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    Charles de Foucauld

    fratello universale


    «R
    ichiamo al genere di vita che costituisce la «n. mia vocazione. Imitazione di Gesù a Nazaret. Adorazione dell'Ostia santa esposta: santificazione silenziosa dei popoli infedeli, portando in mezzo ad essi Gesù». Così Charles de Foucauld, negli appunti di un ritiro nel maggio 1906, riassumeva la propria vocazione, tutta tesa a condividere quella vita nascosta di Gesù a Nazaret che, di fatto, è stato il periodo più lungo e quasi totalmente a noi sconosciuto dell'esistenza terrena del Figlio di Dio. In realtà, quando scrive queste note, fratel Charles è già nel deserto del Sahara, a Tamanrasset, dove troverà la morte dieci anni dopo, il 1° dicembre 1916, per mano di quegli stessi tuareg in mezzo ai quali ha deciso di essere testimone silenzioso di Cristo. E vi si trova proprio per vivere nel modo più pieno e radicale quanto aveva finalmente scoperto, dopo anni di ricerche, di crisi, gioie, solitudini e attese, proprio a Nazaret, la città di Maria, dove era approdato nel 1897, poco meno che quarantenne, per ritrovare le fila di un'esistenza avventurosa, sregolata e inquieta, sfociata, infine, in un folgorante incontro con Cristo, a Parigi, nel 1886. Egli sarà, lo abbiamo letto, nient'altro che un silenzioso imitatore di Cristo per far arrivare l'amore di Dio a tutti gli uomini, «attraverso la mitezza, l'umiltà, il perdono delle ingiurie, l'accettazione mansueta dei maltrattamenti [...], attraverso la preghiera, la penitenza, la santificazione personale, come Gesù a Nazaret» (in Ch. de Foucauld, La mia fede, Città Nuova, Roma 2005, pp. 101-102).

    È a Nazaret che fratel Charles scrive la maggior parte dei suoi scritti, e dove si getta in un'appassionante ricerca del mistero di Dio dentro le Scritture, trascorrendo lunghissime ore, di giorno e soprattutto di notte, in adorazione davanti all'Eucaristia. Siamo al volgere di un secolo cruciale anche per il futuro della Chiesa: e sembra di cogliere, in questa singolare inquietudine del futuro fondatore dei Piccoli Fratelli dí Gesù, cui apparterranno Carlo Carretto e Arturo Paoli, quasi l'ansia per un domani della Chiesa di fronte alle provocazioni della modernità, il bisogno di uno spogliamento radicale di tutte le sovrastrutture e di tutti gli orpelli che ci allontanano piuttosto che avvicinarci al mistero dell'Incarnazione e di quella sconvolgente comunione con tutti gli uomini e con tutto l'uomo che Gesù ha voluto realizzare. In una meditazione del novembre 1897, scritta alcuni mesi dopo l'arrivo a Nazaret e giustamente riconosciuta come uno dei testi fondamentali del suo itinerario spirituale, fratel Charles sembra addirittura riferire le parole stesse del suo Maestro: «Io sono stato povero operaio, che viveva del lavoro delle sue mani; sono passato per ignorante, illetterato [...]. Come ogni povero, ero esposto al disprezzo, e fu perché non ero, agli occhi del mondo, altri che un povero "Nazareno", che sono stato perseguitato, maltrattato nella mia vita pubblica» (ivi, pp. 91-92).
    Imitare la vita di Gesù a Nazaret per entrare in dialogo, silenzioso e umile, con tutti gli uomini del mondo, per prendersi cura delle loro povertà, delle loro attese più segrete, della loro stessa cultura. Per immergersi nel modo più pieno e profondo nel cuore della condizione umana, senza freni e senza filtri. Solo un discepolo di Cristo potrebbe davvero immaginare e realizzare un progetto simile, immaginando e sperimentando che l'annientamento di sé è la via non tanto o prima di tutto per l'incontro con il divino, ma per la scoperta di una vera e commovente fraternità. Fratel Charles lo scriveva dal deserto, il 5 luglio 1905, all'abbé Huvelin, colui che lo aveva accompagnato nel suo ritorno verso Dio: «Nazaret è il luogo dove c'è molta umanità, molta pace, comprensione. La vita di Nazaret si può vivere dappertutto: conducila in un luogo più utile per il prossimo» (in J. Lahaye, Nel deserto con Charles de Foucauld, Edi, Napoli 2005, p. 24). Autenticamente "condotto dallo Spirito nel deserto", nascosto in quel nord Africa che sarebbe divenuto, fino ai nostri giorni, uno dei luoghi cruciali per la realizzazione di un mondo più giusto e solidale, fratel Charles apriva una via radicalmente nuova, e che ancora attende di essere realmente imboccata dai discepoli di Cristo: la fraternità universale è il solo stile di vita veramente evangelico.
    (Alessandro Andreini)



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