dichiararono di appartenere in qualche modo ad esse. Alcuni solo in maniera anagrafica, nel senso che sono stati battezzati da bambini in qualcuna di queste Chiese, ma poi non hanno intrattenuto rapporti molto stretti con esse; altri, quasi solo in ragione della loro saltuaria partecipazione a qualche atto di culto (prima comunione, cresima, matrimonio, funerali...); altri, infine, perché si sentono vincolati in forma più o meno intensa a comunità cristiane o a movimenti ecclesiali molto vivi.
    La Chiesa non è un’invenzione di ultima ora. Benché alcune Chiese abbiano avuto origine in tempi più recenti, tutte senza eccezione si rifanno a origini molto lontane nel tempo.
    A chi chiede perché esistono, la risposta ultima sarà in definitiva una sola: perché quasi duemila anni fa c’è stato un tale Gesù di Nazaret, confessato da esse quale Messia, Salvatore e Figlio di Dio, il quale diede origine a un movimento singolare. Di quel movimento esse si sentono eredi e continuatrici.
    È proprio così. Le Chiese cristiane non possono essere capite senza un riferimento essenziale a Gesù di Nazaret e alla sua vicenda storica. Perché esse esistono in forza di una convocazione. “Ecclesia”, infatti, il termine greco che è alla radice della nostra parola “Chiesa”, significa etimologicamente “convocazione”. E colui che fece inizialmente tale convocazione fu appunto Gesù di Nazaret.
    Per capire quindi in profondità la nostra Chiesa, ma anche le altre, è indispensabile rifarsi alle loro origini. Occorre andare a rivedere quale sia stato il motivo ultimo che ha spinto questo Gesù a convocare gente attorno a sé.

    2. ALL’INIZIO, GESÙ DI NAZARET

    Nei Vangeli quasi non si trova la parola “Chiesa”. È presente solo in qualche testo, come quello di Mt 16,18 in cui Gesù dice a Simon Pietro che su di lui - pietra - edificherà la sua Chiesa. Un testo che, d’altronde e secondo non pochi studiosi, riflette più una situazione posteriore delle prime comunità che le parole stesse di Gesù. Succede spesso cosi nei Vangeli, dato il modo in cui, secondo la sensibilità e il modo di scrivere di allora, essi furono redatti.
    Ad ogni modo, un fatto è palese in questi scritti evangelici: Gesù di Nazaret, nel portare avanti la sua attività, non fu un solitario, ma cercò subito di raccogliere uomini e donne attorno a sé, e di contagiarli con lo stesso entusiasmo per ciò che egli viveva e proclamava. E questo è per noi decisivo.

    2.1. La preoccupazione centrale di Gesù di Nazaret

    Chiunque legge con una certa attenzione i Vangeli può constatare facilmente che Gesù di Nazaret, il loro protagonista centrale, vi appare come un uomo profondamente unificato. Egli non produce infatti l’impressione di un uomo disperso, frammentato. Viceversa, appare come uno che vive intensamente concentrato attorno a qualcosa a cui attribuisce un’estrema importanza. In lui tutte le energie sono fortemente convogliate verso un centro di unificazione interiore.
    Alcune sue parole, riportate dagli evangelisti, permettono di intravedere questa sua situazione esistenziale. Per esempio, quelle del Vangelo di Luca dove dice, con una certa solennità: “Fuoco sono venuto a portare sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49).
    Oppure quelle altre della parabola dell’uomo che trova un tesoro nel campo, e “pieno di gioia, vende tutto ciò che ha per comprare quel campo” (Mt 13,44). Egli appare realmente nei Vangeli come uno che ha venduto tutto per comprare un campo, quel campo che nasconde il suo tesoro, e dà chiari segni di aver concentrato tutta la sua esistenza attorno a un “progetto”, al quale egli consacra con ardore e costanza, senza ripensamenti, tutto il suo essere.
    Quale era questo “progetto”? Per saperlo occorre dare uno sguardo alla situazione in cui viveva il popolo d’Israele ai suoi tempi, e specialmente alle grandi attese che si annidavano nel cuore della sua gente.
    Dai dati che possediamo arriviamo a intravedere che i diversi gruppi religiosi esistenti nell’Israele di allora, cioè i farisei, gli esseni, gli zeloti, i sadducei, vivevano una grande attesa: quella della venuta del regno di Dio promesso dai Profeti per i tempi messianici, ossia i tempi dell’adempimento delle grandi promesse di Dio.
    Anche la gente comune, quella che non apparteneva a nessuno dei suddetti gruppi, aspettava, a modo suo, questa venuta. Si trattava di uomini e donne che vivevano per lo più in una grande povertà e angoscia, schiacciati dalle penurie materiali, dal peso dei precetti della legge manipolata dagli scribi e i farisei, e dal senso di colpa che seguiva alla sua mancata osservanza. Essi rivolgevano i loro clamori verso Dio, come i loro antenati schiavi in Egitto, e speravano un suo intervento che venisse a cambiare radicalmente la loro sorte. Desideravano ardentemente che Egli stesso venisse a regnare per risollevare la loro situazione al limite della disperazione.
    In mezzo a questa grande e quasi febbrile attesa apparve, dopo la già sconvolgente ma fugace attuazione profetica di Giovanni il Battezzatore, la figura nuova di Gesù di Nazaret.
    L’evangelista Marco espresse in modo molto condensato ciò che lo muoveva dal di dentro come un fuoco. Secondo lui, Gesù iniziò le sue attività nella disprezzata zona della Galilea, dopo la decapitazione di Giovanni ad opera del re Erode, proclamando: “Il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete a questa buona notizia” (Mc 1,14-15).
    È probabile che Gesù stesso non abbia dato mai una definizione concettuale di questo “regno di Dio” che costituiva il centro delle sue preoccupazioni. La cultura semita, nella quale era nato e cresciuto, non era portata alla concettualizzazione; si esprimeva prevalentemente attraverso l’azione. Risulta quindi indispensabile, per capire il pensiero di Gesù, rifarsi all’attività che egli svolse. Da essa possiamo ricavare quale sia stato il suo modo di pensare il regno di Dio che proclamò e per il quale visse con passione.
    Se dunque rivisitiamo quanto Gesù fece, e specialmente i suoi molteplici interventi nei confronti degli ammalati e dei peccatori, e l’attività che svolse nei riguardi della convivenza sociale del suo popolo, possiamo con relativa facilità constatare che per lui questo regno di Dio non è un qualcosa che riguardi solo Dio, ma riguarda anche gli uomini e le donne concreti con cui egli è a contatto, e soprattutto quegli uomini e donne che sono più poveri, emarginati, esclusi e magari anche sfruttati. Si potrebbe dire che è il regno di Dio per gli uomini e fra questi specialmente per i più bisognosi di aiuto e attenzione.
    Constatiamo anche che questo regno non è per lui una realtà puramente spirituale, interiore, un qualcosa che riguarda solo le anime o i cuori, ma che riguarda anche la corporalità umana. Da quello che egli fa, infatti, si coglie che la nuova situazione da lui proclamata come regno di Dio deve avvenire in favore degli uomini e delle donne nella loro integralità.
    Il regno non è neppure per lui una questione meramente individuale, bensì anche sociale. Dato che gli uomini e le donne ai quali esso è destinato non vivono la loro esistenza da soli, ma in convivenza con gli altri a diversi livelli, la loro sorte concreta dipende anche e in gran parte dal modo in cui essa viene portata avanti. Gesù, annunciando il regno di Dio, s’interessa al bene concreto e pieno degli uomini e prende in seria considerazione questa situazione.
    Oltre a interessare gli individui e i rapporti tra di essi e tra i diversi gruppi sociali, il regno di Dio che Gesù proclama interessa anche le strutture in cui questi rapporti si cristallizzano. Poiché esse conferiscono solidità e consistenza agli stili di convivenza umana, sia negativi che positivi, e in questo modo favoriscono o ostacolano il bene integrale degli uomini, Gesù, nel portare avanti il progetto del regno, le affronta anche con decisione. Lo si vede per esempio nel suo modo di intervenire nei riguardi del tempio di Gerusalemme (Mt 21,12-13), una delle strutture socio-religiose più importanti nella vita del popolo, convertita in strumento di dominio e sfruttamento dalle famiglie di grandi sacerdoti; o nei riguardi della struttura socio-giuridica del libello del ripudio (Mt 19,2-9) con cui veniva sancita l’inferiorità della donna nei confronti dell’uomo.
    In poche parole si potrebbe dire, quindi, che il regno di Dio proclamato da Gesù come imminente consiste in una nuova situazione di vita e felicità per tutti. A cominciare da coloro che di vita e di felicità ne hanno di meno. Questi ultimi appaiono costantemente, infatti, nella sua attività, come i destinatari primi e privilegiati di tale regno.
    L’evangelista Giovanni, esprimendosi in termini che gli sono propri e che differiscono da quelli degli altri tre, condensò molto bene il nucleo fondamentale, la sostanza viva della preoccupazione centrale di Gesù, in questa frase che fa parte del discorso del Buon Pastore: “Io sono venuto perché abbiano vita, e l’abbiano abbondante” (Gv 10,10).
    Ora, il “sogno” per il quale Gesù viveva dovette misurarsi con una situazione in cui questa “vita in abbondanza” non esisteva per nessuno. Ciò che egli trovava tra la gente era infatti la dura realtà delle malattie corporali e psichiche, delle situazioni di disperazione e di tristezza, delle gravissime mancanze di rispetto e di vera fraternità verso gli altri, dei soprusi e sopraffazioni, delle ingiustizie ed emarginazioni di vario genere, dei modi sbagliati di rapportarsi con Dio, e di tante altre situazioni umanamente negative. In breve, un regno di morte.
    Agendo in ordine al regno di Dio, egli fece capire che il Dio di questo regno, quel Dio che si era rivelato sin dal primo momento della storia d’Israele come un Dio di vita per un popolo che giaceva nella schiavitù e nella morte, non poteva regnare dove regna la morte. L’avvento del suo regno implicava quindi necessariamente l’eliminazione del regno della morte. Implicava una vittoria della vita sulla morte, in tutte le sue forme e manifestazioni. Ed era questo ciò che egli cercava di fare costantemente nel proclamare il regno: cercava di far trionfare in tutte le forme possibili la vita sulla morte.
    È per questa ragione che guarì i lebbrosi (Mc 1,41-42), fece camminare i paralitici (Mc 2,1-5), liberò l’uomo di Gerasa dalla terribile forza di alienazione che si portava dentro (Mc 5,1-15), perdonò alla peccatrice pubblica i suoi peccati (Lc 7,36-49), risuscitò la dodicenne figlia di Giairo (Mc 5,35-43), denunciò il modo commerciale di concepire il rapporto con Dio dei farisei (Mt 6,7-8), la pretesa di dominare gli altri anziché di servirli (Mc 10,42-44), l’affanno di possedere le cose (Lc 12,13-21), e così via.
    Sono tutti modi in cui cercò di debellare la morte perché al suo posto sottentrasse la vita.

    2.2. La convocazione a cerchi concentrici

    Accanto a questo primo e fondamentale dato che abbiamo raccolto dai Vangeli, ne raccogliamo un altro, già accennato prima di passaggio: Gesù di Nazaret, l’uomo appassionato per il regno di Dio, non visse in maniera solitaria questo suo “progetto” di convivenza umana, ma convocò altri uomini e donne attorno a sé invitandoli a farlo proprio.
    Troviamo nei Vangeli diverse narrazioni di questa convocazione. Ognuno di essi ne mette in rilievo aspetti particolari, a seconda del progetto globale che persegue. Ma ci sono in tutte degli elementi comuni, molto illuminanti, che permettono di affermare la sostanziale storicità del fatto.

    I primi chiamati

    Risulta impressionante seguire in questi scritti i diversi inviti personali che Gesù andò facendo sin dall’inizio della sua attività.
    Stando ai Vangeli sinottici, i primi invitati furono alcuni uomini della sua regione, la Galilea, nel Nord del paese; più precisamente, pescatori che lavoravano sul bel lago di Genesaret: Simone, più tardi da lui soprannominato Pietro (Mt 16,18), suo fratello Andrea, Giacomo e suo fratello Giovanni, i due figli di Zebedeo (Mt 4,18-22; Mc 1,16-20; Lc 5,1-11) ai quali egli diede come soprannome “figli del tuono” (Mc 3,17).
    Se questi dati sono da ritenere storici, cosa molto plausibile, si deve concludere che quegli uomini non erano tra i più poveri del popolo; anzi, appartenevano a quella ridotta fascia di persone che in Israele costituivano una specie di classe medio-bassa, alla quale apparteneva inizialmente anche lo stesso Gesù se, come attesta Marco, “era figlio di un falegname” (Mc 6,3).
    Colpisce la prontezza con cui, secondo le narrazioni, questi uomini risposero all’invito ricevuto: “Essi lasciarono subito la barca e il padre e seguirono Gesù” (Mt 4,22); “[Simone e Andrea] abbandonarono le reti e lo seguirono subito... [Giacomo e Giovanni] lasciarono il padre nella barca con gli aiutanti e seguirono Gesù” (Mc 1,18.20); “riportarono le barche verso la riva, abbandonarono tutto, e seguirono Gesù” (Lc 5,11).
    In questi racconti una serie di verbi esprime molto bene il loro atteggiamento davanti all’invito ricevuto: essi lasciano, abbandonano, tagliano i ponti con le loro occupazioni di ogni giorno, e si mettono a seguire quell’uomo venuto dal piccolo villaggio di Nazaret che offre loro solo una proposta: il progetto del regno di Dio.
    C’è indubbiamente molto di costruzione letteraria in tutto ciò. Non possiamo sapere con certezza storica come siano andate di fatto le cose, quali tempi abbia richiesto ai primi discepoli una decisione del genere, che tipo di deliberazioni personali e reciproche l’abbiano preceduta. Non è da escludere che sia passata un po’ d’acqua sotto i ponti prima che si decidessero a lasciare tutto per andare dietro a colui che li aveva invitati.
    Ciò che però evidenziano gli evangelisti con queste loro laconiche narrazioni è, da una parte, la generosità con cui i chiamati devono aver accolto la proposta fatta e, dall’altra, il fascino quasi irresistibile che deve aver esercitato Gesù sulle loro persone. Questi uomini restarono come abbagliati da lui e da ciò che egli proponeva, e perciò decisero di mettersi alla sua sequela. Abbandonarono le loro sicurezze, anche economiche, per abbracciare un progetto di vita umanamente pieno di insicurezze.

    Il cerchio si allarga

    Dopo questi primi quattro, Gesù convocò un altro e poi altri sette, e molti altri ancora.
    Il quinto chiamato è molto significativo: era un pubblicano o esattore delle tasse. Come tale, apparteneva a quella categoria di persone che veniva considerata automaticamente peccatrice da parte dei sedicenti giusti.
    Impressiona particolarmente la laconicità con cui viene fatta questa narrazione nel Vangelo che ha per autore lo stesso chiamato: “Passando per la via, Gesù vide un uomo, un certo Matteo, il quale era seduto dietro il banco dove si pagavano le tasse. Gesù disse: “Vieni con me” e quello si alzò e cominciò a seguirlo” (Mt 9,9).
    Si trattava di un uomo che aveva un certo “status” in Israele. Almeno economicamente parlando. L’ufficio di esattore delle tasse gli offriva una grossa possibilità di agiatezza. Non sempre esente da truffe ed estorsioni, specialmente nei confronti della gente povera. Era principalmente per questo che i pubblicani venivano annoverati tra i peccatori.
    Gesù passa e lo invita a seguirlo, ed egli, affascinato come i primi quattro, abbandonando il suo lavoro, si alza e lo segue. E in più organizza un banchetto a casa sua per festeggiare la chiamata, invitando ad essa molti altri suoi colleghi (Mc 2,15).
    Qualcosa di straordinario deve essere accaduto perché questo esattore delle tasse si sia comportato in tale modo. La persona e la proposta di Gesù devono averlo in qualche modo affascinato. Solo così si può spiegare il suo comportamento paradossale: fare festa quando gli viene tolta la sicurezza!
    Nel Vangelo di Giovanni, oltre al racconto un po’ diverso della chiamata personale di Andrea, Giovanni e Pietro, troviamo anche la narrazione di altri due discepoli: Filippo (Gv 1,43) e Natanaele (Gv 1,44-45).
    Anche questi dimostrano di essere fortemente attirati dalla persona e dalla parola di Gesù, fino al punto di abbandonare altre prospettive e di mettersi a seguirlo. Tra l’altro, alcuni di essi - in particolare Andrea e Giovanni - abbandonano Giovanni Battista per mettersi alla sequela di Gesù (Gv 1,35-37).
    Quasi come riassumendo la convocazione di tutti quelli che passarono a costituire il classico gruppo dei dodici più intimi e stretti seguaci di Gesù, i sinottici narrano una convocazione d’insieme, in cui ricordano uno per uno i chiamati con il loro rispettivo nome: “Simone, detto Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni, suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo, il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo (Mc 3,18 e Lc 6,15 lo chiamano “lo Zelota”) e Giuda Iscariota” (Mt 10,2-4). Di quest’ultimo rilevano, certamente con un senso di tristezza, che fu “colui che poi lo tradì”.
    Tra questi c’erano alcuni che, sempre stando ai dati tramandati dai Vangeli, costituirono una specie di cerchio più stretto attorno a Gesù. Si tratta di Simon Pietro, di Giacomo e di suo fratello Giovanni. Essi sono invitati a partecipare più da vicino degli altri in certi momenti della sua vicenda: risurrezione della figlia di Giairo (Mc 5,37-41), trasfigurazione (Mc 9,2), ecc.
    Giovanni, poi, nel Vangelo che porta il suo nome viene spesso qualificato come “il discepolo prediletto di Gesù” (Gv 13,22; 19,26; 20,2).
    Pietro sembra aver occupato sin d’allora un posto di rilievo, dal momento che vengono ricordati interventi suoi molto decisivi (Mc 8,29, ecc.).

    Ancora più gente attorno a Gesù

    L’evangelista Luca mette in evidenza l’esistenza di un altro cerchio di seguaci di Gesù, più largo di quello costituito dai dodici: sono settantadue (Lc 10,1).
    Egli sottolinea ancora che, contro quanto era in uso in quell’epoca segnata da un forte maschilismo patriarcale, c’erano anche delle donne che lo seguivano: “Con lui c’erano i dodici discepoli e alcune donne che aveva guarito da malattie e liberato da spiriti maligni”.
    E, proprio per dissipare dubbi, anche qui vengono dati nomi molto concreti: si tratta di “Maria di Magdala, dalla quale Gesù aveva scacciato sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre” (Lc 8,1-3).
    Oltre a questi uomini e donne che seguivano letteralmente Gesù per le strade della Palestina, i racconti evangelici accennano qua e là ad altre persone che avrebbero voluto seguirlo ma che, per diversi motivi, non poterono farlo. Tra questi ricordiamo due casi.
    Il primo è l’indemoniato di Gerasa, quel povero uomo dal quale Gesù aveva cacciato una “legione” di spiriti cattivi. Una volta liberato, egli chiese di restare con lui. Ma Gesù non glielo permise; lo rimandò a casa sua con l’incarico di annunciare ai suoi ciò che il Signore aveva fatto in suo favore. Cosa che egli realmente fece (Mc 5,18-20).
    L’altro è Nicodemo, un fariseo e capo dei giudei. Egli, attratto dalla fama che Gesù aveva acquistato nel popolo, gli fece una visita di notte, per paura dei suoi correligionari, e mantenne un lungo dialogo con lui (Gv 3,1-21). Non consta tuttavia che poi lo abbia apertamente seguito. Solo dopo la morte di Gesù in croce si diede da fare per dargli una degna sepoltura (Gv 19,39).

    Impatto di Gesù sulle folle

    Al di là dei dettagli e delle differenze tra le diverse narrazioni evangeliche ricordate, un dato appare certo: Gesù di Nazaret, portando avanti il suo progetto per il regno di Dio, diventò a poco a poco il centro vivo di una serie di cerchi concentrici che si allargarono sempre più.
    Infatti, oltre a quelle persone o gruppi che abbiamo finora menzionato, i Vangeli accennano a tutta la povera gente che riponeva in lui fiducia e speranza.
    Erano “le folle”, di cui essi parlano spesso. Quelle folle che “lo seguivano” (Mt 12,15; Mc 3,7; Lc 6,17) e che suscitavano la sua compassione perché le vedeva abbandonate, stanche, oppresse, “come pecore senza pastore” (Mc 6,34). Quelle folle che frequentemente si rallegravano nel vederlo venire incontro alle loro attese di gente semplice, senza conoscenze eccessive della legge, senza sicurezze di tipo economico, alle prese con le difficoltà della vita di ogni giorno (Mt 4,23-25; 9,19; Lc 6,19; ecc.).
    Ad esse, che aspettavano con ansia un intervento di Dio che venisse a cambiare la loro situazione, Gesù disse: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio” (Lc 6,20).

    3. CONVOCATI A QUALE SCOPO?

    Continuando la nostra ricerca è importante chiederci con quale finalità Gesù abbia radunato tutta quella gente attorno a sé, e cosa propose loro. È importante saperlo, perché ciò diventerà criterio decisivo per coloro che, nelle Chiese cristiane, vogliono continuare tale sequela.
    La risposta a questa domanda decisiva ce la danno i Vangeli nelle diverse narrazioni sopra ricordate: i discepoli “lo seguivano”. “Seguirlo” significava andare dietro a lui, camminare calcando le sue stesse orme.
    Per alcuni dei chiamati questo seguire Gesù si applicava alla lettera: lasciate le loro famiglie e le loro ordinarie occupazioni, si mettevano a camminare con lui nei suoi giri per i villaggi e le città nella vicina Galilea prima, poi anche nella più lontana Giudea e nella non tanto amichevole regione della Samaria, e perfino in qualche momento fuori dei confini d’Israele (Mt 15,21).
    Per altri invece questo seguire Gesù aveva un senso metaforico. Senza camminare fisicamente accanto a lui, erano inviati a fare proprio il suo progetto, le sue proposte di vita e di convivenza.
    Ciò che risulta chiaro e indiscutibile è che tutti quanti erano invitati fondamentalmente a una sola cosa: a condividere con lui ciò che stava al centro delle sue preoccupazioni e dava senso alla sua vita, e cioè il progetto del regno di Dio.
    Ne è una conferma il fatto che, soprattutto nei sinottici, la convocazione dei primi discepoli, come anche quella dei dodici, viene posta immediatamente dopo l’entrata in azione di Gesù all’insegna della sua proposta sull’imminenza del regno (cf Mt 4,17-22; Mc 1,16-20; Lc 4,42-44; 5,1-11).
    Gesù, quindi, non pretendeva di trattenere presso di sé quelli che chiamava, quasi come la gallina tiene i pulcini sotto le sue ali. Dice uno dei racconti evangelici che li chiamò per “mandarli a predicare, e perché avessero il potere di scacciare i demoni” (Mc 3,12).
    Il suo interesse supremo resta sempre il “sogno” del regno di Dio, e questo interesse non può essere assente nella convocazione del gruppo dei discepoli: essi vi devono partecipare.
    In Mt 10, il capitolo dedicato precisamente dall’evangelista alla narrazione della chiamata e alle istruzioni date ai dodici, Gesù dice loro: “Andate [...] lungo il cammino annunziate che il regno di Dio è vicino. Guarite i malati, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, scacciate i demoni” (vv. 6-8).
    Sono le componenti fondamentali della sua stessa missione: proclamare la vicinanza del regno e porre dei segni in quella direzione, gli stessi segni che egli ha cominciato a porre.
    Essi sono chiamati, quindi, a fare ciò che egli fa, a condividere con lui la stessa passione per la vita della gente che lo divora.
    Tra i segni elencati ce n’è uno che li compendia tutti: risuscitare i morti. I discepoli sono chiamati da Gesù a collaborare in quest’opera che, in definitiva, è opera del Padre nel suo incontenibile desiderio di vita per gli uomini, e che dal Padre passa a Gesù: far trionfare la vita sulla morte negli uomini e tra gli uomini, strapparli dal suo dominio per farli passare al regno della vita.
    Lo dice, a modo suo, il Vangelo di Giovanni: “Come il Padre risuscita i morti e li fa vivere, così pure il Figlio fa vivere quelli che vuole” (Gv 5,21).
    Questo è il fine ultimo della convocazione fatta da Gesù di Nazaret. Egli raccoglie uomini e donne attorno a sé, in cerchi concentrici sempre più larghi, mosso da questo grande desiderio. Vorrebbe che tutti, uomini e donne, ricchi e poveri, giusti e peccatori, fossero guadagnati da quello stesso zelo che arde nel suo cuore.
    La Chiesa, quindi, ogni Chiesa, se vuole essere fedele alla sua ragion d’essere, dovrà tener sempre molto presente questo scopo ultimo per il quale Colui che l’ha convocata è vissuto, e per il quale ha dato anche tutta la sua vita, fino a morirne. Ne va di mezzo la sua più profonda identità.



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