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    12. La Vergine Maria e la Chiesa


    Luis A. Gallo, LA CHIESA DI GESÙ. Uomini e donne per la vita del mondo, Elledici 1995

     


    1. DIETRO LE ORME DEL VATICANO II

    Maria, la madre di Gesù (At 1,14), è una componente così sentita nella fede della Chiesa cattolica, a differenza di alcune altre Chiese, che riteniamo opportuno parlarne, sia pure molto brevemente, nel quadro di riferimento ecclesiologico finora tratteggiato. Anche in quest’esposizione, come nelle precedenti, ci farà da guida il Vaticano II. In esso, infatti, oltre alla verifica sull’autenticità globale della Chiesa, venne fatta anche una verifica sul modo in cui vengono concepiti il posto e la funzione di Maria nella stessa Chiesa.
    Durante la celebrazione del Concilio lo scambio di idee su questa tematica diede origine a un agitato dibattito, nel quale venne a riflettersi la situazione della mariologia degli anni immediatamente precedenti, e che contribuì notevolmente alla sua maturazione. La discussione si centrò attorno all’opportunità o meno di fare un documento indipendente sulla Vergine Maria, o piuttosto di includere il tema nella costituzione sulla Chiesa.
    La domanda non riguardava una pura questione formale, ma rifletteva diverse posizioni esistenti fra i partecipanti al Concilio. Alcuni di essi, qualificati come “massimalisti”, ribadivano la necessità di esaltare sempre di più la Madre di Gesù facendo un documento a se stante su di Essa e anche, se era possibile, dichiarando nuovi dogmi mariani oltre ai già esistenti (quelli della Maternità divina, della Verginità perpetua, dell’Immacolata Concezione, e dell’Assunzione in cielo).
    Altri invece insistevano sulla necessità di centrarsi maggiormente su Cristo, distogliendo l’attenzione da Maria, attenzione che negli ultimi decenni era stata, secondo essi, eccessiva e perfino deviante per la fede. Erano perciò qualificati come “minimalisti”.
    C’era anche una posizione intermedia: sosteneva che, pur senza sminuire l’importanza di Maria nella fede della Chiesa, occorreva evitare l’impressione che essa costituisse come un tassello separato e isolato nel suo insieme, e che perciò era necessario includere la trattazione mariologica nel documento sulla Chiesa.
    Finì per prevalere quest’ultima prospettiva, e così il tema mariologico diventò il capitolo ottavo della costituzione dogmatica sulla Chiesa, approvata il 21 novembre 1964.
    Una conoscenza, pur sommaria, di quanto contiene tale capitolo può aiutarci a conoscere come venne delineata la figura di Maria all’interno di questo ripensamento decisivo che la Chiesa fece di se stessa nel nostro secolo.

    2. MARIA PER LA SALVEZZA DEL MONDO

    2.1. Una nuova prospettiva

    Una prima constatazione emerge dalla lettura del documento conciliare: il Vaticano II non pretese, con questo capitolo, di fare un progresso quantitativo per ciò che riguarda la dottrina sulla Vergine Maria, come qualcuno sperava, ma piuttosto un cambiamento qualitativo. Volle cioè ripensare e riformulare tutto il retaggio mariologico ricevuto dalla Bibbia e dalla tradizione viva della Chiesa, in un'ottica soteriologica, ossia nella prospettiva della salvezza dell’umanità. Non volle quindi fare una riflessione su Maria e le sue “prerogative” in se stesse, ma in rapporto con il progetto divino di salvezza dell’umanità.
    Detto in parole un po’ più tecniche: volle proporre non una mariologia “ontologica”, che avesse di mira l’essere di Maria, ma una mariologia “storicosalvifica”, che focalizzasse la sua funzione nella storia della salvezza.
    Ciò influì anche sul linguaggio utilizzato, un linguaggio molto vicino a quello della Bibbia, degli antichi Padri della Chiesa e dei testi liturgici.

    2.2. Maria a servizio della salvezza dell’umanità

    Quest’ottica salvifica si coglie in tutte le pagine del documento, ma appare più nitidamente in alcune di esse: nel proemio (nn. 52-54), nel quale si inserisce subito Maria nel quadro di riferimento della redenzione voluta da Dio per l’umanità e operata da Gesù; in tutto il punto II (nn. 55-59), dedicato espressamente a illuminare il rapporto storico di Maria con la persona e l’opera di Gesù Cristo; e nel punto III (nn. 60-65), che si riferisce alla condizione attuale di Maria.
    Raccogliendo i diversi dati ivi presenti, e cercando di esprimerli in termini a noi più accessibili, possiamo tratteggiare la figura di Maria presentata dal Concilio in queste poche ma dense frasi: Ella è una donna della nostra stessa famiglia umana, bisognosa di salvezza come tutti noi, che durante la sua umile vita mortale ebbe a camminare con grande fiducia in Dio tra le luci e le ombre proprie della fede, e collaborò generosamente con lui alla salvezza del mondo, anzitutto dando alla luce Gesù, il Messia Salvatore, e poi consacrandosi totalmente alla sua persona e alla sua opera; ora, una volta raggiunta con lui la pienezza della Vita, continua a cooperare con Dio aiutando con sollecitudine e amore materno i fratelli del suo Figlio, gli uomini tutti, affinché anch’essi raggiungano la salvezza.

    2.3. La Madre dei poveri

    Come è naturale, nella figura di Maria proposta dal documento non sono ancora presenti le istanze che nel postconcilio sono andate invece maturando. La centralità dei poveri nella preoccupazione di Gesù e conseguentemente della comunità dei suoi discepoli, non è neanche accennata. Noi, dopo il cammino percorso precedentemente, possiamo invece prenderla in considerazione anche per ripensare la figura di Maria quale “membro singolare” della Chiesa (LG 53).
    Se teniamo conto che, nel suo impegno per dare Vita ai morti (Gv 5,20-21), Gesù ha dato sempre la precedenza a coloro che erano i più “moribondi”, ossia i più piccoli e deboli, si può anche intendere in quale luce ripensare la figura di Maria. Essa, oltre a “primeggiare tra gli umili e i poveri del Signore”, come attesta ancora il n. 55 del documento conciliare, essendo consacrata totalmente all’opera del suo Figlio condivide con lui anche la sua preoccupazione per la Vita in pienezza degli uomini, a cominciare dai più umili e poveri. Tra “i fratelli del suo Figlio”, coloro che sono più privi di Vita costituiscono perciò l’oggetto primo e privilegiato della sua sollecitudine materna. Essa è, in maniera del tutto particolare, la Madre dei poveri.
    In questo contesto può risultare illuminante il ripensamento della Conferenza Episcopale di Puebla sulla figura di Maria. L’aspetto più caratteristico del suo Documento da questo punto di vista è il riferimento al Magnificat o Cantico della Madonna (Lc 2,47-55) come “specchio della sua anima” (n. 287).
    La Conferenza privilegiò questo testo scritturistico mariano facendone una rilettura a partire dalla situazione in cui si trovano i popoli del continente, una situazione di estrema e ingiusta povertà generalizzata. Lo fece appellandosi espressamente alle idee abbozzate da Giovanni Paolo Il, e tenendo come sfondo ciò che, qualche anno prima, aveva scritto Paolo VI nell’Esortazione apostolica Marialis Cultus.
    In quest’ultima il papa, consapevole delle notevoli ripercussioni che le mutate circostanze storico-culturali avevano avuto sul culto mariano, affrontò coraggiosamente il compito di riproporre in maniera rinnovata la figura di Maria agli uomini e alle donne d’oggi. Lo fece, tra l’altro, appellandosi al Magnificat.
    Ecco le sue testuali parole: “Maria di Nazaret, pur completamente abbandonata alla volontà del Signore, fu tutt’altro che donna passivamente remissiva o di una religiosità alienante, ma donna che non dubitò di proclamare che Dio è vindice degli umili e degli oppressi e rovescia dai loro troni i potenti del mondo (cf Lc 2,51-53)”.
    Continua poi affermando, in base ad altri testi evangelici, che “Essa fu una donna forte, che conobbe povertà e sofferenza, fuga ed esilio (cf Mt 2,13-23): situazioni che non possono sfuggire all’attenzione di chi vuole assecondare con spirito evangelico le energie liberatrici dell’uomo e della società” (Marialis Cultus n. 37).
    Risulta interessante rilevare il contesto in cui Paolo VI tratteggiò in questo modo la figura di Maria: si tratta, come dice egli stesso, delle “attese profonde degli uomini del nostro tempo” ai quali la Vergine viene offerta come modello compiuto del discepolo del Signore, che “non è solo artefice della città celeste ed eterna, ma anche di quella terrena e temporale, e non è solo testimone operoso dell’amore che edifica Cristo nei cuori, ma anche promotore della giustizia che libera l’oppresso e della carità che soccorre il bisognoso”.
    Quest’indicazione programmatica venne ripresa dal Documento di Puebla. Rifacendosi a sua volta a una omelia pronunciata da Giovanni Paolo Il nel Santuario di Zapopan (Guadalajara, Messico), esso afferma: “Nel Magnificat [Maria] si offre quale modello per coloro che non accettano passivamente le avverse circostanze della vita personale e sociale, né sono vittime della “alienazione”, come si dice oggi, ma proclamano con lei che Dio innalza gli umili e, se ne è il caso, “rovescia i potenti dal trono”” (DP n. 297).
    Il collegamento di questo testo con quello della Marialis cultus è palese. Qui però la presentazione di Maria quale modello ha acquistato ancora maggiore concretezza. La donna “tutt’altro che passivamente remissiva” di Paolo VI, si è convertita in “una donna che non accetta passivamente le avverse circostanze della vita personale e sociale”; e la donna “di religiosità tutt’altro che alienante”, in “una donna che non è vittima dell’alienazione”.
    Già questi due mutamenti sono significativi, specialmente se si tiene conto dell’aggiunta dell’aggettivo “sociale” all’aggettivo “personale” per qualificare le “avverse circostanze della vita”.
    Il risultato di questi mutamenti è che Maria viene presentata come modello di una non-passiva-accettazione di ciò che nella vita (personale e sociale) risulta avverso e contraddittorio. È questa sua “ribellione” che la libera dall’essere una vittima dell’alienazione.
    Siamo così lontani da una certa presentazione della figura di Maria che contribuiva a mantenere i fedeli in condizioni di passivismo e rassegnazione, magari pensando che tutto ciò che li spogliava della vita e della dignità era “volontà di Dio”. La Madonna del Magnificat li sollecita a scuotere tutto ciò che li tiene in condizioni inumane, sia di origine personale che sociale.
    Ma vi è ancora di più. Appellandosi allo stesso versetto del Magnificat riportato da Paolo VI, nella succitata omelia Giovanni Paolo Il ne aggiunge un inciso breve ma molto pieno di significato. Dice infatti che il Dio ivi cantato da Maria è un Dio che “innalza gli umili e, se ne è il caso, rovescia i potenti dai troni”. È il contesto in cui il papa lo dice quello che sollecita a dare a tale inciso una portata storica molto concreta. Egli parla in un continente e in un momento (1979) nei quali dei regimi ingiusti e oppressori sono insediati in troni potenti, e dove i poveri e gli umili sono schiacciati e calpestati nella loro più elementare dignità da dittatori che si avvalgono del potere per meschini interessi personali, familiari o di gruppo. L’aver aggiunto questo piccolo inciso (“se ne è il caso”) al versetto del Cantico di Maria, gli conferisce una tonalità particolare, poiché mette in rapporto Dio e Maria con il rovesciamento di questi potenti dai loro troni di ingiustizia. Orienta cioè la sua interpretazione in una direzione di grande realismo storico.
    Così Maria, la Madre dei poveri, appare, attraverso il Magnificat letto in questo modo, quale modello di fede attiva e storicamente impegnata per tutti coloro che vogliono seguire Cristo in un mondo bisognoso di fraternità e di giustizia. Di una fede che si sforza di non venire a patti con nessun tipo di alienazione, né personale né sociale, che non è per niente remissiva, ma viceversa “evangelicamente ribelle” a tutti i livelli in cui si gioca la vita e la dignità degli uomini e delle donne, e soprattutto dei più poveri.

    3. MARIA E LA CHIESA

    La visione fortemente transecclesiale della figura di Maria proposta soprattutto alla fine del capitolo ottavo della Lumen Gentium (n. 69) non esclude, tuttavia, che essa venga ivi vista anche in stretto rapporto con la comunità ecclesiale in quanto tale.
    Un compendio di tale rapporto viene offerto al n. 51 del Proemio, nel quale si dice: “Maria è riconosciuta come sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa, e sua figura e modello eccellentissimo”.
    Analizziamo questa densa affermazione, facendone emergere alcune implicanze.

    3.1. Maria è membro della comunità dei discepoli di Gesù

    La prima cosa che va rilevata nell’enunciato conciliare è l’affermazione dell’appartenenza di Maria alla Chiesa. Dopo aver affermato ripetutamente che essa è sorella di tutti gli uomini nella stirpe di Adamo, per il fatto di appartenere alla famiglia di coloro che sono bisognosi di salvezza (n. 53), dice pure che essa è sorella di coloro che sono membri della comunità ecclesiale.
    Una presentazione di Maria che dimenticasse questa prima affermazione allontanerebbe la Madre di Gesù dal resto della Chiesa. Facendola troppo diversa dagli altri suoi membri, la metterebbe fuori da essa. La Madonna, quindi, fa parte della comunità dei discepoli del suo Figlio. È questa una prima e fondamentale affermazione. Ma ce n’è un’altra che la completa: Maria occupa un posto molto peculiare in questa comunità.
    La prima ragione di tale peculiarità si ritrova, anzitutto, nel suo rapporto speciale con Gesù, che di questo corpo ecclesiale è il Capo (1 Cor 12). Per questo motivo, essa “precede di gran lunga tutte le altre creature, celesti e terrestri” (n. 53).
    Occorre tuttavia rilevare, a questo riguardo, che tanto il Nuovo Testamento (per es. Lc 11,27-28) quanto il documento conciliare, precisano la natura di tale rapporto: non è la mera maternità fisiologica di Maria a fondarlo, quanto soprattutto la sua collaborazione con Gesù nell’opera della salvezza. È quest’ultima a costituire la vera grandezza di Maria. Una grandezza che, d’altra parte, non annulla la sua semplicità e l’umiltà della sua vita.
    Riguardo a quest’ultimo punto, riteniamo sia imprescindibile applicare alle affermazioni della fede ecclesiale che si riferiscono a Maria la stessa regola che si applica a quelle neotestamentarie che riguardano Gesù. Oggi si è infatti consapevoli che molte delle cose che queste dicono sul Gesù terreno sono una proiezione della fede pasquale sul suo passato. Cioè, che gli scrittori, scrivendo dopo aver fatto l’esperienza della Pasqua, anticiparono alla vita e all’attività svolta da Gesù prima di essa ciò che arrivarono a capire nella fede solo più tardi, quando egli era già stato glorificato.
    Abbiamo il diritto di supporre che, in maniera analoga, molte delle cose che la fede della Chiesa afferma sulla condizione terrena di Maria siano come anticipazioni di ciò che essa arrivò ad essere nello stadio finale della sua esistenza, quando divenne pienamente partecipe della risurrezione del suo Figlio.
    Possiamo perciò pensare che la vita terrena di Maria sia stata una vita molto semplice e normale, come quella della brava gente del suo tempo, benché totalmente permeata da quella stessa intensa preoccupazione per la “vita in abbondanza” del suo popolo e di tutti gli uomini che ardeva nel cuore di suo Figlio, e che essa andò a poco a poco assimilando da lui.
    Una seconda ragione della peculiarità del posto che Maria occupa come membro sovreminente della Chiesa è, secondo il documento conciliare, la sua assunzione in cielo, ossia il fatto di essere stata associata in forma speciale al suo Figlio anche nel trionfo pieno e definitivo sulla Morte. Dice infatti il testo: “La Madre di Gesù, [...] in cielo glorificata ormai nel corpo e nell’anima, è immagine e inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura” (n. 68).
    Questa Donna (è il termine con cui Gesù si rivolge a lei in Gv 2,4; 19,26), che partecipa in tale modo alla vittoria del suo Figlio, vincitore del peccato e della Morte (cf n. 59), anticipa in se stessa la meta a cui tende tutta la Chiesa. Si può dire, in questo senso, che Maria è la Chiesa in quanto ha raggiunto tale pienezza, grazie a Cristo. Essa è “la primizia” della salvezza, come lo fu Gesù nella sua risurrezione (1 Cor 15,20.23).

    3.2. Maria è figura e modello della comunità ecclesiale

    Ma, oltre ad affermare con forza l’appartenenza di Maria alla comunità ecclesiale, sia pure in maniera del tutto particolare, il Concilio la presenta anche come sua figura e suo modello.
    Ai nn. 63-64 si dice che questo rapporto si concretizza nella linea della maternità verginale: Maria è madre-vergine perché genera il Salvatore con una donazione totale allo Spirito Santo. Così diventa modello della Chiesa.

    Una Chiesa che genera Vita

    Come Maria, anche la comunità dei discepoli di Gesù è “madre”. Lo è perché genera Vita nel mondo. In ciò consiste il suo compito o missione fondamentale, come abbiamo visto precedentemente.
    Gesù di Nazaret, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, fu generato in passato da Maria; ma c’è un altro Figlio dell’uomo e Figlio di Dio che continua ad essere collettivamente in stato di gestazione fino alla fine dei tempi: è l’Umanità in quanto tale.
    Il ruolo della Chiesa non è altro che quello di seguire le orme della Madre che generò il primo Uomo vivente (Ap 1,18). Anch’essa è, quindi, nelle condizioni di Maria nei mesi che precedettero la nascita di Gesù: è in stato di avvento.

    Una Chiesa che non si prostituisce

    Come Maria, la comunità ecclesiale è pure vergine: non può essere feconda per la Vita del mondo senza una donazione esclusiva allo Spirito Vivificante.
    Merita di essere rilevato in questo contesto il fatto che il documento conciliare si serva delle categorie matrimoniali per parlare della verginità, come spesso succede anche nella Bibbia. La Chiesa è, secondo esso, una vergine “che custodisce integra e pura la fedeltà promessa allo Sposo” (n. 64).
    L’abbiamo affermato più di una volta precedentemente: la passione per la salvezza degli uomini impregna in tal modo la comunità dei cristiani che qualunque deviazione verso altre preoccupazioni intacca la sua ragione fondamentale di essere. A questa luce acquista un senso molto pregnante l’affermazione della verginità della Chiesa, della quale Maria è modello. Ogni volta infatti che la comunità ecclesiale si lascia prendere da altre preoccupazioni che non siano la Vita in pienezza degli uomini, tradisce la sua verginità e, secondo il crudo linguaggio biblico e patristico, si prostituisce. La figura di Maria la sollecita, quindi, a una costante ricerca della sua primigenia ragion d’essere: che gli uomini e le donne di questo mondo, a cominciare dai più piccoli e poveri, “abbiano la Vita, e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).



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