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    Costruttori di pace (cap. 5 di: La sfida dell'azione)


    Guido Gatti, LA SFIDA DELL'AZIONE, Elledici 1996


     

    LA REALTÀ DELLA VIOLENZA E DELLA GUERRA

    La vita sociale umana è sempre minacciosamente carica di conflitti, aperti o latenti. Mentre essa unisce gli uomini nella necessaria collaborazione di tutti in vista del bene comune, le singole persone e i gruppi che ne fanno parte si trovano continuamente divisi tra loro da interessi concorrenti, da appartenenze e identità diverse e difficilmente conciliabili, da ideologie e mentalità contrastanti.
    Il giovane ha già avuto occasione di sperimentare quanto spesso le persone e i gruppi interessati cedano alla tentazione di risolvere questi conflitti, scavalcando le vie più difficili del confronto, dello sforzo di dialogo e di convincimento reciproco, del compromesso ragionevole, e ricorrano invece alla scorciatoia della violenza.
    Questo si verifica all'interno delle singole comunità nazionali, ma ancora di più nei rapporti tra le nazioni.
    A tale livello, la violenza prende il nome temuto ed esecrabile di «guerra»; un nome che evoca in tutti gli uomini il ricordo delle stragi, delle sofferenze innominabili, della perdita collettiva di umanità che sempre accompagnano le guerre e, in modo ancora più orrendo, le guerre civili.
    La constatazione della universale e devastante presenza della violenza nel mondo dell'uomo suscita interrogativi profondi cui gli uomini non facilmente trovano risposte soddisfacenti.
    C'è infatti nella violenza qualcosa di incomprensibile e di assurdo: molte forme di violenza risultano, anche da un punto di vista puramente umano, del tutto irrazionali, tali cioè da non apportare alcun vero vantaggio, in termini di rapporto tra costi e guadagni, neppure al vincitore.
    Questa irrazionalità e il carattere spesso gratuito delle violenze che l'accompagnano costringono tanto spesso a definire la guerra come «una inutile strage», una inutile perdita di preziose risorse umane, una sconfitta dell'uomo in quanto uomo.
    Violenza e guerra non si lasciano spiegare, in modo del tutto adeguato ed esauriente, da nessuna forma di sapere umano.
    Anche per il credente, la violenza della guerra mantiene un certo carattere di inesplicabilità e di mistero.
    Ma la fede è in grado di collocarne la devastante realtà sullo sfondo degli eventi di una storia di salvezza che ne illuminano la nascosta dimensione teologale e insieme la aprono a una speranza di superamento finale.

    GUERRA E PACE NELLA PROSPETTIVA DELLA FEDE

    La fede vede in ogni forma di violenza una negazione del progetto di Dio nei confronti dell'uomo e quindi un male: un male fisico, cioè una somma incalcolabile di sofferenze umane, la fine di tante vite, di tanti sogni e progetti umani; ma anche un male morale, cioè un colpevole arresto dell'uomo nel suo itinerario di autorealizzazione, uno scacco del divenire umano dell'umanità; e soprattutto un male teologale, cioè una rottura del dialogo tra Dio e l'uomo, la frustrazione del piano d'amore di Dio.
    La violenza e la guerra sono la prova dello scacco che la libertà umana può imporre all'amore di Dio. Questo scacco ha il nome di peccato.
    Il peccato è primariamente costituito da libere scelte personali; ma peccato, in senso analogico e derivato, sono anche le oggettivazioni di queste scelte nelle strutture della convivenza umana, che sfuggono al potere dell'uomo e si autoriproducono, in una spirale di violenza che l'uomo non può più arrestare da solo.
    La violenza affonda quindi le sue radici nella frattura che separa l'uomo dall'amore di Dio.
    Sappiamo che Dio non si è arreso di fronte a questa frattura. Egli ha voluto ricomporre l'unità del genere umano, riconciliando a sé l'umanità nel sangue di Cristo. Questa riconciliazione è ora all'opera nel mondo, come un compito e come una speranza per tutti gli uomini, ma soprattutto per i credenti che ne hanno accolto l'annuncio nella fede.
    Cristo è la nostra pace (Efesini 2,14-18); egli ha reso possibile nel mondo una nuova fraternità che sfocerà nella piena comunione del Regno.
    Ma la pace di Dio non appartiene solo a questo futuro lontano; abita già in questo mondo come un germe, si costruisce ogni giorno attraverso la buona volontà degli uomini di pace, suscitata dallo Spirito.
    Durante questo cammino terreno, la pace resta quindi un compito difficile, una realtà parziale, fragile, precaria; continuano a persistere in noi e attorno a noi le radici della violenza e del peccato, vinto ma non debellato.
    Per il credente la pace è quindi un impegno continuo di riconciliazione. Le modalità concrete di questo impegno non sono però facilmente predeterminatili.
    Ma le parole di Cristo riferite nei Vangeli, il suo esempio personale, quello degli apostoli e dei grandi della fede, per quanto bisognosi di un'interpretazione che le attualizzi e le adegui alla situazione irripetibile in cui ogni tempo è chiamato a dare il suo contributo alla pace del Regno, restano normativi per la vita del credente.
    La riflessione morale tradizionale della Chiesa ha ammesso in genere la liceità, sia pure a condizioni molto rigorose, di quella violenza che si renda necessaria per respingere la violenza dell'ingiusto aggressore. In questo senso si è spesso parlato di «guerra giusta».
    Lo stesso Concilio Vaticano II non ha escluso, almeno in linea teorica, la possibilità di una giusta guerra difensiva, pur ricordando le condizioni rigorose cui essa dovrebbe sottostare: «La guerra non è purtroppo estirpata dall'umana condizione. E finché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un'autorità sovranazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono loro affidati, trattando con grave senso di responsabilità cose di così grande importanza. Ma altra cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli ed altra cosa il voler imporre il proprio dominio su altre nazioni... né per il fatto che una guerra è già disgraziatamente scoppiata, diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto» (Gaudium et spes 79).
    Ma il tradizionale concetto di guerra giusta deve affrontare oggi difficoltà relativamente inedite e di non facile soluzione. Le armi, di cui dispongono oggi non solo le grandi potenze ma un po' tutti gli Stati, sono così distruttive che il loro uso non potrebbe mai essere legittimato da nessuna giusta causa.

    PROFEZIA DELLA NON VIOLENZA E PACIFISMO

    Ma nella Chiesa, accanto a questa normativa morale che potremmo chiamare «di compromesso» che legittima la violenza difensiva, sia pure a condizioni molto rigorose, è sempre esistito un atteggiamento molto più deciso e audace che punta esclusivamente all'uso di forme di difesa attiva non violenta.
    Essa può rivendicare a suo favore una aderenza più immediata alle parole e all'esempio di Cristo.
    La morte di Cristo è stata accettazione inerme di una violenza ingiusta, rifiuto di qualsiasi forma di difesa, che non fosse la pura proclamazione della verità.
    Il suo esempio è proposto da san Paolo come modello vincolante di comportamento: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù il quale... umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte» (Filippesi 2,5-8).
    Ci sono poi numerosi «detti» di Gesù stesso: al di là del loro tenore paradossale, essi contengono un troppo preciso messaggio di non-violenza perché non debbano essere in qualche modo considerati normativi. Gesù respinge la legge del taglione e invita a porgere l'altra guancia; impone di pregare per i propri nemici (Matteo 5,38-48).
    D'altra parte la non-violenza non rende impotente il Vangelo e chi lo vive; la parola di Dio è come spada a doppio taglio; la testimonianza dell'amore che trasforma è più forte di quella delle armi.
    La comunità dei credenti rivolge oggi una attenzione privilegiata a questa scelta: ne ha parlato lo stesso Concilio, elogiando «coloro che, rinunciando alla violenza nella rivendicazione dei loro diritti, ricorrono a quei mezzi di difesa che sono del resto alla portata anche dei più deboli, purché ciò si possa fare senza pregiudizio dei diritti e dei doveri degli altri e della comunità» (Gaudium et spes 78).
    Questa scelta gode oggi di una certa popolarità anche fuori della comunità ecclesiale: ne è prova il fiorire dei movimenti pacifisti.
    Una forma oggi pacificamente accettata di testimonianza della non violenza è la cosiddetta «obiezione di coscienza», che porta molti giovani di alcuni paesi a rifiutare il servizio militare a favore di determinate forme di «servizio civile».
    Naturalmente la scelta della difesa non violenta impegna a dare ad essa un contenuto attivo e costruttivo, per evitare l'ipocrisia e la passività che renderebbero complici dell'aggressione e della prepotenza.
    Anche se l'invito evangelico alla assoluta non- violenza ha piuttosto il senso e il valore di una indicazione profetica che quello di una norma di carattere legale, esso si impone con la forza dello Spirito operante dentro il cuore dell'uomo.
    Si tratta di una testimonianza profetica che appartiene alla stessa essenza del Vangelo e domanda di essere presa molto sul serio. La Chiesa ha sempre proclamato la serietà di questo imperativo profetico; lo ha testimoniato con l'esempio dei santi, cioè di coloro che hanno vissuto fino in fondo l'attualità del futuro, annunciato dalla profezia.
    La sua fedeltà a questo annuncio profetico del Vangelo non impedisce alla Chiesa di essere comprensiva e condiscendente nei confronti delle inevitabili lentezze del cammino umano verso il Regno. Tra l'ideale e la realtà c'è spazio per un cammino graduale che conosce tappe intermedie e differenti ritmi di marcia. Ma lo spazio che separa sempre la realtà dall'ideale deve essere spazio di tensione autentica.

    COSTRUIRE LA PACE

    Il credente comunque non è chiamato solo a prendere posizione nei confronti della violenza e della guerra, quando la violenza e la guerra sono già esplose con tutta la loro forza dirompente.
    Egli vuole sinceramente la pace e la prepara da lontano, costruendola giorno per giorno attorno a sé.
    Costruire la pace è anzitutto sottrarre il terreno alle ingiustizie e alle oppressioni che la provocano.
    La pace si costruisce a partire dalle proprie responsabilità nei confronti della giustizia, nei confronti del bene degli altri, anche di quelli che turbano la nostra troppo comoda pace.
    Preparare la pace è anzitutto essere testimoni di pace, significa averla realizzata in sé e a partire da sé. I nemici della pace sono dentro ognuno di noi, e l'impegno per la pace è autentico solo se tiene conto di questo coinvolgimento personale.
    Costruire la pace in sé stessi è educare in sé la virtù della mitezza, come specifica modalità evangelica della virtù cardinale della fortezza.
    Miti sono coloro che rinunciano a «contare», secondo i paradigmi di questo mondo, che rinunciano a perseguire i propri diritti, il proprio prestigio, la propria autoaffermazione a spese degli altri, esercitando sugli altri un potere ottenuto e difeso con la violenza fisica o morale.
    Ma la mitezza non comporta acquiescenza o viltà nei confronti della prepotenza e dell'ingiustizia; essa crede di poterla combattere in modo più efficace e radicale al di fuori di ogni violenza.
    A differenza della resistenza violenta, la mitezza introduce nella storia umana un dinamismo radicalmente diverso dalla violenza che vuole combattere, capace di costituire una frattura nella interminabile catena di violenza che domina questa storia in quanto storia di peccato.
    Cristo ci assicura che i miti possederanno la terra, qUella «terra promessa» che nel linguaggio biblico simboleggia il Regno di Dio nella sua piena attuazione finale, al di là della storia, ma anche le sue realizzazioni intermedie, dentro il tempo della storia. La beatitudine dei miti garantisce l'efficacia storica della difesa inerme dei non violenti, efficacia che spesso si rende visibile solo nei tempi lunghi, ma che lascia tracce più profonde nella storia.



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