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    Prospettive operative. Quale progetto?


     

    Giuseppe Anfossi

    (NPG 1990-09-37)


    Se per progetto si intende un pia- no generale di interventi in cui si concretizza una visione pastorale, è venuto il momento di dire quale progetto dei giovani e dei ragazzi si dovrebbe disegnare per la città di Torino, poggiando sui risultati della ricerca.

    IL PENSIERO DEI PARROCI

    È necessario partire da un dato globale non facilmente definibile nelle sue componenti, ma eloquente nella sua espressione: il compito di responsabili della pastorale dei giovani e dei ragazzi e, in generale, quello dei parroci è avvertito come «peso» e «fatica».
    Vi contribuiscono molti fatti: il non poter più contare sull'aiuto di giovani preti viceparroci, e non ancora a sufficienza sui laici, una mancanza di accoglienza da parte della gente e dei giovani delle iniziative spirituali della parrocchia, un rapporto ancora difficile con gli uffici diocesani percepiti come causa di lavoro aggiunto e non invece guida e sollievo, l'ampiezza delle incombenze e altro ancora.
    I parroci per svolgere il compito di responsabili della pastorale giovanile non ricevono per ora aiuto sufficiente da diaconi e dalle religiose, sebbene il loro contributo vada crescendo, né dai laici adulti (la presenza di famiglie e di genitori nella pastorale dei ragazzi e giovani è all'inizio), la risorsa animatori-giovani (e talora giovanissimi) numericamente imponente non risolve, e non risolverà neppure in futuro con una maggiore preparazione, alcuni problemi pastorali come la continuità nel tempo, l'annuncio esplicito della fede e la autorevolezza.
    L'impressione di affaticamento e pesantezza è confermata dalle risposte date alle domande che raccolgono i progetti in atto e le iniziative originali prese negli ultimi anni; salvo alcune eccezioni, non ci sono progetti in qualche modo globali, quelli parziali si riferiscono quasi tutti alla pastorale del cosiddetto «dopocresima» e mancano esperienze significative nuove.
    Il punto di vista dei parroci sulla programmazione è un secondo argomento importante per il nostro discorso. L'impressione di affaticamento e peso è spiegato da Garelli nel suo contributo come deficit «comunicativo», e perciò come una difficoltà a stare con i giovani e capirli in modo tale da mettere in atto proposte pastorali adeguate e incisive. È interessante notare però che tale difficoltà non è dovuta alla mancanza di idee o a idee sbagliate sul come fare la pastorale dei ragazzi e dei giovani, che invece ci sono e sono buone, ma alla ampiezza delle incombenze, alla loro età e alla carenza di persone che si dedichino a tempo pieno.
    Fatte queste premesse, si può rispondere alla domanda: c'è da parte dei parroci una predisposizione ad usare la risorsa programmazione, oppure essi oppongono un rifiuto incondizionato?
    La ricerca offre i seguenti elementi di risposta. Salvo eccezioni, essi non fanno per ora delle robuste programmazioni per la loro parrocchia (da soli non programmano); però denunciano tra le difficoltà che incontrano (anche e in terza posizione) la mancanza di linee pastorali date dal vescovo e dai
    suoi collaboratori, e rivolgono all'ufficio diocesano della pastorale dei giovani e dei ragazzi alcune richieste come corsi per la formazione degli animatori e programmi-tipo.

    I PROBLEMI CHE SI DEVONO AFFRONTARE

    I problemi che la ricerca solleva sono già stati presentati negli altri contributi; ora perciò è sufficiente riproporli in sintesi.
    La pastorale dei ragazzi dovrebbe essere ridisegnata in modo da andare oltre la pura catechesi; le due pastorali dei ragazzi e dei giovani dovrebbero armonizzarsi meglio tra di loro.
    In generale, dette pastorali dovrebbero diventare più incisive, più missionarie e più presenti sul territorio; l'opera di educazione della fede, pur avvalendosi dello stile dell'animazione e dello strumento-gruppo, dovrebbe inserirsi in una azione educativa che coinvolga tutta la vita dei ragazzi e dei giovani.
    La riapertura degli oratori si colloca in questo quadro. Per realizzare tanti e non piccoli obiettivi si richiedono non soltanto animatori giovani sia pure meglio formati, ma anche nuove presenze di educatori, alcune delle quali scelte tra gli adulti, e infine una disponibilità di ambienti e strutture di cui al momento attuale le parrocchie della città non dispongono sufficientemente.
    E allora una domanda: come è possibile realizzare tutto questo tenendo conto delle difficoltà obiettive esistenti, e però anche delle richieste dei parroci che sono i principali responsabili della pastorale? E come, considerando in particolare il ridotto numero dei vice parroci, loro collaboratori diretti e a tempo pieno?
    Il ricorso alla collaborazione dei laici non deve però neppure sfociare in una pastorale che ignori o emargini il sacerdote riducendolo a riferimento solo formale, come talora avviene (ci sono pastorali «delegate» a movimenti e altre catturate da animatori intraprendenti e autonomi); bisogna allora cercare delle soluzioni anche organizzative che diano o restituiscano ai parroci vera supervisione e piena responsabilità.

    LA NOSTRA PROPOSTA PER LA PASTORALE DEI GIOVANI E DEI RAGAZZI A TORINO

    Una premessa.
    La ricerca è stata condotta solo in città; per conseguenza i suoi risultati non possono riguardare l'intera diocesi. Una parte tuttavia delle osservazioni e delle proposte che si stanno per fare, data la loro natura di progetto, pos sono essere estese a tutta la diocesi.
    La costruzione, del discorso ha bisogno di richiamare alcune cose già dette. Nella pastorale non si può non fare ricorso alla collaborazione dei laici, sia come membri di consigli, sia come veri e propri operatori. È richiesto dalla definizione di Chiesa come comunione propria del Concilio Vaticano II (v. Christifideles Laici, n. 19) e dalla carenza di vocazioni sacerdotali di cui non si prevede il superamento entro breve tempo.
    Questa stessa ecclesiologia, ripresa in particolare dai documenti della Chiesa italiana nel decennio dedicato al tema «comunione e comunità» e dall'ormai famoso cosiddetto documento base «Il Rinnovamento della Catechesi», di recente riconsegnato alle comunità ecclesiali del nostro paese, chiede che si realizzi al massimo delle sue possibilità ogni forma di collaborazione tra parrocchia e parrocchia, tra parrocchia e altra istituzione (scuole cattoliche, oratori, ecc... comprese quelle che sono tenute da congregazioni religiose), tra parrocchia e associazione e movimento, infine tra tutte le realtà ecclesiali presenti su un territorio ecclesialmente definito, come la zona (o decanato o vicaria).
    Si tratta naturalmente di collaborazioni condotte in modo tale da non diminuire il peso della parrocchia e non sfigurarne il volto.
    Siccome però la pastorale dei giovani è - almeno in diocesi di Torino - piuttosto carente di animatori e educatori adulti, occorre anche reintrodurre figure nuove di educatori e una corretta ma reale presenza di genitori e famiglie (tutto ciò vale in particolare per gli oratori).

    La programmazione

    Una corretta impostazione della nuova pastorale, o almeno di quella proposta qui, deve allora tener conto di questi dati, e insieme ascoltare con attenzione ciò che i parroci hanno detto sulla programmazione ma nello stesso tempo invocano delle linee diocesane e auspicano un diverso rapporto degli uffici con loro.
    Il peso e la fatica della pastorale dei ragazzi e di giovani li induce a chiedere aiuti di «braccia», che per ora non trovano. Sentono però anche il bisogno di dare una diversa traduzione nel concreto pastorale delle idee che hanno, ma non possono farlo per mancanza di tempo da dedicare.
    Se in questa situazione si vuole restituire ai sacerdoti, come si è detto, la responsabilità della pastorale che dipende da loro e se si vuole far lavorare attivamente molte persone (religiose, diaconi e laici adulti e giovani), ciascuna delle quali ha poco tempo da dare anche se ha contributi di qualità da offrire, bisogna per forza ricorrere a forme di programmazione.
    Solo così ciascun collaboratore sa, e molto per tempo, quale è il suo ruolo, che cosa deve fare, quando e con chi; e solo così tutti dispongono di una sede in cui intendersi sulle finalità e in cui fare revisioni e nuove programmazioni; questo strumento, infine, permette al parroco di sapere che cosa succede, di esprimere la propria linea e di chiedere ai diversi responsabili di conferire con lui e di rispondere di ciò che avviene.
    Una programmazione fatta così - programmazione che si suppone parrocchiale - ha però bisogno di supporti diocesani, alcuni di ordine organizzativo, altri di orientamento e perciò di contenuto.
    Se la diocesi non elabora un programma o se lo elabora ogni anno in ritardo, se detto programma non ha un quadro di riferimento globale che definisce la pastorale dei ragazzi e dei giovani, e se i programmi non sono sostenuti da adeguata sussidiazione, il singolo parroco non può sostenersi da solo.
    Questa proposta, essendo rivolta ad una città molto grande e diversa da un quartiere all'altro, chiede naturalmente che venga rilanciata la pastorale di zona (o vicaria o decanato), in modo che ogni parrocchia possa esprimere ciò che desidera e ottenere almeno quegli aiuti che da sola non può darsi (ad esempio, corsi di formazione per animatori, centri di spiritualità, di strutture sportive o di spettacolo...).
    Anche la città di Torino come tale richiederebbe una riflessione per conto suo: ci si deve infatti interrogare sulla integrazione tra i giovani delle parrocchie e giovani dei movimenti e delle associazioni, e in particolare sulla relazione tra i giovani credenti e la scuola, l'università, la fabbrica, la cultura, il volontariato, il tempo libero, il divertimento, il turismo e altri ambienti. Tutto fa pensare che potrebbe essere utile offrire anche ai giovani delle parrocchie la possibilità di incontro in qualche modo organizzato nel suo livello cittadino.

    La parrocchia, luogo insostituibile di pastorale giovanile

    Questo per ora è solo un sogno: siamo tuttavia autorizzati a parlarne, perché la ricerca documenta che nelle parrocchie ci sono molti ragazzi, un certo numero di adolescenti, ma mancano i giovani sopra i 20 anni; questi è più facile trovarli nelle associazioni e nei movimenti.
    Perché i giovani dunque lasciano le parrocchie? Non sarà per la difficoltà di dar loro uno status di cristiano-laico-adulto?
    Siamo ancora una volta condotti a riflettere sulla parrocchia, istituzione talora giudicata negativamente o in disarmo, tal altra invece difesa come provvidenziale e insostituibile.
    Domandiamoci: una moderna pastorale dei ragazzi e dei giovani ha bisogno della parrocchia?
    Bisogna affermare che la parrocchia è veramente insostituibile per la formazione di base del cristiano; essa però, se non vuole privarsi della componente giovanile e se ama vederla presente nelle sue espressioni liturgiche, festose, caritative e evangelizzatrici, deve concepirsi aperta e integrata in un insieme più grande di lei, dove si attuano collaborazioni con... tutti, un insieme pastorale di cui è responsabile il vescovo.



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