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    Sfollati e/o rifugiati


     

    Juan E. Vecchi

    (NPG 2001-08-2)



    Siamo in un mondo in movimento, masse sempre più numerose di persone si spostano all’interno di una stessa nazione, in nazioni vicine o verso miraggi lontani, addirittura in altri continenti. Molti per propria scelta: trasporti e comunicazioni sono le caratteristiche proprie di questa civiltà e costituiscono i motori dell’evoluzione. Molti altri, tuttavia, e sono forse la maggioranza, fuggono l’odio, la violenza, la paura che domina incontrastata nella loro terra. Il numero dei rifugiati o sfollati ha assunto ormai dimensioni bibliche. Basti pensare, per fermarci agli ultimi anni, ai 400 mila disperati che si sono riversati in Tanzania, ai 350 mila che hanno cercato rifugio in Kenya, e ai 200 mila penetrati in Uganda. Senza contare i 250 mila costretti a fuggire da Timor Est, dopo che molti di loro avevano già pagato con mutilazioni, torture, vessazioni il loro tributo alla madrepatria. E la conta potrebbe continuare perché gli esodi di persone dalla propria terra sono una costante della storia.

    Nell’ambito della globalizzazione per la dignità della persona quella dei rifugiati è una categoria cui prestare particolare attenzione dalla prospettiva del diritto, della cultura, degli stanziamenti, delle iniziative pratiche immediate e di quelle a lungo termine. Quasi sempre gli sfollati vivono situazioni di grande precarietà quanto ad accoglienza, lavoro e abitazione. Molti vengono raccolti in aree o campi appositamente allestiti, col minimo di assistenza per sopravvivere. Altri riescono a inserirsi nelle città, ma la loro situazione non è molto migliore. Alcune nazioni hanno preso iniziative legislative ed emanato normative per regolare in qualche modo il flusso continuo di rifugiati, sfollati, immigrati clandestini, fuggitivi, disperati in cerca di una patria, un lavoro, una qualsiasi sistemazione… Esempi ne abbiamo in più parti del mondo, ma soprattutto in Africa. Nel Sudan, nel Ruanda, nel Congo, nella Tanzania i flussi migratori sono fiumi in piena. Anni fa, durante la guerra di Cambogia, ne è stata interessata la Thailandia. Ed è ancora fresca la memoria del grande esodo kosovaro e da altre zone dei Balcani. Insomma il fenomeno non è di poco conto a livello di umanità.
    In tali condizioni coloro che più soffrono sono i ragazzi. L’educazione famigliare scompare assieme a quella scolare, a quella religiosa, all’assistenza medica, e a quella sociale. Tra questi disperati si aggirano, veri angeli custodi, numerosi religiosi, religiose e volontari. Esiste anche un comitato internazionale per i rifugiati. Ma è sempre lo sforzo volontario, in collaborazione con quello ufficiale, a produrre i risultati migliori. È un campo dove la carità rende, mentre la burocrazia spreca risorse e rallenta il servizio.
    Ma sono gocce in un mare sempre in movimento. Il secolo della globalizzazione deve ancora studiare soluzioni preventive per queste situazioni in cui versano molte persone, anche se gli sforzi fatti vanno riconosciuti. C’è un nuovo assetto internazionale da cercare, dove le persone e i popoli, non i poteri, siano gli interlocutori e il riferimento per le normative, soprattutto quelle che riguardano i più deboli o le vittime di illegittimi poteri locali. Sul versante pubblico dunque bisogna lottare ancora. Ma saranno sempre le iniziative dettate dalla carità quelle che possono mettere meglio a frutto normative e risorse. Rifugiati e sfollati chiamano. Tanti cercano di rispondere con i vari mezzi messi a disposizione dall’impegno personale e dalle risorse anche carismatiche.
    Speranza e audacia sono le loro armi migliori.



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