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    Cara professoressa...



    Giuseppe Berretta

    (NPG 2005-04-32)


    La gradevolissima lettura del suo ultimo libro, “La scuola raccontata al mio cane”,  mi suggerisce alcune riflessioni sul mondo della scuola e sulla scuola che cambia nell’attuale scenario culturale. Lei, insegnante di lettere in un liceo torinese e autrice di successo,  lasciata la cattedra in due riprese di sei anni per un dottorato universitario e una borsa di studio post-dottorato dal ’92 al ’98, racconta del contraccolpo e del disadattamento subito nel tornare a scuola, della penosa sensazione provata di non riuscire più a riconoscere le proprie mura scolastiche tra le quali era vissuta fino a qualche anno prima, dell’estraneità e della lontananza di colleghi e alunni, tutti trascinati dal vortice improvviso dei cambiamenti che hanno profondamente trasformato e deformato il volto della scuola italiana. Per questo estraniamento Le viene voglia di raccontare – ‘senza la protezione di una storia romanzesca’ – la Sua esperienza. La singolare scelta di Perry Bau, il cane di casa, come Suo interlocutore preferenziale, è così spiegata: “La sua estraneità canina mi aiutava a non dare niente per scontato… Il mio cane è attento e partecipe: credo che ‘senta’ i miei pensieri, in particolare se fanno rumore; e i miei pensieri sulla scuola ultimamente fanno dentro di me molto rumore”.
    Chi ha vissuto per diversi anni l’esperienza dell’insegnamento, o chi ha condiviso tale esperienza nel mondo della scuola, non può non restare colpito dal Suo libro, delizioso e amaro, femminilmente sincero e assolutamente vero nella trama del garbato umorismo che lo pervade. C’è molta verità in questo libro: la frantumazione dei saperi e delle competenze che caratterizza il panorama scientifico contemporaneo; il gap generazionale e la difficoltà di dialogo tra giovani e adulti; il disorientamento di studenti e insegnanti in una scuola chiamata ad essere al passo coi tempi e incapace di leggere i segni dei tempi; l’innovazione selvaggia e insensata, senza ragione e senza metodo, che vagando in ogni direzione, sembra aver perduto la strada della ricerca, che è strada in salita, lastricata della pietra dura dello studio e dell’impegno; l’ipergarantismo concesso ai giovani studenti, ai quali ci si sforza in ogni modo di assicurare il beneficio dell’irresponsabilità illimitata e il diploma finale.
    Il Suo discorso, così interessante e ricco di implicazioni, merita molta attenzione. Da vecchio uomo di scuola, proverò a riassumerLe brevemente il mio punto di vista, come contributo ad una dialettica costruttiva, rivolta alla comprensione dei cambiamenti in atto, della realtà della scuola e del modo di essere dei nostri ragazzi.

    Parole nuove

    Lei afferma che “le parole non sono solo parole. Ci sono mondi dietro le parole. Ci sono le cose. E se di colpo appaiono parole nuove, vuol dire che ci stanno facendo passare, dietro, delle cose nuove. Quindi, se noi tranquillamente accettiamo che ci cambino le parole, accettiamo la realtà che ci cambino il mondo e la vita”. Commissione, progetto, autonomia, POF, accoglienza, sono le nuove parole che Lei ha incrociato al Suo ritorno a scuola dopo sei anni di lontananza. Parole-macigno che l’hanno colpita e traumatizzata. Parole-segno, tuttavia, di un processo di trasformazione culturale in atto di fronte al quale – glielo dico con distacco e con grande rispetto per la Sua passione – non mi pare il caso di strapparsi le vesti e gridare allo scandalo.
     L’autonomia della scuola, cara Professoressa, è il punto nodale di un lungo processo di decentralizzazione istituzionale che ha portato a riconoscere alle realtà formative locali il diritto di fare cultura, sulla base dei principi espressi dalla carta costituzionale e delle linee guida tracciate dal legislatore. Autonomia – nel suo senso ideale – non è anarchia, ma impegno non delegabile ad azioni personali costruttive e responsabili. Con l’autonomia, il modello della scuola dei programmi ha ceduto il passo alla scuola della progettualità. Progettare significa innanzitutto, nella scuola dell’autonomia, ripensare collegialmente la didattica tradizionale, gli orientamenti tipici di ciascun ordine scolastico, i fondamenti epistemologici delle varie discipline; significa tentare un rimodellamento degli strumenti e dei contenuti in un’offerta formativa costruita sulla misura delle personalità degli alunni, delle loro implicite attese e delle reali emergenze della cultura locale. Il P.O.F. (Piano dell’Offerta Formativa) è il documento ufficiale con cui ogni istituzione-scuola si presenta all’utenza e si impegna, assumendosene la responsabilità, a realizzare gli obiettivi proposti nelle forme prescelte e pubblicamente dichiarate. Il P.O.F., così inteso, non è quello che Lei definisce un “contenitore fluido di tutti i progetti”, quasi un fiume in piena che porta alla deriva del mare aperto tutto ciò che trascina, e la scuola non è l’arena in cui si svolge il “torneo della Progettualità Totale”: l’abilità didattica dei docenti, nella dimensione sinergica e cooperativa della collegialità, è in grado di costruire un P.O.F. e di progettare la scuola; e faremmo un torto a chi opera nella scuola e tratta con i giovani a tutti i livelli, non riconoscergli in linea di principio tale capacità. Alla scuola-treno, che marciava secondo la tabella dell’orario ferroviario costituita dai programmi ministeriali, si è andata sostituendo una scuola libera di scegliere piste autonome; e ciò non implica necessariamente, come Lei teme, la dissoluzione dei valori tradizionali, la “dispersione mentale” degli allievi, la babele dei linguaggi, la perdita di ogni orientamento. L’impegno nella progettazione, nel monitoraggio, nelle azioni di verifica e di valutazione dei risultati, che costituisce il cardine dell’attività propria del collegio dei docenti e di ciascun insegnante, è garanzia di qualità. Ove venisse a mancare la forza di tale impegno – nella scuola dell’autonomia o in qualsiasi altro tipo di scuola – la qualità dell’opera formativa sarebbe destinata a scadere, e non resterebbe che il valore personale di quei pochi docenti che, per passione o per particolare abilità personale, sono capaci di penetrare nel cuore e nella mente dei loro allievi.

    Genitori – Alunni - Insegnanti

    Come Lei osserva “il Genitore del ragazzo che va oggi a scuola ha un grosso peso da portarsi addosso, e per di più brancola nel deserto: è un Genitore… gravato e smarrito”. Ha ragione. In un mondo che sembra precipitare nel caos del relativismo culturale, dei terremoti valoriali, della difficoltà che hanno le vecchie generazioni ad inseguire le nuove, le famiglie – luoghi educativi naturali – cercano aiuto e tendono sempre più spesso a delegare i propri compiti formativi ad altre agenzie, in particolare alla scuola. La scuola è così investita di richieste di ogni genere. Alla scuola si chiedono baby-sitter, animatori, consiglieri, psicologi, maestri di vita, leaders (qualche volta anche insegnanti). Alla scuola si chiede accoglienza, come il diritto d’asilo degli antichi monasteri, si chiede energia motivazionale per vivificare l’entusiasmo degli alunni demotivati; si chiede il miracolo di abituare i ragazzi al rispetto delle regole, senza però sottoporli alla disciplina delle regole; si chiede che la scuola sia “Scuola del Sorriso Permanente”, sorta di paese della cuccagna in cui lo studio è appena elemento marginale e inessenziale; si chiede finalmente un diploma finale garantito, quale riconoscimento della dignità dello studente, a prescindere dalla classe sociale cui appartiene, dai suoi modi di comportarsi, della sua effettiva presenza in classe, e perfino dalle sue prestazioni e dai risultati scolastici. Una scuola accondiscendente a tali richieste e connivente con la società malata che le propone, convengo che è una scuola fallita in partenza.
    Lei aggiunge: “La scuola che si adegua è la scuola che non fa lezione, ma brainstorming e uscite didattiche; non boccia, ma recupera; non chiede, ma offre; non fa letteratura, ma comunicazione; non chiede il tema, ma l’articolo di giornale; non fornisce contenuti, ma metodi… Evita all’allievo: la frustrazione del foglio bianco; l’umiliazione di avere un professore sapiente; la fatica di imparare le nozioni; l’imbarazzo di prendere 4 in pagella; l’impegno di fare cose difficili; la noia di leggere un libro troppo lungo”. L’esperienza di tanti anni trascorsi nella scuola mi dice che questo rischio di fallimento totale è assolutamente realistico. Il contratto formativo che la scuola propone alle famiglie non può essere redatto solo in riferimento alle richieste della sua utenza, ma deve contenere chiare richieste di impegno personale da parte degli alunni in rapporto alle loro attitudini e al corso di studi che intendono seguire. La scelta di un liceo classico o di un istituto tecnico implica precisi impegni in ordine alle discipline insegnate in quelle scuole: non è pensabile che uno studente possa supporre di poter concludere gli studi classici senza conoscere il latino o la filosofia, o conseguire il titolo di perito tecnico industriale senza aver acquisito le conoscenze di fisica applicata previste nel suo curricolo.
    Altrettanto sconcertante trovo il diffuso fenomeno dell’assenteismo dalle lezioni. Già nelle scuole medie, con il beneplacito dei genitori, gli alunni tendono ad assentarsi molto facilmente: qualsiasi ragione è sufficiente per disertare le lezioni, per arrivare in ritardo a scuola, per chiedere il permesso di uscita anticipata. Nelle scuole superiori il fenomeno assume proporzioni macroscopiche. I ragazzi si scelgono lezioni e insegnanti, si programmano le ore di ingresso e quelle di uscita, concordano appuntamenti per le interrogazioni, invocano l’avvento della maggiore età per l’autogiustificazione delle assenze e spesso per il definitivo affrancamento dagli obblighi scolastici, con la certezza che a fine anno, comunque, l’ammissione all’esame di stato e il relativo diploma – punto più punto meno – saranno assicurati.
    Ma mi permetta di confidarLe un cruccio personale: non riesco a non essere spaventato dalla ingenua connivenza degli insegnanti. Credo infatti che quando l’educatore-adulto apre le braccia all’accoglienza incondizionata e beota di certe perversioni, la scuola rischia davvero la fine. Ridurre i contenuti e le conoscenze all’osso, ritenere appena sufficienti ricerche scopiazzate o scaricate dal web; non richiedere la memorizzazione di dati e la loro elaborazione senza l’uso di macchine; rinunciare alle interrogazioni frequenti e casuali; evitare di dare i compiti per casa; restringere all’indispensabile il numero delle verifiche in classe; non verificare gli apprendimenti con la correzione sistematica dei prodotti; lasciar trascorrere l’ora di lezione in modo improprio rispetto al progetto didattico; assentarsi dal lavoro con disinvolta tranquillità: sono cartine di tornasole rivelatrici di un altro più dirompente disagio, quello dell’acquiescenza dell’adulto e della sua rinuncia a svolgere il ruolo professionale che un giorno si era scelto.

    Letteratura e tecnicismi

    Un lungo filo rosso attraversa il Suo libro: sull’onda del rimpianto per un patrimonio che considera ormai perduto (“Mi dispiace enormemente che sia la mia generazione a far morire Flaubert e Shakespeare. E anche Goethe, Stevenson, Stendhal, Esiodo, Cavalcanti, Tasso… Non riesco proprio ad immaginare un mondo senza di loro. Come dice Petrarca quando muore Laura, sarà un mondo dove farà molto freddo”). Lei, docente di lettere, si sofferma sul valore della letteratura e sull’insipienza dell’insegnare “tecnicismi” per introdurre gli allievi alla lettura e alla comprensione della letteratura. Pure, se è vero che oggi la civiltà della tecnica e delle immagini propone modelli assai diversi da quelli ricorrenti nel sogno letterario dei grandi del passato, è altrettanto vero 1) che i nostri figli, piaccia o no, appartengono al mondo di oggi e a questa epoca, 2) che se vogliamo lasciar loro traccia di quel patrimonio culturale e artistico che ancora sopravvive, dobbiamo centellinarlo con infinita pazienza, utilizzando tutte le tecniche e gli strumenti che ci aiutino a renderlo domestico e comprensibile alle loro menti e alle loro anime.
    Il Suo rimpianto è struggente: “Noi insegnanti di lettere avevamo due certezze: che il nostro mestiere fosse di trasmettere qualcosa a qualcuno, che quel qualcosa fosse un patrimonio certo e inoppugnabile, che ci veniva dalla tradizione”. Sarà desolante, cara Professoressa, ma oggi queste certezze sono franate. E poiché non si dà trasmissione senza un interlocutore disposto a ricevere il messaggio trasmesso, il ruolo dell’insegnante di lettere non è più riducibile a quello di trasmittente, ma si configura come quello di facilitatore, animatore della ricerca, di maestro di bottega che svela i segreti dell’arte, che apre la mente alla comprensione, al piacere, al gusto della scoperta, all’ineffabile sapienza del fai da te intellettuale, affinché i giovani apprendisti imparino non solo ad accumulare (deporre, come dice Lei) conoscenze, ma a trasferirle, prima che nel limbo della contemplazione estetica (“l’altro mondo, quello non utile, non pratico, non veloce, non informato”), nella concretezza della realtà, perché diventino pane buono per la vita di tutti i giorni.
    Il maestro scultore che per mesi e mesi addestra i suoi ragazzi ad usare correttamente lo scalpello o a levigare il marmo ad unguem, non usa tecnicismi, e dimenticando il “valore esemplare” dell’arte e la meraviglia del prodotto finito non condanna gli allievi “ad una noiosa routine”: anzi è proprio per far sì che gli allievi possano approdare a questa meraviglia che investe il suo tempo e le sue fatiche. Che le parole periscano sublimandosi nell’astrazione del gioco letterario, come diceva Paul Valery, è forse un’altra modalità – o forse un’altra meta – dell’esercizio linguistico, che resta principalmente e indissolubilmente legato alla necessità della comunicazione che, sarà povera cosa, ma fa dell’uomo un essere sociale. Lei si chiede: “Se Michelangelo e la Dickinson avessero socializzato di più, avrebbero fatto quello che han fatto?” E conclude: “Dovremmo favorire il più possibile la chiusura al mondo”.
    Mi dispiace, professoressa. Ma pur riconoscendoLe il beneficio della arguta paradossalità delle battute, non mi sento di condividere la Sua tesi. I linguaggi servono per comunicare. Le tecniche di apprendimento dei linguaggi specifici sono essenziali ad un uso corretto delle rispettive sintassi (cioè delle logiche del pensiero che ne derivano). L’astrazione letteraria, che si pone su un altro piano, quello artistico, rappresenta un modello parallelo a quello dell’uso funzionale del linguaggio verbale, e ne svela l’infinita ricchezza senza svilirne il valore comunicativo elementare.

    Riforme e cambiamento

    La scuola italiana (e non solo quella italiana) è stata investita, per mezzo secolo, dal vento delle riforme. Le riforme delle elementari a più riprese, la nuova scuola media unificata, l’avvento degli organi collegiali, le mini-riforme dell’esame di maturità, l’abolizione degli esami di riparazione, le sperimentazioni nelle scuole secondarie superiori e, in ultimo, la legge sull’autonomia e la grande riforma ancora incompiuta iniziata dal Ministro Berlinguer e proseguita dalla Letizia Moratti. Riforme che hanno trasformato il volto della vecchia scuola anni Venti disegnata dal filosofo Giovanni Gentile. Ma che cosa è finora cambiato nella scuola reale? Lei, professoressa, ne presenta un quadro apocalittico: “Stiamo attuando una ‘truffa’ colossale mai vista per i nostri allievi, una stangata epocale, da the day after tomorrow: l’edificio fondato sull’abisso crollerà… Li stiamo tragicamente ingannando. Tessiamo loro, giorno dopo giorno, riforma dopo riforma, una rete pericolosa, un imbroglio, una trappola mortale: questa scuola facile, socializzante, divertente, flessibile, adeguata, moderna, innovativa, computerizzata, assistenziale, permissiva, aperta… questa scuola non punitiva, non premiante, non meritocratica, non noiosa, non difficile, non esigente… questa scuola-parcheggio, giardino d’infanzia, centro sociale, club Mediterranée, questa scuola di griglie e di progetti, di moduli e percorsi, di obiettivi e strategie… questa scuola che noi adesso stiamo loro costruendo forse li rovinerà, condannandoli per sempre a una Ignoranza abissale che non potrà non avere conseguenze sul loro futuro professionale”. E ancora: “L’intelligenza oggi nella scuola è altamente mortificata. È offesa, inaridita, repressa, soffocata, umiliata, resa infruttuosa, punita, intorpidita, ottusa. È condotta a morte, è fatta morire. Questo processo macabro riguarda sia l’intelligenza degli allievi, sia l’intelligenza dei docenti. Entrambe, parimenti, sono mandate al macero”. Ce n’è abbastanza per intonare un requiem.
    Eppure, se volessimo osservare i fatti con più distaccata attenzione, potremmo accorgerci che alcuni cambiamenti hanno dato i loro frutti. Le porte della scuola si sono aperte a tutti, a tutti è stata data la possibilità di istruirsi e di andare avanti; nei programmi scolastici della scuola di base sono entrate (sia pure timidamente) le lingue straniere, le discipline scientifiche e tecnologiche, l’arte e la musica; nelle scuole superiori è stato possibile aprire gli spazi alla sperimentazione e alla ricerca; in quello che prima era un hortus clausus riservato alle vestali della classe media (secondo la felice espressione di Rostagno, che Lei certo ricorderà) è stata data voce agli alunni, primi attori dell’avventura scolastica, e ai loro genitori; ai collegi dei docenti e ai consigli di classe è stato riconosciuto il diritto di progettare autonomamente l’offerta formativa d’istituto. È stato aperto coraggiosamente un serio dibattito sulla scuola.
    Ora è il momento di chiedersi: cosa vogliamo farne di questa scuola? È l’ora del confronto, della critica spietata, e perfino della guerra di posizione. Ma non della lamentazione e del rimpianto, mi creda. Fortunatamente La trovo, almeno in parte, d’accordo con me: “Nessuno di noi insegnanti nostalgici pensa, credo, minimamente di tornare alla scuola di una volta. Nessuno si sogna di desiderare una simile idiozia”. E allora?
    Certo la scuola va ripensata e cambiata. Molte e profonde sono ancora le incertezze e le contraddizioni in cui versa, tante quante sono le incertezze e le contraddizioni della cultura che riflette. Il cambiamento è in atto da tempo, ma il cambiamento ha bisogno di essere guidato. La responsabilità della guida è soprattutto nostra, di noi che operiamo nella scuola e che crediamo nella sua possibilità di formare ancora le giovani generazioni. Dobbiamo avere il coraggio e la forza di rimboccarci le maniche per riuscire ad interpretare con impegno paziente lo zeitgeist dell’epoca presente, i segni dei tempi che indicano le strade di lunga percorrenza per i grandi viaggi. Dobbiamo agire presto, perché il cambiamento non ci sfugga di mano e non ci travolga. Ma dobbiamo muoverci con sapiente prudenza.
    La classe insegnante, e tutte le persone di scuola, un esercito che a volte appare sbandato, disordinato, senza condottiero e senza meta, hanno tuttavia incredibili riserve di energia e di capacità: risorse che derivano dal contatto quotidiano con i giovani, con le loro speranze e le loro illusioni, con le loro fedi e i loro ideali. Se abbiamo occhi per vedere e cuore per accogliere, i giovani ci insegneranno la strada, che non è la strada delle discipline frantumate (i moduli), degli ozi e del disimpegno, della promessa del recupero e dell’assoluzione finale codificata in diploma, ma quella della proposta del lavoro faticoso (lo studio), della responsabilità personale, della ricerca della sapienza attraverso la scienza. Una strada che bisogna percorrere insieme, giovani e adulti, perché questo mondo appartiene sia agli uni che agli altri.
    Non voglio tediarLa oltre con le mie riflessioni. Lei ha colto, ne sono certo, dalle righe e fra le righe, il senso delle mie affettuose sollecitazioni e della mia stima. Per questo voglio rimbalzarLe il verso di Mario Luzi, che Lei ha citato, come Suo motto, in un’intervista rilasciata poco tempo fa ad un settimanale italiano: “Non arrenderti, per non meno della gioia”.

    Con simpatia e affetto.
    Giuseppe Berretta

    P.S. Tanti saluti a Perry Bau.

    Giuseppe Berretta,
    Dirigente Scolastico

    NOTE

    [1] Mastrocola Paola, La scuola raccontata al mio cane, Guanda Ed., Parma, 2004, pp. 194.

    [2] Da ricordare, oltre alle raccolte di poesie “La fucina di quale Dio” (1991) e “Stupefatti ” (1999), le opere di narrativa “La gallina volante”, che ha ottenuto il riconoscimento dei premi Italo Calvino per l’inedito (1999), Selezione Campiello (2000) e Rapallo-Carige per la Donna Scrittrice (2001), “Palline di pane”, finalista al premio Strega (2001) e “Una barca nel bosco”, premio Selezione Campiello (2004).

    [3] Da “Il questionario di Io Donna: risponde Paola Mastrocola” di Paolo Di Stefano, in Io Donna, 4.12.2004, p. 334



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