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    Invidia. Il rapporto deformato con l’altro desiderabile



    I vizi capitali. Le figure dell’esistenza inautentica /6

    Carmine Di Sante

    (NPG 2008-08-35)


    Si è già citata la frase di Lévinas per il quale la cultura occidentale ha da sempre ignorato l’alterità dell’altro, provando, nei suoi confronti, un’allergia profonda, e l’unica forma di alterità alla quale essa avrebbe dato accoglienza sarebbe stata quella della specularità, che considera l’altro come l’alter ego o specchio, e quella della desiderabilità, che considera l’altro in quanto portatore di valore di cui l’io si approprierebbe prendendolo, comprendendolo e inglobandolo nel suo mondo. Prendere: il movimento della mano che coglie il frutto e lo porta alla bocca; com-prendere: il movimento mentale che riproduce concettualmente il movimento della mano; inglobare: il movimento dell’io che riconduce e riduce sempre tutto a sé, al medesimo e allo stesso.
    A questo movimento dell’occidente identitario e narcisistico Lévinas oppone il movimento biblico di Abramo, paradigma dell’io che esce dalla sua terra, dal suo paese e dal suo io e va verso l’altro, non per prenderlo e riportarlo a sé ma per sostare alla sua presenza e ospitarlo.
    Se l’ira è traccia del cattivo rapporto dell’uomo con l’altro in quanto altro, nei confronti del quale la cultura occidentale, come vuole Lévinas, sarebbe allergica, l’invidia lo è del cattivo rapporto dell’altro in quanto desiderabile, in quanto portatore di valori, quali l’intelligenza, la bellezza, la forza, la ricchezza, la simpatia o la santità stessa, che l’io non possiede o possiede in grado inferiore rispetto all’altro da sé in cui li vede risplendere più e meglio.
    Per Joseph Epstein, l’invidia è il peggiore dei sette vizi capitali perché, a differenza degli altri, non ha alcun aspetto positivo: «abbandonarsi alla pigrizia può avere i suoi lati piacevoli e gli sfoghi di collera comportano un senso di liberazione che non è privo di piccole gioie. Di contro, l’invidia può essere il più elusivo – o forse dovrei dire il più insidioso – dei sette vizi capitali. Sicuramente è quello che la gente ama meno confessare poiché significherebbe ammettere di essere una persona meschina, piccina e gretta» (Invidia, Raffaello Cortina, Milano 2006, p. 17).
    Diversamente da Epstein, lo scrittore israeliano Amos Oz, declinando le parole fondanti della sua vita, dell’invidia dà una lettura positiva: «Può essere il carburante che fa girare il mondo. Se soffri per il successo di un altro cerchi di avere più successo di lui. Se Dio togliesse l’invidia dagli uomini il mondo si fermerebbe» (in «La Repubblica» 25 maggio 2007, p. 54).
    Il peggiore dei sette vizi capitali, come vuole Epstein, oppure «il carburante che fa girare il mondo», come vuole Oz?

    Lo guardo contro l’altro

    Nel suo viaggio Dante incontra nel purgatorio un’anima addolorata che gli parla della malvagità degli abitanti della valle dell’Arno, una «maledetta e sventurata fossa» divorata da livori e odi. Alla domanda di svelargli il nome, l’anima si presenta:

    Però sappi ch’io son Guido del Duca.
    Fu il sangue mio d’invidia sì riarso,
    Che, se veduto avessi uomo farsi lieto,
    Visto m’avresti di livore sparso
    (Canto XIV, 81-84).

    L’invidia è come una fiamma o fuoco divorante («fu il sangue mio d’invidia sì riarso») che rende insopportabile perfino la visione della gioia dell’amico e istituisce, tra gli umani, l’impossibilità della «con-sorte», cioè del sentirsi parte della comune sorte, come vuole sempre Guido del Duca chiedendosi e chiedendo:

    O gente umana, perché poni il core
    Là v’è mestier di consorte divieto? (vv. 86-87).

    L’invidia è territorio, spazio, essere o agire – «mestier» – dove, per l’io, vige il divieto della «consorte», del sentirsi come gli altri, con gli altri e per gli altri.
    Ma per quale ragione l’invidia, che etimologicamente rimanda all’etimo latino in-videre, che vuol dire rivolgere lo sguardo verso l’altro, dove verso non è l’essergli pro ma contro, e non perché «povero» o «straniero» sprovvisto di valori, ma perché ne è dotato e ne è dotato più dell’io, rende impossibile la «consorte» o comune sorte?
    Domanda così importante che Dante pone a Virgilio, suo «maestro» (Inf XI, 13) e «dolce padre» (Purg XVII, 82) chiedendogli che cosa intendesse dire «lo spirito di Romagna», il romagnolo Guido del Duca, «‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando» (Purg XV, 45).
    E la risposta di Virgilio, in cui si riassume tutta la visione teologica e antropologica medievale cristiana, è che l’invidia infrange la «consorte», rendendo ostili invece che solidali, perché orienta verso i beni materiali, «dove per compagnia parte si scema», dove cioè quanto più sono coloro che ne rivendicano il possesso, tanto meno ne resta per se stessi.
    Per questo l’uomo non dovrebbe volgere il suo sguardo verso (in-videre!) i beni materiali bensì verso quel bene superiore che è Dio, il quale, a differenza dei beni materiali, non diminuisce se a goderne sono in tanti ma, come il sole, tanto più splende quanto più sono gli specchi che lo riflettono o le finestre che si aprono ai suoi raggi. Dio, spiega Virgilio, è quel bene dove il «nostro» non riduce il «mio» ma lo arricchisce:

    Ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’
    Tanto possiede più di ben ciascuno
    (Purg XV, 55-56).

    Se per Dante l’invidia minaccia la «consorte» o comune sorte umana perché fa perdere di vista che il destino dell’uomo – di ogni uomo – è di rivolgere lo sguardo, in-videre, non verso i beni materiali ma quell’unico bene che è Dio, per il buddismo l’invidia è sintomo dell’illusione del desiderio in quanto tale, sia che esso sia orientato verso i beni materiali che verso il bene superiore che è Dio.
    La rivelazione o illuminazione che Siddharta Gaitama ebbe a circa trent’anni, diventando, per questo, il Budda, «lo svegliato» o «l’illuminato», è che la «consorte», ciò che accomuna non solo gli esseri umani ma tutti gli esseri viventi, è la sofferenza, che la causa della sofferenza è il desiderio e che estirpando il desiderio si estirpa la sofferenza, raggiungendo il nirvana che, poco importa se stato metafisico o stato mentale, è quiete e serenità oltre ogni paura e antinomia di pensiero che il Dhammapada (le parole di Dhamma, dharma in sanscrito, «la legge sacra annunciata dal beato») così descrive:

    «Proprio come l’ape, dopo aver raccolto il nettare del fiore, se ne vola via senza danneggiarne il colore e il profumo, così il saggio dimori nel villaggio» (strofa 49).

    Per il buddismo il desiderio – non solo il desiderio per i beni materiali ma anche per il bene sommo che è Dio – è «il costruttore» ingannevole dell’io che attende di essere smascherato, come ha fatto Siddharta e che, una volta smascherato, non è più in grado di nuocere e far soffrire:

    Lungo innumerevoli esistenze ho corso, cercando il costruttore della casa, senza trovarlo. Dolorosa è la nascita senza fine. O costruttore della casa, sei stato scoperto: non costruirai più questa casa! Tutte le travi sono spezzate, la capriata è crollata: la mente giunta all’assenza di immagini ha ottenuto l’estinzione di ogni sete» (strofe 153-154 del Dhammapada).

    Negazione della fiducia in Dio e della fraternità umana

    Per la bibbia però altra è la ragione per cui l’invidia come desiderio dei beni altrui minaccia la «consorte» o comune sorte umana: non perché, come vuole il buddismo, il desiderio è male in sé e radice, in quanto tale, della sofferenza umana, essendo, per essa, l’uomo creato da Dio per cui tutte le sue dimensioni, dalle biologiche alle psicologiche alle sociologiche e alle «spirituali», rientrano in questo ordine di armonia e di bontà; e neppure perché orientando il cuore verso i beni materiali, l’invidia come desiderio dei beni altrui, allontanerebbe da quel bene sommo che è Dio.
    Per la bibbia i beni materiali, creati «sette volte» buoni, come vuole con insistenza il primo racconto di creazione, lungi dall’entrare in concorrenza con Dio che è il bene, del suo bene sono la testimonianza silenziosa, puntuale e quotidiana. Ma il bene di cui parla la bibbia e di cui i beni materiali sono la traduzione e non la minaccia, non è il bene come oggetto da desiderare, secondo l’accezione ellenistico-cristiana alla quale si rifà Dante e che da sempre ha alimentato la teologia cristiana, ma il bene come bontà e sollecitudine per l’uomo essere di bisogno che, per essere, come si è notato nelle pagine precedenti, ha bisogno di cose, di aria, di luce, di «pane» e di «vino».
    Ma se i beni materiali sono testimonianza dell’amore di Dio per l’uomo essere di bisogno, perché allora in-vidiarli, rivolgere cioè lo sguardo verso di essi e in chi ne dispone e ne gode, è vizio e, per Giacomo, fonte di ogni violenza:

    «Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni (che combattono nelle vostre membra? Bramate (epithymeite) e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate (zeloute) e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra!» (Gc 1-2)?

    La risposta è che, per la bibbia, i beni sono dono di Dio e, se dono, più che da desiderare, sono da accogliere nella gratitudine, con il grazie, e da condividere, nella responsabilità con la giustizia.
    Possedere il donato e desiderarlo (movimento di reduplicazione del possesso!) sono una contraddizione logica e ontologica. Il dono è l’impossedibile per definizione, non provenendo dall’io ma ad-venendo all’io, e può essere solo accolto nella modalità della riconoscenza e della giustizia, quest’ultima intesa biblicamente come ridonazione del donato.

    Qui risiedono per la bibbia l’ambiguità e la negatività dell’invidia, dell’in-videre i beni altrui: non perché il desiderio sia di per sé cattivo o deve essere finalizzato al bene supremo che è Dio, ma perché nega la sovranità della bontà del Padre celeste che ogni giorno fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi, dà da mangiare e veste i suoi figli e li chiama a condividere il suo «pane quotidiano» da fratelli.
    L’invidia è negazione – non teorica ma pratica, non tematizzata ma vissuta – della fiducia in Dio e della fraternità umana. È atto idolatrico con cui l’io si sostituisce a Dio e ne prende il posto dicendosi e dicendo implicitamente: «a prendersi cura di me non sei tu ma sono io, le cose non sono un tuo dono ma sono mie, non è giusto che gli altri godano di ciò di cui non godo io, non sopporto chi ha più di me e io lo odio». Idolatria è duplice rottura: dell’alleanza o relazione dell’uomo con Dio con cui si chiude in se stesso, nel suo solipsismo; e rottura dell’alleanza o relazione con il mondo che da mondo di Dio per l’uomo si trasforma in mondo dell’uomo contro l’uomo.
    Per la bibbia il mondo è per l’uomo – per la sua gioia e benessere – solo a condizione che sia di Dio che vi ha iscritto il suo ben-volere come dono per l’uomo. Negato in questa sua dimensione, il mondo, da mondo per l’uomo si fa mondo contro l’uomo, e l’amore dell’uomo per il mondo, da fonte di piacere per sé e per gli altri, più in profondità diviene maschera dello svuotamento del suo senso – il dono – che Dio vi ha impresso con il suo amore. «L’amicizia del mondo è nemica di Dio» (e philia tou kosmou ektra tou ttheou), «chi vuole essere amico del mondo (philos tou kosmou) si fa nemico di Dio» (ektros tou theou): così Giacomo icasticamente. Chi «ama il mondo» (il mondo non come creazione bensì sottratto alla creazione, svuotato della sua dimensione di dono) non ama Dio, e chi ama Dio non ama il mondo.
    L’invidia – il guardare ai beni altrui non scorgendo in essi la bontà di Dio che li dona e chiama a ridonarli – infrange la relazione tra Dio e il mondo ponendoli in contraddizione, infrange la relazione degli uomini tra di loro, lacerando la loro comune «consorte» o comune sorte di essere figli e fratelli dello stesso padre, e semina «controversie (zetesis), litigi (logomakia), invidie (phtonos), contese (eris), maldicenze (blasphemiai), sospetti cattivi (yponoiai ponerai), conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità» (cf 1 Tim 6, 4-5).
    L’invidia, per la bibbia è traccia di questa triplice frattura tra Dio, il mondo e l’uomo, e questa è la ragione per cui deve essere combattuta con tutte le proprie forze.

     

    INVIDIA
    «Il rapporto deformato con l’altro desiderabile»
    Scheda operativa a cura di Giuseppe Morante


    L’articolo evidenzia la deformazione del rapporto con l’altro; «deformazione» eretta a sistema nella cultura occidentale. È anche evidente che chi ne è colpito non vuole far conoscere questo «peccato», per non apparire agli occhi degli altri una persona meschina.
    Questo vizio è come una fiamma che divora interiormente la persona. L’articolo ne evidenzia il significato anche nelle filosofie e nelle religioni, facendone un confronto col il significato che ne dà la Sacra Scrittura: l’invidia è negazione della fiducia in Dio e della fraternità umana. E la sua malizia sta proprio in questa deformazione.
    Per far interiorizzare l’antidoto cristiano all’invidia si può seguire la seguente pista.

    1. I segni evidenti della persona invidiosa
    Come fare a riconoscere l’invidia? La sintomatologia più diffusa è la maldicenza (= dire male di qualcuno privatamente al fine di impedirne il successo, visto come impedimento al proprio); la diffamazione (= dire male di qualcuno pubblicamente per lo stesso motivo di prima); l’odio (quando non solo si mira a impedire il successo altrui, ma si vuole il suo male).
    Si riscontrano anche due atteggiamenti opposti: la gioia per le avversità degli altri o la tri-stezza per la loro prosperità, anche se non sempre tali atteggiamenti coesistono.
    Anche molta cultura popolare attribuisce un potere malefico all’invidia. Per questo si pensa che i successi e le ricchezza vadano tenute «segrete» per evitare il famoso «malocchio» degli invidiosi.
    Un aspetto sempre presente negli invidiosi, che aiuta a riconoscerli, è la curiosità. L’invidia infatti è sempre affamata di informazioni sugli altri... da cercare in tutti i modi!
    Per una operazione riflessiva di purificazione si possono seguire due strategie:
    – trasformare l’energia negativa e infeconda dell’invidia in una sana competizione o emulazione. La libera concorrenza, in fondo, è una «invidia riciclata»;
    – riflettere sulla totale inutilità dell’invidia. Fra tutti i vizi capitali è l’unico a non procurare al soggetto invidioso alcun piacere. Anzi procura sofferenza perché è come un tarlo che rode interiormente la persona che ne è affetta. Ora, se proprio non si riesce a non cadere in questo vizio, almeno si pensi al suo possibile svantaggio psicologico.
    L’invidia colpisce quasi tutte le categorie di persone e per vari motivi: la donna prova invi-dia per la bellezza delle altre; il manager per le lodi che riceve il collega; il venditore per i guadagni del suo rivale; lo studente per i bei voti del compagno pupillo del professore; persino le bambine!
    Etimologicamente l’invidia viene dal latino in-videre, guardare di mal occhio (da cui il ma-locchio). E oggetto di tale sguardo storto è ogni bene altrui, in quanto ritenuto di impedimento al proprio.

    2. Educare e educarsi al confronto coi beni e con le persone
    L’invidia si caratterizza come desiderio ambivalente: possedere ciò che gli altri possiedono, o che gli altri perdano ciò che possiedono. L’enfasi è, quindi, sul confronto della propria situazione con quella delle persone invidiate, e non sul valore intrinseco dell’oggetto posseduto da tali persone.
    Alla base c’è la disistima e l’incapacità di vedere le cose e gli altri prescindendo da se stessi: in questo senso, si può affermare che l’invidioso è generalmente frustrato, egocentrico, capace di rapportarsi agli altri esclusivamente in modo competitivo, non emulativo e socievole.
    L’invidioso assume atteggiamenti e comportamenti precisi e, quindi, riconoscibili. Tra i più tipici ci sono:
    – il disprezzo dell’oggetto invidiato: «questa cosa, che io non ho, non vorrei comunque averla perché non mi piace» (cf la favola di Esopo «La volpe e l’uva»);
    – la negazione di presunte doti possedute dall’invidiato (avvenenza, intelligenza, capacità, fascino; per questo l’invidioso reagisce tentando di disprezzare l’invidiato, perché ai suoi occhi questo è colpevole di evidenziare ciò che egli non ha, perché è come se si sentisse sminuito dall’esistenza dell’invidiato e, in qualche modo, danneggiato.
    L’invidia può provocare stato di prostrazione, di aggressività, di pubblico disprezzo.
    Può essere interessante tentare di caratterizzare l’invidia rispetto al sesso. Non ci sono elementi evidenti per poter affermare che gli uomini siano più invidiosi delle donne o viceversa. Certamente l’invidia è, nella maggior parte dei casi, rivolta verso lo stesso sesso.
    E quali sono gli oggetti più comuni dell’invidia? Tra uomini l’invidia verte su aspetti economici, politici, patrimoniali, professionali, culturali, intellettivi, sessuali e, in generale, su tutto ciò che rende un uomo «più potente di un altro». Dal lato femminile, l’invidia, che per i secoli passati riguardava quasi esclusivamente la bellezza e la capacità di seduzione, da qualche decennio a questa parte, con il cambiamento del ruolo che la donna riveste nella società, ha cominciato ad accostarsi, per molti aspetti, a quella degli uomini, senza perdere il primitivo limite.
    L’invidia è un sentimento doloroso, che si impone contro la propria volontà e dal quale è difficile liberarsi con sole riflessioni razionali, perché comporta sentimenti negativi che sfiorano il rancore, l’odio, l’ostilità verso chi possiede qualcosa che l’invidioso non ha. Agisce allora come un meccanismo di difesa, come un tentativo di recuperare la fiducia e la stima di se stessi, attraverso la svalutazione di chi ha di più in termini di fortuna, di successi personali, di possibilità economiche, ecc. E per questo l’educatore deve aiutare a smascherarlo da subito… nel processo educativo.
    Va aggiunto anche che l’invidia è un sentimento che non sopporta il limite naturale perché pressato anche dalla competizione sociale; oggi è la società a decidere il valore degli individui, e nella società contemporanea il criterio di decisione è il successo. Il sentirsi limitati e impotenti ha un carattere relazionale nel senso che dipende dalle relazioni sociali attraverso cui passa il riconoscimento individuale; quando la società fa mancare il riconoscimento produce la metamorfosi dell’impotenza in invidia e aumenta al suo interno la circolazione di questo sentimento che impoverisce il mondo senza riuscire a valorizzare chi lo prova. Questo meccanismo diventa la ragione per cui l’invidioso è costretto a nascondere il suo sentimento e a non lasciarlo mai trasparire perché altrimenti darebbe a vedere la sua impotenza, la sua inferiorità e la sua sofferenza.

    3. I tratti significativi biblici riguardo all’invidia
    L’invidia si oppone al decimo comandamento: Non desiderare le cose altrui. Compare per la prima volta nella Genesi, nella storia di Caino e di suo fratello Abele.
    «Un cuore tranquillo è la vita di tutto il corpo, l’invidia è la carie delle ossa» (Pr 14, 30).
    «Dio ha creato l’uomo per l’immortalità, ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo» (Sap 2, 23-24).
    «Pilato sapeva che i sommi sacerdoti gli avevano consegnato Gesù per invidia» (Mc 15, 10). È chiaro che i mali dello spirito vengono perché non si ascolta il messaggio di Gesù. Dice infatti la Bibbia: «che se uno non segue la sana parola, costui è accecato dall’orgoglio, è preso dalla febbre di cavilli, e da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi» (1 Tm 6, 4).
    Nel libro della Sapienza si ricorda che «la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo» (Sap 2, 24); il testo sacro collega il limite dell’umanità ad un peccato d’invidia e Satana è l’invidioso per eccellenza. Percorrendo la Sacra Scrittura emerge un filo sapienziale, da Caino a Saul, che mostra come l’invidia nasca dalla grandezza dell’altro non accolta e diventata elemento di confronto e rivela un senso di sconfitta.
    Chesterton dice che chi non è invidioso vede le rose più rosse degli altri, l’erba più verde e il sole più abbagliante, mentre l’invidioso le vive con disperazione. Uno sguardo purificato ne aiuta a coglierne il valore, l’intima bellezza e non riduce tutto all’oggetto da possedere ad ogni costo.


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