(da: Giuseppe Ruta: Progettare la pastorale giovanile oggi. Elledici 2002)
Questa seconda parte propone un tracciato concreto per elaborare un progetto di pastorale giovanile. Lo stile è quello dell’accompagnamento argomentativo e del laboratorio, dove è auspicata la presenza di esperti nelle varie scienze implicate, ma punta maggiormente sulla valorizzazione mirata delle risorse già disponibili sia a livello personale (animatori e giovani), sia a livello strutturale. Questa sezione scende nei dettagli del progetto (analisi, finalità e obiettivi, contenuti e metodi, verifiche…) cogliendoli come parti di un tutto, come funzioni di un progetto organico e sistematico. Il risultato (la codificazione del progetto) non dovrebbe essere sentito come qualcosa di estraneo e di freddo, o di fissato una volta per tutte, ma come tensione continua, una proiezione progettuale della comunità educativa ed ecclesiale che, opportunamente stimolata, guarda il proprio futuro, valorizzando la memoria e le qualità del tempo presente.
Tra gli orientamenti emersi dai lavori della XLV Assemblea generale della CEI, affiora la sensibilità ecclesiale per la progettazione educativo-pastorale:
“Uno strumento privilegiato di cammino unitario della comunità ecclesiale nei confronti del mondo giovanile è l’elaborazione di un “progetto educativo pastorale”, in cui trovino spazio indicazioni precise circa le scelte richieste ai diversi ambiti ecclesiali per farsi accoglienti nei confronti dei giovani, le iniziative di dialogo e di annuncio di fede da proporre al mondo giovanile, le proposte di formazione per le varie figure educative dei giovani. Il progetto esprime la centralità della Chiesa locale e ne rafforza la comunione, chiamando tutti i soggetti pastorali alla partecipazione” (EGF, n.3).
Dopo aver sinteticamente enucleato il senso complessivo e la consistenza del progetto di pastorale giovanile, è possibile passare in rassegna i momenti della sua elaborazione. Il piano globale di progettazione si dispiega così dalla fase conoscitiva (di osservazione-conoscenza della situazione di partenza) e da quella interpretativa (di analisi-problematizzazione dell’azione pastorale), alle tre fasi “innovative”: progettativa (propriamente detta), realizzativa, valutativo-riprogettativa.
1. Analisi delle situazione
- Fase conoscitiva (1)
- Fase interpretativa (2)
- Fase realizzativa (4)
2. Progettazione
- Fase progettativa (3)
3. Valutazione
- Fase valutativa-riprogettativa (5-6)
Prima di passare a considerare i cinque momenti, è bene premettere i livelli di progetto pastorale, da quelli più ampi a quelli più ristretti. Non è un fattore semplicemente geografico o topografico, ma di tipicità e di consistenza.Come si è avuto modo di accennare, il progetto di pastorale giovanile si muove su una base dinamica ad ellisse. Due fulcri danno movimento e vitalità a tutto il resto: i giovani con le loro potenzialità e le immancabili limitazioni, nella concreta situazione e con il loro protagonismo, e l’insieme delle risorse esistenti nella comunità ecclesiale già predisposte o disponibili per concepire, condurre e collaudare l’intero progetto di pastorale giovanile. In modo maggiormente definito un vero progetto riesce a mettere in gioco tre componenti: “il vissuto che il passato ci consegna, i modelli culturali attuali, le esigenze normative che il Vangelo ci lancia”[1].
A livello di Chiesa universale si possono dare orientamenti pastorali di riferimento, con finalità che esulano da un’operatività immediata[2]. L’azione pastorale infatti può essere giocata per sua natura (in modo incisivo) solo in un particolare contesto culturale. Un’area geografica sostanzialmente omogenea (ad es. l’Europa rispetto agli altri continenti) ha maggiori chances di operatività pastorale, anche se all’interno di essa occorre considerare le immancabili varianti[3].
A livello di Chiesa nell’ambito nazionale gli orientamenti sono maggiormente mirati e operativi[4], nonostante il perdurare di differenze (ad es. nord-sud) che esigono ulteriori adattamenti. A questo livello si parlerà di “piano pastorale” come quadro articolato di orientamenti e direttive per le diocesi italiane.
A livello di diocesi[5] si può parlare in modo proprio di “progetto” e di “programmazione” sia per una circoscritta aderenza alla situazione e sia per le scelte operative comuni che si possono effettuare in riferimento alla temporizzazione del progetto stesso, oltre che allo spazio geografico maggiormente delimitato. All’interno della chiesa locale diocesana è possibile contemperare i progetti delle varie comunità ecclesiali e delle realtà carismatiche che oltre a offrire un contributo al progetto diocesano, possono (e devono) poter dipendere sia per le linee generali, sia per l’operatività comune e la condivisione della vita nella fede.
Fase conoscitiva: la situazione attentamente “osservata”
Sondare il punto di partenza, osservare attentamente la situazione in cui si è chiamati ad agire non è un’operazione facile, visto che ci si è “dentro”. Occorre raggiungere quel distanziamento ottimale per cogliere, meglio che sia possibile, la realtà socio-culturale, in cui i giovani vivono e in cui la comunità ecclesiale opera, evitando di formulare affrettate considerazioni in positivo e più spesso in negativo:
“Sovente si parla di giovani in termini o di indiscriminata condanna o di eccitante esaltazione. Non condividiamo questa tendenza e riteniamo piuttosto che essi debbano essere compresi per quello che realmente sono, per quello che fanno, per quello che dicono, per le loro genuine aspirazioni. Se essi sono in causa, allora tutta la comunità è in questione, a livello civile e a livello ecclesiale. Su di essi, infatti, si riversano con più forte esasperazione le angosce che tutti viviamo, come le esigenze e le attese comuni. Riteniamo nostro dovere seguire più da vicino la questione giovanile, che non consente disattenzioni o superficialità, perché si tratta delle radici profonde di un’inquietudine non certo passeggera”[6].
Come prima attenzione, occorre guardare all’età adolescenziale e giovanile, oggetto e soggetto del progetto che s’intende realizzare. Alcune considerazioni di carattere generale, desunte dalla sociologia della gioventù sono alquanto importanti e illuminanti[7]. A questo quadro generale (e quindi generico) dovrebbe corrispondere una modalità conoscitiva del territorio in cui si opera e la “tipicità” dei giovani che lo abitano. Analizzare la situazione significa quindi rilevare il contesto storico, culturale, politico, sociale, psicologico, economico e religioso per appurare fino a che punto i soggetti giovanili ne sono influenzati o se ne differenziano.
In secondo luogo non va dimenticata la ricognizione dell’esistente in campo di promozione e educazione giovanile. Si tratta di avere una mappa quanto mai completa dell’“offerta” delle istituzioni educative che s’interessano del pianeta giovanile, delle agenzie più informali e più stabili di aggregazione e di animazione. A livello ecclesiale in particolare è bene avere un quadro delle risorse pastorali dispiegate per la pastorale giovanile e già operanti nel territorio (persone, aggregazioni, movimenti, istituzioni).
Una visione complessiva, può essere espressa graficamente così:

Occhio alla «domanda»: l’età adolescenziale e giovanile [8]
La giovinezza è la stagione della vita umana che è “progetto” per antonomasia. Durante questo periodo il soggetto accetta (o rinuncia) di concepire e realizzare il progetto della propria vita, riceve supporti e occasioni per incentivare la costruzione di sé o subisce pressioni e spinte che accelerano l’autodemolizione.
LABORATORIO 1
A. Formulare delle definizioni dei termini in questione:
1. Interazione
2. Operatore
3. Soggetti
4. Famiglia
5. Scuola
6. Parrocchia
7. Strada
8. Mass media
9. Internet
10. TERRITORIO
11. Domanda educativa
12. Offerta educativa
13.…
B. Costruire come una “ragnatela” alternativa al grafico,con i possibili contatti “in rete” tra le varie funzioni ed elementi
È innegabile che la situazione si presenta ambivalente e perfino contraddittoria, ma spesso si può costatare che il limite intravisto nei giovani può tramutarsi in preziosa risorsa per crescere (cf ETC, n. 44). Tra i condizionamenti educativi e le condizioni per educare il confine è stretto e c’è contiguità.
Occorre non fermarsi alle apparenze e conoscere i giovani con la mente e con il cuore, con l’intelligenza degli strumenti scientifici e con la passione di chi osa affiancarli per compagnia e condivisione.
Ma chi sono i giovani? È questa una domanda che rimanda a risposte mai definitive.
Visti “dal di fuori” i giovani sono considerati dagli adulti come genia di superficiali e di irresponsabili, spesso come gente mantenuta e parassita, come classe segregata, come massa che consuma. Viene messa in evidenza dalle classi più anziane una certa incapacità di conservare la cultura: oggi come in altri tempi. In una tavoletta babilonese risalente al 3000 a.C. si legge:
“La gioventù di oggi è profondamente corrotta,
malvagia, empia e infingarda.
Non potrà mai essere come la gioventù di una volta
e sarà incapace di conservare la nostra cultura”.
Fanno eco altre espressioni degli antichi che ritornano con piccole varianti lungo i secoli[9] e ancora oggi:
“Non ho più speranza nell’avvenire del nostro paese se i giovani d’oggi saranno i dirigenti di domani: infatti, sono insopportabili, incoscienti, fanno addirittura paura” (Esiodo, 740 a Cr.).
“I nostri giovani sono amanti del lusso, hanno brutti modi, si fanno beffe dell’autorità, non hanno alcun rispetto per gli anziani. Sono diventati dei tiranni, rispondono ai loro genitori, sono impossibili” (Socrate, 400 a Cr.).
“La gioventù ha questa caratteristica: di essere piena di desideri [...] Volubili nei loro desideri, pronti a disgustarsi, i giovani desiderano con un ardore estremo e si stancano altrettanto in fretta” (Aristotele, 320 a.Cr.).
“Il mondo sta attraversando un periodo tormentato. La gioventù di oggi non pensa più a niente, pensa solo a se stessa, non ha più rispetto per gli adulti e per i vecchi; i giovani sono intolleranti di ogni freno, parlano come se sapessero tutto. Quello che noi credevamo sapiente, loro credono stupido. Le ragazze poi sono stupide, vuote e sciocche, immodeste e senza dignità nel parlare, nel vestire e nel vivere” (Pietro l’eremita, 1095 d.Cr.).
Oggi come allora, i giovani appaiono agli adulti come sfaticati e disimpegnati nel lavoro, sospettati di essere insensibili ai valori.
Lo Stato vede nei giovani persone in difficoltà, portatori di devianze e di patologie sociali; individui parcheggiati (in famiglia, a scuola... all’università), dei disoccupati... È vero: vi sono norme statali e internazionali che contemplano i soggetti giovanili come aventi diritti (diritto all’informazione, all’istruzione, al tempo libero...), ma il più delle volte solo in teoria. Sono destinatari di particolari provvedimenti per il particolare impulso dato alle politiche giovanili. Vengono interpellati a livello europeo con iniziative (del tipo: Tempus, Comet, Erasmus, “I giovani incontrano l’Europa”...). Solo in pochi comuni italiani è stato redatto un “progetto-giovani”[10] con incidenza concreta variegata e spesso marginale. Una particolare iniziativa, quella degli “sportelli della gioventù” dislocati in varie parti d’Italia, ha tentato di offrire informazioni a livello occupazionale, formativo, di tempo libero ecc. Ma agli occhi degli stessi promotori, queste iniziative appaiono come un cerotto applicato su una ferita abbastanza grave e vistosa.
La Chiesa, mentre vedeva nei giovani prima del ‘68 una classe “scontata” e in un certo senso “sicura” (la stessa cosa non poteva dirsi per la classe operaia), mediante una riflessione in continuo crescendo ha cercato di capirli (basti pensare il Concilio Vaticano II, il Sinodo ‘77 e i Convegni di Loreto e di Palermo), e mediante iniziative nazionali e locali ha messo le premesse per una più organica pastorale giovanile, considerando la gioventù non soltanto come destinataria ma anche come protagonista dell’azione ecclesiale.
Ma come sono i giovani visti “dal di dentro”? Quale la percezione che essi hanno di se stessi? Da una sommaria visione delle ricerche e delle indagini sui giovani, emerge con chiarezza la voglia di essere se stessi e il primato dell’“io” rispetto al riferimento agli altri e all’ambiente circostante. La ricerca dell’altro, degli altri è più spesso una fonte di sicurezza personale che accettazione dell’alterità chiamata a tradursi in oblazione gratuita. Il soggetto giovanile prova interesse per la “novità” misto ad ansietà. Si assiste all’elogio del particolare e dell’occasionale, a scapito di atteggiamenti quali la fedeltà e la costanza. L’emotività prevale sulla ragione, e la condivisione “affettiva” di valori mostra sovente una palese incoerenza nelle scelte concrete e in una “effettiva” consequenzialità. La paura di non essere considerati, di non essere presi sul serio può portare al conformismo per le mode del momento o all’autoemarginazione da un mondo considerato inospitale[11].
LABORATORIO 2
Operare una prima raccolta di dati sui seguenti ambiti:
- il modo di pensare dei giovani, le loro esperienze, gli impegni che assumono, i loro atteggiamenti e comportamenti, le modalità di espressione, le assuefazioni e le reazioni ai valori circolanti nell’ambiente...
- gli interessi, i bisogni da quelli più evidenti a quelli più nascosti...
- le idee giovanili sulla società e sulla religione...
- notizie riguardanti il territorio in cui vivono e gli ambienti in cui trascorrono il loro tempo...
Occhio all’«offerta»: l’ambiente e le risorse esistenti e operanti
Voler leggere la condizione giovanile al di fuori dell’ambiente e della società complessa in cui si vive, è come pretendere di osservare la vita naturale dei pesci tirandoli fuori dall’acqua. Esiste una circolarità e uno scambio tra i giovani e il territorio in cui vivono e si muovono. Ricevono messaggi e stimoli e ne inviano a loro volta in modo più o meno percettibile.
In genere quando ci si accinge a leggere la situazione di partenza in vista di un progetto di pastorale giovanile, si dimentica di osservare e conoscere quanto già è predisposto e si fa nel campo della promozione e dell’educazione giovanile. Seppure nella frammentazione e nell’occasionalità, sono tratti positivi che non permettono di partire da zero e di valorizzare “pezzi di vita”[12]. Sarebbe oltremodo antieconomico non valorizzare queste risorse.
In particolare occorre appurare quante persone (a livello parrocchiale, foraniale e diocesano) si preoccupano a tempo pieno, o prevalente, o parziale, di contattare i giovani e di proporre loro punti di incontro e itinerari di crescita. In un cerchio più ampio evidenziare gli ambiti relazionali predisposti per i giovani e le tensioni all’interno e con l’esterno (gruppi, movimenti e associazioni). In sintesi è questo il compito prioritario di pastorale giovanile che spetta alle comunità:
“Come fece Gesù con il giovane ricco (cf Mt 19,16-22), le comunità guardino ai giovani con amore disinteressato e nello stesso tempo esigente, senza discriminazioni e strumentalizzazioni. Devono essere per loro una casa accogliente, in cui trovare occasioni di dialogo con gli adulti e nello stesso tempo essere valorizzati come soggetti attivi, protagonisti della propria formazione e dell’evangelizzazione”[13].
Un progetto di pastorale giovanile che intenda codificare in modo più completo possibile la situazione iniziale dovrebbe in qualche modo conoscere e osservare anche le realtà extraecclesiali (istituzioni ed agenzie ai vari livelli) e possibili legami intercorrenti con la comunità ecclesiale. Tutto ciò è richiesto dal fatto che gli adolescenti e i giovani di oggi “abitano” mondi differenziati e possono vivere esperienze talora contrapposte. Anche un giovane impegnato in parrocchia si reca il sabato sera in discoteca oppure fa parte dell’AVIS o dell’AIDO e partecipa ad opere di volontariato laico (non animato da forze ecclesiali)...
INTERROGATIVI APERTI
Riprendendo il lavoro precedentemente svolto (cf laboratori 1 e 2), si tenta di dare delle risposte alle seguenti domande:
Quali bisogni giovanili emergono nel nostro ambiente? Richieste e bisogni reali, disattesi dalle agenzie educative, dalla comunità ecclesiale? Tra i bisogni emersi, quali sono le necessità che interpellano la Chiesa? Quali le urgenze che, tra le necessità evidenziate, impongono delle scelte pastorali aderenti e non elusive? Che cosa intendiamo quando designamo i giovani come “destinatari” e quando diciamo, quasi correggendoci, che sono “protagonisti”? Quale spazio spetta all’intervento giovanile, non solo nella navata dei gregari, ma anche negli organi dirigenziali della Chiesa? Si tratta di un’ipotesi avventata, magari agognata o presa in prestito dalla fantascienza, oppure di una realtà possibile?
LABORATORIO 3
- Intervento di uno o più esperti di sociologia della gioventù. Tavola rotonda in cui si mettono a confronto i dati precedentemente raccolti e le risposte date agli interrogativi con la qualificata sistematizzazione da parte dell’esperto. È quanto mai opportuno, quindi, che i materiali elaborati gli siano fatti recapitare a tempo.
- Consultazione guidata di studi sull’argomento tramite incrocio di alcuni dati emergenti dall’osservazione diretta e dalle recenti indagini sulla condizione giovanile.
- Condivisione di conoscenze immediate sui soggetti giovanili del proprio territorio e sulle offerte educative presenti[14]. Una possibilità tecnica riassuntiva di questa prima fase può essere la seguente: risalire in forma piramidale dai bisogni giovanili, alle necessità, alle urgenze (focalizzandone al massimo tre). Infine valutare in gruppo come le varie agenzie educative e pastorali vi rispondono e come potrebbero rispondervi, anticipando così alcune prime linee del progetto di pastorale giovanile che si sta realizzando.
Fase interpretativa: la domanda giovanile e le articolazioni della proposta cristiana
Come giustamente fa osservare G. De Landscheere, una conoscenza analitica e puramente sommativa dei dati della realtà non è sufficiente:
“La semplice raccolta di dati e la tabulazione degli stessi sotto forma di numeri, se non è orientata da un’ipotesi e non conduce ad una precisa conclusione, non può essere considerata un esempio valido e completo di ricerca a livello scientifico. Enumerare, elencare, anche se in maniera intelligente, non vuol dire pensare”[15].
L’operazione interpretativa chiede alla realtà di svelarsi, senza lasciarsi imbrigliare dalla mera quantificazione, e di manifestare le sue qualità. Nello stesso tempo da parte dei soggetti pastorali si assumono “appropriate categorie interpretative” (EGF, n.1) per capire in profondità la domanda giovanile. Il contesto personale e ambientale prima osservato e le attività già esistenti vengono maggiormente evidenziate nella loro forza provocante. Ogni situazione per quanto possa essere oggettivamente ottimale, presenta almeno un lato problematizzante e quindi perfettibile. E chi lavora con i giovani sa che tutto ciò è profondamente e terribilmente vero. L’interpretazione mira quindi a capire più profondamente e a problematizzare, non tanto per crearsi problemi ad ogni costo, quanto per cercare di smuovere le acque e nutrire la pretesa di trasformare la realtà o tentare in tutti i modi di migliorarla. Un tentativo di interpretazione è il seguente:
- nel mondo giovanile appaiono ambiguità e contraddizioni, “specchio” trasparente e fedele della società complessa in cui viviamo;
- si avverte un ancoraggio presentista alla realtà, con un senso di disagio e di delusione verso il passato con i suoi miti e le sue tradizioni, congiunto a un senso di disorientamento verso il futuro;
- il giovane si rivela oggi compreso tra soggettivizzazione e frammentarietà; il mondo esterno e tutto quello che lo circonda viene percepito come funzionale alla propria soggettività: a questa forza centripeta non segue una personalità integrata ma sovente frazionata;
- la discrepanza tra domanda e vissuto religioso costituisce una delle sfide più provocanti per l’educazione religiosa ed etica dei giovani;
- l’irrazionalità prevale sul razionale, mancando così un equilibrio armonico nella personalità giovanile: sintomi di questa prevalenza sono la corsa all’intimismo religioso, al gruppo come forma di dilatazione della privacy religiosa;
- permane rispetto alle generazioni giovanili recenti una particolare difficoltà di relazione con la Chiesa, nonostante la svolta conciliare, il cammino pastorale delle chiese locali e l’aumento del livello di credibilità della compagine ecclesiale, specialmente nella sua componente gerarchica, di fronte a problemi attuali (ad es. la presa di posizione di alcuni vescovi e preti di fronte alla mafia, alla camorra). Le varie forme di appartenenza o meglio di riferimento sono sostanzialmente critiche e selettive (più legate al gruppo e meno alla pratica rituale e alla vita della grande comunità). La maggior parte vive forme minimali di partecipazione se non proprio di abbandono della vita ecclesiale.
Le ricerche di stampo sociologico e psicologico sono in genere concordi nel non dare per scontata e ovvia la domanda religiosa nei soggetti giovanili. La situazione incerta richiede un supplemento educativo, forse non richiesto nei tempi passati[16].
Così R. Mion sintetizza la situazione religiosa “ambivalente” (“ambigua” per i più critici) dei giovani europei:
“Nel contesto culturale odierno le analisi scientifiche anche più rigorose evidenziano paradossalmente due tendenze contrapposte, quella cioè di una secolarizzazione progressiva fino all’apatia e all’indifferenza di Dio, e quella di una “rivincita di Dio” in cui la fede si fa alternativa al “vitello d’oro consumistico” (Kepel), e punto di riferimento intorno al quale costruire quella identità personale che si sta sfaldando nel vuoto ideologico emergente dalle sfide della modernità contemporanea”[17].
La domanda religiosa degli adolescenti e dei giovani di oggi è in bilico. Essa va provocata, stanata, educata, portata a consapevolezza ed esplicitazione nei giovani stessi, per arrivare a correlarla adeguatamente con la proposta religiosa[18].
La religiosità dell’età adolescenziale in base ai dati della ricerca COSPES è in continuo cambiamento e tendente al soggettivismo:
“Circa nove adolescenti su dieci del nostro campione, nel momento in cui sono stati sollecitati ad autocollocarsi, non sembrano escludere dalla maturazione della loro identità il riferimento ad un sistema simbolico religioso, per quanto misurato e filtrato dalla propria soggettività. Dunque anche il sottosistema simbolico della religiosità ne viene coinvolto. E ne subisce pure le alterne vicende: di moratoria e di esplorazione, di ricerca e sperimentazione, di congelamento e accantonamento; ma anche di progressiva soggettivizzazione”[19].
Nel quadro della società italiana più cattolica che religiosa, più religiosa che credente[20], la tendenza di fede degli adolescenti è più orientata a Dio che a Gesù Cristo, è più teista che cristiana, più etica che religiosa, più interiore che esteriore. La religiosità adolescenziale è complessivamente più relazionale che contenutistica.
L’adolescenza e, con qualche flessione in meno, l’età giovanile si presentano alla pastorale e alla catechesi come un grande “cantiere aperto per lavori in corso”[21]: quali sono le possibilità di inserimento della proposta cristiana? ci saranno educatori capaci di rispettare il ritmo di crescita e di accompagnare la realizzazione in pienezza del “cantiere”? La dimensione religiosa assumerà il ruolo di “dimensione cardinale” (G.W.Allport) e di “collante necessario a dare stabilità ed equilibrio alla sintesi armonica dei valori” (S.Burgalassi)? Oppure sarà destinata ad essere “residuo” della sensibilità infantile e un “superfluo” nell’identificare e incarnare i valori della vita?
INTERROGATIVI APERTI
Dopo aver vagliato la situazione generale ed essere giunti, con l’aiuto di esperti, ad un’interpretazione complessiva, si pone particolare attenzione alla “domanda religiosa” dei giovani, lasciandosi guidare dai seguenti input o altre forme di ricerca o di approfondimento:
Esiste oggi una “domanda religiosa” dei giovani? quale consistenza assume nell’universo giovanile, e a quale livello di plausibilità? le proposte ecclesiali sono attinenti e pertinenti alla domanda dei giovani? fino a che punto? che cosa va sviluppato e cosa va superato nell’ambito della domanda e nell’ambito della proposta pastorale esistente?
LABORATORIO 4
- Intervento di uno o più esperti di sociologia della gioventù, di sociologia o psicologia della religione. Come per i lavori precedenti (cf laboratori 1-3) è bene confrontare le acquisizioni di coloro che elaborano il progetto di pastorale giovanile con le coordinate interpretative offerte da una o più persone competenti.
- Consultazione guidata di studi sull’argomento, per approfondire il tema della “domanda religiosa”.
- Seconda condivisione di conoscenze immediate sui soggetti giovanili del proprio territorio e sulle offerte educative ivi presenti, in base alle nuove acquisizioni scientifiche. Comparare i dati e individuare somiglianze e tendenze.
- Formulare un’ipotesi di ricerca (i giovani dovrebbero essere così) e svolgere, con il monitoraggio di esperti, un sondaggio sulla domanda religiosa dei giovani, senza perdere di vista la situazione generale e l’aderenza al territorio (i giovani, in base ai dati raccolti, sono così...).
Fase progettativa
Un progetto pastorale giovanile vede i giovani “avanti”, in prospettiva. Considera il punto di partenza, ma non gli sfugge il punto di arrivo e l’intero processo da attivare per arrivarci. Una vera organizzazione promozionale dei giovani aderisce a un progetto, più o meno dichiarato. Anche coloro che dicono di non interessarsi al discorso progettuale, in realtà hanno una precomprensione ideologica, un filo conduttore sotterraneo verso finalità educative e di formazione.
Nel concepire un progetto di pastorale giovanile e nell’elaborazione che ne segue, vi sono stili più o meno direttivi, più o meno coinvolgenti, più o meno comunionali[22]. L’esigenza di creare comunione a livello di pastorale giovanile diocesana è abbastanza sentita, anche se si annida in essa un’ambiguità irrisolta: la progettazione non può tradursi ora in un trasformismo pastorale che appiattisce i rapporti e mortifica l’armonia delle differenze, ora in un’indolenza a convergere verso una struttura di coordinamento in nome dell’originalità carismatica e istituzionale della propria realtà[23].
Ricerca e formulazione delle finalità e degli obiettivi
I capisaldi e le funzioni fondamentali di un progetto di pastorale giovanile sono le finalità educative e gli obiettivi. Questi ultimi rendono operazionali i grandi traguardi formativi[24]. La ricerca di queste mete formative sarà adeguata se verranno tenuti presenti in tensione reciproca i seguenti poli:
a) la situazione concreta dei soggetti giovanili. La pastorale giovanile non può prefiggersi alcun obiettivo se non a partire dalle domande che risiedono nella vita del giovane. Prenderle sul serio, interpretarle e vagliarle: costituisce il primo passo per formulare e perseguire i vari obiettivi di crescita umana e nella fede. Si tratta di porre attenzione alla “domanda” prima di confezionare delle “risposte” e determinare delle mete. L’animatore/operatore pastorale non può pretendere, inoltre, che il “risultato” della propria maturazione di fede venga assunto dall’adolescente e dal giovane quale “punto di partenza” della propria crescita cristiana. Tra maturità dell’animatore e maturità del giovane esiste un dislivello educativo che esige pazienza nel perseguire gli obiettivi. Tra l’esperienza di un soggetto e quella di un altro vige una proporzione che richiede il rispetto della originalità dei giovani e una dinamicità discreta ed efficace di testimonianza da parte degli operatori pastorali. È scorretto pretendere che i giovani rinuncino ad essere se stessi. Educazione è il contrario di alienazione. Un’accoglienza incondizionata del giovane fa sì che si senta a suo agio per poter migliorare se stesso, per scoprire di essere qualcuno, non in senso isolato e assoluto, ma con gli altri e per gli altri, per percepire di essere al centro delle premure di Dio. La lotta per l’identità che affiora più o meno palesemente nel soggetto giovanile richiede di essere stimolata in direzione di una soggettività aperta, capace di mettersi nei panni degli altri. Ma prima di ogni cosa l’identità giovanile va accettata per quello che è e non per quello che dovrebbe o potrebbe essere. In base a tale peculiarità gli itinerari educativi si rivolgeranno in modo diversificato agli aggregati o agli indifferenti-lontani, ai soggetti difficili e disadattati o a quelli devianti. Le variabili da tenere presenti sono: l’età (preadolescenza, adolescenza, età giovanile), le condizioni di vita (lavoratori, studenti...), ambiti di vita o di interesse (sport, tempo libero, cultura, catechesi, liturgia, volontariato...), livelli di appartenenza o di riferimento ecclesiale, l’ambiente educativo in cui si svolge il cammino (parrocchia, oratorio, scuola...). Come anche potranno essere previsti itinerari comuni dove sia possibile il rispetto della condizione di ciascuno e la crescita comune mediante relazioni d’aiuto vicendevole.
b) la situazione concreta dell’ambiente ecclesiale e socio-culturale. Condurre un’analisi interpretativa della realtà circostante, prendendo in esame i vari elementi che possono influire e determinare la pastorale giovanile permetterà di rispondere in modo più preciso possibile alla domanda di base nella scelta delle finalità e degli obiettivi: quali risultati daranno modo ai giovani in questo ambiente di essere capaci di risolvere determinati problemi e dominare situazioni nelle quali vivono? La cultura di appartenenza con i suoi sistemi di rappresentazione (simboli e concetti) e i sistemi normativi (valori che circolano e in base a cui vengono giudicate azioni e situazioni), sistemi di espressione e d’azione, deve essere oggetto di riflessione preliminare per definire in forma più aderente i risultati formativi da ottenere. La stessa cosa dicasi per la comunità ecclesiale che si colloca specificamente nel territorio, con una sua vitalità e con la sua stanchezza, con gli inevitabili limiti e con le sue immancabili risorse. Questa aderenza alla situazione per un’adeguata formulazione delle finalità e degli obiettivi della pastorale giovanile, se da una parte condizionerà in fase di partenza il perseguimento di risultati ambiziosi, dall’altra avrà i suoi benefici effetti sull’ambiente medesimo a partire dal rinnovamento graduale e determinante dei soggetti giovanili.
c) il dispiegamento delle risorse reali (quello che sono non quello che potrebbero essere). È questo un polo che spesso viene trascurato nella scelta delle finalità e degli obiettivi. La proporzione tra le effettive possibilità degli agenti pastorali concreti e gli obiettivi da raggiungere è necessaria per affrontare una determinata situazione giovanile con senso di realismo e di correttezza, evitando proiezioni pastorali per difetto (una proposta minimalista e insufficientemente stimolante) o per eccesso (una proposta massimalista che prospetta traguardi irraggiungibili e impossibili). Saper fare i conti con la situazione reale degli operatori pastorali non significa pertanto adagiarsi nella mediocrità ma programmare la loro qualifica (è questa una strategia da tener presente e in qualche modo prioritaria nella progettazione pastorale: cf cap. 4). Ogni progetto è realizzabile se c’è disponibilità del personale, del materiale e delle strutture, per non rischiare di concepire costruzioni faraoniche che si infrangono di fronte all’esaurimento delle energie e sono destinate a restare incompiute. In un contesto sociale ed ecclesiale come il nostro che vive di emergenze e che soffre di spreco di sostanze e di una notevole “dispersione di energie”, è quanto mai necessaria una migliore finalizzazione delle potenzialità ecclesiali verso un progetto unitario. Nessuna entità ecclesiale vuole perdere il suo specifico carisma nella Chiesa, ma nessuno, con la medesima forza, dovrebbe rassegnarsi a vivere nell’isolamento e nell’emarginazione dall’intera comunità ecclesiale. Il rispetto della diversità, l’accoglienza della pluriforme presenza dello Spirito nel tessuto ecclesiale potrebbe far confluire nell’unico progetto diocesano di pastorale giovanile i tanti progetti settoriali e particolari delle varie associazioni, dei vari movimenti e gruppi (cf ETC 45a)[25]. Occorre non dimenticare che l’unità (diversa dall’uniformità) e la condivisione stanno alla base di ogni progetto, senza per questo essere a scapito di un sano pluralismo all’interno della Chiesa[26].
“La pastorale giovanile della chiesa non dovrà soltanto ammettere, magari con riluttanza, una pluralità di forme nella prassi della fede; ma, proprio per il carattere di identità di ogni essere umano, dovrà piuttosto sostenere e promuovere tale pluralità; poiché infatti tutti i giovani, di entrambi i sessi, ricevono da Dio la loro vocazione, che essi dovranno poi autenticare, ciascuno per se stesso, nel confronto comunitario con il messaggio di Cristo”[27].
Tutti i giovani e gli adulti che volessero dare il proprio contributo di animazione, richiamandosi a orientamenti progettuali comuni, dovranno essere messi in condizione di maturare il senso di partecipazione, di solidarietà e di servizio e di formarsi a tale compito. Questi volontari possono formare con i responsabili della consulta di pastorale giovanile un movimento di animazione giovanile che ha lo scopo di compattare le forze per il raggiungimento delle finalità progettuali, equilibrando l’originalità di ciascuno con le esigenze di unitarietà programmatica, maturando una mentalità di servizio e di lavoro d’insieme. Ogni progetto pastorale non può fare a meno di questa sinergia delle risorse disponibili, attraverso la condivisione intelligente e cordiale delle linee programmatiche. Il clima che soggiace al concepimento, all’elaborazione, alla realizzazione, alla valutazione del progetto pastorale giovanile non è freddo e rigido, ma, nell’immancabile connotazione scientifica, è pervaso di un forte spessore di amicizia e di familiarità, per rinverdire il gusto della vita, far maturare la gioia di stare insieme, facendo sì che i giovani stessi siano e si sentano protagonisti responsabili del progetto. Non si tratta di subire un progetto che cala “dall’alto” o di imporre delle linee di azione rivendicativa “dal basso” ma di avviare un processo di formazione che parte “dal di dentro” e riceve stimoli positivi “dal di fuori”. Un progetto di pastorale giovanile, dunque, riceve vigore dalla vitalità spirituale interna alla comunità ecclesiale e si mostra attenta e attiva alle iniziative di servizio a favore dei giovani promosse da altre istituzioni pubbliche e private operanti nel territorio.
d) la natura e i compiti della pastorale giovanile. Il punto che caratterizza la pastorale giovanile rispetto ad altre forme di educazione giovanile è la composizione organica di determinate finalità pastorali, che richiedono alcune chiarificazioni. L’aggettivo pastorale qualifica il tipo di finalità da ricercare e da tener presente continuamente[28]. Potrebbe in un certo senso essere intercambiabile con un altro termine molto usato (e abusato) oggi: evangelizzazione. Nonostante l’inflazione, non si può negare che è capace di esprimere l’intima identità ecclesiale nel suo esternarsi. “La Chiesa esiste per evangelizzare” (EN, n. 14; cf AG, n. 7). La Chiesa per la sua intima essenza è chiamata a portare il lieto annuncio della salvezza e a rendere attuale la salvezza annunciata. Evangelizzare non sta solamente nell’ordine di proferire una parola qualsiasi, tra le tante, ma la Parola che salva. La “salvezza”[29] dell’umanità, nella sua connotazione liberatrice indica il passaggio, la “pasqua” da tutto quello che c’è di antiumano all’alleanza con Dio, con i propri simili, con il mondo e con se stessi: portare questa forza trasformante nel mondo costituisce la finalità primordiale della missione ecclesiale. Il trionfo sulla morte da parte di Cristo ha reso possibile la vittoria sul male. Esso viene tuttora esperimentato nella vicenda ecclesiale, nonostante gli alti e bassi del suo inserimento storico, “in germe” verso il compimento definitivo. Non si tratta di una salvezza rimandata nell’aldilà ma di un processo salvifico in atto che inizia e si sviluppa dall’aldiquà. Essa possiede i seguenti tratti:
- è integrale (coinvolge tutto l’uomo e non solo la sua anima: cf GS, n. 3)
- comunitaria (comprende non tanto individui isolati ma l’intera struttura ecclesiale e sociale nelle sue molteplici manifestazioni: cf GS, nn. 23-26)
- intramondana (si attua a partire dal presente e da questa terra: cf GS, n. 2)
- aperta e universalista (abbraccia tutti gli uomini, nessuno escluso, e nello stesso tempo va oltre la “normale” mediazione ecclesiale: GS, nn. 29.39).
Se evangelizzare vuol esprimere un rapporto di comunicazione tra vangelo e uomo, in una mutua interpellanza che coinvolge cultura e “l’indisponibile” evangelico, il mistero della salvezza va colto in modo permanente e in continuo approfondimento, nella reciprocità tra il “dono” (gabe) gratuito e libero da parte di Dio e il “compito” (aufgabe) responsabile e libero da parte dell’uomo. Pastorale, evangelizzazione, annuncio della salvezza vengono assunti da un progetto di pastorale giovanile e ripensati adeguatamente in funzione del mondo giovanile a cui la comunità ecclesiale sente di rivolgere la sua attenzione e il suo interesse.
* * *
Centrate sul soggetto giovanile, in base alla situazione ambientale concreta, valorizzando tutte le risorse esistenti, in ottemperanza all’identità pastorale della promozione integrale dei giovani, si profilano le finalità educative della pastorale giovanile, concepita non come un’impalcatura di contenimento, ma come risposta efficace alle effettive esigenze dei giovani, nella comunità ecclesiale e nella società di oggi.
L’intento della pastorale giovanile non consiste soltanto nell’attutire il fenomeno della “devianza giovanile” (cf ETC, n. 45) oppure nel trasmettere contenuti più o meno appetibili[30], ma di progettare e operare in modo sistematico ed organico, attraverso la concatenazione strutturale di appropriati interventi, adeguati processi educativi, per prevenire situazioni di disagio e promuovere valori profondamente umani, personalità umane e cristiane mature[31] e conseguenti atteggiamenti personali e sociali nei soggetti che interagiscono e vengono coinvolti nel progetto di pastorale giovanile.
Un progetto educativo che promuove l’uomo in modo unitario e globale tiene presenti tempi e spazi in cui i soggetti giovanili vivono e in cui sono chiamati a crescere. Non tollera scompartimenti educativi e periodi di flessione o di assenza, non sopporta imprecisioni (cf ETC, n. 45). Si potrebbe pensare all’opera educativa e pastorale come al passaggio dall’uomo nevrotico e frazionato all’uomo “totale”, “intero” che, oltre a superare i condizionamenti esterni, riesce a pensare e ad esprimersi con originalità e creatività per qualcosa che vale.
Questa finalità globale viene espressa dai progetti esistenti con espressioni del tipo: “integrazione fede-vita”, “incontro personale con Cristo”, “cammino verso una fede adulta”, “pieno inserimento nella comunità ecclesiale”, “missionarietà”[32]... Ma viene da chiedersi: non c’è il rischio di diventare “luoghi comuni” e “frasi fatte” e di nascondersi dietro il dito?
INTERROGATIVI APERTI
Dopo aver analizzato la situazione ed essere giunti ad un’interpretazione meno approssimativa e più vicina alla realtà, la progettazione richiede lo sforzo di guardare l’orizzonte, la finalità e le mete educative. Senza per questo, perdere l’aderenza alla realtà e l’attenzione ai soggetti concreti.
Quale modello di giovane cristiano può costituire il quadro ideale di partenza per elaborare gli obiettivi (capacità cognitive, atteggiamenti e abilità operative) del progetto? Se il grande traguardo della pastorale giovanile è raggiungere l’integrazione fede-vita, quali passi graduali e successivi vanno previsti per raggiungerlo sufficientemente?
LABORATORIO 5
- Intervento di uno o più esperti di pastorale giovanile e di metodologia catechetica che aiuti/aiutino a cogliere in prospettiva i traguardi educativi della pastorale giovanile.
- Per l’approfondimento personale e di gruppo, sarà utile la segnalazione e la consultazione di contributi sull’argomento.
- Condivisione di abbozzi progettuali già presenti nella chiesa locale o confronto con progetti di pastorale giovanile elaborati in altri contesti, cogliendone in particolare le finalità e gli obiettivi e, soprattutto, il legame tra fase conoscitivo-interpretativa e fase progettativa propriamente intesa.
Scelta del modello globale e del processo comunicativo
In genere i progetti di pastorale giovanile esistenti non dichiarano esplicitamente il modello teologico-pastorale ed educativo di riferimento, anche se non è difficile dedurlo dall’insieme del testo[33]. Allo stato attuale, occorre convenire che tra quelli elaborati nel nostro contesto nazionale si presentano “alcuni più riusciti ed equilibrati, altri non privi di unilateralità e di carenze” (ETC, n. 44). A tali deficienze occorre ovviare per i testi già elaborati e le esperienze già in atto. Per quelli da codificare e per le realizzazioni future è utile far tesoro delle carenze che si riscontrano in altre impostazioni e delle avvertenze magisteriali[34].
In particolare occorre chiarirsi in un tempo preliminare le tre dimensioni fondamentali (antropologica, teologico-ecclesiale, educativa) che soggiacciono a un progetto di pastorale giovanile, anche se tale precomprensione complessiva non sarà codificata nello strumento scritto. In modo più o meno informale si avrà un approccio interdisciplinare, anche se riduttivo oppure più rispettoso e armonico a seconda delle differenti prospettive da cui guardare scientificamente la realtà. Sarà comunque assai utile per valutare la coerenza dello sviluppo progettuale con tali orientamenti di fondo.
Il fatto che non ci si trova in un mondo ideologicamente monolitico ma pluralistico e differenziato non può esimere i fautori di un progetto di pastorale giovanile dal confrontarsi con visioni differenti, dal mettere in discussione la propria ottica, considerata spesso (in modo sbrigativo) stabile e definitiva, dal convergere verso scelte comuni, testimoniando uno spirito di condivisione e di comunione, dal presentarsi nella società complessa con una visione coerente e precisa, ma non per questo inflessibile. La pastorale del futuro sarà quella dell’armonia, in cui, evitando intolleranza e sincretismo, dialogo e passione per la verità possano nutrirsi vicendevolmente.
INTERROGATIVI APERTI
Raccogliendo i risultati del precedente laboratorio, evidenziare il modello globale e la modulazione comunicativa che affiorano dai tentativi progettuali presi in considerazione, lasciandosi guidare dai seguenti interrogativi:
Da quale visione di Rivelazione si parte (quale immagine di Dio, di fede, di Chiesa) per elaborare il progetto di pastorale giovanile? Quale concezione d’uomo (esistenza, condizione, responsabilità, progetto) orienta l’iter di composizione? Che cosa si intende per “educazione” e quale fiducia viene riposta nei processi educativi che la rendono concreta e operativa? La dimensione “educativa” rispetto alle dimensioni antropologica e teologica è eccedente o latente? Quale attinenza sussiste al cammino pastorale della Chiesa italiana (piani pastorali: anni ‘70, ’80, ’90, 2001-2010) e ai progetti ministeriali e carismatici presenti nella Chiesa locale?
LABORATORIO 6
- Tavola rotonda con interventi di un antropologo, di un teologo e di un pedagogista coordinati da un esperto in pastorale giovanile sul tema: quale modello di pastorale giovanile per il nostro contesto territoriale?
- Stilare un quadro di riferimento o ideario educativo che raccolga le idee principali fin qui maturate e le convinzioni di fondo per l’azione pastorale con e per i giovani.
- Definire meglio le finalità proprie della pastorale giovanile in contesto.
Non sarà difficile constatare che la risposta ad uno dei tre interrogativi facilmente chiamerà in causa gli altri due, originando un “credo progettuale” che compendia in sé tonalità teologiche, antropologiche e pedagogiche. Non bisogna farsi illusioni però che si possa addivenire a una visione inizialmente comune e unitaria. Ci potrà essere anche un conflitto interpretativo, dato che quasi sempre ogni incontro di dialogo ha una fase di scontro e di crisi (nel senso di discernimento). Certamente è da preferirlo all’indifferenza.
Il criterio unificante dovrebbe vertere sul principio di “incarnazione” indissolubilmente legato e sviluppato in chiave pasquale. Alla luce di esso, è possibile avere orientamenti operativi adeguati in vista della elaborazione del progetto di pastorale giovanile che sia partecipata, condivisa, realizzata il più unanimemente possibile.
Organizzazione dei contenuti
La pastorale giovanile ha come finalità complessiva la promozione del contatto dei giovani con la “salvezza di Gesù” e consiste nell’“evangelizzare tutta l’esperienza giovanile” (ETC 45). Occorre ribadire che nella pastorale giovanile e in particolare nella catechesi giovanile non si tratta di “travasare” dei contenuti ma proporre un articolato cammino di fede a “risonanza vocazionale” (ETC 46)[35], in due tempi fondamentali:
“il cammino alla fede, durante il quale il giovane matura quel minimo di umanità che gli permette di porsi la domanda di senso e si apre alla ricerca religiosa, ed il cammino nella fede, che indica l’itinerario del suo progressivo abbandonarsi nelle mani di Dio. Il sì definitivo in una vocazione riassume la meta, raggiunta la quale la pastorale giovanile può ritenere concluso il suo servizio”[36].
I contenuti vanno quindi selezionati nella proposta pastorale tenendo conto di questa demarcazione ideale, che rimanda a ulteriori specificazioni di itinerari differenziati in base al processo di umanizzazione e di adesione a Cristo da parte dei giovani concreti.
Un progetto di pastorale giovanile offre un quadro contenutistico orientativo per i soggetti che definiamo “lontani”, in base a quei valori fondamentali che costituiscono l’orizzonte del senso della vita. L’accoglienza e il riconoscimento del valore della vita sarà la prima opzione richiesta al giovane per continuare il cammino.
Inoltre, un progetto di pastorale giovanile propone le coordinate contenutistiche di un cammino di fede che approdi in prima istanza all’opzione per Cristo, Signore della vita, e di conseguenza all’impegno di elaborare il senso della propria esistenza in Lui, con Lui e per Lui. In particolare, occorre un efficace ripensamento dei “luoghi tradizionali” della fede e rivisitare le possibilità che essi offrono alla maturazione dei singoli giovani e dei gruppi e delle comunità giovanili. Le tre aree (kerigma, liturgia e diakonia) sono fortemente interconnesse nel tessuto comunionale della Chiesa e non ammettono decurtazioni. Proficuo può risultare, in fase di elaborazione del progetto di pastorale giovanile e di collaborazione successiva, l’apporto dell’Ufficio Catechistico Diocesano, dell’Ufficio Liturgico Diocesano e della Caritas Diocesana.
a) Area della prima evangelizzazione e della catechesi sistematica
Il progetto di pastorale giovanile prevede itinerari che portino il giovane a scoprire il senso della vita, che rinnovino per lui l’annuncio del Dio di Gesù Cristo, che lo aiutino a progettare la vita, tenendo conto delle esigenze di fede, rinforzando le motivazioni del credere e abilitandolo a rendere ragione della speranza cristiana.
b) Area della iniziazione cristiana e della liturgia
Il progetto di pastorale giovanile propone opportuni itinerari che aiutino il giovane a passare da forme di partecipazione liturgica inadeguate (segnate spesse volte da magismo, ritualismo, formalismo) a una mentalità “cultuale” (nel senso del “culto della vita” secondo Rm 12,1ss) che mediante simboli e gesti, manifestino la pienezza della vita umana e dell’inserimento in essa del Dio vivente (che vive e che fa vivere).
c) Area della abilitazione ministeriale e della diaconia
Il progetto di pastorale giovanile prospetta piani formativi di educazione al servizio, alla ministerialità e alla missionarietà. Offre ai giovani l’opportunità di assumere gradualmente forme sempre più piene di diaconia sia nell’ambito della comunità ecclesiale che in quello della società civile (cf ETC 45f).
* * *
Le tre aree sono intercomunicanti e vengono predisposte in modo da favorire nei giovani la “costitutiva risonanza vocazionale”, la “scelta della professione” e la “dimensione comunitaria della vita cristiana” (cf ETC, n. 46).
L’età giovanile richiede un ripensamento adeguato del messaggio cristiano e dell’intero processo di maturazione di fede perché risulti significativo per l’oggi e proiettato nel futuro. Un primo livello di ripensamento viene svolto su scala nazionale dai catechismi CEI: Io ho scelto voi (14-18 anni) e Io sono la vita (18-25 anni). Ma è insostituibile il passaggio al secondo livello, più locale e particolare, che solo un efficace progetto di pastorale giovanile può garantire in qualità di “cinghia di trasmissione” tra generalità e particolarità di approccio. Itinerari differenziati previsti dal progetto di pastorale giovanile coniugheranno maggiormente la domanda giovanile di partenza con le risposte che provengono dalla forza lievitante del vangelo (cf cap. 3).
I giovani richiedono uno stile propositivo dell’annuncio cristiano (cf ETC, n. 45), capace di far maturare capacità cognitive, atteggiamenti e abilità, di stabilire una comunicazione corretta che dia spazio alla verificabilità critica, alla creatività e alle modulazioni linguistiche di oggi. Proprio tra i giovani si avverte come sia importante mettere insieme trasmissione dei contenuti, modalità linguistiche e stile relazionale.
A questo punto dell’iter di progettazione, il gruppo di pastorale giovanile può incominciare a muoversi in maniera autonoma, richiedendo il supporto di esperti quando e come lo riterrà opportuno.
LABORATORIO 7
- Circa i contenuti del progetto di pastorale giovanile, in correlazione con la situazione e le finalità prospettate, mettere a fuoco la specificità delle tre aree (kerigma, liturgia e diakonia) e la mutua correlazione. Evidenziare le risorse di tale reciprocità e i rischi che si corrono quando tale esigenza viene disattesa.
- Aiutandosi con la Nota CCG, conoscere personalmente e presentare in gruppo la struttura generale e le coordinate fondamentali del catechismo dei giovani della CEI nei due momenti: Io ho scelto voi e Venite e vedrete. In particolare, distinguere gli elementi presenti nell’offerta contenutistica dei testi CEI da ciò che viene demandato in sede di programmazione in loco. La conoscenza del catechismo sarà particolarmente proficua e diventerà più concreta nel prossimo capitolo quando si tratterà degli itinerari di fede.
Determinazione dei “metodi” e degli interventi operativi
Nonostante l’ambiguità della parola “metodo”[37], dopo aver delineato il quadro delle finalità e degli obiettivi e aver calibrato i contenuti, si tratta di predisporre tutte quelle agevolazioni metodologiche che possono servire alla realizzazione del progetto e al perseguimento dei suoi obiettivi. I “metodi” possono essere molteplici e vanno selezionati per la loro compatibilità a finalità e contenuti. La gamma dei metodi è pressoché indefinita; vanno da sistemi metodologici operativi più direttivi, in cui i ruoli degli animatori adulti sono maggiormente pilotati ad altri più paritari e partecipativi. Accanto a forme più integriste, vi sono forme positive più integrate e altre negativamente eclettiche e incoerenti.
Un progetto di pastorale giovanile, lasciando autonomia agli operatori nella scelta dei metodi, dovrebbe richiamare comunque alcuni principi essenziali: come quelli della significatività, della motivazione, dell’approfondimento e concentrazione, dell’integrazione e interdisciplinarità, della concretezza[38].
Il “metodo” (se può essere chiamato tale) più seguito in Italia, teorizzato e supportato da orientamenti operativi dalla rivista “Note di pastorale giovanile”, è quello dell’“animazione” che, muovendo dalla visione di pastorale giovanile elaborata da quasi trent’anni, compendia in sé una carica spirituale, educativa e pratica:
“Privilegiare la strada dell’animazione significa prima di tutto riconoscere l’interlocutore come colui che già è capace di costruire dal suo interno quei valori verso cui viene sollecitato, se qualcuno gli sta accanto per testimoniargli una dignità costitutiva e per restituirgli protagonismo e capacità critica. Animazione significa ancora privilegiare la comunicazione intersoggettiva come strumento originale di trasformazione. E significa affidare ad un’intensa esperienza comunitaria la funzione di crogiolo di ogni processo. Scegliere l’animazione è schierarsi dalla parte della vita e riconoscere che la sua promozione richiede, come condizione costitutiva, una sua intensa e mai risolta “passione””[39].
La scelta di un metodo e di uno stile si concretizza in scelte operative del tipo: accogliere i giovani e le loro domande, comunicare con la vita dei giovani, valorizzare i gruppi e le associazioni, promuovere esperienze significative, predisporre itinerari, promuovere il coordinamento con le diverse realtà, formare gli animatori di pastorale giovanile, consolidare la struttura di servizio diocesano di pastorale giovanile...
LABORATORIO 8
- Il “metodo dell’animazione”. Chiariamoci le idee... Aiutandosi con le stimolazioni offerte (cf 2.3.4) e con i suggerimenti bibliografici (cf nota 39), chiarire il significato dell’animazione all’interno di un progetto di pastorale giovanile che si sta elaborando.
- Stilare il manifesto o il decalogo dell’animazione: “Animazione è...”... “animazione non è”...
Selezione delle strutture, delle tecniche, degli strumenti e dei materiali
Quando si parla di “strutture”, il pensiero in genere va alle costruzioni ad hoc, alle zone franche, ai “paradisi terrestri” e ai recinti di contenimento. Invece in seno alla pastorale giovanile occorre pensare in prima istanza alle strutture interpersonali, più o meno ampie, di incontro. Nella pastorale francese si usa il termine “luogo” (lieu) per indicare innanzitutto uno spazio relazionale di accoglienza. Anche il documento Evangelizzazione e testimonianza della carità segue la stessa accezione (cf ETC 45e[40]). In questo versante non si inizia mai da zero dato che ambienti di convergenza e di irradiazione educativa sono già presenti nel nostro territorio.
Occorre rivitalizzare gli ambienti tradizionali in cui i giovani vivono ordinariamente (famiglia, scuola, posto di lavoro, centro giovanile, associazioni e movimenti, parrocchia, club del tempo libero...) per accrescerne la qualità educativa e migliorare i supporti di formazione da offrire ai soggetti giovanili. La pastorale giovanile offre il suo contributo per raggiungere un migliore livello di prestazione educativa. È urgente moltiplicare queste strutture e crearne di nuove maggiormente rispondenti ai bisogni giovanili. È necessario creare spazi ecclesiali credibili, conviviali e manifestare un’immagine di Chiesa più aperta che sappia generare e ricevere la partecipazione attiva, responsabile e creativa dei giovani[41]. I gruppi ecclesiali e altre forme aggregative sono perciò essenziali per la pastorale giovanile: non vanno considerati in forma propedeutica e strumentale all’esperienza ecclesiale, né tanto meno come “chiesa parallela” o come “ecclesiogenesi” (momento transeunte, di passaggio verso forme di appartenenza più autentica) ma come autentica “mediazione di Chiesa”[42].
In secondo luogo, occorre riattivare strutture già presenti e creare ambienti di ritrovo giovanile, spazi in cui i giovani possano incontrarsi, vivere il tempo libero, fare esperienze di servizio, confrontarsi con il vangelo di Cristo e fare esperienza comunitaria di fede, secondo una sapiente gradazione educativa. Particolare attenzione va riservata alla climatizzazione dei luoghi esperienziali. Come nelle antiche terme romane si procedeva dal frigidarium al calidarium, passando attraverso il tepidarium, così occorre prevedere una gradazione ambientale dei “luoghi” educativo-pastorali, evitando passaggi bruschi da basse ad alte temperature d’esperienza.
A tali scopi servono le diverse strutture organizzative (ufficio di pastorale giovanile, consulta diocesana di pastorale giovanile e altri organismi a livello diocesano, foraniale e parrocchiale) che in base a determinate competenze hanno il delicato compito del servizio di coordinamento. Quest’opera dovrebbe alimentare l’impegno per alcuni luoghi “di frontiera” o “areopaghi” (si pensi ad esempio alla scuola, al mondo del lavoro, al tempo libero, all’impegno sociale, alla marginalità e alla devianza, all’immigrazione, alla missione ad gentes: cf EGF, n.4), rispettando la loro peculiarità ed autonomia e garantendo, in orari adatti e compatibili, alcuni servizi educativi complementari (tempo libero, giornate di fraternità, ritiri di riflessione e di spiritualità...).
La pastorale giovanile non esclude a priori le tecnologie educative, anche se non si fa illusioni che i risultati formativi dipendano da esse. Come per i metodi, anche l’apparato strumentale va reso funzionale al quadro progettuale e alla sua attuazione.
LABORATORIO 9
- Operare un primo bilancio tra il passato, l’esistente e ciò che si intende realizzare in futuro. Auspicabile un confronto con documenti magisteriali espliciti[43] e con altri progetti di pastorale giovanile già codificati[44].
- Particolare attenzione va riservata ai “luoghi” dove vivono e si esprimono i giovani (cf 2.3.5. e relative note 40-44): disegnare una mappa delle presenze e delle assenze ecclesiali nel luoghi giovanili.
Determinazione, scelta e preparazione formativa degli operatori di pastorale giovanile
La formazione dei formatori (cf ETC, n. 45) rimane una delle scelte prioritarie per avviare un’organica pastorale giovanile; ad essa vanno convogliate le migliori energie[45].
Prima di attuare il progetto occorre quindi che ci sia un congruo lasso di tempo per la preparazione degli operatori pastorali e che si determinino adeguati percorsi formativi (cf cap. 4). È questo un punto nevralgico perché il progetto di pastorale giovanile non naufraghi quasi subito. L’elaborazione di un progetto di pastorale giovanile (certamente non affrettata e predisposta con cura) potrebbe costituire un proficuo “iter formativo”. Ogni percorso dovrebbe prevedere non solo lezioni da parte di esperti e sostegno da parte di tutors, ricerche e letture da parte dei partecipanti, ma anche esperienze mirate, tirocini guidati di osservazione, di progettazione, d’intervento in micro-esperienze e di verifica di laboratori ad hoc. Evitare il teoricismo e la praticoneria è importante per formarsi pastoralmente. Occorre garantire quindi una graduale iniziazione alla pastorale giovanile “sul campo”, sostenuti da buone basi e da solidi fondamenti, da esperti che sappiano incoraggiare e motivare i percorsi formativi. Se all’inizio del cammino formativo, ogni operatore dipenderà dalle persone che ne curano la formazione, man mano che procede in avanti si renderà maggiormente autonomo, non perdendo i contatti con l’aggiornamento scientifico e inserendosi sempre più consapevolmente e responsabilmente nella realtà giovanile.
Programmazione delle sequenze realizzative del progetto di pastorale giovanile
La programmazione potrebbe essere definita come “temporizzazione del progetto” e soprattutto come traduzione in itinerari educativi personalizzati e comunitari (cf cap. 3). In essa vengono previsti i tempi (da uno a tre anni), la sequenza della realizzazione del progetto di pastorale giovanile e tutte le modalità attuative delle varie tappe. La concretezza e l’organicità operativa sono le caratteristiche tipiche di questo stadio, anche se può risultare non immediata la scelta di “priorità e procedure”. La programmazione di effettivi itinerari di fede, l’elaborazione di prospettive di futuro mediante “strategie” idonee[46] e la previsione di tempi opportuni per le verifiche intermedie e quella finale conferiscono al progetto aderenza e pertinenza alla situazione.
Afferma in proposito R. Tonelli:
“In questi anni ci siamo abituati a lavorare per “progetti”. Ed è certamente una conquista preziosa, contro l’eclettismo, la superficialità, l’arrembaggio... tipico di un certo modo di fare educazione e pastorale. Sono convinto della necessità di fare un passo in avanti. Siamo in una stagione di larga frammentazione e di complessificazione. Essa investe e attraversa soprattutto i giovani più attenti all’oggi e più inseriti nelle sue dinamiche. Scegliere modelli operativi forti e organici (i “progetti”) può far correre il rischio di reagire ad alcuni limiti innegabili, attivando procedure che taglieranno fuori i più deboli, quelli che di fatto sono maggiormente sensibili alle logiche e alla cultura dominante. Anche questo è un modo di fare discriminazione. L’alternativa è quella di elaborare prospettive di futuro mediante “strategie” (indicazioni di priorità e di sequenze), che possono aprire verso operazioni differenziate. Dove sta la differenza? [...] Nel progetto tutto è stabilito in partenza (obiettivo e metodo), con la possibilità di assicurare una buona verifica, misurando l’esito raggiunto su quello che era stato previsto. La categoria dominante è quella della coerenza. Nella strategia, invece, il già consolidato e le ipotesi di partenza sono considerate preziose... ma non rappresentano il dato sicuro e il riferimento per la coerenza. L’elemento qualificante è offerto dall’attenzione all’oggi e al presente (in chiave educativa... perché non è mai rassegnazione...) e dalla capacità di inventare e di scommettere su direzioni di futuro”[47].
Non si tratta di rinunciare al progetto (sarebbe come “darsi la zappa sui piedi” e dichiarare inutile quanto finora raggiunto nella sensibilità pastorale), ma di ridisegnarlo tenendo conto del criterio della differenziazione delle proposte educative e della fedeltà al presente in tensione verso il futuro.
LABORATORIO 10
- Questo momento, preparato dai precedenti tramite un’abilitazione progettuale per gradi, costituisce il “laboratorio” vero e proprio della pastorale giovanile. Si tratta di passare dal “progetto” alle “strategie attuative”.
Preparazione immediata per il lancio e la realizzazione
Dopo aver elaborato il progetto di pastorale giovanile e aver predisposto le risorse personali e strutturali per realizzarlo, si mettono a punto gli aspetti organizzativi e, perché no, finanziari.
Sarà soprattutto importante la sensibilizzazione dell’ambiente, mobilitare le fonti di informazione e allargare più che sia possibile il consenso attorno al progetto di pastorale giovanile. Occorre tanta creatività perché l’impianto progettuale e le vie per realizzarlo siano adeguatamente socializzate, a partire dai primi destinatari del progetto pastorale giovanile: quelli reali (gli operatori e animatori) e quelli ideali (tutti i giovani)[48]. Ma non solo. Se la comunità ecclesiale si muove al servizio del territorio è quanto mai importante che il progetto sia presentato, facendo leva maggiormente sui punti di maggiore interesse per la gente. Tutti dovrebbero essere colpiti da un’immagine di Chiesa non che si agita e fa fumo, ma che si muove in avanti e che va incontro ai giovani fattivamente.
È il momento della decisione per partire. La considerazione del quadro progettuale, la programmazione e l’immediato inizio della realizzazione conducono a un bivio: tentare l’impresa o disertare?
Qualora si decidesse di continuare, si potrebbe formulare una specie di “professione di fede” sulla seguente falsariga:
VOGLIAMO CONTRIBUIRE ALLA FELICITÀ DEI GIOVANI
- perché crediamo alla vita come il valore più grande che l’uomo possiede e a cui è chiamato a dare un senso;
- perché crediamo nella persona umana con le sue possibilità di bene, crediamo nell’uomo in crescita, nei giovani;
- perché crediamo nell’educazione, come relazione interpersonale, in quanto capace di far scoprire la gioia di vivere e far continuare a sperare, nonostante tutto;
- perché, tra tante contraddizioni sociali e politiche, crediamo che il futuro della società dipende dai giovani;
- perché crediamo che Dio chiami proprio noi a chinarci sulle sofferenze dei giovani, a fasciare le loro ferite, ad animarli, affinché a loro volta assumano l’impegno di servire altri giovani.
Fanno eco i vescovi italiani che nel 1987 hanno affermato:
«Nei giovani abbiamo riconosciuto una vera forza per la Chiesa di oggi e di domani. Noi riserviamo loro un’attenzione speciale nella nostra sollecitudine pastorale. Noi proponiamo loro di seguire il Cristo nella radicalità della croce e nella certezza della risurrezione, sorgente della loro azione nella Chiesa, fondamento di un vero progetto di vita e di un’autentica speranza»[49].
Fase realizzativa: il “da farsi” che scaturisce dall’“esserci”
Non basta mettere per iscritto il progetto di pastorale giovanile, occorre realizzarlo e farvi continuamente riferimento per la verifica e l’eventuale riprogettazione. Si tratta di porre in atto le direttrici d’azione che con mons. Lorenzo Chiarinelli sono definibili nel modo seguente: una “pastorale del contesto” (dalla frammentazione alla globalità), una “pastorale del significato” (dal non senso e dall’assurdo all’ermeneutica dell’esistenza), una “pastorale della compagnia” (dall’emarginazione dei giovani alla simpatia vitale nei loro confronti)[50].
Un primo momento può essere di sperimentazione, che cerca di ponderare l’impatto che il progetto di pastorale giovanile ha con la realtà. Dopo una prima verifica si passerà a forme più definitive e maggiormente consolidate di realizzazione.
L’attuazione effettiva è il banco di prova del progetto. Si potranno sortire due effetti alternativi. O il progetto sarà aderente alla realtà e adeguato a risolvere i problemi, anche se solo parzialmente, e allora l’esito sarà positivo. O il progetto sarà poco o per nulla aderente e adeguato e allora s’imporrà l’aut aut: o mortificare la realtà in nome del progetto, o abbandonare il progetto in nome della realtà. In genere si assisterà al frazionamento in due partiti: chi difenderà il “figlio-progetto” faticosamente partorito, chi controbatterà la necessità di essere realisti e non tradire la vita, i giovani e il loro vissuto. A rigor di vita e con un pizzico di buon senso non si possono mortificare i soggetti in nome di un progetto,perché questo, per quanto ottimale, non sarà mai del tutto aderente e adeguato. S’impone così tra essi una salutare mutua correzione e una reciprocità circolare.
Fase valutativa e di riprogettazione
“Nell’iter di elaborazione dei vari progetti sono state previste delle scadenze per condurre sino all’elaborazione definitiva del progetto. Nelle stesure definitive però non viene detto nulla sulle periodiche verifiche che le diocesi debbono mettere in atto per considerare se il progetto sta raggiungendo gli obiettivi che si era prefissi. Una tale carenza nell’elaborazione può far correre il rischio che il progetto resti lettera morta, e non si trasformi in vita per la diocesi”[51].
La fase valutativa è senza alcun’ombra di dubbio il momento più disatteso e più trascurato di tutto l’iter[52]. C’è una specie di resistenza, più o meno inconscia, ad ogni forma di controllo e collaudo pastorale. Esperienze recenti in campo pastorale hanno accusato indolenze e non poche difficoltà[53]:
“Qualcuno potrebbe essere tentato di vedere in questa verifica un impegno burocratico in più, una tentazione efficientista di bilancio, o addirittura un controllo ispettivo dal centro. Invece la verifica ha essenzialmente un fine promozionale e pedagogico. È uno stimolo che sollecita gli operatori pastorali a lavorare in armonia con gli orientamenti ricevuti, nel contesto della comunione ecclesiale, superando anguste visuali individualiste e particolariste; a lavorare insieme per progetti, evitando l’improvvisazione e la frammentarietà, proponendosi obiettivi importanti, considerando le risorse disponibili e le difficoltà, mettendo in atto dinamiche ed iniziative coerenti”[54].
Di fronte a tale evasione dalla dimensione valutativa, occorre ricercare i motivi che vanno dall’esaurimento di un’iniziativa pastorale conclusa con la codificazione scritta di un testo progettuale alla mancanza di coraggio nel considerare la realtà “così com’è” e vagliare più “oggettivamente” possibile i risultati dell’azione pastorale. O forse c’è quel falso pudore o quella tendenza spiritualistica di non tentare Dio e di non fare alcun censimento in seno al popolo di Dio (cf 2Sam 24)? Ma a questo punto il processo di elaborazione dovrebbe ricominciare da zero, dalle motivazioni che hanno spinto e accompagnato il progetto di pastorale giovanile.
In realtà, ogni genuino spirito progettuale consiste nell’adesione al progetto di Dio nel tempo, attraverso un’opera di continua “conversione” e di rinnovamento[55]. Nell’essenza più profonda, consiste nel mettersi sulla stessa lunghezza d’onda dell’incarnazione, perché ogni comunità ecclesiale, secondo le parole di Giovanni Paolo II, “compia una verifica del suo fervore e recuperi nuovo slancio per il suo impegno spirituale e pastorale” (NMI, n.3).
L’operazione di verifica può essere compiuta in generale o in particolare, può vertere su qualche elemento o qualche tappa dell’iter (si dirà allora verifica “intermedia”) o sull’intero impianto e sul processo di attuazione del progetto pastorale giovanile (allora viene definita “finale”). Sia nel primo caso, come nel secondo, anche se con inquadrature diverse, saranno presi in esame i problemi e le difficoltà riscontrate, i risultati (performances, obiettivi) mancati e quelli ottenuti.
Ma se si riflette più in profondità, l’opera di verifica e di valutazione non viene alla fine, ma è coestensiva a tutte le fasi di elaborazione di un progetto e nella strutturazione consequenziale di itinerari educativi e di fede. Essa infatti sta all’inizio, quando viene analizzata la situazione di partenza (la valutazione assume una funzione “diagnostica”), sta in itinere (assume una funzione “eziologico-terapeutica”) e sta al termine (con una funzione “prognostica”). Il processo progettuale e programmatico, quindi, deve poter contare su un monitoraggio e controllo della realtà educativo-pastorale in cui si vive e su cui s’interviene per un suo miglioramento. La presenza o l’ascolto di persone che vivono “fuori” dal contesto comunitario o ecclesiale, potrebbe essere d’aiuto per un vaglio di maggiore qualità sulla situazione. A chi sta “dentro” sfuggono spesso elementi importanti o rilevanti che vengono il più delle volte rilevate da persone lontane ed estranee agli ambienti ecclesiali.
Se la valutazione dell’azione pastorale fosse vistosamente negativa, allora occorre avere il coraggio di risalire alle cause più o meno remote (di impostazione dell’intero progetto o di impatto immediatamente operativo) e operare una conversione più decisa e profonda. Si dovrà riprendere il progetto pastorale giovanile e ripercorrere l’iter di elaborazione progettuale facendo tesoro delle esperienze già programmate e svolte. Il momento valutativo si evolverà così in quello riprogettativo o sulla linea della discontinuità/rottura o su quello della continuità.
Questo momento assai importante, delicato ed impegnativo permette al progetto di pastorale giovanile di non essere distante dall’azione che intende orientare e di lasciarsi provocare dalla realtà concreta al cui servizio si pone con incisività e discrezione. Sia la verifica particolare-intermedia che quella complessiva-terminale conferiscono al progetto flessibilità, senza la quale o diventa una conduttura forzata o è sopraffatto dalla pressione dei problemi concreti.
La verifica permette alla comunità ecclesiale di maturare il senso critico e l’atteggiamento dell’umiltà di fronte agli inevitabili insuccessi umani, incarnando l’immagine di una Chiesa in cammino, aperta, dinamica e semper reformanda.
Il sistema valutativo che accompagna la progettazione educativo-pastorale, docile alla rivelazione e al suo modo di storicizzarsi, non può che essere:
- sistemica: non si deve limitare a vagliare i prodotti e i risultati, ma collaudare l’intera struttura educativo-pastorale e i processi di maturazione individuali e comunitari;
- promuovente: non deve scoraggiare o frustrare, bensì incoraggiare al miglioramento per conferire maggiore qualità alle relazioni e ai processi di crescita in umanità e nella fede;
- terapeutica: deve tener conto della realtà e invitare a ricercare soluzioni ottimali a problemi e difficoltà, a partire dalle risorse e dai punti-forza presenti nei singoli e nella comunità.
In termini educativi si tratta di favorire dinamismi di autovalutazione[56] e di autonomia critica di fronte alla realtà, in termini più evangelici, di proporre la salvezza dell’uomo nella sua integralità.
LABORATORIO 10
- Confrontarsi con un esperto di procedure valutative, apprendere i principali sistemi di rilevamento, impadronirsi sufficientemente della strumentazione idonea e avviare forme di verifica.
- Facendo riferimento alle pp. 18-19 del documento Segreteria Generale CEI, Verifica degli Orientamenti pastorali per gli anni ’90 “Evangelizzazione e testimonianza della carità”. Sussidio per la riflessione nelle diocesi (Elle Di Ci, Leumann – Torino 1998) predisporre delle griglie per le verifiche intermedie e la verifica finale della progettazione di pastorale giovanile, esplicitandone i particolari e integrando elementi carenti o disattesi.
Lo schema che segue riassume il cammino di elaborazione del progetto di pastorale giovanile fin qui presentato.

NOTE
[1] Tonelli R., Dove va la pastorale giovanile (e dove dovrebbe andare)?, in “Note di pastorale giovanile” 35(2001) 4, p. 9.
[2] La lettera apostolica Novo Millennio Ineunte di Giovanni Paolo II costituisce un esempio emblematico (cf in particolare il n. 29).
[3] I vari documenti dei Simposi dei Vescovi d’Europa rientrano in questa tipologia. Tra le variabili da considerare nel “vecchio continente” certamente la differenza Occidente/Oriente (i due “polmoni” con cui respirare, secondo la parola di papa Wojtila) costituisce una caratteristica da considerare e da valorizzare.
[4] In questa direzione gli orientamenti pastorali CEI dagli anni ’70 ad oggi.
[5] Cf Costa G., Pastorale giovanile in Italia. Un dossier, La Roccia, Roma 1981; Prestifilippo F., Pastorale giovanile in Italia/1: l’organizzazione diocesana, in “Note di pastorale giovanile” 27(1993) 6, pp. 3-41; Idem, Pastorale giovanile in Italia/2: i progetti, in “Note di pastorale giovanile” 28(1994) 2, pp. 3-41.
[6] Consiglio Permanente della CEI, Messaggio ai confratelli nell’episcopato e alle loro comunità diocesane (27.01.1978), in ECEI 2,2996-2997 [n.10]. In EGF si parla di “ascolto” e di “accoglienza” dei giovani come atteggiamento di fondo per una pastorale giovanile ecclesiale (cf n.1).
[7] L’Università Pontificia Salesiana, oltre a prevedere nel curriculum di pedagogia sociale una disciplina specifica, ha dato vita all’Osservatorio della Gioventù (con relativa banca-dati), il cui organo informativo è stato “Tutto Giovani Notizie”, ora assemblato alla rivista “Orientamenti pedagogici”. L’Osservatorio persegue l’intento di mantenere i contatti con le diverse situazioni giovanili a livello planetario.
[8] Anche se in genere l’adolescenza viene distinta dalla giovinezza, per l’esiguità dell’intervento vengono accomunate. D’altronde la prima, nella conformazione sociologica attuale, tende a dilatarsi e a invadere l’arco di età che qualche anno addietro veniva occupato dalla giovinezza propriamente intesa. Si è nell’età adolescenziale, secondo qualcuno, anche verso i 25 anni, quando si dipende ancora dal nucleo familiare e si è socialmente precari e non inseriti in modo autonomo.
[9] Cf Levi G. - Schmitt J.-C. (edd.), Storia dei giovani, Laterza, Roma-Bari 1994; Mitterauer M., I giovani in Europa dal Medioevo ad oggi, Laterza, Roma 1991.
[10] Cf ad es. Maurizio R., I progetti Giovani. Una interpretazione di Progetti-Giovani elaborati nei vari Comuni d’Italia, in “Note di pastorale giovanile” 22(1988) 10, pp. 53-63; Idem (ed.), Da progetto a sistema: l’esperienza del progetto giovani di Forlì, in “Note di pastorale giovanile” 24(1990) 9, pp. 57-63; Progetto Giovani ’93. Non solo utopia. Iniziativa promossa dal Ministero della Pubblica Istruzione – Ufficio Studi, Presidenza Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’informazione e l’editoria, Roma [Quaderni di “Vita Italiana” 1992, n. 4].
[11] Cf Mion R., Giovani, in Prellezo J.M. - Nanni C. - Malizia G. (edd.), Dizionario di scienze dell’educazione, Elle Di Ci - LAS - SEI, Torino 1997, pp. 476-477; Idem, Rassegna storico-bibliografica delle più importanti ricerche in sociologia della gioventù: 1945-1985, in “Orientamenti Pedagogici” 32(1985) pp.985-1034. Tra le recenti ricerche (dal 1985) sono da ricordare le più importanti: Calvi G. - Parisetto L., L’età della dipendenza. Ricerca Eurisko, Franco Angeli, Milano 1996; Cavalli A. - De Lillo A. (edd.), Giovani anni ‘80. Secondo rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna 1988; Idem, Giovani anni ‘90. Terzo rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna 1993; Buzzi C. - Cavalli A. - De Lillo A. (edd.), Giovani verso il Duemila. Quarto rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna 1997; COSPES (ed.), L’età incompiuta. Ricerca sulla formazione dell’identità negli adolescenti italiani, Elle Di Ci, Leumann - Torino 1995; Donati P. - Colozzi I. (edd.), Giovani e generazioni. Quando si cresce in una società eticamente neutra, Il Mulino, Bologna 1997.
[12] Cf l’articolo stimolante di: Sigalini D., Oltre la pastorale del bonsai/1. Progetto per una pastorale giovanile “quotidiana”, in “Note di pastorale giovanile” 29(1995) 1,48-54.
[13] CEI, Con il dono della carità dentro la storia. La Chiesa in Italia dopo il Convegno di Palermo. Nota pastorale, Elle Di Ci, Leumann – Torino 1996, n.39. Cf inoltre: EGF, Premessa. Occorre ammettere che la realtà è distante rispetto all’orientamento pastorale: “la chiesa, e gli adulti in essa, manifestano un grosso ritardo di sintonia: vi è incapacità di informare, mancano canali di comunicazione, si rimane più in attesa che in ricerca dei giovani, non li si sa ascoltare, si offrono itinerari formativi complicati, con scelte improvvisate, con troppo disinteresse per le cose che i giovani vivono (scuola, lavoro, tempo libero, musica...), e così lontani sono sempre di più ai margini; la famiglia non riesce quasi più a far imparare la fede dal vivo, si fa fatica a offrire comunità vive, per carenza di educatori e di proposte educative sistematiche, per educatori troppo giovani e improvvisati, per scarsità di preti che stanno ad ascoltare i giovani; in molte parrocchie i gruppi parrocchiali si spengono, mentre diventano più vivi quelli dei movimenti” (Bissoli C., I giovani a Palermo, p. 248). S.Pintor con altri termini ribadisce la stessa cosa: “Senza dimenticare quanto di positivo esiste, si può tuttavia notare come molte nostre comunità non appaiono ancora sufficientemente accoglienti verso i giovani, si nota, talvolta, scarsa sensibilità al dialogo o incapacità, sfiducia e disagio, impazienza pastorale, la frustrazione di tanti sentieri iniziati e interrotti, una certa chiusura e mancanza di slancio missionario, una pastorale rassegnata di nostalgica conservazione, soprattutto una povertà di proposta educativa”: Pintor S., Giovani e pastorale giovanile nella Chiesa, in “Presenza pastorale” 62(1992) 11, p. 48. Cf inoltre: Pati L., Mondo giovanile e comunità ecclesiale, in “Note di pastorale giovanile” 34(2000) 7, pp. 7-26 [dossier].
[14] Si rimanda ai seguenti sussidi per stimare l’estensione e la percezione di un problema: Francescato D. - Ghirelli G., Fondamenti di psicologia di comunità, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1988, pp. 149-158; Martini E.R. - Sequi R., Il lavoro nella comunità. Manuale per la formazione e l’aggiornamento dell’operatore sociale, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1988, pp. 35-39; 128-140.
[15] De Landscheere G., Introduzione alla ricerca in educazione, La Nuova Italia, Firenze 1976, p. 86.
[16] Oltre ai riferimenti delle precedenti note, cf per gli aspetti sociologici: l’articolo già citato di Mion R., La religione dei giovani dopo il crollo delle ideologie e per quelli psicologici: Fizzotti E., Giovani, psicologia ed esperienza religiosa. Verso una lettura pluridimensionale, in “Orientamenti pedagogici” 43(1996) 4, pp. 753-781. Per una visione complessiva e un ragguaglio bibliografico: cf Malizia G. - Frisanco R., I giovani in una società stanca e inquieta, in “Tuttogiovani Notizie” 8(1993) 30, pp. 6-21.
[17] Mion R., La religione dei giovani dopo il crollo delle ideologie, p. 24. Si segnalano due ricerche, la prima di carattere quantitativo e la seconda di carattere qualitativo: COSPES (ed.), L’età incompiuta. Ricerca sulla formazione dell’identità negli adolescenti italiani (coordinamento di Tònolo G. e De Pieri S.), Elle Di Ci, Leumann - Torino 1995; Midali M. - Tonelli R.. (edd.), L’esperienza religiosa dei giovani. 1. L’ipotesi, Elle Di Ci, Leumann - Torino 1995; Pollo M., L’esperienza religiosa dei giovani. 2.1. I dati. Adolescenti, Elle Di Ci, Leumann - Torino 1996; Idem, L’esperienza religiosa dei giovani. 2.2. I dati. Giovani, Elle Di Ci, Leumann - Torino 1996; Midali M. - Tonelli R. (edd.), L’esperienza religiosa dei giovani. 2.3. Approfondimenti, Elle Di Ci, Leumann - Torino 1996; Midali M. - Tonelli R. (edd.), L’esperienza religiosa dei giovani. 3. Proposte per la progettazione pastorale, Elle Di Ci, Leumann - Torino 1997.
[18] Anche i progetti di pastorale giovanile in genere non prendono in esame questo fattore: “Si considera scontata e assicurata nel mondo giovanile l’elaborazione della domanda di vita, come domanda religiosa”: Prestifilippo F., Pastorale giovanile in Italia/2: i progetti, p. 32.
[19] COSPES (ed.), L’età incompiuta, p. 174. Dal punto di vista educativo si può far leva sulla soggettività giovanile, valorizzandola opportunamente, come anche la si può rifiutare più o meno totalmente: cf La soggettivizzazione giovanile: problema o risorsa?, in “Note di pastorale giovanile” 32(1998) 8, pp. 5-64 [dossier].
[20] Cf Garelli F., Religione e Chiesa in Italia, Il Mulino, Bologna 1991; IDEM, La religione in Italia, in Burgalassi S. - Prandi C. - Martelli S. (edd.), Immagini della religiosità in Italia, Franco Angeli, Milano 1993, pp. 185-198.
[21] COSPES (ed.), L’età incompiuta, p. 185.
[22] In genere le Diocesi italiane che possiedono un progetto di pastorale giovanile hanno seguito “uno stile di progettazione comunionale” con il coinvolgimento di soggetti adulti e giovani: cf Prestifilippo F., Pastorale giovanile in Italia/1: l’organizzazione diocesana, pp. 37-38.
[23] Cf Tonelli R., Collaborare attorno a un progetto, p. 16.
[24] Per la distinzione e l’elaborazione corretta di finalità, mete e obiettivi si rimanda a: Pellerey M., Progettazione didattica. Metodi di programmazione educativa scolastica, SEI, Torino 19942, pp. 35-68; Ruta G., Programmare la catechesi. Teoria e pratica per animatori e catechisti, Elle Di Ci, Leumann - Torino 1996, pp. 37-46.
[25] Questo è un punto dolente: “La programmazione diocesana si scontra molto spesso contro l’indifferenza dei parroci, o contro i programmi centrali dei movimenti e degli ordini e congregazioni religiosi; il che crea il rischio di pastorali che camminano su linee parallele, anche se mai essi conducono allo scontro”: Prestifilippo F., Pastorale giovanile in Italia/1: l’organizzazione diocesana, p. 20.
[26] Cf l’interessante dossier dell’Azione Cattolica Italiana - Settore giovani, Ho un popolo numeroso. Dodici tesi sulla pastorale giovanile oggi, AVE, Roma 1995.
[27] Knobloch S., Fondazione teologica di una pastorale giovanile, p. 28.
[28] Se provassimo a definire la pastorale, potremmo definirla in questi termini: è l’azione unica e articolata della Chiesa nel mondo, che rende operante nella storia degli uomini la salvezza di Cristo. L’essenza ecclesiale, l’essere “popolo”, “sacramento”, “mistero” e “corpo” di Cristo non esiste in modo astratto e ideale, quanto piuttosto nella sua manifestazione storica, nelle sue molteplici manifestazioni nello spazio e nel tempo. La Chiesa agisce alla maniera umana, comunicando un dono che la comprende e simultaneamente la trascende. Pur essendo unica, la sua azione pastorale si concretizza in atti differenziati, in interventi specifici ma tra di loro intimamente connessi. Ministero profetico (martyria), liturgia, comunione e diaconia (per ricorrere alla schematizzazione più diffusa) sono nel loro insieme la manifestazione storico-salvifica di Dio in Cristo, nella Chiesa per la salvezza del mondo.
[29] “Annunciare la salvezza”: questa formula richiede di mettere in luce il contenuto della parola salvezza. Ad essa conferiamo questo significato: essa indica la vittoria della Vita, nella suo spessore ontologico ed esistenziale, sulla Morte in ciò che essa è e nei suoi molteplici effetti. Cf Congar Y., Un popolo messianico. La Chiesa sacramento di salvezza. Salvezza e liberazione, Queriniana, Brescia 1976; Gallo L., La salvezza in Cristo oggi, in Amato A. - Zevini G. (edd.), Annunciare Cristo ai giovani, LAS, Roma 1980, 243ss..
[30] Purtroppo gli itinerari di fede proposti nei progetti di pastorale giovanile disponibili vertono più sui contenuti (specificatamente cristiani) che su obiettivi di crescita globale, che gradualmente conducono da un minimum a un livello maggiore. Sono infatti carenti gli ambiti dell’identità, della relazionalità, del senso comunitario, della partecipazione, della vita sessuale ed affettiva, del servizio, del volontariato, dell’impegno politico: Prestifilippo F., Pastorale giovanile in Italia/2: i progetti, p. 32.
[31] Per sviluppare un quadro delle finalità, si può utilmente consultare: Cian L., Cammino verso la maturità e l’armonia, Elle Di Ci, Leumann - Torino 1981; Sovernigo G., Progetto di vita. Alla ricerca della mia identità, Elle Di Ci, Leumann - Torino 1982; Tonelli R., Ritratto di un giovane cristiano, Elle Di Ci, Leumann - Torino 1996; Idem, L’avventura di diventare cristiani adulti, Elle Di Ci, Leumann - Torino 1994; Idem, Educhiamo i giovani a vivere come cristiani adulti, Elle Di Ci, Leumann – Torino 2000.
[32] Cf Prestifilippo F., Pastorale giovanile in Italia/2: i progetti, p. 30.
[33] Cf Ibidem, pp. 12ss.
[34] Cf ad es. il documento della Commissione Episcopale per l’Apostolato dei Laici, Criteri di ecclesialità dei gruppi, movimenti, associazioni. Nota pastorale (22.05.1981), in ECEI 3,587-612.
[35] Cf Bosco G.B., Progetti giovanili e orientamento vocazionale, in “Note di pastorale giovanile” 25(1991) 2, pp. 4-20.
[36] Marcuzzo G., Pastorale giovanile: significato e attualità, in “Presenza pastorale” 62(1992) 11, p. 18.
[37] ETC n.45 in una accezione semantica ampia afferma: “Il metodo da seguire [nella pastorale giovanile] è quello dell’evangelizzazione di tutta l’esperienza giovanile”. Il documento si esprime così in termini di finalizzazione e non in termini di processo.
[38] Cf Pellerey M., Progettazione didattica. Metodi di programmazione educativa scolastica, pp. 93-106.
[39] Così si esprime sinteticamente: Tonelli R., Collaborare attorno ad un progetto, p. 19. Cf anche: Maioli E. - Vecchi J.E. (edd.), L’animatore nel gruppo giovanile. Una proposta “salesiana”, Elle Di Ci, Leumann - Torino 1988; Pollo M., Animazione, in Midali M. - Tonelli R. (edd.), Dizionario di pastorale giovanile, pp. 54-64 (con relativa bibliografia); Animazione, cultura, educazione. Per dire l’animazione oggi, in “Note di pastorale giovanile” 32(1998) 7, pp. 3-91 [dossier]; Si può educare alla fede nella logica dell’animazione?, in “Note di pastorale giovanile” 33(1999) 5, pp. 7-76 [dossier].
[40] Cf anche CEI, Con il dono della carità dentro la storia, n.39. per una riflessione sui “luoghi” giovanili: cf Presenti dove sono i giovani, in “Note di pastorale giovanile” 34(2000) 1, pp. 7-62 [dossier]
[41] Anche nel linguaggio corrente occorre fare attenzione: non si fa pastorale ai giovani, ma con essi; i giovani non sono solo destinatari, bensì anche soggetti attivi di pastorale, sin dal primo approccio.
[42] Cf Tonelli R., Gruppi giovanili e esperienza di Chiesa, Elle Di Ci, Leumann - Torino 1992.
[43] Cf Educare i giovani alla fede, Documento della Presidenza della CEI. Orientamenti emersi dai lavori della XLV Assemblea generale della CEI, Dehoniane, Bologna 1999. Inoltre: Conferenza Episcopale Tedesca, Orientamenti per la pastorale giovanile, in “Note di pastorale giovanile” 26(1992) 9, pp. 52-62 e relativo commento di J.L. Moral alle pp. 48-51; Commissione Pastorale dei Vescovi Tedeschi, Linee direttive per la pastorale giovanile, in “Note di pastorale giovanile” 27(1993) 2,61-68 e relativo commento di M.Lechner alle pp.56-60.
[44] La “produzione progettuale” delle Diocesi italiane è varia: va dalle lettere pastorali elaborate dai vescovi o da una commissione di esperti o ancora da uffici e consulte competenti a progetti ad ampia partecipazione cioè con il coinvolgimento dell’intera comunità ecclesiale. Su alcune recenti esperienze progettuali: cf Esperienze diocesane di pastorale giovanile, in “Note di pastorale giovanile” 34(2001) 2, pp. 7-54 [dossier].
[45] Per la situazione della formazione di operatori di pastorale giovanile: cf Prestifilippo F., Pastorale giovanile in Italia/1: l’organizzazione diocesana, pp. 29-35.
[46] Cf Tonelli R., Dove va la pastorale giovanile (e dove dovrebbe andare)?, p. 19.
[47] Ibidem, pp. 19-20.
[48] Cf Prestifilippo F., Pastorale giovanile in Italia/2: i progetti, pp. 9-11.
[49] Sinodo dei Vescovi, Sui sentieri del Concilio. Messaggio al popolo di Dio (29.10.87), in EV 10,2226.
[50] Cf Coltivare la speranza. Incontro-intervista con Mons.Lorenzo Chiarinelli a cura di Giancarlo De Nicolò, in “Note di pastorale giovanile” 26(1996) 1, p.9.
[51] Prestifilippo F., Pastorale giovanile in Italia/2: i progetti, p. 38.
[52] Per ulteriori specificazioni: cf Pintor S., L’uomo via della Chiesa. Elementi di teologia pastorale, 243-244; Lanza S., Introduzione alla Teologia pastorale. 1. Teologia dell’azione ecclesiale, pp. 281-307.
[53] L’ultimo tentativo di verifica a livello di Chiesa Italiana non può dirsi pienamente riuscito. Alla pubblicazione della traccia (Segreteria Generale CEI, Verifica degli Orientamenti pastorali per gli anni ’90 “Evangelizzazione e testimonianza della carità”. Sussidio per la riflessione nelle diocesi, Elle Di Ci, Leumann – Torino 1998), si è ancora in attesa del dossier riassuntivo delle risposte. Alle pp. 18-19 si trova una traccia per verificare la pastorale giovanile.
[54] Ibidem, pp. 6-7.
[55] I richiami magisteriali all’opera di discernimento comunitario si sono fatti ultimamente più insistenti: cf Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, n.10; ETC, n.53; CEI, Con il dono della carità dentro la storia, n. 56; NMI, n. 3; CVMC, n. 50.
[56] Cf gli spunti offerti da Avidano E. (ed.), Chi sarò da grande? Indicazioni per migliorare l’autovalutazione, in “Note di pastorale giovanile” 35(2001) 4, pp. 65-80 [bibliografia: p. 80].



















































