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    Una pastorale giovanile «eucaristica»


     

    Editoriale

    Alberto Martelli

    (NPG 2015-07-02)


    Siamo arrivati al dunque, cioè al centro del modello di pastorale giovanile che vorremmo perseguire e confrontare con i nostri lettori.
    L’esperienza di don Bosco e dei santi educatori consegna a tutti noi un compito che appare certamente importante e complesso.
    Rileggendo le vite dei giovani scritte da don Bosco, la sua stessa esperienza autobiografica e, in realtà, l’intera esperienza educativa ecclesiale, ci accorgiamo come i sacramenti siano da sempre rivestiti di un ruolo centrale nella crescita integrale della persona; e - in modo particolare per i giovani - si collocano al centro del quadro l’eucaristia e la riconciliazione.
    Siamo alla ricerca, dunque, di una pastorale giovanile eucaristica, dove la celebrazione della fede non sia soltanto meta, ma anche fonte del cammino proposto; un cammino che è contemporaneamente - questo non possiamo dimenticarlo - educazione ed evangelizzazione, cura integrale della persona e discepolato del Signore Gesù.
    Siamo consapevoli che il tema dei sacramenti abbia ancora bisogno di molti approfondimenti, ma appare come orizzonte promettente sia dal punto di vista esplicitamente cristiano, sia dal punto di vista dell’educazione.
    La rivelazione indica in maniera decisiva che il centro e il culmine del cammino del discepolo è lo stesso del cammino compiuto da Cristo: la donazione di Dio in vista della comunione con gli uomini.
    L’incarnazione - che è anche criterio teologico guida della riflessione della pastorale giovanile, già lo abbiamo detto in precedenza - trova il suo pieno significato in quanto predisposizione in vista della croce, intesa come donazione totale di Dio stesso. Questo dono di Cristo non è fine a se stesso, ma è in funzione della comunione, ossia della ricomposizione dell’umanità intera nella Trinità, come ricapitolazione di tutte le cose in Cristo.
    Detto con una battuta giovanile: abbiamo la responsabilità di trovare le ragioni con cui rispondere alla domanda che spesso i giovani ci pongono: perché venire a messa, perché confessarsi, perché celebrare la nostra fede nei sacramenti (matrimonio compreso)? Sotto questa semplice domanda che ci sentiamo fare decine di volte in un anno, noi operatori pastorali abbiamo il dovere di cercare di far comprendere la eccezionale convenienza esistente tra la vita dei giovani e la celebrazione eucaristica. Occorre far emergere con forza l'evidenza simbolica del sacramento in quanto azione della fede e azione di tutta la persona, di tutta la comunità e di Cristo in vista del compimento paradisiaco di tutti.
    Il centro della proposta cristiana, la donazione che Gesù fa di sé, è il cuore della fede da lui portata, e ci impegna all’imitazione del Signore: al darsi di Dio a noi dovrà corrispondere il nostro pieno e totale darsi a Dio e ai fratelli! Tutto questo raggiunge il suo pieno significato e la sua realizzazione più completa - in questo mondo - nella comunione eucaristica.
    Se il dono di sé è il culmine verso cui far tendere la vita di ogni giovane, e ciò necessariamente postula e costruisce una comunità, tale dono non può avvenire se non è in qualche modo preparato, anticipato e dischiuso nel suo senso più completo, nella celebrazione del sacramento eucaristico.
    La prospettiva della donazione offre profondità, sostanza e contenuto alla pastorale, e ridisegna anche l’antropologia di riferimento dell’educazione. La celebrazione eucaristica, punto di incontro della più genuina tradizione antropologica (il rito) e della più eccezionale rivelazione divina (la donazione di Cristo in Croce), è luogo di incontro di educazione ed evangelizzazione, e quindi vertice simbolico dell’intero compito della pastorale giovanile.
    Non solo i destinatari di pastorale giovanile trovano il proprio punto di riferimento e la propria spinta nella celebrazione eucaristica, ma anche gli operatori stessi.
    Don Bosco mette spesso in chiara evidenza come l’educatore debba essere in primo luogo un “consacrato” al bene dei suoi allievi. Il dono di sé ai giovani è al centro del suo “mestiere” pastorale. Egli deve, cioè, essere disponibile a perdere se stesso per la salvezza dei suoi ragazzi: «Io vi prometto e vi do tutto quel che sono e quel che ho. Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo e per voi sono disposto anche a dare la vita» (D. Bosco, in MBVII,585).
    Questa prospettiva permette di dare profondità al necessario “essere lì dove sono i giovani”, frequentare e conoscere il mondo giovanile. La “donazione eucaristica dell’educatore” rende conto della qualità della sua presenza: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi» (Lc 22,19).
    Una pastorale giovanile che voglia proporsi in piena fedeltà alla sua vocazione di presenza “incarnata” a favore dei giovani, non può che attingere forza da e camminare verso l’esperienza eucaristica del dono di sé.



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