Intervista a Giuseppe Riconda
a cura di Carola Scanavino
(NPG 1993-02-26)
L’esperienza più pesante di un giovane - e di me ragazza giovane - è il labirinto della nostra società. In esso ci si perde mentre mancano evidenti e collaudati punti di riferimento, talora anche punti di appoggio. Valori e tensioni ideali non sono più così chiari, e non è facile trovarli come risposte alle nostre domande. Ma noi tendiamo l'orecchio, e tra il brusio che si leva sempre più forte cerchiamo lezioni di saggezza, persone che hanno qualcosa da dire e con cui confrontarci.
Ho espresso i miei dubbi e interrogativi al Prof Giuseppe Riconda, docente di filosofia teoretica all'Università di Torino, per il suo continuo lavoro di riflessione alla ricerca di un umanesimo aperto alla trascendenza.
Egli ha gentilmente accettato di partecipare al mio sforzo di riflessione, rispondendo alle mie domande.
Domanda. Chiunque viva e operi nel mondo ne ha un'immagine ben precisa, articolata o meno, una specie di «ideologia». Da filosofo quale lei è, quale è la sua interpretazione del mondo in cui viviamo?
Risposta. Il mondo moderno è caratterizzato da un processo di secolarizzazione che, a mio parere, si è compiuto in due momenti. Nel primo, senza abbandonare l'idea di assoluto, se ne è cercata una trascrizione razionale; nel secondo si è giunti ad una negazione dell'idea di assoluto. Più o meno questi due momenti corrispondono al moderno e al post-moderno.
Sul piano morale si potrebbe ravvisare il primo nella morale laica dell'Ottocento, il secondo nella caduta di questa morale che si è espressa in una specie di rivolta contro la legge in nome della esal tazione della natura istintuale dell'uomo, o in un relativismo che riduce ogni idealità a ideologia (pura espressione di situazionalità storiche e di interessi pratici che non le trascendono), e lascia sussistere come unica virtù universalmente valida un'illimitata tolleranza.
Il nichilismo contemporaneo
Questo secondo momento è quello che trova espressione nel socialismo e nichilismo contemporaneo. Di essi si danno espressioni più o meno rozze o raffinate; da certo rozzo sociologismo e psicologismo (sostituzione della sociologia e della morale alla metafisica come esaustive per la comprensione dell'uomo), fino alle più raffinate ricostruzioni della storia dell'Occidente come storia della dissoluzione dell'essere in termini heideggeriani proprie del nichilismo.
Sociologismo e nichilismo sono in fondo d'accordo nell'avanzare una visione dell'uomo che considera ogni gesto umano verso la trascendenza come inutile e vano, assumendo la nuda finitezza e mortalità come orizzonte ultimo del vivere e dell'agire. Essi non possono non apparire filosofie di un'umanità vecchia e stanca, che abbandonata l'idea di una realizzazione del Paradiso in terra, sembra ora voler rinunciare all'idea stessa di Paradiso, riassorbendo l'uomo nella sua quotidianità,
nella sua animalità, infine, nel riconoscimento che i suoi compiti non possono eccedere quello di essere un «buon animale».
Queste ideologie hanno accompagnato la costituzione della società in cui viviamo, variamente chiamata società dei consumi, società opulenta, società tecnologica, società complessa (determinazione assai strana, perché sotto una complessità apparente manifesta una sostanziale omologazione che non si può disconoscere), e ne costituiscono un'apologia che tende a celare i suoi limiti vistosi e a spingere a un'accettazione incondizionata dell'esistente in cui ogni idealità è estinta.
Ora, questa situazione è spesso presentata come un destino necessario a cui l'uomo contemporaneo non può sottrarsi, ed è questo a mio parere il punto più contestabile di questo edificio culturale in cui viviamo.
Ancora i valori
D. In un quadro con tali tinte abbastanza fosche, quale possibilità resta all'uomo d'oggi, e al giovane, di esprimere scelte libere e ideali? In una parola: c'è spazio ancora per cambiare il mondo alla luce dei valori?
R. All'uomo contemporaneo, credo, sono ancora aperte delle scelte alternative. E questo sulla base di una memoria storica, o meglio storico-eterna (in quanto attraverso la storia si rifà a verità eterne), che non è ancora venuta meno e che ha luoghi in cui è conservata (donde anche la particolare attualità della Chiesa nella misura in cui ha saputo resistere alla secolarizzazione che l'ha minacciata sin dal di dentro). E credo che per il ritrovamento e approfondimento di questa memoria storica possono fornire un'occasione l'insoddisfazione che nasce dai limiti sempre più evidenti di questa società (si pensi ai disastri ecologici, forieri di altri disastri...), e l'esigenza di una ricostruzione della morale contro le tendenze sociologistiche e nichilistiche che comincia ad affiorare.
La caduta del marxismo ha mostrato d'altra parte che questa società accomunata al marxismo in un unico orizzonte ateo, può essere contestata solo sul piano religioso. Dare il senso di questa alternativa, richiamarsi costantemente a questa memoria storica approfondendola nella sua rilevanza al momento presente è, credo, il compito della cultura odierna di ispirazione religiosa, massimamente rivolto ai giovani, che vivono in un ambiente che tende a soffocarle.
Ai grandi sogni rivoluzionari che venivano offerti ad una gioventù ardente e pronta ad immolarsi per essi (e che si sono rivelati pur inganni), alle etiche prudenziali raccomandate sulla base di un'accettazione più o meno esplicita dell'immodificabilità dell'esistente, si tratta di sostituire una visione realistica che sappia raccogliere e far vivere i fermenti ideali che costituiscono l'umanità dell'uomo, assumendoli come indici di una sua destinazione al bene. Prospettando così un'opera di costruzione paziente, che da una parte riconosca la possibilità a cui essi sono continuamente esposti di tradimento e di fallimento, ma inviti tuttavia ad un vigile impegno a realizzarli. Negli sforzi che anima, nelle sia pur parziali e limitate riuscite che rende possibili, sta infatti l'unica maniera per l'uomo di dare testimonianza di tali ideali e di tenere viva la speranza di un loro trionfo finale che non può essere che escatologico.
Coniugare testa e cuore
D. Alcuni pensatori hanno affermato che oggi siamo uccisi da una ragione senza sentimento, da una testa senza cuore. Altri hanno asserito il contrario, che l'uomo d'oggi è un essere troppo sentimentale, troppo emotivo per affrontare e «risolvere» la complessità sociale. Lei da che parte sta, dalla ragione o dal sentimento, dalla riflessione o dal cuore?
R. Purtroppo il posto che nella vita quotidiana viene assegnato alla ragione e al sentimento non è grande.
Indubbiamente la ragione che la società odierna tende ad incoraggiare è una ragione formale e strumentale, e i rapporti di sentimento fra le persone si risolvono spesso in vaghe fusioni affettive, che non riescono veramente a mettere in gioco gli aspetti più profondi della personalità, quando non decadono a rapporti strumentali.
Con ciò non voglio però dare un quadro troppo pessimistico della nostra situazione. Nonostante queste tendenze, specialmente fra i giovani, esiste il senso dell'amicizia, dell'amore interpersonale. E la famiglia, di cui tante volte di recente si è profetizzata la fine, manifesta segni di vitalità indiscutibili e continua ad essere luogo privilegiato di relazioni forti interpersonali, in cui individualità personali responsabili possono esser formate e difese. Nella scuola inoltre non mancano bravi insegnanti che sanno interessare i loro studenti ai grandi temi della cultura e mantenere in essi il senso vivo della meraviglia e del mistero dell'essere contro formalismi e aridità, della cooperazione e del servizio contro la competizione.
Ancora una volta mi rifarei alla funzione che in ciò può svolgere la Chiesa, come ho detto prima. La situazione in cui siamo è una situazione di ambiguità, in cui scelte autentiche sono ancora possibili.
D. Non è che in certo senso manca la spontaneità?
R. Certo la «spontaneità» trova sempre meno spazi per manifestarsi, e questa è a mio parere una delle ragioni che spiega certi aspetti tragici della vita dei giovani d'oggi che sfociano spesso in violenze incontrollate. Questo è un grosso problema pedagogico e sociale. Comunque, nonostante i forti condizionamenti esterni di cui ho parlato e che riassumerei nelle ideologie dominanti che formano l'anima di questa nostra società continuamente diffuse attraverso i media, penso che vi siano spazi di libertà ed ho grande fiducia che i giovani sappiano sfruttarli.
Dove l'utopia per l'oggi?
D. L'ambiguità di cui ha parlato coinvolge anche i mass media, che in certo senso costruiscono il mondo in cui viviamo. Sono da demonizzare?
R. È fin troppo chiaro che i media, come sono usati oggi, hanno effetti diseducativi. Sono certamente un aspetto vistoso di quella «costrizione al consumo» che è tratto caratteristico della nostra società; sono rivolti agli aspetti più generici e più bassi delle persone; in un mondo così ricco di stimolazioni com'è quello in cui viviamo, debbono - per potersi affermare - moltiplicare indefinitivamente le stimolazioni e acuirle, distruggendo spazi di riflessione interiore, ecc...
Non credo però che si debbano demonizzare i media; essi veicolano importanti informazioni e dati culturali ovviamente e nonostante tutto: c'è però un problema del loro uso e controllo che il pensiero etico non ha ancora saputo trattare in modo adeguato.
D. Nella sua riflessione che invita a una speranza di ricostruzione della società, può indicare qualche sentiero, percorribile soprattutto dai giovani oggi?
R. Fra i segni incoraggianti del nostro tempo, che permettono una lettura non completamente negativa di esso, c'è certamente questa pratica di una solidarietà crescente, diffusa specialmente fra i giovani, ma non solo fra di essi. Cadute le grandi ideologie che in qualche modo si alimentavano di spirito utopico, una maniera di sfuggire al cinismo o alla depressione dell'accettazione della situazione di fatto è proprio la pratica della solidarietà. E oggi le numerose associazioni di volontariato mi pare siano espressione di ciò.
Questo motivo della solidarietà, che vedo oggi caldeggiato e diffuso specialmente fra i giovani e che tende a soppiantare le prediche ormai logore sulla tolleranza, si inquadra, mi pare, in quella ricostruzione della vita spirituale di cui dicevo precedentemente, ed è uno dei fattori che inducono a bene sperare.









































