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    È Narciso il dittatore dei nostri tempi


    Enzo Bianchi

    (NPG 1995-09-47)

    Solo qualche decennio fa, nella nostra società, un muro, un confine di separazione invalicabile appariva tracciato tra credenti da una parte e atei e agnostici dalI'altra.
    Questa visione schematica che identificava nei non credenti gli abitanti della città dell'idolatria e nei cristiani gli abitanti della città di Dio, ormai è stata rimossa e appare senza senso, non solo perché l'incredulità attraversa anche il cuore dei credenti, ma soprattutto perché l'idolatria è presente in entrambi. Sì, cristiani e non cristiani abitano la stessa città in cui l'idolatria è presente come dominante efficace e come tentazione potente.
    È vero che l'essere cristiano deve implicare un ripudio degli idoli, dei falsi dei, attraverso un concreto mutamento di vita rispetto alla mondanità ma, di fatto, il cammino del credente è contraddetto dal suo cadere.
    Credenti e non credenti si trovano dunque accanto nel confronto continuo con l'idolatria: la lotta contro l'idolatria dovrebbe pertanto essere un impegno di entrambi. L'idolo, infatti, prima di essere un falso teologico (riguardante cioè la fede dei cristiani) è un falso antropologico.
    L'idolo è una forza che perverte l'uomo, gli fa imboccare e percorrere strade di morte in cui egli, lo sappia o no, arriva a perdersi.
    L'idolo nasce quando l'uomo non si dà divieti, non accetta e non si fissa limiti: allora egli vuole tutto, subito, ac canto a lui e senza tener conto degli altri.
    Un aspetto idolatrico presente nella nostra vita sociale è certamente costituito dal narcisismo.
    Ma che significa affermare che la società è narcisistica? A livello di patologia individuale il narcisismo è caratterizzato da un esagerato investimento nella propria immagine a spese del «sé», dalla negazione del corpo e dei sentimenti per poter esibire e mantenere quell'immagine di sé che consente di essere seduttivi, di ottenere e farsi riconoscere il potere e il controllo sugli altri. A livello sociale e culturale il narcisismo è essenzialmente una perdita di valori umani: «Quando la proliferazione delle cose materiali diventa la misura del progresso nel vivere, quando la ricchezza occupa una posizione più alta della saggezza, quando la notorietà è più ammirata della dignità e quando il successo è più importante del rispetto di sé, vuol dire che la cultura stessa sopravvaluta 1"immagine' e deve essere ritenuta narcisistica» (A. Lowen).
    Sì, ormai, le nostre città sono diventate «un labirinto di immagini» (M. De Certeau) e noi viviamo in una società stregata dalle immagini ma che ha perso il senso del simbolo. Più che mai oggi sembra avverarsi l'esse est percipi (esistere è essere visti): l'immagine della realtà si sostituisce alla realtà stessa. Le molteplici immagini diventano molteplici possibilità di stili di vita, di realizzazione di sé in un universo di neo- politeismo, di radicale relativismo e in differenziazione, frutto di una cultura dell'et et che rimuove regole e nega limiti che pure sono essenziali tanto per l'umanizzazione dell'uomo e la sua edificazione personale quanto per la convivenza civile.
    Ma il narcisismo e i connessi fenomeni di perdita della simbolicità e di esproprio dell'interiorità attuato dalla civiltà dell'immagine condannano alla frammentazione, all'isolamento.
    E oggi frammentazione e disgregazione affliggono il tempo, il corpo, la società.
    Ci si può chiedere: l'atomizzazione oggi patita tanto a livello di edificazione dell'io personale quanto di strutturazione della vita collettiva è forse la versione moderna (meglio, postmoderna) dell'antico divide et impera? Cioè, la disgregazione che affligge tanto l'individuo quanto la società (si pensi, per esempio, alla crisi dell'istituzione familiare) non costituisce forse il terreno adatto per una risposta «forte» che ricompatti «valori» e istituzioni in frantumi, o almeno che si presenti con questa immagine?
    L'altro nella nostra società è sempre più l'«uomo che guarda», voyeur non partner, spettatore passivo non attore! E questo ci porta ad accennare all'aspetto politico dell'idolatria.
    In momenti di passaggio da un assetto socio-politico a un altro, di instabilità sociale, di crisi del principio di autorità, di incertezza etica e anche di crisi delle religioni storiche che lasciano spazio al diffondersi di un religioso selvaggio e sincretistico, allora sorge il bisogno di trovare un'immagine che fondi e rinsaldi l'identità collettiva e personale: l'idolo svolge questa funzione rassicurante.
    Nell'idolo il divino si identifica con un volto familiare, con un manufatto umano.
    L'idolo abolisce la distanza con Dio e nega la sua alterità: l'idolo è un divino personalizzato e reso inoffensivo, è costruzione umana, è «dio a immagine dell'uomo» che protegge la città, che rassicura la comunità che in esso riceve identità e che da esso è liberata dalla paura e destinata alla felicità.
    Ma la paura e la tristezza sono proprio le due emozioni fondamentali che il narcisista rimuove presentando un'immagine perennemente sicura di sé e sorridente perché partecipe, anzi detentore, della felicità che promette agli altri nella sua opera di seduzione per ottenere il potere! Per questo la politica arriva spesso a suscitare idoli: «Il Grande fratello', 'il Grande timoniere', il Tiihrer' o `l'uomo di cui c'è bisogno' devono essere divinizzati: fatti dei, essi scongiurano il divino o, più volgarmente, il destino. L'idolatria dà la sua vera dignità al culto della personalità, quella di una figura familiare, domestica del divino» (J. L. Marion).
    Dalla frammentazione del tempo negli innumerevoli tempi giustapposti e incalzanti imposti dai frenetici ritmi sociali, dalla scomposizione analitica del corpo fino alla sua riduzione a corpo-feticcio operata dal linguaggio pubblicitario della società dei consumi, dall'atomizzazione della società sorge un bisogno di unità.
    Il rischio è quello idolatrico di Babele, del totalitarismo. Nella spersonalizzazione dei rapporti la distanza dal potere può essere abolita da un volto familiare, che entra nelle case di tutti grazie a quel potente distributore di immagini che è la tv.
    Ma soprattutto è questa abolizione della distanza che la tv provoca che può innestare una sua strumentalizzazione idolatrica, cioè al fine di conquistare consenso e potere.
    La fine delle ideologie, spesso assurte a sistemi idolatrici, non ha cancellato i bisogni e i problemi a cui esse cercavano di rispondere. Il rischio, ora, è quello di dare risposte ugualmente idolatriche seppure di altro segno e in altra forma.

    (Liberal, n. 1, 22 marzo 1995)



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