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    «Il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?»



    Interpellati da Gesù /8

    Rossano Sala

    (NPG 2013-08-57)


    Ritorniamo alle domande rivolte a Pietro, di cui ci occuperemo fino al termine della nostra rubrica sulle domande di Gesù nel Vangelo di Giovanni.
    Gesù sembra a volte stare nel mezzo, strattonato da Pietro e amato dal Padre.
    Il paradosso consiste nel fatto che, in superficie, Pietro vorrebbe salvare la vita di Gesù, e invece il Padre lo invita al sacrifico della vita. In profondità invece sappiamo che Gesù accoglie le indicazioni del Padre suo, che non sono primariamente quelle del sacrificio, ma quelle del dono di sé.
    Tale logica del dono in un mondo di peccatori implica la necessità del sacrificio della vita.
    Gesù deve andare verso la croce e deve custodire i suoi, e questo lo vediamo molto bene nei versetti iniziali del capitolo diciottesimo di Giovanni, che risentiamo:

    1Dopo aver detto queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. 2Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. 3Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. 4Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». 5Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. 6Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. 7Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». 8Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», 9perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». 10Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».
    12Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono 13e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. 14Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».

    Proprio in questo testo emerge il motivo per cui Gesù aveva precedentemente affermato che dove egli andava i discepoli non avrebbero dovuto né potuto seguirlo. Egli sta andando verso l’arresto e la croce. Egli deve bere il calice amaro delle ingiustizie di questo mondo per poter guarire ogni uomo dalla sua iniquità. E questo compito non può essere compiuto che da Lui solo. Nessun altro può condividere questa missione che il Padre gli ha dato da compiere, perché questo è propriamente il suo compito.
    Allora Gesù, dopo aver chiarito che stanno cercando Lui solo, si distacca dai suoi perché li vuole custodire: «lasciate che questi se ne vadano». Quanta attenzione, quanta cura, quanto amore per i suoi. Non possono dare la vita secondo Dio se prima Egli non la dà per tutti loro e per tutti noi. Noi possiamo solo dare la nostra vita per Lui all’interno del Suo dare la vita per noi. Meraviglioso scambio, diranno i padri della Chiesa, contemplando queste azioni, che mettono in luce il cuore di Dio.
    Pietro, che non coglie questo stile di Dio, che è dedizione per tutti che nessuno esclude, si comporta condividendo non lo stile di Gesù, ma quello di coloro che sono venuti ad arrestarlo. Lui si sente discepolo che separa il fine dai mezzi: tenta di difendere il suo Maestro con le armi del nemico, secondo la logica del più forte, con il regno della forza che schiaccia l’avversario e non ha alcun interesse per Lui. Per Gesù invece i suoi persecutori non sono semplicemente dei nemici, ma rimangono dei destinatari della sua azione di salvezza: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). È lo stile del mondo, quello che Pietro ha imparato restando per tanto tempo con gli uomini, che in genere la pensano così: do ut des, occhio per occhio e dente per dente, reciprocità perfetta nel bene e nel male. Se mi vuoi bene, anch’io faccio altrettanto, ma se tocchi il mio maestro e io, come minimo, comincio con il tagliarti l’orecchio!
    Ma Gesù dimostra che in lui c’è solo bene, e non reciprocità del male: «rimetti la tua spada nel fodero» (Gv 18,11) significa appunto questo per Gesù. La logica di Pietro sembra immediatamente vincente, ma in realtà porta ad abbracciare lo stile degli schiavi e non quello dei figli. Se Gesù vincesse la sua battaglia con queste armi (che, tra l’altro, egli possiederebbe ben oltre le più ampie immaginazioni dei suoi: cf Mt 26,53), tutti gli sarebbero sottomessi come suoi schiavi e non come uomini liberi, come il Padre suo invece desidera da sempre e per sempre.
    Ecco che emerge questa domanda: «Il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?». Gesù rivendica ancora una volta che non è venuto per fare la sua volontà, ma è qui tra noi per compiere la missione che il Padre gli ha affidato. E questa missione è quella di mostrare questo volto del Padre in un mondo abitato da uomini che hanno rifiutato la parola del Padre. Il calice di cui si parla indica evidentemente la modalità concreta della croce, rappresentata dal simbolo eucaristico del calice che egli deve assumere interiormente e non solamente in maniera esteriore. San Paolo dirà, interpretando fino in fondo questa assimilazione tra il Figlio di Dio e il peccato del mondo, che Egli è diventato peccato per la nostra salvezza (cf 2 Cor 5,21).
    La grande tentazione del Signore, che Pietro in tante occasioni gli pone davanti (in particolare nel famoso episodio narrato in Mc 8,27-33), è quella di raggiungere gli obiettivi della sua missione con dei mezzi che non ne rispettino il contenuto, cioè di separare il fine che si vuole raggiungere dai mezzi per raggiungerlo. Per dirla in soldoni, raggiungere la comunione attraverso il dispotismo, la libertà attraverso la schiavizzazione, il bene supremo passando attraverso il male: questa è la proposta di Pietro, che in tutti i presunti momenti di debolezza del Signore gli propone i mezzi di liberazione di questo mondo, riconducibili alla forza fisica e alla superiorità politica.
    Gesù non cede, domandando a Pietro chi è il vero regista della sua vita: se Pietro stesso, oppure se è il Padre che è nei cieli. Soprattutto facendolo riflettere sul fatto che il calice del dono, anche faticoso e non facile, va assunto, perché è l’unica via che rispetti fino in fondo l’annuncio di un Dio che è amore. A Pietro, e anche a noi, viene così consegnata una domanda che ci dà da pensare.
    Dopo questo episodio le strade tra Gesù e Pietro si dividono: Pietro si allontana dal maestro, convinto che oramai tutto sia perduto, mentre Gesù va avanti per la sua strada, solo e incompreso persino dai suoi, ma consapevole che il Padre rimane con Lui e che non lo abbandona né lo abbandonerà mai. Egli lo aveva detto ai suoi: «Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me» (Gv 16,32). Gesù non è dunque solo, come per chiunque segua la via di Dio, ovvero quella del dono di sé per la vita del mondo: il Padre rimane al suo fianco «sino alla fine».



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