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    Dalla Calabria una provocazione, una proposta


     

    Il libro

    Mario Delpiano

    (NPG 2012-01-78)


    La provocazione e la proposta vengono direttamente da un libro che ho letto e che vorrei presentare al lettore di NPG.
    Dal Sud non vengono solo problemi, difficoltà, urgenze, richieste di fondi per tutto… ma anche sollecitazioni pastorali. Che rilanciamo al Nord (ma anche al Centro e allo stesso Sud).
    Il libro in questione è di Ivan Rauti, Accogliere la sfida. Il rinnovamento della pastorale giovanile in Calabria di fronte alle provocazioni della pietà popolare, Ed Insieme, Terlizzi (Ba) 2010 (pp. 216 – E 15,00).
    È una riflessione strutturata sul rinnovamento della pastorale giovanile in Calabria, una vera novità e da accogliere con piacere. L’autore, giovane teologo pastoralista, è docente al seminario regionale di Catanzaro.
    Il testo non muove, come ci si aspetterebbe, dall’analisi della situazione sui due versanti, della condizione giovanile e della domanda e su quello dell’offerta della pastorale giovanile delle chiese di Calabria; punti di partenza che meriterebbe quanto mai attenzione e focalizzazione della situazione di rinnovamento o di stagnazione; un rinnovamento che certamente è in atto in tante piccole realtà vitali di base. Qualche dato è comunque emerso nel recente Convegno Regionale delle Chiese di Calabria che intendeva fare il punto sulla pastorale giovanile e sullo stato della comunicazione chiesa-giovani.
    Il testo invece prende il via dalla comprensione dei riti, immagini e simboli del “dire la fede” della “pietà popolare” in Calabria. Sintetizza le radici storiche della fede cristiana in Calabria, e quindi il sorgere della “pietas” nelle sue forme popolari e la riflessione del Magistero recente intorno ad essa. In riferimento ai giovani l’autore sostiene che una riflessione strutturata sul rapporto giovani-pietà popolare è praticamente inesistente all’interno della riflessione e delle scelte pastorali delle Chiese di Calabria. Eppure, sottolinea l’autore, i giovani si trovano immersi a vivere tale fenomeno (sarà così vero? e fino a che punto? Le ricerche sociologiche dovrebbero dirci qualcosa!) spesso in una forma subita e non coltivata. Sembra presente, secondo l’autore, nel percorso di rinnovamento della pastorale giovanile al passo con i tempi, una dicotomia tra la fedeltà al criterio dell’incarnazione e l’attenzione a quella espressione della fede popolare presente nel territorio e nella traccia della memoria giovanile, quasi una pastorale a piani paralleli.
    Di seguito l’autore sviluppa le implicanze, in una prospettiva prevalentemente sociologica, tra la fede popolare e il confine invisibile della superstizione, e sviluppa un approccio ermeneutico del vissuto della pietà popolare in chiave pastorale e di ricupero degli elementi caratterizzanti, peraltro già evidenziati dalla riflessione pastorale delle chiese locali. L’autore non trascura infine la contestualizzazione dello sviluppo, anzi, della contaminazione e di deviazione di parte della religiosità popolare sotto l’influsso del familismo clanico, tipico della società calabrese, fino all’esasperazione e distorsione della religiosità da parte della ‘ndrangheta e della criminalità organizzata; ciò pertanto pone non solo un problema di “bonifica dei simboli e dei riti” della pietà popolare, ma un vero e proprio compito di “de-costruzione e di ri-costruzione” dell’universo simbolico religioso e del tessuto comunitario familistico.
    Dopo il capitolo terzo che sviluppa e approfondisce la posizione della teologia di fronte alla pietà popolare, “madre di una figlia ribelle?”, il testo prosegue nel riprende e accogliere la sfida colta nella analisi della pietà popolare calabrese: ovvero quella di una pastorale giovanile che tenga conto, e non ignori invece, che i giovani calabresi vengono a contatto con la fede soprattutto attraverso l’imprinting della pietà popolare. La strategia indicata è quella della educabilità indiretta della fede attraverso non una “nuova fede” ma una “fede rinnovata”, grazie ad un processo di ripensamento (ripartire dalla pietà popolare nelle sue tracce e simboli lasciati nell’immaginario religioso giovanile e nel vissuto esperienziale) e di riformulazione.
    Si palesa l’esigenza di un’alleanza con il mondo giovanile nelle tre dimensioni fondamentali: l’esperienza, la comunicazione (ascolto e annuncio), e la mediazione dell’educazione (accoglienza incondizionata, reciprocità).
    Educare alla fede, posizione maturata dall’autore ad una precisa scuola teologico-pastorale, significa aiutare a maturare come persone che vivono nell’oggi della storia l’esperienza di incontro con il mistero che ci raggiunge. E questo venir incontro dell’esperienza del mistero non è nient’altro, per l’autore, che “l’esperienza della gente”, là dove la fede ha la sua sorgente, nelle persone, nei momenti essenziali della loro vita, nelle esperienze di base attraverso le quali si manifestano i primi fremiti, le prime voci della fede.
    La pastorale giovanile, prosegue l’autore, necessita di un nuovo orizzonte ermeneutico, nell’andare alla ricerca di questa sorgente. Ritrovare la fede vuol dire risvegliare questa sorgente, significa ribaltare la pastorale “del contenitore” per far spazio all’esistenza dei giovani, alle loro passioni, alla loro ricerca della vita. Dunque quale fede per i giovani? Una fede nuova, significativa, incarnata che rinvigorisce la speranza. La mediazione della progettualità è ritenuta la strategia di superamento della pastorale di mera conservazione.
    Infine, in una sensibilità prettamente educativa, sei sono le aree indicate di interesse pastorale da ripensare: una pastorale di rinnovamento della famiglia da “clan” a “piccola chiesa”; il rinnovamento del volto della parrocchia nella sua centralità: la valorizzazione dei laici; la formazione come scelta strategica; la sua riscoperta come comunità educativa radicata sul territorio; la valorizzazione del tempo della notte come tempo significativo per i giovani, infine la pastorale della politica come educazione alla cittadinanza e la pastorale della denuncia, secondo la trilogia denunciare, annunciare, rinunciare.
    Prima di concludere, l’autore indica quelle che risultano essere le ferite aperte, cioè le cinque sfide che la pastorale giovanile, e non solo essa, deve affrontare in Calabria, perché diventino esse stesse “feritoie” di liberazione.
    Esse sono così formulate: la ‘ndrangheta e la sua politica del terrore, che deve portare anche la chiesa stessa al superamento di un atteggiamento timoroso e cautelare; la corruzione della classe politica, troppo spesso collusa e contigua alla criminalità organizzata; la carenza del lavoro che esclude la massa dei giovani e le sue forme distorte e diffuse di sfruttamento e di irregolarità; il disagio e la devianza giovanili.
    Nella vita della chiesa calabrese poi l’autore indica alcuni “punti oscuri” rispetto ai quali si chiede di venire allo scoperto: si tratta della urgenza di una presa di posizione netta e senza ambiguità di fronte alla strumentalizzazione delle pratiche della religiosità popolare, soprattutto feste e movimento attorno ad alcuni santuari; l’isolamento e la frammentazione delle realtà ecclesiali e la scarsa collegialità delle chiese locali; infine il buco nero del clericalismo ancora imperante e di conseguenza lo scarso spazio di valorizzazione della laicità.
    Due le certezze che rimangono a conclusione del volume: la pietà popolare che rimane ancora “sconosciuta e scivolosa” da affrontare pastoralmente con tutta la strumentazione di una scelta che l’autore propone della incarnazione e della sua mediazione educativa (un compito per altro consegnato all’impegno futuro); la seconda certezza: i giovani calabresi, questi sconosciuti, proprio in relazione a questo “mondo simbolico sommerso”!
    L’autore conclude: allora lo studio del libro è apparso inutile? No, ha evidenziato le due piste fondamentali, la pietà popolare e i giovani, e ha indicato l’approccio ermeneutico-prassico in chiave educativa e di animazione per una educazione alla fede. Ripensamento, rinnovamento, rifondazione sono i compiti che ci vengono consegnati e intorno ai quali c’è da riflettere, progettare e sperimentare da parte di tutti.


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