Maria Giovanna Noccelli
(NPG 2005-01-32)
“Io amo il Signore.
Mi ha udito, ascolta la voce
delle mie suppliche.
Verso di me ha piegato l’orecchio,
nel giorno in cui lo invocavo.
Mentre ero nell’angoscia,
in angustia e afflizione,
ho urlato il nome di Dio:
Signore, tirami fuori!
Libera l’anima mia!
Pietoso è il Signore,
misericordioso è il nostro Dio.
Custodisce i semplici;
ero debole, e mi ha salvato.
Anima mia, torna alla tua pace,
perché il Signore ti ha beneficato.
Sì, tu hai liberato la mia vita dalla morte,
il mio occhio dal pianto,
il mio piede dalla caduta.
Così avanzerò alla presenza di Dio
nei campi della vita”.
Prima parte di un salmo che la versione greca dei Settanta, seguita dalla Volgata latina, ha spezzato in due composizioni diverse, e che è in realtà un unico canto di ringraziamento.
Fin dal verbo iniziale (un “perfetto di confidenza, con valore di presente”) questo canto dell’anima si inscrive e si comprende solo all’interno di un rapporto confidenziale con Dio; ed è per questo che ho scelto questo, tra i 150 salmi, per iniziare un cammino di brevi riflessioni e meditazioni su alcuni di essi, rivolgendomi in particolare ai giovani educatori, a coloro che per vocazione si prendono a cuore la conduzione di altri loro fratelli e sorelle, più piccoli, per un tratto più o meno lungo del loro cammino.
I salmi, preghiere antichissime scaturite dal cuore e dalla vita del popolo di Israele, sono anche e ancora preghiera di chi è in cammino con Dio, oggi; preghiera di ciascuno, che ciascuno può fare propria in consonanza di emozioni oppure può recitare sentendosi parte di un tutto più vasto – che può essere la Chiesa, o la comunanza di tutti i credenti, o la comunità universale degli uomini assetati, anche inconsapevolmente, di Dio – sapendo che in tal modo può farsi voce invocante Dio per chi non può, o non vuole, o non sa.
“Io ti invoco, mio Dio, dammi risposta; dai confini della terra io ti invoco”. Dai confini della terra, da qualunque angolo di essa, può levarsi, anche da pochi, anche da uno, un grido che è di molti, un grido vicariante la sofferenza o la gioia altrui, oltreché esprimente la propria.
Questo grido è espresso nei salmi; essi nascono sempre, come questo salmo 115, da una profonda confidenza con Dio, anche quando l’orizzonte è, come qui, la sofferenza. Questa confidenza, questo appoggio e saldo ancoraggio interiore, da cui tutto deve partire e a cui tutto – ogni cosa, ogni vicenda e sentimento e “fallimento” e gioia e stanchezza della nostra vita – deve tornare, è la cosa primaria e più preziosa, per chi si fa in qualche modo “carico” (carico del cuore, e non delle spalle!) della vita altrui, come un educatore; è la perla sotterrata nel cuore di ciascuno, dell’educatore come dell’educando; e l’educatore, conoscendo (e sempre dissotterrando) la sua propria perla, saprà che insegnare a trovare, scavare tale tesoro è anche ciò che di più prezioso può fare per l’altro. Questa, dice San Paolo, è la cosa più preziosa (e lo è innanzitutto per un educatore): diventare consapevoli di “Cristo in noi, speranza della gloria”.
Fortunatamente per noi Dio non corrisponde ai nostri criteri di giustizia e di meritabilità, ma ode il grido del cuore, vede la sofferenza espressa o anche inespressa, il desiderio di vita, la perenne nostalgia di Lui che tu ed io portiamo nel cuore. Dio osserva ogni giorno, Vivente e silenzioso, il gioco delle nostre relazioni, dei nostri movimenti, delle nostre azioni, dei nostri pensieri; (citando un altro salmo, Egli sa quando siedi e quando ti alzi, quando cammini e quando riposi); e attende la sola cosa che gli stia a cuore, dialogare con l’uomo, farsi sentire, farsi intendere. Questo dialogo sorge come una piccola fiammella al fondo del tuo cuore, e poi diventa una luce posta su un lucerniere e quella luce sei tu; e sei tu che fai luce agli altri, attingendo da Colui che dialoga con te nel tuo intimo e da cui sai che non sei mai lasciato solo. Tu sei la risposta alla preghiera altrui, tu sei colui che Dio manda, o meglio colui attraverso cui Dio viene, Dio ritorna, a manifestarsi agli uomini e alle loro necessità, alle loro domande, al loro grido. Noi, come dice San Paolo, siamo gli intermediari di Dio per gli altri e il solo scopo di ogni intermediario è insegnare agli altri, far loro sapere che anch’essi sono chiamati ad avere rapporto con Dio in prima persona, a leggere direttamente sul proprio cuore ciò che Dio vuole dire, secondo la bella profezia di Geremia: “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Non dovranno più istruirsi l’uno con l’altro, perché ciascuno mi conoscerà…”.
Mettere un figlio, un amico, una persona cara, chiunque ti venga dato sulla tua strada, nelle condizioni di realizzare la presenza di Dio in sé, cioè di credere e attuare il suo personale e irripetibile rapporto con Dio, è la cosa più alta che tu possa fare, la tua più grande missione.
(Non spetta a te intrometterti nei contenuti della comunicazione di un’anima con Dio; a te spetta solo accendere la fede nell’esistenza di questa comunicazione).
Il tuo personale rapporto con Dio è ciò che cambia il mondo.
Se agli uomini venisse insegnato che nel profondo del loro essere si nasconde un nucleo di natura divina, essi avrebbero l’opportunità di mettersi alla sua ricerca e di entrare in comunicazione con esso.
Tu che credi, sei al sicuro, accolto e protetto, sotto l’ala del Padre. Egli conosce la tua debolezza, i tuoi momenti di dubbio, di angoscia, di angustia e afflizione; e, solo che tu tenda l’orecchio, udrai la Sua risposta, sempre presente, tra i molti linguaggi della tua vita; tu la udrai e la comprenderai, e nel tuo cuore, pian piano, tornerà la pace; nel tuo cuore non sarai più schiavo, ma figlio; nel tuo cuore nascerà, con la consapevolezza e la gratitudine, l’amore per Colui che è il solo sostegno della tua anima; e solo con questo amore andrai incontro ai tuoi fratelli, nei campi della vita.









































