Contemplazione
del nome di Dio
Ai margini della meditazione ebraica
Presentiamo una forma di contemplazione relativamente semplice e diretta. Essa consiste nel contemplare il più sacro dei nomi di Dio, il Tetragramma, YHVH. Questa forma di meditazione comporta molti vantaggi di cui il più evidente è che, dal momento che questo è il nome più sacro dato a Dio, ci fornisce un legame diretto con il Divino.
È importantissimo sapere che è proibito pronunciare in qualsiasi modo questo nome, perché è il più sacro dei nomi di Dio ed è collegato a tutti i livelli spirituali. Ed è per questa stessa ragione che ci può servire da scala per elevarci ai gradi più alti della spiritualità.
Per praticare questa forma di meditazione, basta scrivere il nome di Dio su un cartoncino o un foglio di carta, metterlo in un posto ben visibile e utilizzarlo come qualsiasi altro oggetto di contemplazione.
La sua contemplazione può essere accompagnata da una meditazione mantrica, e ovviamente il mantra Ribbonò shel Olàm (Padrone dell'Universo) è di grande aiuto. Vi troverete allora in relazione diretta con Dio sia attraverso il mantra, sia attraverso la contemplazione del suo nome.
Affinché questo tipo di meditazione esprima il suo pieno significato, è necessario conoscere il simbolismo delle quattro lettere che formano il nome di Dio (), e cioè: yod (י), he (ה), vav (ד), he (ה).
Per capire il significato di questo nome, possiamo far riferimento a un insegnamento della Cabbalà, secondo cui queste quattro lettere sono il simbolo del mistero della carità.
Secondo questo insegnamento, la prima lettera, yod, corrisponde alla moneta; la lettera yod (י) è infatti piccola e semplice, come una moneta.
La seconda lettera, he (ה), corrisponde alla mano che dona la moneta. Ogni lettera dell'alfabeto ebraico corrisponde infatti a un numero, e la he, quinta lettera dell'alfabeto, corrisponde a cinque. Il «cinque» della he si riferisce dunque alle cinque dita della mano.
La terza lettera, vav (ד), è il simbolo del braccio che si tende per donare. Questa lettera del resto ha proprio la forma di un braccio; inoltre la parola ebraica vav significa uncino e implica quindi una connotazione di connessione; dobbiamo inoltre aggiungere che in ebraico la congiunzione «e» si rende con la lettera vav utilizzata come prefisso.
La quarta lettera infine, la he (ה) finale, rappresenta la mano del mendicante che riceve.
Questa è la sintesi della carità a livello terreno, ma la carità può essere intesa anche a livello divino. Il gesto più grande di carità è l'atto con il quale Dio dona all'uomo, e la più grande carità che Dio possa fare all'uomo è l'esistenza.
Noi non abbiamo alcun diritto all'esistenza e non possiamo esigere da Dio che ce ne faccia dono come se fosse cosa dovuta. Quando Dio ci dona l'esistenza, Egli lo fa con un gesto di carità. Dal momento che questa carità è simboleggiata dal Tetragramma, le quattro lettere rappresentano anche il mistero del legame della creazione tra Dio e l'uomo.
In questo caso la yod rappresenta la moneta, ma non si tratta più di una moneta d'argento o di rame. Si tratta dell'esistenza stessa. La yod è la decima lettera dell'alfabeto ebraico ed ha valore numerico dieci. Secondo i cabbalisti, si riferisce alle Dieci Espressioni della Creazione, un concetto che ritroviamo anche nel Talmud e che non è necessariamente un insegnamento mistico. Nel racconto della Creazione nella Genesi, l'espressione «Dio disse» ritorna dieci volte: sono le Dieci Espressioni che rappresentano la totalità dell'atto della Creazione, la «moneta» di esistenza che Dio ci ha dato.
He è la mano di Dio che tiene l'esistenza che ci vuole donare. Vav è il suo braccio che si tende per donarci l'esistenza, e la ultima he è la nostra mano che accetta il dono dell'esistenza. Naturalmente anche questa nostra mano ci è data da lui. Dio ci dona anche la mano con la quale riceviamo l'esistenza.
Attraverso la contemplazione delle quattro lettere del Tetragramma possiamo vedere tutto questo.
Iniziamo con la contemplazione della yod, la più piccola lettera dell'alfabeto ebraico, quasi un punto, il punto iniziale della Creazione, le Dieci Espressioni che fecero emergere l'esistenza dal nulla.
Poi contempleremo la prima he del Tetragramma: è il livello del Divino in cui inizia ad esistere un ricettacolo per contenere il potere astratto della creazione. Vediamo Dio tenere questo potere di creazione per farcene dono. Lo spazio in alto della he è il canale che proviene da Dio mentre lo spazio aperto in basso è il canale che discende verso di noi. La he è pertanto percepita sia come la mano e le sue cinque dita (secondo il valore numerico), sia come canale delle forze della Creazione.
Segue poi la contemplazione della vav, in cui vediamo la potenza di Dio discendere verso di noi come un dono.
La lettera più importante è la he finale che rappresenta la mano attraverso la quale riceviamo ciò che Dio ci offre: è la nostra capacità di ricevere.
Il legame tra la vav e la he è primordiale perché è quello che esiste tra il Donatore e colui che riceve. Fino a che questo legame non è stabilito, ci è impossibile ricevere qualunque cosa da Dio.
Il Talmud e la Cabbalà attribuiscono un immenso potere spirituale alle lettere dell'alfabeto. A proposito di Betzalel, l'architetto del Tabernacolo che gli Israeliti costruirono subito dopo l'Esodo, il Talmud dice: «Betzalel sapeva combinare le lettere con le quali i cieli e la terra furono creati».
Poiché il mondo fu creato da Dio con le Dieci Espressioni e queste a loro volta sono formate da lettere, ne consegue che le lettere sono il mezzo attraverso cui noi stabiliamo un legame con Dio e il suo atto di creazione.
Esiste un altro modo di vedere le lettere del Tetragramma. Le prime due lettere, yod e he, rappresentano la forza maschile della creazione. Le ultime due lettere, vav e he, rappresentano le forze maschili e femminili della provvidenza divina.
Questa rappresentazione è strettamente legata a quello che dicevamo prima. La prima lettera del Tetragramma, yod, è vista come la «moneta», le Dieci Espressioni della Creazione. È il germe della Creazione, l'elemento maschile. Questo germe deve essere deposto nel seno della creazione, la he, perché possa maturare e divenire frutto. La he rappresenta dunque sia la mano che il grembo materno. Ambedue queste immagini, anche se il loro simbolismo è diverso, implicano l'azione del tenere.
Le due ultime lettere del Tetragramma, la vav e la he, sono i simboli del potere maschile e di quello femminile della provvidenza divina. La provvidenza è il potere mediante il quale Dio dirige il mondo. In questo caso la vav rappresenta il «germe» della provvidenza, lo slancio originale dato da Dio. È il «braccio» di Dio che si tende per dirigere il mondo che Egli ha creato. La he finale è la mano con la quale noi accettiamo la provvidenza divina o il grembo materno che accoglie le forze della provvidenza. La piccola apertura in alto nella lettera he (ה) è quella attraverso cui il «germe» penetra, mentre l'apertura più grande in basso è quella attraverso cui il «bambino» è messo al mondo.
Ovviamente le forze della creazione sono indivisibili. Se fosse diversamente, il mondo cesserebbe di esistere. E, tuttavia, le forze della provvidenza possono anche dissociarsi, come quando Dio distoglie il suo volto dal mondo. Quando questo si verifica, allora la vav del Tetragramma è separata dalla he finale.
Con la meditazione sul Tetragramma, possiamo riunire la vav e la he finale. La Cabbalà chiama questo tipo di meditazione yichud, che in ebraico significa unificazione. Essa ci apre alle forze della provvidenza e ci fa prendere coscienza della guida divina nella nostra vita. Poiché la he è la mano attraverso la quale riceviamo da Dio, la sua unione con la vav ci rende più coscienti della presenza divina.
Quando contempliamo il nome di Dio scritto su un foglio di carta o su una pergamena, il nero dello scritto diventa più nero, e il bianco del foglio, più bianco. A un livello profondo di meditazione si vedrà il nome come se fosse scritto con «fuoco nero su fuoco bianco». È interessante notare che, secondo il Midràsh, la Torà originale fu scritta con «fuoco nero su fuoco bianco».
Dopo un certo periodo di pratica di questo tipo di meditazione, il «fuoco» comincia a «marchiare» il nome di Dio nella mente cosicché diventa facile visualizzarlo senza aver bisogno di vederlo scritto sul foglio di carta. Si utilizza allora il metodo della visualizzazione, un'altra tecnica importante della meditazione ebraica.
(La meditazione ebraica di Aryeh Kaplan, Edizioni Giuntina)








































