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    5. La chiave di volta di una comunità ecclesiale


    Luis A. Gallo, LA CHIESA DI GESÙ. Uomini e donne per la vita del mondo, Elledici 1995

     


    1. MISSIONE DI SALVEZZA E VITA ECCLESIALE

    Stando al racconto del Vangelo di Marco, quando Gesù convocò i suoi primi discepoli li chiamò “affinché stessero con lui, e per inviarli a fare da araldi con potere di scacciare i demoni” (Mc 3,13). Questa densa frase esprime bene gli scopi per i quali esiste la comunità ecclesiale: formare un gruppo compatto attorno a Gesù Cristo, e condividere con lui la stessa passione per il suo progetto riguardante la “vita abbondante”.
    Se si tiene conto di quale era la preoccupazione centrale di Gesù stesso, non è difficile capire che per lui il secondo di questi scopi era il più importante: egli voleva alcuni uomini attorno a sé principalmente perché portassero avanti con lui lo stesso suo progetto. Tutto il resto lo subordinava a questo scopo prioritario.
    Agli effetti tuttavia di ciò che voleva ottenere, il fatto di creare un gruppo affiatato attorno a sé non era indifferente, poiché tale gruppo veniva a costituire, da una parte, il luogo dove i discepoli cercavano di realizzare tra di loro il tipo di convivenza fraterna che egli proponeva in ordine al regno di Dio e, dall’altra, come la “centrale” dove attingevano energia per la missione da svolgere.
    Nei due capitoli precedenti abbiamo focalizzato il secondo e più importante dei due fini elencati da Mc 3,13: ciò che cerca di fare una comunità ecclesiale che vuole vivere l’invito di Gesù; d’ora in avanti espliciteremo alcune delle principali implicanze del primo: ciò che tale comunità si sforza di vivere al suo interno, “stando con lui”.
    Per cominciare, nel presente capitolo cercheremo di delineare globalmente il tipo di convivenza che essa cerca di realizzare.

    2. NEL LIBRO DEGLI ATTI, UN IDEALE DI COMUNITÀ

    A una certa distanza dagli avvenimenti vissuti dai discepoli dopo la sua risurrezione, il libro degli Atti degli Apostoli racconta le principali vicende della prima comunità credente di Gerusalemme. Ne descrive la forma di vita, come si è andata organizzando e il suo funzionamento.
    Come fanno notare gli studiosi del testo, la descrizione viene fatta in maniera alquanto idealizzata, tratteggiando piuttosto la meta alla quale dovrebbe tendere ogni comunità che vuole seguire Gesù, e non tanto ciò che di fatto viveva quella prima comunità gerosolimitana.
    L’interesse del suo autore, Luca, era quello di far vedere che con la risurrezione di Gesù si era inaugurata la fine dei tempi, ossia l’epoca del compimento della Promessa fatta da Dio sin dall’antichità e che il popolo d’Israele si era portata in grembo, pieno di speranza, attraverso i secoli. Perciò, quella che egli descrive è in realtà la comunità matura degli ultimi tempi, una comunità che ha raggiunto la realizzazione piena del progetto proclamato da Gesù.
    È questa la ragione per cui, nella serie di piccoli sommari che introduce nei primi capitoli, si spinge a idealizzare la vita comunitaria di quella Chiesa. Basta confrontare quanto si dice in essi con ciò che si narra nei capitoli che seguono per averne una conferma. Vi si ritrovano, infatti, situazioni che sono poco consone con quanto si dice nei sommari.
    Ad ogni modo, appunto perché carichi di un senso ideale, questi sommari sono utili per tratteggiare le linee portanti di una comunità che cerca di vivere in coerenza con la sua vocazione. Ne prendiamo perciò in considerazione, sia pur brevemente, i due più densi di contenuto.

    2.1. I quattro pilastri di una Chiesa viva

    Il primo di questi sommari descrive molto stringatamente la comunità che nasce dalla proclamazione della risurrezione di Gesù fatta da Pietro il giorno stesso della Pentecoste. La fa in questi termini: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2,42).
    Il testo va collegato con il versetto precedente perché appaia più chiaro il suo senso: “Coloro che accolsero la sua parola [di Pietro] furono battezzati”(v. 41).
    La comunità, quindi, è costituita da coloro che, avendo ascoltato l’annuncio della risurrezione di Gesù e della sua glorificazione, l’accolgono con cuore aperto e ricevono il battesimo. Quest’ultimo, come si vede, è il rito di ingresso nella comunità dei discepoli, la celebrazione mediante la quale essi entrano a far parte della medesima.
    Concretamente, entrano nella comunità ecclesiale coloro che decidono di accettare la proposta di Gesù, arrivata ad essi attraverso coloro che l’hanno ricevuta e accolta precedentemente.
    La prima Chiesa nasce così dalla testimonianza di alcuni uomini e donne convinti della validità della “buona novella”, convinzione che comunicano con grande entusiasmo ad altri.
    Una volta entrati nella comunità, la loro vita si organizza, attorno ai quattro elementi accennati nel testo di cui ci stiamo occupando.

    L’insegnamento degli apostoli

    L’espressione adoperata da Luca si riferisce, come si vede da tutto il contesto, all’approfondimento del messaggio evangelico, fatto sotto la guida dei primi discepoli di Gesù, che nella comunità di Gerusalemme godevano di uno speciale ascendente.
    Poco più avanti, nello stesso libro, si dice che gli apostoli “con grande forza rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù” (At 4,33). Viene così indicato il nucleo della fede costantemente ripreso per l’approfondimento: era “la sostanza viva” di cui ha parlato, come vedevamo nel capitolo precedente, l’Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi (n. 25).
    Una comunità ecclesiale, quindi, nasce dall’ascolto e dall’accoglienza del messaggio del Vangelo, precisamente come nacque la comunità che Gesù di Nazaret raccolse attorno a sé. Questo ascolto e quest’accoglienza costituiscono la fede, roccia e fondamento ultimo sul quale poggia tutta la vita della Chiesa, una fede che va costantemente - “erano assidui” - nutrita con la frequentazione della parola evangelica.

    La comunione

    Il termine qui adoperato (in greco koinonía) non si riferisce a ciò che oggi comunemente si intende con esso, ossia la comunione eucaristica, ma all’amore vicendevole tra i membri della comunità, del quale si parlerà più distesamente nei testi che esamineremo in seguito.
    Il suo significato diventa più chiaro se si tiene presente a che cosa esso si oppone: il possesso esclusivo di qualcosa. È “comune” ciò che viene sottratto a tale possesso, perché viene fatto oggetto di condivisione da parte di altri. Potremmo dire, allora, che “comunione” si oppone ad “accaparramento”.
    Il testo vuole dire, di conseguenza, che coloro che entravano a far parte della comunità dei credenti in Gesù risorto si sforzavano di vivere intensamente questo ideale di condivisione, in tutte le sue implicanze. Era, perciò, una comunità nell’amore reciproco.

    La frazione del pane

    Secondo gli studiosi del testo, quest’espressione significa il pasto fraterno che oggi chiamiamo “eucaristia” o “Cena del Signore” o, più correntemente, “Messa”.
    La si chiamava allora così in ragione di uno dei gesti più significativi che veniva realizzato, tra i giudei, in ogni pasto e specialmente nei pasti rituali: il padre di famiglia spezzava il pane e lo distribuiva ai commensali.
    Come ci ricordano i Vangeli sinottici, nell’ultima cena che fece con i suoi discepoli prima di affrontare la sua passione e morte, anche Gesù fece questo gesto (Mt 26,26 e par.).
    Poco più avanti, in questo stesso capitolo degli Atti, si dice che i discepoli “spezzavano il pane nelle case” (2,46). Era il gesto familiare che cercava di riprodurre quanto aveva fatto Gesù prima di congedarsi. Un gesto che li contraddistingueva dal resto dei giudei che non avevano aderito alla fede in Gesù.

    Le preghiere

    Con questa espressione vengono designate nel testo in esame le altre azioni culturali che, all’inizio, i cristiani continuarono a realizzare in comune con gli altri giudei (At 5,12b).
    È da notare che i quattro assi della vita della Chiesa primitiva che abbiamo brevemente evidenziato sono enunciati in un preciso ordine, che non è casuale. Indica viceversa una certa progressività, per la quale ognuno di essi esige il seguente, e a sua volta presuppone il precedente.
    Il più radicale è quello della fede, che apre la possibilità di esistenza a una comunità di discepoli di Gesù. Per la fede infatti, che è apertura e accoglienza fiduciosa della sua proposta di salvezza, si entra nell’ambito della sua visione delle cose e delle sue preoccupazioni. Ma questa fede richiede di esprimersi nella comunione fraterna, che deve permeare tutta la vita interna della comunità.
    La comunione fraterna, a sua volta, si costruisce sulla base di quanto propone la parola di Gesù e si esprime poi nella celebrazione in cui si condivide il pane e nelle altre celebrazioni cultuali. Senza fede e senza sforzo di comunione fraterna la frazione del pane mancherebbe di contenuto e di fondamento. Essa, però, insieme con le preghiere, aiuta la comunità a nutrire e la fede e la comunione.

    2.2. Una comunità ecclesiale all’insegna della comunione

    Il secondo sommario, alquanto più articolato, viene collocato negli Atti dopo la narrazione della guarigione dello storpio del Tempio ad opera di Pietro e Giovanni, e delle vicende che la seguirono: il discorso di Pietro, la comparizione davanti al tribunale, la preghiera della comunità.
    Eccolo: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede avevano un cuore solo e un’anima sola, e nessuno diceva sua proprietà ciò che gli apparteneva, ma ogni cosa era loro comune [...]. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli, e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (At 4,32.34-35).
    Il testo è, insieme a quello di At 4,44-45 (terzo sommario), un’esplicitazione di uno dei quattro pilastri della comunità suaccennati, quello della comunione fraterna. Ne mette in evidenza due dimensioni, il rapporto tra le persone e il rapporto di queste con i beni materiali.

    La comunione tra le persone

    Essendo la comunità composta da giudei e greci, Luca, l’autore degli Atti, esprime in maniera consona alle due sensibilità culturali la stessa realtà: l’intima unione esistente tra le persone che la costituivano. Il “cuore” era, per i giudei, ciò che era “l’anima” per i greci: la dimensione più profonda della persona, ciò che costituisce il suo mistero più intimo.
    Dire che i membri della comunità ecclesiale erano “un cuor solo e un’anima sola” equivaleva a dire che essi realizzavano l’ideale greco dell’amicizia, ma a un livello molto più profondo, perché radicato nella fede in Gesù. Secondo gli scrittori greci, infatti, degli amici “è proprio avere una sola anima” (Aristotele). Essi sono così profondamente uniti dall’interno di se stessi che arrivano a fondersi in qualche modo in una sola interiorità. Sono come due corpi con una sola anima (san Gregorio di Nazianzo).
    Luca riprese qui questo ideale greco e lo tradusse, per i suoi destinatari di cultura giudaica, con la espressione semita “un solo cuore”, che è il suo equivalente.
    Secondo questo testo, quindi, una vera comunità di discepoli di Gesù deve tendere a creare tra le persone che la costituiscono un rapporto di comunione interpersonale, in chiave di amicizia, concretizzata nell’amore e nella conoscenza reciproci. Quanto più intensa sarà la comunione tra le persone più si sarà vicini all’ideale, e viceversa.

    La comunione dei beni

    È da notare che, in realtà, ciò che a Luca interessa rilevare principalmente è quello che si dice al v. 34: “Nessuno tra loro era bisognoso”. Questa piccola frase, che si trova per la prima volta in Dt 15,4 in un contesto normativo, era andata acquistando una portata profetica lungo la storia del popolo della Bibbia: diventò a poco a poco come una promessa per gli ultimi tempi. Nell’impiegarla qui, Luca torna a evidenziare il fatto che la comunità da lui descritta è la realizzazione dell’ideale della pienezza umana anche dal punto di vista del rapporto con i beni materiali. In essa, infatti, nessuno soffre la mancanza del necessario. Così si realizza la promessa di abbondanza per tutti riservata agli ultimi tempi.
    Il mezzo per ottenere la realizzazione di questo ideale è appunto la messa in comune dei beni che si possiedono.
    Non si tratta, ovviamente, di una questione giuridica. Non è qui in gioco il diritto di proprietà privata, un problema che non poteva porsi allora, data la mentalità dell’epoca. Si tratta piuttosto di qualcosa d’altro, e cioè del fatto che, in forza di quella stessa comunione tra le persone di cui si è detto sopra, nasce anche una comunione di beni. Quest’ultima è come la proiezione naturale di quella. Indica, quindi, un modo tipico di rapportarsi con tali beni, quello di subordinarli alla comunione tra le persone.
    Lo avevano constatato gli stessi greci nell’antichità quando dicevano: “È proprio degli amici avere tutto in comune” (Aristotele).
    Anche da questo punto di vista la comunità ecclesiale, secondo il testo, realizzava l’ideale greco dell’amicizia, benché a un livello molto più profondo e radicata in motivi molto più nobili.
    Questo modo di vedere il rapporto con i beni materiali nelle comunità ecclesiali viene confermato anche da altri testi del Nuovo Testamento. Quello, per esempio, della 1 Gv 3,17 che dice: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come può dimorare in lui l’amore di Dio?”; o quello di Gc 2,15-16 che denuncia: “Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?”.
    Lo stesso principio di comunione dei beni materiali tra le persone viene enunciato da san Paolo nei riguardi del rapporto tra le diverse comunità ecclesiali. Così, per esempio, in occasione di una grande carestia della comunità di Gerusalemme, egli stimola le altre comunità a condividere i loro beni con essa: “Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza” (2 Cor 8,14).
    Come si vede, l’ideale di questa comunione è arrivare all’uguaglianza tra tutti. Non però un’uguaglianza matematica, bensì quella per la quale a ciascuno viene dato, di ciò che si ha, secondo il suo bisogno.

    3. NELL’OGGI DELLA CHIESA

    La succinta rivisitazione dei testi degli Atti ci fa vedere con chiarezza quale sia l’ideale a cui tende ogni comunità ecclesiale nella misura in cui è genuina: vivere in chiave di comunione fraterna. Solo così può, tra l’altro, realizzare ciò che afferma la costituzione conciliare Lumen Gentium sulla sua funzione di indicatrice della meta dell’intera umanità (n. 1).
    Questa comunione è, quindi, sia secondo i testi neotestamentari sia secondo quelli conciliari che li riecheggiano, l’ottica fondamentale nella quale si imposta tutto al suo interno. Analizziamo alcune delle principali implicanze.

    3.1. Persone che si amano sul serio

    Ciò che crea la comunione è l’amore fraterno. Un amore che acquista le sue essenziali connotazioni alla luce della proposta di Gesù.

    L’esigenza basilare

    Gli scritti del Nuovo Testamento sottolineano ripetutamente che la cosa più importante nella vita interna della comunità è il rapporto di amore reciproco tra i suoi membri. Lo afferma in forma molto stringata, per esempio, il detto di Gesù riportato dal Vangelo di Giovani: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, cosi amatevi anche voi gli unì gli altri” (Gv 13,34).
    La specificazione aggiunta dal testo - “come io vi ho amato” - chiarisce come deve venire inteso questo amore. Non si tratta di un meno sentimento, benché non escluda la componente affettiva. Consiste, in poche parole, nel cercare di rendersi corresponsabile della vita degli altri o, ancora, nel collaborare attivamente affinché ognuno degli altri cresca verso la pienezza alla quale aspira dal più profondo del suo essere e alla quale Dio stesso lo ha chiamato.
    Ama come Gesù chi anzitutto ha gli occhi aperti per rendersi conto della situazione concreta in cui “l’altro” si trova, dei suoi bisogni e problemi, delle cause che li provocano. Ma, inoltre, si dà da fare per venire incontro a tale situazione nella misura delle sue possibilità.
    Come ripetono spesso i testi neotestamentari, un amore che non agisce non è vero amore (Mt 25,31-46; Gc 2,14-26; 1 Gv 3,11-18, ecc.).
    Le lettere di Paolo e di Giovanni sono piene di orientamenti pratici in questo senso. Sono mirate a illuminare la realizzazione concreta di questo ideale nelle comunità di allora, ma contengono elementi validi per tutti i tempi.
    Uno di essi, enunciato con persistente frequenza, è il seguente: ama sul serio gli altri, dietro le orme di Gesù, chi rinuncia a cercare soltanto i propri interessi, e si apre agli interessi degli altri (Fil 2,4; 1 Cor 10,24; Rm 15,2, ecc.).
    È nient’altro che ciò che, secondo il Vangelo di Giovanni, disse Gesù con questa solenne affermazione: “In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).
    Si tratta dell’antitesi amore-egoismo che, secondo la prima lettera di Giovanni, equivale all’antitesi Vita-Morte: “Chi non ama rimane nella morte.
    Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna” (1 Gv 3,14b-15).
    Il superamento di questa antitesi e la sua risoluzione in senso positivo passano necessariamente, come si vede con chiarezza nella vicenda di Gesù stesso, attraverso la croce. Croce intesa non in maniera masochista, ossia come mera negazione o schiacciamento di sé o come canonizzazione di qualunque sofferenza, ma come espressione del proprio morire all’egoismo per aprirsi al servizio degli altri. La narrazione della lavanda dei piedi fatta da Gesù ai discepoli nell’ultima cena e proposta da Giovanni come interpretazione del senso profondo della croce, è molto illuminante al riguardo (Gv 13,1-15).
    Tutto ciò sta a dire che una vera comunità ecclesiale si costruisce e cresce seguendo questa logica dell’amore vicendevole tra i suoi membri. Ogni altra logica la condanna a perdere la sua identità evangelica fondamentale.

    Una meta verso la quale tendere

    Mantenendo come piattaforma ciò che è stato detto finora, occorre tener presente un altro dato che abbiamo incontrato nell’analisi dei piccoli sommari degli Atti. In essi è emerso che l’ideale di una comunità cristiana è l’amicizia tra i suoi componenti. È questa quindi la forma più piena e più alta di comunione fraterna.
    Attualmente siamo in grado di rileggere questo dato con strumenti culturali in certo senso più affinati. Sappiamo, infatti, che l’amicizia si dà nell’ambito dei rapporti interpersonali o, come preferiscono dire altri, primari; ossia quei rapporti che si creano quando le persone sono unite tra di loro perché si conoscono profondamente, e si amano a partire da tale conoscenza.
    D’altronde, la Bibbia fornisce elementi preziosi per una comprensione della comunione in questa linea. “Non è bene che l’uomo sia solo”, afferma il libro della Genesi (2,18). E lo dice introducendo la narrazione della creazione della donna, che nel testo appare come il prototipo dell’“altro” con il quale l’uomo deve arrivare ad essere “una sola carne”, ossia una sola realtà. L’ideale della persona umana comporta, secondo questo testo, la pienezza della comunione intersoggettiva, la donazione amorosa e l’accettazione, l’incontro che dà pienezza. Fintanto, quindi, l’uomo non si comunica in profondità con l’altro o gli altri, non può realizzare la sua vocazione. Non c’è niente al mondo che possa supplire questo bisogno così profondamente umano. E qualunque tentativo di surrogarlo conduce irremissibilmente alla frustrazione. L’antropologia filosofica e la psicologia contemporanea lo hanno messo chiaramente in evidenza.
    Una comunità ecclesiale che vive in chiave di comunione tende a diventare un ambito umano dove siano possibili tali rapporti. Fa, di conseguenza, tutto il possibile per creare le condizioni nelle quali la conoscenza e l’amore vicendevoli possano raggiungere questo livello di profondità.
    Ciò non significa che soltanto nel suo seno e con coloro che hanno la stessa fede i cristiani cercano la comunione interpersonale. Questo convertirebbe la Chiesa in un ghetto. Tale comunione può darsi - e di fatto si dà - anche in altri ambiti umani o con altre persone; ma solo nella comunità ecclesiale, costruita sulla fede, la si vive pienamente alla luce del Vangelo di Gesù.
    In breve, ogni vera comunità ecclesiale deve tendere ad essere il luogo dell’esperienza della comunione nel suo più alto grado; dove i credenti in Gesù non solo “sanno” di essere in comunione tra di loro, ma veramente lo “esperiscono”.

    E le strutture?

    Poiché gli esseri umani hanno una dimensione corporale, i rapporti vicendevoli tra di loro necessariamente s’incarnano, acquistano anche corporalità istituzionale. Così nascono le strutture che esprimono e sostengono tali rapporti. Ciò vale anche per la comunità ecclesiale, costituita da uomini e da donne.
    Parlando, nel secondo capitolo, del modello ecclesiologico preconciliare, abbiamo rilevato l’esistenza in esso di una concezione caratteristica della struttura della Chiesa. Questa veniva ivi pensata come un grande tutto monolitico di tipo piramidale, al cui vertice si trovava il papa, vicario di Cristo in terra e successore di Pietro, e alla cui base stavano invece i “semplici fedeli”, i cristiani-laici. Nel mezzo, cardinali, vescovi e sacerdoti facevano gradualmente da ponte tra gli estremi.
    Quest’organizzazione ecclesiale si caratterizzava, anzitutto, perché in essa l’accento veniva posto più sugli individui che sulle comunità. Tant’è vero che le comunità minori - le diocesi e le parrocchie, per esempio - venivano considerate quali circoscrizioni amministrative della grande Chiesa universale, modellate anch’esse sullo schema piramidale.
    Inoltre, vi dominava una visione che andava dall’alto in basso.
    La struttura comportava, infatti, una specie di scala discendente di dignità e di potere che andava dal vertice, nel quale tale potere e tale dignità erano concentrati in grado massimo, verso la base, che ne era priva. Era una visione fortemente gerarchica, e perciò asimmetrica, dei rapporti tra i membri della Chiesa.
    D’altra parte, una strutturazione di questo genere accentuava prevalentemente i vincoli giuridici tra essi, il che facilitava da una parte il mantenimento dell’unità e dall’altra il superamento dello sgretolamento e della dispersione.
    Infine, tutto ciò incideva fortemente sul gioco delle responsabilità all’interno della comunità ecclesiale, poiché tendeva a produrre dei docili esecutori piuttosto che dei protagonisti e dei creatori, e faceva di conseguenza che prevalesse la sottomissione sulla libertà. L’obbedienza giocava un ruolo decisivo al suo interno.
    Attualmente la rivisitazione delle fonti bibliche, come anche la stessa sensibilità umana, hanno portato a riscoprire un’altra concezione della struttura ecclesiale che, in ragione del principio fondamentale in cui si ispira, possiamo chiamare “comunionale”.
    Essa, diversamente dalla precedente, si caratterizza anzitutto perché mette l’accento prevalentemente sulle comunità e non sui singoli suoi membri. Questi, infatti, non sono mai pensati come “cristiani sciolti”, ma viceversa sempre in comunione tra di loro; e le stesse comunità sono a loro volta sempre pensate in rapporto di comunione con le altre, in atteggiamento di amore e di corresponsabilità.
    D’altra parte, in essa tutto va dal basso verso l’alto o, meglio ancora, dalla piccola comunità nella quale tutti si conoscono personalmente e si amano reciprocamente, alla “Chiesa particolare” (parrocchie prima e diocesi dopo), risultato della comunione tra le piccole comunità, e da questa alla Chiesa universale, formata dalla comunione di tutte le comunità o Chiese particolari.
    Logicamente, essa fa leva prevalentemente sui vincoli di amore e di conoscenza reciproca e non su quelli giuridici, e riduce le leggi e le prescrizioni al minimo indispensabile, perché pensa che esse sono in rapporto inverso all’amore fraterno.
    Infine, al suo interno viene valorizzata la responsabilità di ognuno dei membri della Chiesa e di ogni comunità al proprio livello, cercando più la comunione nella diversità che una rigida uniformità.
    Bisogna riconoscere che tale strutturazione è molto più vicina di quella precedente a ciò che fu l’organizzazione della prima comunità di Gerusalemme e delle prime Chiese in genere. Ne sono una chiara testimonianza il libro degli Atti e le lettere paoline.

    3.2. La comunione dei beni

    Se la comunione tra le persone all’interno della comunità ecclesiale non sfocia in una condivisione dei beni materiali, corre il rischio di restare in un mero romanticismo. Perché, come abbiamo visto, “è proprio degli amici avere tutto in comune”. Accaparrare qualcosa egoisticamente per sé quando gli altri ne patiscono il bisogno, è la negazione netta della comunione. È far prevalere l’interesse proprio su quello comune, il che contraddice radicalmente un principio fondamentale del Vangelo (Fil 2,4; 1 Cor 10,24).
    Una comunità ecclesiale nella quale uno o alcuni sono nella sazietà e nella sovrabbondanza mentre altri patiscono la fame (1 Cor 11,21), tradirebbe la sua vocazione di serva della vita e rinnegherebbe l’ideale proposto dagli Atti, secondo il quale in essa non ci devono essere bisognosi perché l’amore dei fratelli viene in loro aiuto.
    La realizzazione concreta di questo aspetto della comunione è condizionata dalle circostanze storiche in cui viene a trovarsi la Chiesa. La comunità di Gerusalemme cercò di viverla, mossa dall’entusiasmo evangelico, in un determinato modo. Ci sono oggi comunità che cercano di realizzarla in maniera radicale e quasi letterale. L’importante è che ogni epoca crei la sua modalità. Ma l’istanza di base resta in piedi, perché scaturisce dalla sostanza stessa del Vangelo.
    Una cosa va notata: nemmeno a questo riguardo, come si avvertiva sopra parlando della comunione interpersonale, i cristiani esauriscono all’interno della comunità ecclesiale l’esigenza della comunione dei beni. Anzi, è imprescindibile che cerchino di condividere ciò che hanno con coloro che, pur non appartenendo alla loro comunità, o alla Chiesa in genere, ne sono privi. E a cominciare dai più bisognosi.
    Le parole di Gesù in Mt 25,34-46 hanno in tale senso implicanze molto incalzanti in questo momento della storia dell’umanità, nel quale la maggior parte dei popoli della terra sta “patendo bisogno” ai livelli più elementari dell’esistenza. L’abbiamo ricordato nel nostro capitolo secondo: a livello planetario la comunione dei beni non esiste, per via dell’accaparramento di cui essi sono oggetto, mediante meccanismi e strutture di vario ordine, da parte dei paesi ricchi e sviluppati dell’umanità. Anzi, ciò che esiste e un immensa folla di affamati e di sfruttati a cui, come a quel Lazzaro della parabola raccontata da Gesù (Lc 16,19-31), non vengono date neanche le briciole che cadono dalla ricca mensa di Epulone.
    Una situazione come questa sfida apertamente le Chiese e i cristiani. Li sfida su tutti i fronti: su quello cosiddetto “assistenziale”, che cerca di porre rimedio alle necessità di chi soffre ed è carente nei livelli più elementari della vita, ma anche su quello strutturale, dove l’assistenzialismo non può arrivare, ma che è la causa principale della succitata povertà planetaria. E per agire sul fronte delle strutture occorre anche impegnarsi a quei livelli che permettono di farlo: socio-economici, politici, culturali.
    Potrebbero dirsi discepoli di quel Gesù che svolse la sua missione privilegiando i più poveri e gli ultimi le Chiese e i cristiani che trattenessero avidamente per sé ciò che posseggono, e non cercassero invece, in tutti i modi possibili, di condividerlo con coloro che ne hanno molto più bisogno?


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