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    Israele racconta

    la sua storia /3

    I Giudei sotto i grandi imperi

    (Esdra-Neemia,1-2Maccabei, Tobia-Giuditta-Ester-Rut)

    Alessandro Sacchi

     

    In base alla ricerca storica moderna è ormai chiaro e comunemente accettato che la raccolta e la compilazione delle tradizioni storiche di Israele hanno avuto luogo durante e dopo l’esilio. Ciò non toglie che i compilatori abbiano fatto uso di materiale più antico, ma oggi si tende ad escludere che prima dell’esilio esistessero già libri o parti di libri entrati poi a far parte della collezione così come ci è pervenuta. I libri storici quindi, così come le altre parti della Bibbia, devono essere considerati come un prodotto delle scuole postesiliche, che hanno portato a termine un lavoro già iniziato durante il periodo esilico. Per capire i criteri che hanno guidato il loro lavoro di compilazione è necessario comprendere le condizioni dei giudei in esilio e poi soprattutto di quelli che sono rientrati nella madre patria o si sono dispersi nella diaspora.
    Il periodo storico che inizia con il ritorno dei giudei dall’esilio è designato, come si è visto, con il termine «giudaismo». La storia di questo periodo si divide convenzionalmente in tre parti: a) Giudaismo antico. È quello che si sviluppa durante il periodo persiano, che va dal 538 a.C., data simbolo del ritorno, fino alla conquista greca (333 a.C.); questo periodo è molto importante perché in esso si mettono i fondamenti della religione giudaica.
    b) Medio giudaismo. Inizia con la conquista di Alessandro Magno (333 a.C.) e dura fino alla riconquista di Gerusalemme e alla distruzione della città e del tempio da parte dei romani (70 d.C.).
    È questo il tempo in cui i giudei si diffondono in tutto il mondo greco-romano (diaspora), con una presenza molto numerosa ad Alessandria d’Egitto, uno dei centri più famosi della cultura ellenistica. Si tratta di un giudaismo molto fecondo e creativo, percorso da gruppi e movimenti diversi, a cui mette bruscamente fine la guerra giudaica. A questa tragedia sopravvivono soltanto il movimento farisaico e quello cristiano, in forte antagonismo tra loro.
    c) Giudaismo recente, detto anche rabbinico. Esso ha inizio dopo la riconquista di Gerusalemme da parte dei romani (70 d.C) ed è caratterizzato dalla costituzione dell’Accademia di Jamnia, la scuola di formazione dei rabbini di estrazione farisaica, il cui senato accademico prende il posto del sinedrio come guida della comunità giudaica. Da esso si distacca progressivamente il movimento cristiano, che è una delle due forme di giudaismo sopravvissute alla caduta di Gerusalemme.
    Il giudaismo antico è caratterizzato dal lavoro di raccolta e di compilazione delle antiche tradizioni, da cui nasceranno il Pentateuco e il Corpo storico deuteronomistico. Al termine di questo periodo sono stati composti i libri di Esdra e Neemia, due opere che trattano direttamente della situazione che si è verificata al ritorno dall’esilio. A essi si bisogna aggiungere 1-2 Cronache, di cui si parlerà successivamente, che sono una riscrittura tardiva di quanto raccontano gli antichi libri storici dalla creazione fino al ritorno dall’esilio. Più recenti, ma sempre importanti per la conoscenza non solo del giudaismo medio, ma anche di quello antico, sono 1-2Maccabei e quattro romanzi storici (Tobia, Ester, Giuditta e Rut) che descrivono da vicino la spiritualità giudaica alle soglia del Nuovo Testamento. Infine, alla conoscenza del giudaismo contribuiscono i libri profetici e sapienziali che, pur trasmettendo materiale più antico, sono stati composti nello stesso periodo. Ne è prova il fatto che anche i grandi profeti (Isaia, Geremia e in modo speciale Ezechiele) contengono parti recenti in cui è chiaramente percepibile la spiritualità giudaica. In complesso si può dire che tutta la letteratura biblica, essendo stata composta dopo l’esilio, rispecchia le idee diffuse nell’antico e medio giudaismo.
    Il giudaismo antico e medio sono noti anche attraverso tutta una serie di libri che, pur presentandosi come opere ispirate, non sono stati accolti nel canone delle Scritture e perciò sono chiamati dai cattolici «apocrifi» (nascosti, o da nascondere) e dai protestanti «pseudoepigrafi» (pubblicati sotto falso nome). Tutte queste opere sono state composte nel periodo del medio giudaismo e alcune sono contemporanee dei libri biblici più recenti. Accanto a esse vi sono altre opere importanti, come i documenti di Qumran, detti anche «Rotoli del mar Morto», appartenenti al gruppo di esseni che si era stabilito in quella località, datati tra il secolo II a.C. e il I d.C. Vi sono poi le opere del filosofo ebreo Filone Alessandrino e dello storico Giuseppe Flavio, vissuti rispettivamente nella prima e nella seconda metà del I secolo d.C. Importanti sono infine anche le opere del giudaismo rabbinico le quali, pur essendo state composte in un periodo successivo alla caduta di Gerusalemme, contengono molto materiale utile per la conoscenza del giudaismo antico e medio. Questa letteratura è importante non solo per comprendere le idee principali che circolavano in ambiente giudaico al momento della composizione e soprattutto della redazione finale delle opere più antiche, ma anche perché aiutano a ricostruire lo sfondo storico e culturale del Nuovo Testamento. In appendice è riportate un elenco delle più importanti di queste opere con le relative abbreviazioni e la data probabile di composizione.
    In questo contesto affrontiamo lo studio dei libri di Esdra e Neemia, che raccontano le vicende del ritorno dei giudei dall’esilio babilonese. Presenteremo poi i due libri deuterocanonici dei Maccabei, nei quali si narrano le vicende riguardanti la rivolta dei giudei contro i seleucidi. Infine studieremo i quattro libretti che narrano altrettante storie edificanti, due dei quali sono canonici (Ester, con aggiunte deuterocanoniche, e Rut), e due deuterocanonici (Tobia e Giuditta).

    A. ESDRA E NEEMIA

    I due libri di Esdra e Neemia, che originariamente costituivano forse un’opera unica, raccontano le vicende del ritorno dall’esilio e della restaurazione. I personaggi da cui i due libri prendono il loro titolo sono i protagonisti delle vicende in essi narrate. Per quanto riguarda Neemia, egli si presenta anche come l’autore di una parte del suo libro.
    Sullo sfondo di questi due libri vi sono le vicende storiche collegate con la caduta dell’impero babilonese e il sorgere di quello persiano. Alla morte di Nabucodonosor sale al trono Avil-marduk, chiamato nella Bibbia Evil-Merodach, il quale però è assassinato dopo soli due anni di regno (562- 560 a.C.). Gli succede Neriglissar, il quale regna anche lui per un breve periodo di tempo (560-556 a.C.). Alla sua morte il potere cade nelle mani di un usurpatore, Nabonide (556-539 a.C.), il quale attua una riforma religiosa in base alla quale è soppressa la festa dell’anno nuovo, e il culto di Marduk è sostituito con quello della dea lunare Sin: ciò gli attira l’avversione dei sacerdoti di Marduk e di gran parte del popolo. Per far fronte alla minaccia dei medi, egli favorisce un loro vassallo, il re persiano Ciro.
    Approfittando della situazione, Ciro si ribella contro Astiage, re dei medi e ne conquista la capitale Ecbatana (555 a.C.), assumendo poco dopo (549 a.C.) il titolo di re dei medi e dei persiani.
    Nabonide allora si allea con il faraone d’Egitto Amasis e con Creso, re di Lidia. Ciro però interviene prontamente contro la Lidia (547 a.C.), conquista Sardi e si impossessa della maggior parte dell’Asia minore. Negli anni seguenti estende i suoi domini verso Est e conquista Babilonia (539 a.C.), dove è accolto come il liberatore inviato dal dio Marduk per restaurare il suo culto. Egli entra così in possesso della Siria e della Palestina e consente ai giudei di ritornare a Gerusalemme per riedificare il tempio al Dio del cielo.
    Nel 525 Cambise, figlio e successore di Ciro conquista anche l’Egitto. Gli altri re persiani sono Cambise II (530-522 a.C.); Dario I Histaspe (521-486 a.C.); Serse I (486-465 a.C.); Artaserse I Longimano (465-423 a.C.); Dario II Noto (423-404 a.C.); Artaserse II Mnemone (404-358 a.C.); Artaserse III Ocos (358-338 a.C.); Arsete (338-336 a.C.); Dario III Codomano (336-330 a.C.).
    I libri di Esdra e Neemia riportano materiale di ogni tipo, come racconti, lettere, documenti d’archivio, preghiere, con i quali si cerca di riempire almeno in parte il vuoto di notizie riguardanti il periodo storico del ritorno dall’esilio. I problemi che essi pongono dal punto di vista storico sono però notevoli. Non è chiaro se Sessbassar, «principe di Giuda» (Esd 1,8) e «governatore» (Esd 5,14), sia lo stesso personaggio chiamato altrove Zorobabele, o si tratti di un suo progenitore. Nulla si dice circa la fine fatta da Zorobabele, che scompare senza lasciare tracce. L’attendibilità dei documenti riportati è molto discussa.
    Esistono inoltre problemi circa la datazione degli eventi narrati. Secondo l’ordine dei fatti suggerito dai due libri, ambedue i protagonisti avrebbero operato sotto il re persiano Artaserse I Longimano (465-423 a.C.). La missione di Esdra perciò, essendo avvenuta nell'anno settimo di questo sovrano (458 a.C.), avrebbe preceduto quella di Neemia, situata nell'anno ventesimo del suo regno (445 a.C.); inoltre, nell'anno trentaduesimo dello stesso sovrano (433 a.C.), Neemia si trova nuovamente presso di lui e poco dopo ottiene il permesso di fare una seconda visita a Gerusalemme (cfr. Ne 13,6). Diversi indizi fanno pensare invece che la missione di Neemia (445 a.C.) abbia preceduto quella di Esdra, che potrebbe essere avvenuta nel settimo anno del sovrano successivo, Artaserse II Mnemone (398 a.C.). Ma si tratta soltanto di un’ipotesi. La stessa figura di Esdra non ha una sufficiente consistenza storica. Inoltre da una serie di indizi appare che l’autore dei due libri vive in un tempo ormai lontano da quello in cui si sono svolti gli eventi.
    Per questi e altri motivi il contributo di questi libri si pone più sul piano delle idee che su quello della storia vera e propria. Tuttavia si tratta di testimonianze preziose per capire il periodo immediatamente seguente all’esilio, o almeno la raffigurazione che di esso si sono fatta le generazioni successive. In questi libri si afferma soprattutto la tesi dell’origine divina del tempio e della legge che sarà posta alla base della nuova comunità. È chiaro dunque che i libri di Esdra e Neemia furono composti in ambiente sacerdotale. Si suppone che abbiano visto la luce, dopo un certo periodo di gestazione e successive redazioni, verso la fine del periodo persiano e l’inizio di quello greco, quindi più o meno tra il 330 e il 250 a.C., o forse, secondo alcuni studiosi, anche più tardi.
    I due libri di Esdra e Neemia comprendono le seguenti sezioni: 1) Ritorno dall’esilio e la costruzione del secondo tempio (Esd 1-6); 2) Arrivo di Esdra e la sua attività (Esd 7-10); 3) Memorie di Neemia (Ne 1-7); 4) Promulgazione della legge da parte di Esdra (Ne 8-10); 5) Conclusione dell’opera di Neemia (Ne 11-13).

    1. Editto di Ciro e prime partenze (Esd 1-6)

    Nella prima sezione del libro di Esdra, composta parte in ebraico (Esd 1,1 - 4,7 e 6,19-22) e parte in aramaico (4,8 - 6,18) si narra il ritorno dall’esilio. Nel 539 a.C. il re persiano Ciro conquista Babilonia e, a differenza dei re che l’avevano preceduto, adotta una politica di apertura verso gli abitanti dei paesi conquistati permettendo loro di vivere secondo i propri costumi e il proprio culto.
    L’anno seguente emette un editto con il quale concede ai giudei, residenti in Mesopotamia, di ritornare a Gerusalemme, in Giudea, per riedificare il tempio del Dio di Israele. Inizia allora il ritorno (Esd 1,8 - 6,18). Esso avviene in modo graduale. I primi arrivati costruiscono subito un altare per poter riprendere il culto e offrire sacrifici. Danno inizio poi alla ricostruzione del tempio, ma si scontrano con la popolazione locale, formata da israeliti che non erano stati deportati, oltre che da altre popolazioni ivi trasferite dai babilonesi. Costoro vorrebbero collaborare alla costruzione del tempio, ma i rimpatriati rifiutano il loro aiuto. Di conseguenza la popolazione locale si oppone a essi e li costringe a interrompere i lavori. La costruzione riprende al tempo di Dario, re di Persia, sotto la guida di due capi religiosi, Zorobabele, un principe della casa di Davide, nipote del re Ioiachin, e il sommo sacerdote Giosuè. La loro opera giunge al termine nell’anno sesto del regno del re Dario (515 a.C.): nel tempio consacrato si svolge allora la solenne celebrazione della Pasqua (Esd 6,19-22).

    2. Un giro di vite: la missione di Esdra (Esd 7-10)

    Esdra è presentato per la prima volta come un sacerdote discendente di Aronne, esperto nella legge di Mosè. Il re Artaserse gli affida l’incarico di recarsi a Gerusalemme per verificare come vengono osservati gli insegnamenti del Signore e gli affida oro e argento da offrire al Dio d’Israele.
    A Esdra si uniscono duecentoventi «oblati», i quali avranno funzioni di servizio nei confronti dei Leviti e delle loro mansioni sacre. Esdra non osa chiedere una scorta militare e ricorre all’aiuto divino mediante un digiuno e un atto penitenziale. La marcia procede senza pericoli e Esdra con la sua carovana raggiunge Gerusalemme (Esd 7,1 - 8,36).
    Giunto a Gerusalemme, Esdra viene a sapere che molti giudei, compresi i sacerdoti e i leviti, hanno sposato donne straniere e resta sconvolto; compie allora un atto penitenziale e rivolge a Dio un’accorata preghiera in cui ricorda i suoi benefici e chiede perdono per l’infedeltà del popolo (Esd 9,1-15). Poi prende drastici provvedimenti. Esdra era preoccupato di conservare la purezza etnica e religiosa. I matrimoni dei rimpatriati con la popolazione residente nel paese vengono considerati quindi come una minaccia alla loro identità. Esdra impone perciò la separazione delle coppie miste.
    Questa misura, che oggi appare ingiusta e disumana, viene vista come condizione necessaria per mantenere la fedeltà a JHWH. Si afferma così una mentalità esclusivistica che spesso tenderà a isolare Israele dalle altre nazioni. La sezione termina con la lista dei colpevoli (Esd 10,18-44). Il tempio è stato ricostruito, ma Gerusalemme è ancora una città in rovina. Non ci sono né mura né porte.

    3. Neemia e le mura di Gerusalemme (Ne 1-7)

    Nella prima parte del libro che porta il suo nome è Neemia stesso che racconta, sotto forma di memoriale, le vicende di cui è stato protagonista. Egli è un giudeo, funzionario dell’impero persiano, coppiere di Artaserse, il quale è rimasto costernato per le notizie di miseria e di distruzione che gli arrivavano da Gerusalemme. Dopo aver rivolto a Dio una preghiera accorata, egli chiede ad Artaserse e ottiene da lui il compito di recarsi a Gerusalemme come governatore per ricostruire la città (Ne 1,1 - 2,10). Giunto a Gerusalemme, Neemia si mette subito all’opera, dedicando tutte le sue energie alla ricostruzione delle mura della città.
    Questa iniziativa corrispondeva a un bisogno di sicurezza da parte dei suoi abitanti nei confronti di qualsiasi minaccia proveniente dall’esterno e al tempo stesso rappresentava simbolicamente la ritrovata unità del gruppo giudaico. Tuttavia essa comportava a livello sia pratico che simbolico la chiusura verso l’esterno e la prevalenza degli istinti difensivi su quelli aggregativi. Con l’aiuto di tutta la popolazione giudaica Neemia riesce finalmente a ricostruire le mura di Gerusalemme. A lavori completati, egli stabilisce gli orari di apertura e chiusura delle porte della città e i relativi turni di guardia delle sentinelle.

    4. La ricomparsa di Esdra (Ne 8-10)

    Dopo l’intervento di Neemia, riappare sulla scena Esdra, il quale porta con sé il testo della Legge, la Tôrah, frutto del lavoro che le scuole sacerdotali avevano portato a termine al tempo dell’esilio e negli anni successivi. Il suo compito è quello di farla accettare come legge non solo religiosa, ma anche civile per tutto il gruppo dei rimpatriati (Ne 8-10). In sintonia con quanto è prescritto nella Tôrah, i rimpatriati celebrano per la prima volta la festa delle Capanne, durante la quale la Tôrah stessa viene solennemente promulgata. Coadiuvato dai leviti, Esdra la legge e la spiega al popolo. Dopo la lettura, tutti si impegnano a essere fedeli a JHWH. Purtroppo non si sa che cosa contenesse il libro fatto leggere da Esdra.
    La popolazione viene per la prima volta a conoscenza della «Legge di Mosè», nella quale sono state messe per iscritto le tradizioni antiche e recenti di Israele, e riconosce in essa il fondamento della sua identità religiosa, sociale e politica. Questo perciò può essere considerato come il giorno in cui nasce la comunità giudaica, governata dal sacerdozio sulla base della legge divina, che è anche legge ufficiale dello stato persiano per i giudei; costoro diventano così un gruppo autonomo, dedito al culto del tempio e governato dai sacerdoti.
    Dopo la festa delle Capanne si celebra una solenne funzione espiatrice (Ne 9) e successivamente la comunità assume l’impegno di osservare la legge (Ne 10).

    5. Conclusione dell’opera di Neemia (Ne 11- 13)

    Nella finale del libro di Neemia sono contenute alcune informazioni circa la popolazione giudaica e in modo speciale i sacerdoti residenti in Gerusalemme e nei territori circostanti (Ne 11,1 - 12,26). Infine viene riportato il racconto della dedicazione delle mura di Gerusalemme (Ne 12,17- 13,3), che si ricollega a Ne 6,16. Chiude il libro il resoconto di una seconda missione di Neemia, che contiene anche una preghiera del protagonista e un nuovo rimprovero per i matrimoni misti (Ne 13,4-32).

    I libri che portano il nome dei due grandi riformatori del postesilio, Esdra e Neemia, si caratterizzano per il fatto che pongono l'accento non tanto sul tempio quanto piuttosto sulla legge di Mosè, che rappresenta il secondo dei due grandi pilastri su cui si costruisce il giudaismo postesilico.
    La legittimazione della comunità che si raccoglie intorno al tempio è cercata quindi nell'osservanza fedele delle norme contenute nel grande complesso mosaico messo a punto dalla scuola sacerdotale.
    Non per nulla l'opera dei due grandi riformatori del postesilio culmina non nella costruzione del tempio ma nella solenne lettura della legge promossa appunto da Esdra. La causa della tragedia vissuta dal popolo giudaico è ormai individuata nella trasgressione della legge di Mosè; perciò si fa strada la convinzione che solo la fedeltà a essa, in tutti i suoi dettagli, potrà garantire ai rimpatriati la permanenza nella città santa.

    B. I DUE LIBRI DEI MACCABEI

    Lo sfondo storico dei due libri dei Maccabei è quello delle lotte tra i regni sorti dalle ceneri dell’impero di Alessandro Magno. Alla sua morte, avvenuta in Babilonia nel 323 a.C., gli succedono i suoi luogotenenti, chiamati diadochi, dei quali Seleuco, capostipite della dinastia seleucide, prende possesso della Siria e della Mesopotamia; sovrano dell’Egitto diventa invece Tolomeo, dal quale deriva la dinastia dei Lagidi. Dopo un periodo politicamente incerto, la Palestina cade sotto il dominio di questi ultimi (301-198 a.C.), i quali si mostrano rispettosi della religione e delle istituzioni giudaiche.
    La situazione cambia nel 198 a.C., quando il sovrano seleucide Antioco III, a seguito della vittoria di Panion, riesce a conquistare la Palestina. A lui succede, nel 175 a.C., Antioco IV (175- 164 a.C.), che prende il titolo di Epifane ([dio] manifesto). In questo momento inizia l’ellenizzazione accelerata della Giudea, a cui collaborano i sommi sacerdoti Giasone e Menelao.
    Dopo alterne vicende Antioco prende possesso di Gerusalemme (168 a.C.), la saccheggia e impone con la forza l’adozione della cultura e della religione greca. Per la prima volta i giudei sono perseguitati a motivo della loro religione. Tutto ciò provoca la loro rivolta, capeggiata dai Maccabei, di cui narrano i libri che portano il loro nome.
    I due libri dei Maccabei raccontano la rivolta giudaica contro il potere della Siria, rappresentato da Antioco IV Epifane. Essi prendono nome dall’appellativo «maccabeo» (dall’aramaico maqqaba’, «martello») dato a Giuda, il grande condottiero della rivolta, e poi esteso ai suoi fratelli, a lui succeduti dopo la sua morte in battaglia. I due libri sono stati composti in greco e quindi fanno parte del gruppo dei deuterocanonici. Pur portando lo stesso titolo, i due libri non sono la continuazione l’uno dell’altro, anzi si presentano come due scritti che rivelano un ambiente d’origine e concezioni religiose diversi. Anche il genere letterario, pur essendo in ambedue quello della storia a scopo edificante, assume connotati diversi, più sobrio nel primo e più portato al miracolismo e all’esortazione il secondo.
    Il primo libro narra gli eventi che vanno dalla rivolta di Mattatia fino al momento in cui il potere passa all’ultimo dei fratelli maccabei, Simone. Nel secondo libro invece, che si presenta come il riassunto dell’opera in cinque libri di Giasone di Cirene, andata persa, viene preso in considerazione un periodo più breve, quello cioè che va dal 180 al 160 a.C., cioè dal tempo del sommo sacerdote Onia III fino alla morte di Nicanore, generale di Demetrio I re di Siria. In pratica vengono narrate solo le gesta di Giuda Maccabeo, narrate nei capitoli 1-9 del primo libro dei Maccabei. L’autore mette in evidenza i compromessi della classe dirigente giudaica e la costanza dei martiri che si oppongono all’imposizione dei governanti con coraggio e costanza, nella speranza di ottenere un giorno da Dio la resurrezione dei loro corpi.
    La composizione dei due libri ha avuto luogo probabilmente qualche decennio dopo gli avvenimenti narrati, quindi verso il 100-125 a.C. La storia che essi narrano, pur riportando notizie attendibili, ha un innegabile carattere romanzesco e chiare finalità religiose. Più che l’oggettivo svolgersi degli eventi interessa agli autori mettere in luce la continua assistenza di Dio che guida il suo popolo e lo libera dai suoi nemici, ma pretende da esso la fedeltà rigorosa alle sue leggi.
    Primo libro Premessa (1Mac 1) 1) La rivolta di Mattatia, il padre dei tre fratelli maccabei (1Mac 2,1-70) 2) Le guerre di Giuda Maccabeo (1Mac 3,1 - 9,22) 3) Gionata diventa capo dei giudei (1Mac 9,23 - 12,53) 4) Simone assume il comando dei giudei (1Mac 13-16) Secondo libro Premessa (2Mac 1-2) + Due lettere agli Ebrei d’Egitto (2Mac 1,1 - 2,18) + Prefazione dell’autore (2Mac 2,19-32) 1) Storia di Eliodoro (2Mac 3,1-40) 2) Ellenizzazione forzata e resistenza dei martiri (2Mac 4-7) 3) Rivolta vittoriosa di Giuda e riconquista del tempio (2Mac 8,1 - 10,8) + Vittoria di Giuda Maccabeo su Nicanore (2Mac 8,1-36) + Morte di Antioco IV (2Mac 9) + Purificazione del tempio (2Mac 10,1-8) 4) Le guerre di Giuda contro Lisia (2Mac 10,9 - 13,26) 5) Le guerre di Giuda contro Nicanore (2Mac 14-15).

    1. Premessa e rivolta di Mattatia (1Mac 1-2)

    Il primo libro inizia con un preambolo (1Mac 1,1-64), nel quale si fa cenno alle conquiste di Alessandro Magno (333 a.C.), alla divisione dell’impero tra i suoi generali e alle vicende riguardanti Antioco IV, denominato Epifane ([dio] manifesto): le sue spedizioni militari e le pressioni da lui esercitate sui giudei per far loro accettare la cultura e le religione ellenistiche: la circoncisione è proibita e la Tôrah è abrogata; sulla collina a Nord-Ovest del tempio è costruita una cittadella (Acra), mentre il tempio è dedicato a Giove Olimpio. In questa situazione si fa strada tra i ceti più osservanti un senso di profonda insofferenza di cui si fa interprete Mattatia, un sacerdote residente a Modin, villaggio della Giudea, il quale, per evitare le pressioni dei messi regali, fugge con i suoi figli nel deserto e dà inizio alla resistenza armata: è la prima volta che i giudei combattono non per motivi politici e territoriali, ma in nome di Dio e della religione.
    Ai rivoltosi si uniscono gli asidei, un gruppo di giudei praticanti (hasidîm) fondamentalmente contrari alla violenza. Al termine della sua vita, Mattatia designa Giuda Maccabeo come capo della rivolta (1Mac 2,29-69). Dopo alterne vicende, Giuda sconfigge Lisia, luogotenente di Antioco, nella battaglia di Emmaus (165 a.C.). L'anno successivo (164 a.C.) ha luogo la battaglia di Bet-Zur, in seguito alla quale Giuda conquista e purifica il tempio, consacrandolo nuovamente a JHWH (dicembre 164 a.C.) (1Mac 3-4).

    2. Le guerre di Giuda Maccabeo (1Mac 3,1 - 9,22)

    Continuano i successi militari di Giuda (1Mac 5). Antioco IV intanto muore e gli succede Antioco V il quale, dopo nuove azioni militari, accorda ai giudei la libertà religiosa (1Mac 6). Gli succede Demetrio I, il quale invia in Giudea Bacchide e Alcimo proponendo la pace. Giuda rifiuta, mentre gli accettano l’offerta del re, ma subito dopo 60 di loro sono massacrati. Demetrio invia successivamente in Giudea un esercito con a capo Nicanore che però viene sconfitto (cfr. 1Mac 7).
    Giuda fa alleanza con i romani (1Mac 8) ma subito dopo, nel 160 a.C., muore nella battaglia di Berea (1Mac 9,1-22).

    3. Gionata diventa capo dei giudei (1Mac 9,23 - 12,53)

    A Giuda succede suo fratello Gionata il quale nel 152 assume il sommo sacerdozio (1Mac 9,23 - 12,53). La legittimità di questo evento era dubbia, poiché Gionata non apparteneva a una delle famiglie sacerdotali discendenti da Sadoq. Essa è contestata soprattutto dall’ala sacerdotale degli asidei, molti dei quali abbandonano il culto ufficiale e formano il gruppo degli esseni. Ad essi appartengono probabilmente i membri della «comunità» di Quamran, i quali si sono ritirati nel deserto, a nord ovest del mar Morto. L’ala laica degli asidei ha dato invece origine al movimento dei farisei, i quali sono stati anch’essi per un certo tempo avversari degli asmonei.

    4. Simone succede a suo fratello Gionata (1Mac 13-16)

    Alla morte di Gionata, nel 143 a.C., assume il comando suo fratello Simone il quale ottiene dai re siriani la dignità di sommo sacerdote e di capo (etnarca) dei giudei (1Mac 13,1 - 16,10). Gli succede suo figlio Giovanni Ircano (134-104 a.C.), il cui figlio Aristobulo (104-103 a.C.) assumerà il titolo di re (1Mac 16,11-23), dando origine alla dinastia asmonea, nella quale si uniscono il potere regale e sacerdotale. Sorge così in Giudea un regno autonomo che durerà fino alla conquista romana (63 a.C.).
    Il primo libro dei Maccabei si presenta come un’apologia della dinastia asmonea, ma le sue finalità sono più ampie, in quanto vuole mostrare come Dio assista e protegga il suo popolo anche in un periodo così tribolato come quello della persecuzione religiosa dei seleucidi, caratterizzato dalla sollevazione del popolo e dalla formazione di una dinastia al tempo stesso regale e sacerdotale. Come le antiche imprese dei giudici e dei re di Israele, anche le imprese dei Maccabei sono presentate come storia sacra.

    5. Prologo del secondo libro (2Mac 1-2)

    La prima parte del libro si apre con due lettere che sarebbero state inviate dai giudei di Gerusalemme ai loro fratelli dell’Egitto: in esse si annunzia la ripresa del culto del tempio e la morte di Antioco Epifane (2Mac 1,1 - 2,18). Segue una prefazione dell’autore (2Mac 2,19-32).

    6. Storia di Eliodoro (2Mac 3,1-40)

    Al tempo del sommo sacerdote Onia, Eliodoro è inviato dal re di Siria a Gerusalemme per sequestrare i tesori conservati nel tempio e depositarli nell’erario del re. Onia cerca di evitare questo sopruso avvertendo che i tesori del tempio sono i depositi di gente comune. Eliodoro non si lascia convincere. Ma, mentre sta per svolgere la sua missione ha una visione e viene colpito violentemente da due personaggi celesti. Mentre è in fin di vita, Onia prega per lui ed egli viene risanato. In seguito a ciò egli si converte e sconsiglia al re di mandare altri a sequestrare i tesori del tempio.

    7. Ellenizzazione forzata e resistenza dei martiri (2Mac 4-7)

    All’inizio sono narrati alcuni episodi riguardanti i rapporti con la Siria e l’introduzione degli usi greci da parte di Antioco IV (2Mac 3,1-6,17). Sono poi presentati due episodi di fedeltà alla fede: il primo narra del vecchio Eleazaro, uno scriba novantenne, che accetta di morire soffrendo atroci dolori pur di non mangiare carni suine (2Mac 6,18-31); il secondo è la storia di sette fratelli che hanno preferito morire piuttosto che tradire la loro fede. In questo brano appare per la prima volta il tema della resurrezione dei morti. È precisamente nell’ambito della persecuzione che si comincia a pensare che i giusti, i quali hanno dato la vita per la loro fede, alla fine dei tempi, quando il popolo entrerà nella pienezza della comunione con Dio, usciranno dal regno dei morti e torneranno in vita per partecipare alla felicità dei loro fratelli. In questo contesto il martirio viene visto come l’unico mezzo che consente di essere fedeli a Dio e di preservare il popolo dalla rovina. Alla fine la violenta persecuzione lascia il posto alla rivincita.

    8. Rivolta vittoriosa di Giuda e riconquista del tempio (2Mac 8,1 - 10,8)

    Giuda Maccabeo sconfigge Nicanore (2Mac 8,1-36). Intanto muore Antioco IV (2Mac 9).
    Giuda allora riconquista il tempio e lo purifica dagli oggetti di culto idolatrici e lo riconsacra a JHWH (2Mac 10,1-8).

    9. Le guerre di Giuda contro Lisia (2Mac 10,9 - 13,26)

    Il libro prosegue con il racconto, più particolareggiato e in tono più patetico del racconto parallelo di 1Maccabei, delle gesta vittoriose di Giuda. Anzitutto Giuda deve far fronte all'attacco di Lisia, generale di Antioco V Eupatore (163-161 a.C.) (2Mac 10,9-23), che viene da lui sconfitto a Bet-Zur (2Mac 11,1-12). Lisia allora propone a Giuda di sottoscrivere un accordo di pace (2Mac 11,13-38). Ma la situazione non cambia e i giudei continuano a essere oggetto di vessazioni da parte sia dei greci sia delle popolazioni circonvicine: Giuda perciò scende nuovamente in campo contro di lui e lo sconfigge (2Mac 12).
    Dopo la battaglia, quando vanno a seppellire i loro morti, gli uomini di Giuda si accorgono che ciascuno di essi portava sotto la tunica oggetti sacri agli idoli (2Mac 13). Allora fu chiaro a tutti il motivo della loro morte. In questo testo riaffiora, assieme all'idea che una disgrazia è sempre effetto di un castigo divino, la fede nella risurrezione finale, e al tempo stesso la convinzione che le preghiere e i sacrifici dei giusti possano espiare anche le pene dovute a coloro che sono morti in stato di peccato. Antioco V prende allora personalmente l’iniziativa e cinge d'assedio Bet-Zur, ma non riesce a conquistare la città ed è sconfitto da Giuda. Alla fine, essendo giunta la notizia di problemi scoppiati in patria, offre la pace ai giudei.

    10. Guerre contro Nicanore e morte di Giuda (2Mac 14-15)

    La lotta prosegue poi contro Demetrio I (161-150 a.C.). Questi usurpa il trono di Siria, uccidendo Antioco e Lisia (2Mac 14). Egli invia poi contro Giuda il suo generale Nicanore, il quale, dopo aver fatto con lui un accordo, esige dai sacerdoti di Gerusalemme la sua consegna, pena la distruzione del tempio. Per dare una lezione ai giudei, Nicanore ordina di arrestare Razis, un giudeo molto stimato, ma questi, per non cadere nelle loro mani, si dà la morte. Finalmente si giunge al conflitto decisivo (2Mac 15,1-36). I giudei attaccano Nicanore e lo sconfiggono. Egli viene ucciso e il corpo orrendamente mutilato è esposto a pubblico ludibrio. Quel giorno è dichiarato festa nazionale. Conclude il libro un breve epilogo dell'autore (2 Mac 15,37-39).

    I due libri dei Maccabei mettono a fuoco un periodo in cui per la prima volta l’identità culturale e religiosa dei giudei viene sottoposta a dura prova da un potere politico avverso, ma prima ancora da una profonda spaccatura all’interno del popolo stesso. La cultura greca esercitava infatti un profondo influsso anche sui giudei. L’ascesa al trono di Antioco fornisce a molti di loro l’occasione di rivolgersi a essa in modo più deciso, spingendo in questa direzione anche i più riluttanti.
    L’intento di Antioco però non è tanto religioso quanto piuttosto politico: egli intende sopprimere le identità nazionali, in modo da dare unità e coesione al suo immenso impero. Per i giudei, che sotto i persiani avevano goduto di particolari esenzioni, l’intervento del re rappresentava non solo un pericolo religioso, ma anche una minaccia alla loro stessa esistenza come gruppo autonomo.
    La soluzione del problema viene cercata nella lotta armata. Appare così la faccia guerriera del giudaismo, che aveva preso forma soprattutto nell’epopea della conquista e dell’insediamento nella terra di Canaan e che riprenderà vita un giorno nella rivolta armata contro Roma. Questa posizione però non è stata adottata da tutti i giudei: nel secondo libro dei Maccabei affiora l’idea della resistenza passiva e del martirio, mediante il quale il popolo si rinnova e si riconcilia con il suo Dio.
    In questa fase della storia di Israele, Gerusalemme con il suo tempio e la legge con le diverse prescrizioni in essa contenute, restano i punti di riferimento più significativi dell’identità minacciata.
    Il rischio di appiattire il rapporto con Dio sull’identità etnica e culturale diventa sempre più forte. E difatti la dinastia degli asmonei, discendenti dei gloriosi maccabei, sarà a sua volta in gran parte responsabile della successiva ellenizzazione della Giudea. Ciò conferma l’errore di una scelta religiosa attuata mediante il potere e la violenza.
    In questo periodo appare per la prima volta l’idea della risurrezione finale. È significativo che nei libri canonici questa concezione sia attestata solo in 2Maccabei e in Daniele. Essa farà poi molta strada nell’ebraismo, ma ancora all’inizio dell’era volgare non sarà accettata da tutti: gli appartenenti alla casta sacerdotale (sadducei) infatti non la ritenevano parte del deposito rivelato, mentre i cristiani, al seguito dei farisei, ne hanno fatto un punto forte della loro fede.

    C. ROMANZI EDIFICANTI

    I libretti che portano il nome di Tobia, Giuditta e Ester, raccontano rispettivamente la storia di questi tre personaggi, i quali passano attraverso vicende complesse e rischiose ma alla fine ottengono una insperata salvezza. Di essi i primi due sono stati conservati solo in greco e fanno parte dei libri deuterocanonici. Il libro di Ester invece è scritto in ebraico, con alcune aggiunte deuterocanoniche in lingua greca: esso fa parte delle cinque meghillot e si legge nella liturgia ebraica durante la festa dei Purîm («sorti»), di cui spiega l’origine e il nome. Il libro di Rut, che nel canone cristiano è stato posto dopo Giudici in quanto narra una storia avvenuta nel periodo caratterizzato da queste figure di condottieri, nella Bibbia ebraica è anch’esso una delle cinque meghillôt ed è letto nella festa di Pentecoste.
    Questi scritti adottano uno stesso genere letterario, quello del romanzo edificante. Essi hanno come tema l’adempimento degli obblighi che derivano dalla propria fede e mostrano come sia possibile viverla positivamente anche in situazioni di grande pericolo, ottenendo così non solo la salvezza personale, ma anche quella di tutto il popolo.
    I fatti in essi narrati non hanno alcun fondamento storico. Ne è prova la mancanza di riferimenti precisi alla storia, nonché la presenza di autentici errori e anacronismi. In essi è fortemente sottolineata l’azione di Dio che guida la storia non solo di Israele ma anche di tutta l’umanità attraverso personaggi da lui scelti, senza mai apparire sulla scena in prima persona. Il contesto storico in cui sono situati è quello dell’esilio ma, in assenza di riscontri precisi, si può supporre che essi riflettano in generale la situazione della diaspora giudaica. Il tempo di composizione di questi libretti non può essere stabilito con precisione. Si può dire semplicemente che hanno visto la luce in un momento non troppo distante dall’inizio dell’era cristiana.

    1. Tobia

    Il libro narra la storia di Tobi, un uomo della tribù settentrionale di Neftali, deportato a Ninive nell’VIII secolo a.C., che ha sposato Anna, una donna della sua parentela, da cui ha avuto un figlio, Tobia. Il racconto si può così dividere: 1) Vicende parallele di Tobi e di Sara (Tb 1-3) 2) Il viaggio di Tobia (Tb 4-6) 3) Il matrimonio di Tobia e di Sara (Tb 7-10) 4) Il ritorno (Tb 11-12) 5) Cantico di Tobi e notizie conclusive (Tb 13-14).
    Tobi è un pio osservante di tutte le prescrizioni della Tôrah. Un giorno, durante la festa di Pentecoste, mentre partecipa al pranzo familiare, sentendo che un suo connazionale è stato ucciso, senza esitare esce a seppellirlo. Ma subito dopo, mentre riposa sdraiato su un prato, amareggiato per quello che è successo, gli cadono negli occhi degli escrementi di passero che lo fanno diventare completamente cieco. In un momento di disperazione chiede a Dio di farlo morire. Nello stesso tempo una sua lontana parente, Sara, figlia di Raguele, che abita in Ecbatana, nella Media, vive un’esperienza analoga. Ella era stata data in moglie successivamente a sette uomini, i quali erano stati uccisi da un demonio di nome Asmodeo. Accusata da una serva di essere lei l’assassina dei suoi mariti, Sara cade in uno stato di terribile angoscia e si rivolge a Dio chiedendo di aiutarla. Dio ascolta la preghiera di ambedue e decide di intervenire inviando a essi l’angelo Raffaele (Tb 1-3).
    Intanto Tobi si ricorda di aver lasciato in deposito presso Gabael, un amico che viveva nella Media, una regione della Persia nord-occidentale, una cospicua somma di denaro e sentendosi vicino alla morte chiede al figlio di cercare qualcuno che lo accompagni in quella lontana terra per recuperare il denaro. Al tempo stesso gli esprime il desiderio che prenda in moglie una donna del suo popolo. Il ragazzo incontra quasi subito un uomo che si offre di accompagnarlo. Egli dice di essere Azaria, il figlio di Anania, un suo parente, ma in realtà si tratta dell’angelo Raffaele che Dio ha mandato per guidarlo e proteggerlo (Tb 4-5).
    I due si mettono in viaggio e cammin facendo Tobia cattura un grosso pesce di cui, dietro suggerimento di Azaria, conserva il fiele, il cuore e il fegato. Poi l’angelo gli parla della sua cugina Sara e gli dice che a lui, come parente più prossimo, spetta sposarla. Giunti a Ecbatana, si recano a casa di Raguele, il padre di Sara, al quale Tobia chiede la mano di sua figlia, Sebbene riluttante per il timore che Tobia faccia la fine dei precedenti mariti, Raguele acconsente. Si celebra allora il matrimonio con un grande banchetto (Tb 6-7).
    Mentre proseguono i festeggiamenti, Raffaele si reca a Rage per prelevare la somma dovuta, poi insieme ritornano a Ninive. L’incontro con la famiglia è affettuoso. Raffaele dice allora a Tobia di spalmare il fiele del pesce sugli occhi del padre. Egli obbedisce e Tobi riacquista la vista. Si celebra allora nuovamente con grandi feste il matrimonio dei due giovani. Poi Tobi e Tobia si pongono il problema di come ricompensare Azaria per quanto aveva fatto ed è a questo punto che l’angelo Raffaele si rivela e raccomanda loro di lodare sempre Dio e di ringraziarlo perché è stato per suo volere che ha accompagnato loro figlio (Tb 8,10 - 12,22).
    Alla scomparsa dell’angelo, segue il canto di Tobi (Tb 13), in cui egli esprime la sua lode e il suo ringraziamento a Dio. In esso si riflette la convinzione secondo cui la dispersione d’Israele non è solamente una punizione, ma anche un’occasione per i giudei di celebrare il loro Dio davanti ad ogni vivente; inoltre in questo inno appare la nostalgia e l’ammirazione che l’ebreo della diaspora prova nei confronti della città santa. Essa un giorno sarà ricostruita e diventerà la meta a cui si dirigeranno tutte le nazioni per lodare il vero Dio. La storia di Tobi si conclude con la sua morte, prima della quale, a centododici anni, si congeda dal figlio con un discorso profetico in cui annunzia la distruzione di Samaria e di Gerusalemme, l’esilio assiro-babilonese, il ritorno dall’esilio e la nuova gloria di Gerusalemme (Tb 14).

    2. Giuditta

    Il racconto è ambientato nel contesto di un’invasione straniera della terra di Israele, guidata dal generale Oloferne, che viene bloccata a Betulia per l’eroismo di una donna chiamata Giuditta. Lo scritto si può così dividere: 1) Campagna di Oloferne (Gdt 1-6) 2) Assedio di Betulia e intervento di Giuditta (Gdt 7-9) 3) Giuditta e Oloferne (Gdt 10-13) 4) Vittoria dei giudei e cantico di Giuditta (Gdt 14-16).
    L’esercito di Oloferne, generale e luogotenente di Nabucodonosor invade la Palestina e si accampa nella valle di Esdrelon, in territorio israelitico, di fronte alle montagne della Giudea. Gli israeliti, per impedire che raggiunga Gerusalemme fortificano la città di Betulia che viene assediata da Oloferne. Questi decide di tagliare l’acqua, di bloccare la sorgente esterna e di isolare Betulia circondandola tutto intorno con i suoi soldati. Achior condottiero di tutti gli ammoniti, dimostra di conoscere molto bene la particolare condizione di Israele come popolo eletto da Dio e sconsiglia la guerra contro di esso. Per questo viene scacciato e consegnato ai giudei (Gdt 1-6).
    Il popolo stremato, rimasto senz’acqua, pensa di arrendersi, ma il sommo sacerdote Ozia lo convince a resistere ancora cinque giorni (Gdt 7). Nel frattempo si fa avanti Giuditta, una vedova molto ricca, bella ed attraente, oltre che sinceramente devota a Dio, la quale si assume il compito di difendere la sua città e il suo popolo. Dopo aver lungamente pregato, Giuditta si riveste dei suoi vestiti migliori e, accompagnata da una serva, si reca al campo nemico e chiede di poter vedere il comandante. Le sentinelle la fanno entrare ed ella conquista il suo favore (Gdt 8,1 - 12,9). Un sera Oloferne fa un banchetto, al quale viene invitata anche Giuditta. Pregustando il piacere di poter avere rapporti con lei, egli beve vino in abbondanza (Gdt 12,10-20). Quando si trovano da soli, Giuditta gli taglia la testa e la porta ai suoi (Gdt 13).
    Il suo gesto viene raccontato non come un esempio da seguire ma come il segno della costante assistenza di Dio, che ancora una volta salva il suo popolo per mezzo dei deboli, questa volta di una donna. Il libro termina con lo sterminio dell’esercito di Oloferne (Gdt 14,1 - 15,13). Achior, dopo aver constatato la vittoria riportata per merito di Giuditta, aderisce alla religione giudaica. La figura di Achior è molto importante perché egli rappresenta i giusti che esistono anche al di fuori di Israele, che guardano con rispetto e ammirazione alla fede e al comportamento morale di questo popolo. Con la sua conversione egli è il tipo dei gentili che, diventando «proseliti», entrano a far parte di Israele.
    La vittoria è seguita da un tripudio di festa e di canti, tra cui si eleva alta la voce di Giuditta che intona un suo canto di ringraziamento e di lode, segnato però anche da una certa vena nazionalistica. In esso, dopo aver descritto i progetti dei nemici, viene esaltata l’opera di Giuditta.
    L’intervento di Giuditta che uccide Oloferne viene dunque presentato non come un atto di violenza, ma come un intervento di Dio che, con esso, vuole non solo salvare il suo popolo ma anche per riportarlo alla fede piena nel Signore.

    3. Ester

    Questo scritto ha come protagonisti un giudeo di nome Mardocheo e sua nipote, Ester, da lui allevata come una figlia, che riescono a sventare una pericolosa minaccia che incombe sul loro popolo. Dopo un preambolo (1,1a-q [greco]) il libro si divide nelle seguenti parti: 1) Ester diventa regina; inimicizia tra Mardocheo e Aman (Est 1-2) 2) Decreto di sterminio dei giudei (Est 3,7-15) 3) Interpellata da Mardocheo, Ester si presenta al re (Est 4,7 - 5,14) 4) Rivincita dei giudei (Est 6,1 - 9,19) 5) Conclusione: la festa dei Purîm (Est 9,20 - 10,5).
    Mardocheo ed Ester risiedono a Susa, in Persia, dove si trova la corte del re Assuero di cui Mardocheo è un funzionario. Un giorno Mardocheo scopre che due suoi colleghi hanno fatto una congiura per uccidere il re; egli interviene per sventatarla e ciò gli vale la promozione a un più alto incarico a corte, ma ciò provoca la gelosia del ministro Aman (Est 1 [greco]). Assuero tiene poi un grande banchetto durante il quale invita la regina Vasti a presentarsi ai convitati, ma essa rifiuta e di conseguenza viene ripudiata. Al suo posto è scelta Ester, figlia adottiva di Mardocheo, che però non rivela la sua origine giudaica (Est 1,1 - 2,18). Di nuovo si racconta poi che Mardocheo sventa un complotto contro il re. Intanto il re Assuero nomina Aman alla più alta carica del suo governo e tutti sono costretti a inchinarsi davanti a lui. Solo Mardocheo non obbedisce (Est 2,19 - 3,6).
    Aman, irritato per il comportamento di Mardocheo, sapendo che è un giudeo, ottiene dal re un decreto con il quale ordina lo sterminio di tutti i giudei presenti nel territorio dell’impero persiano.
    Mardocheo allora manda un messaggero da Ester per chiederle di intercedere presso il re a favore dei giudei. Ella si raccoglie in preghiera e chiede a Mardocheo di far pregare tutti i giudei (Est 3,7 - 4,17). La versione greca inserisce qui il testo di una preghiera fatta da ciascuno dei due. La regina sa che a nessuno è permesso, sotto pena di morte, presentarsi al re se non è invitato. Ella però decide di rischiare la vita e, presentandosi a lui, gli chiede di partecipare con Aman a un banchetto da lei preparato.
    Nel corso del banchetto, Ester rivela la sua identità e denunzia il progetto di Aman. Il re si infuria e lo condanna a morte. Non potendo però ritirare il decreto contro gli ebrei, ne emana un altro che conferisce a costoro la facoltà di difendersi, di sterminare i loro nemici e di impossessarsi dei loro beni (Est 5,9 - 8,12). La versione greca inserisce qui il decreto di riabilitazione dei giudei.
    Nel giorno fissato costoro si vendicano dei loro nemici. Per celebrare la ricorrenza istituiscono allora una festa che viene chiamata Purîm (sorti) perché Aman aveva gettato le sorti per stabilire il giorno dello sterminio dei giudei, trasformatosi poi nel giorno della sua rovina (Est 9). Il libretto termina con un elogio di Mardocheo (Est 10).

    4. Rut

    In questo libretto si racconta di una donna moabita che, diventata moglie di un possidente di Betlemme in forza della legge del levirato, diventa la progenitrice del re Davide. Il libretto si può dividere in due parti: 1) Il ritorno di Noemi e Rut a Betlemme (Rt 1-2) 2) Il matrimonio di Rut con Booz (Rt 3-4).
    In occasione di una carestia, un giudeo di Betlemme, di nome Elimelech, era emigrato nel territorio di Moab, insieme con la moglie Noemi e i suoi due figli, Maclon e Chilion. Morto il padre, i due figli avevano sposato due donne moabite, Orpa e Rut. Anch’ssi però erano morti e Noemi era rimasta sola in terra straniera con le due nuore. Ella decide allora di tornare a Betlemme e consiglia alle nuore di ritirarsi presso le rispettive famiglie. Mentre Orpa accetta, Rut si ostina a seguire la suocera, affermando la sua piena adesione non solo a lei, ma anche al suo popolo e al suo Dio (Rt 1,1-22).
    Era il tempo della raccolta dell’orzo. Per mantenere la suocera, Rut va a spigolare. Capita così nei campi di Booz, un ricco proprietario parente di Elimelech, il quale, informato di quanto Rut ha fatto per Noemi, la accoglie con benevolenza. Giunta a casa, Rut racconta tutto a Noemi ed essa le rivela che Booz è un suo parente, al quale in forza della legge del levirato compete il diritto/dovere di riscattare la proprietà del defunto e di dargli una discendenza (2,1-23).
    Noemi prende allora l’iniziativa e, per far incontrare Rut con Booz, le suggerisce di andare, nella notte, a distendersi accanto a lui. Booz comprende che, con il suo gesto, Rut ha espresso una richiesta legittima di matrimonio per dare una discendenza al marito, attuando così il desiderio di essergli fedele fino alla fine. Booz informa Rut che un altro prima di lui ha il diritto/dovere di riscatto nei suoi confronti. Il giorno dopo ha luogo la scena del riscatto (Rt 4,1-12): all’alba Booz si reca alla porta della città dove incontra l’interessato e gli chiede quali siano le sue intenzioni. Egli si dice disposto a riscattare il campo di Noemi, ma non a prendere Rut in moglie. Allora Booz subentra al suo posto e sposa Rut, la quale dà alla luce un figlio, Obed, che viene adottato da Noemi (Rt 4,13-17). Questo bambino sarà il nonno di Davide, come appare dalla genealogia riportata al termine del libro: «Questa è la discendenza di Perez: Perez generò Chezron; Chezron generò Ram; Ram generò Amminadab; Amminadab generò Nacson; Nacson generò Salmon; Salmon generò Booz; Booz generò Obed; Obed generò Iesse e Iesse generò Davide» (Rt 4,18-22). In questo modo una semplice vicenda familiare è collegata con la storia politica e religiosa di Israele, nella quale Davide svolgerà un ruolo di primaria importanza.

    In queste quattro storie l’osservanza delle prescrizioni della propria religione è presentata non tanto come mezzo per raggiungere una salvezza individuale, ma piuttosto come impegno per il bene di tutto il popolo, la cui sopravvivenza non può essere garantita se non mediante la fedeltà di ciascuno. Il carattere sapienziale del libro di Tobia appare soprattutto nelle raccomandazioni di Tobi al figlio Tobia prima del viaggio e in quelle di Raffaele prima di ritornare in cielo. Inoltre il rapporto tra Tobia e Sara viene presentato come modello per le coppie credenti. Per quanto riguarda la storia di Ester e di Giuditta, il messaggio non è quello della difesa violenta nei confronti di un’aggressione ugualmente violenta, ma piuttosto quello della fiducia nella provvidenza di Dio che è sempre presente e difende coloro che confidano in lui, anche quando le vicende drammatiche appaiono senza sbocco. Nel libro di Rut l’attenzione è posta sulla nascita di un bambino che sarà il progenitore del re Davide.
    In tutti i racconti è riservato un ruolo importante alle donne. Nei libri di Giuditta e di Ester la salvezza è provocata da due eroine che mettono a rischio la loro vita per la salvezza del popolo. In contrasto con le rigide disposizioni di Esdra, Rut è il tipo della straniera che si unisce al popolo di Dio e diventa un esempio fulgente delle madri di Israele. Ma anche nel libro di Tobia campeggiano due figure femminili, Anna e Sara che sanno positivamente interagire con i rispettivi mariti nella tutela di quel nucleo centrale del popolo che è la famiglia.
    La preghiera emerge in questa narrazione non solo come aspetto essenziale della vita di fede personale, ma anche come preludio all’intervento di Dio che ascolta fedelmente il grido di chi si rivolge a lui nella prova. La supplica, una volta esaudita, lascia il posto a una esplosione di lode e ringraziamento. La prova di cui riferisce ciascun racconto non è semplicemente superata, ma apre un orizzonte nuovo, introduce sviluppi futuri. Così il coraggio di Ester sarà ricordato nella festa dei Purim, la forza di Giuditta si trasmette ai credenti per un lungo periodo dopo la sua morte; in Tobia viene rievocata l’immagine della Gerusalemme ricostruita che raduna i suoi figli e richiama tutte le nazioni. In Rut la nascita di un bambino diventa un segno di speranza.
    Le storie contenute nei quattro libretti edificanti sono altrettante voci che, alle soglie dell’era cristiana, illustrano le concezioni religiose del giudaismo, la sua teologia piuttosto rigida, le sue crisi e la sua ricerca di identità nel tormentato incontro con l’ellenismo, le sue chiusure e aperture nei confronti del mondo esterno.

    D. LA RELIGIONE GIUDAICA

    La letteratura del postesilio, sia canonica che apocrifa, dà un’idea delle vicende storiche, del pensiero e delle pratiche religiose del giudaismo. Certamente il periodo più noto è quello del Medio giudaismo, durante il quale sono stati composti anche i libri di Esdra e Neemia. Tuttavia, a partire da quanto è contenuto in questi e negli altri libri giudaici, è possibile avere un’idea abbastanza completa anche del giudaismo antico, durante il quale sono stati composti il Pentateuco e i libri storici più antichi. I capisaldi di questa religione sono l’alleanza, la legge, il tempio, il possesso della terra di Israele, l’escatologia.
    Alla base della religione giudaica sta la convinzione secondo cui JHWH, il Dio di Israele, avrebbe instaurato un rapporto speciale con questo popolo. Nel periodo postesilico il genere letterario utilizzato per descrivere questo rapporto presenta forti analogie con quello utilizzato nei trattati che gli imperatori orientali stipulavano con i loro vassalli. Nella sua forma più completa e significativa questo formulario è attestato negli archivi dei sovrani ittiti dei secoli XV/XIII a.C., ma ha profonde radici nella cultura dell'antico Medio Oriente: esso è stato molto utilizzato per esempio dall’impero neo-assiro (930-606 a.C.). In sintesi il formulario comprende i seguenti punti: 1. Preambolo: il grande re indica il suo nome e i suoi titoli.
    2. Prologo storico: il sovrano enumera i benefici da lui concessi gratuitamente in passato al vassallo.
    3. Clausola fondamentale: come segno di riconoscenza nei propri confronti il grande re invita il vassallo a essergli fedele in tutto e per sempre.
    4. Norme particolari: il vassallo dovrà inoltre attenersi a diverse prescrizioni: non stipulare accordi con i suoi nemici, non aggredire gli altri vassalli del re, consegnargli i suoi nemici rifugiatisi presso di lui, pagare il tributo.
    5. Elenco delle divinità: gli dèi del sovrano e del vassallo sono elencati come testimoni e garanti del trattato.
    6. Benedizioni e minacce: se sarà fedele il vassallo otterrà ulteriori benefici, se no sarà duramente punito.

    1. La professione di fede

    Questo formulario ha esercitato un influsso notevole sul modo di concepire i rapporti di Israele con il suo Dio, diventando così l'anima della religione israelitica. Ad esso si ispirano le preghiere di Esdra e la sua riforma religiosa, ma soprattutto esso ispira tutta la rilettura postesilica della storia di Israele. A mano a mano che è entrato nell'immaginario religioso, il formulario ha subìto notevoli correzioni e adattamenti, assumendo nuove connotazioni e forme espressive. Esso può illuminare la dinamica interna di tanti passi biblici, ma soprattutto è a partire da esso che si coglie la realtà profonda del giudaismo postesilico.
    Nel formulario dell’alleanza ha un’importanza speciale il «prologo storico» in quanto contiene il ricordo delle azioni straordinarie compiute da JHWH in favore degli israeliti. Esso diventa la professione di fede del popolo: è infatti proclamando le grandi opere di JHWH che Israele aderisce a lui e si impegna a compiere la sua volontà.
    In un primo momento il ricordo delle opere salvifiche di JHWH riguarda l’uscita dall’Egitto e l’arrivo alla sacra montagna del Sinai (cfr. Es 19,4; 20,2). In seguito però si dilata, abbracciando sempre nuovi eventi. Un esempio molto significativo di questa estensione della professione di fede israelitica è contenuto nel brano pronunziato da ogni israelita all'atto di presentare all'altare le sue primizie (cfr. Dt 26,5-9). Se si confronta questo testo con i precedenti, si nota che in esso sono stati aggiunti due nuovi punti: all'indietro l'oppressione subìta dal popolo in Egitto e in avanti l'ingresso nella terra promessa. Un ulteriore ampliamento si osserva in Gs 24,1-13, dove il «credo» di Israele si estende ancora più all'indietro, venendo a includere anche le promesse fatte ai padri.
    Successivamente la professione di fede si estenderà ancora di più fino ad abbracciare all’indietro la creazione (cfr. Sal 136,4-9) e in avanti tutta la storia successiva fino al ritorno dall’esilio (cfr. Ne 9,6-36).
    Mediante il racconto delle opere salvifiche compiute da Dio nei propri confronti, gli israeliti intendono dunque proclamare l'articolo centrale della loro fede che consiste nell'elezione di Israele come popolo eletto, legato cioè a JHWH da un vincolo unico e indissolubile.

    2. La legge mosaica

    Nel formulario dell’alleanza assume una grande importanza l’indicazione degli obblighi che incombono sul popolo in forza delle azioni potenti compiute da JHWH in suo favore. Dopo il ritorno dall’esilio si fa strada l’idea secondo cui la volontà di JHWH è contenuta in un libro chiamato «legge di Mosè» che lo scriba Esdra avrebbe fatto leggere a tutto il popolo (Ne 8,1). È in questo contesto che tutto il popolo avrebbe preso l’impegno di osservare la legge e lo avrebbe ratificato con un solenne giuramento nel quale sono elencate con precisione le norme più importanti in essa contenute (Ne 10,29-40). Perciò si afferma la convinzione secondo cui solo l'osservanza rigida e meticolosa di tutte le prescrizioni mosaiche potrà salvare il popolo giudaico da una nuova e più grave catastrofe.
    Nella legge, così come è intesa nel Medio giudaismo, assume un’importanza fondamentale il riconoscimento di JHWH come unico Signore del cielo e della terra, che non può essere rappresentato con immagini. Fra tutti i doveri da assolvere nei suoi confronti l’accento viene posto in primo piano il decalogo, che indica le grandi direttive su cui gli israeliti devono orientare i loro rapporti reciproci per essere fedeli al loro Dio. Ad essi si aggiungono le prescrizioni che riguardano la purità e l’impurità in tutti i loro aspetti. I martiri del tempo dei Maccabei sacrificano la loro vita per non trasgredire queste prescrizioni. Accanto ad esse assume una grande importanza la circoncisione, intesa come il segno distintivo di coloro che fanno parte dell’alleanza. Anche la proibizione dei matrimoni misti assume, come si è visto nel libro di Esdra, un ruolo fondamentale.
    In forza di queste prescrizioni il giudaismo tende a separarsi dalle altre popolazioni, seguendo la strada di un accentuato particolarismo. A questa tendenza si oppongono però correnti più illuminate, che si esprimono ad esempio nei racconti edificanti di Tobia, Giuditta, Rut e in quello di Giona, entrato a far parte della letteratura profetica. Lodevoli eccezioni alla tendenza particolaristica si trovano anche nella letteratura giudaica della diaspora, e in modo speciale in Aristea.
    L’affermarsi della legge come regola di vita per tutto Israele provoca la nascita di una nuova categoria di guide religiose, gli scribi, ai quali è riconosciuto il ruolo di custodirla e di interpretarla nel contesto di nuove situazioni di vita. Anche se gli scribi non riusciranno mai a sostituire del tutto le figure profetiche, essi tendono a ridurne l'importanza, perché l'irrompere diretto e immediato della parola di Dio sulla bocca di un suo inviato diventa superfluo di fronte al fatto che essa, contenuta ormai in un libro, si trova nelle mani degli scribi, i quali non devono far altro che applicarla a sempre nuove situazioni. Nel giudaismo rabbinico si sviluppa l’idea secondo cui, accanto alla legge scritta, vi è anche una «legge orale», che consiste nelle sentenze dei dottori della legge, raccolte poi nella Mishna (secolo I d.C.).

    3. Il tempio e il sacerdozio

    I rimpatriati al termine dell’esilio babilonese erano rientrati in Giudea con lo scopo specifico di ricostruire il tempio di Gerusalemme e di ridare vita al culto che in esso si celebrava. L’attività cultuale diventa così un pilastro della vita religiosa dei giudei, la ragione d’essere della comunità giudaica. Il culto del tempio implicava, oltre ai sacrifici quotidiani, anche la celebrazione delle feste tradizionali, che ormai fanno riferimento al tempio. Le tre feste più importanti sono la Pasqua, la Pentecoste e la festa delle Capanne, durante le quali tutti i giudei, nei limiti del possibile, erano tenuti a recarsi nella città santa. Altre feste erano il capodanno, il Kippur e il ricordo della dedicazione del tempio, introdotta da Giuda Maccabeo dopo la conquista del luogo santo profanato da Antioco IV Epifane. Grande importanza veniva riconosciuta anche al sabato, che però era celebrato nella famiglia.
    La centralità del tempio e del culto spiega l’ascesa del sacerdozio, la cui legittimità viene attestata mediante lo strumento della genealogia, che proprio in questo periodo assume una notevole importanza dal punto di vista sia legale che letterario. Dopo la scomparsa di Zorobabele, ultimo discendente di Davide e governatore della Giudea, il governo della regione passa nelle mani dei sacerdoti, che lo esercitano sotto la sovranità prima dei persiani e poi dei greci. In questa funzione un ruolo di primo piano spetta al sommo sacerdote, che nel periodo greco veniva designato dall’autorità imperiale fra i membri della famiglia di Sadoc. A partire da Gionata il sommo sacerdozio è assunto dai Maccabei, i quali, pur appartendo a una famiglia sacerdotale, non derivavano dal ramo sadocita. Con il terzo fratello, Simone, il potere sacerdotale si fonde con quello regale. Sotto i romani il sommo sacerdote sarà assistito dal sinedrio, che comprendeva, oltre ai rappresentanti delle famiglie sacerdotali, anche i capi delle famiglie più facoltose (anziani) e i dottori della legge più rinomati, per lo più di estrazione farisaica. Si attua così, nonostante la mancanza di una vera libertà politica, una certa «teocrazia», cioè un governo esercitato da Dio mediante i suoi rappresentanti.
    Con il ritorno dall’esilio e la diaspora si afferma l’istituzione della «sinagoga», che non è tanto un luogo di culto in senso stretto ma di preghiera. Questa comprendeva la lettura della Tôrah seguita dai profeti, il canto dei salmi e l’omelia di un dottore della legge. È questo l’ambito di azione dei dottori, solitamente aderenti al movimento farisaico, che diventano così le guide spirituali del popolo.

    4. La terra di Israele

    Accanto alla legge e al tempio, il terzo pilastro della religione giudaica è la terra di Israele.
    Questa terra che, secondo le antiche tradizioni, era stata promessa ai patriarchi, era stata effettivamente conquistata dagli israeliti, ma poi era stata persa a motivo delle loro colpe. Per i rimpatriati, che avevano affrontato tutti i rischi del ritorno, il possesso della terra rappresentava un grande ideale. Grande risalto si dà perciò ai nomi delle famiglie dei rimpatriati che ne prendono possesso, come un giorno avevano fatto gli israeliti giunti dall’Egitto sotto la guida di Mosè.
    Ma si tratta di un possesso parziale e precario, a causa della mancanza di indipendenza politica e della presenza sulla terra di popolazioni diverse. Si verifica così una situazione analoga a quella dei patriachi e la promessa fatta a costoro diventa nuovamente attuale anche per i loro lontani discendenti. La convinzione secondo cui la terra appartiene a Israele, un popolo su cui solo JHWH può e deve dominare, dà origine a una forte insofferenza nei confronti del dominio straniero, che si manifesta nella lotta armata dei Maccabei contro i seleucidi e darà poi origine alla rivolta contro i romani che porterà nel 70 d.C. alla distruzione del tempio e alla perdita anche di quella parvenza di autonomia di cui i giudei godevano.

    5. Escatologia, apocalittica e messianismo

    Il ritardo nell'attuazione della promessa, che secondo i profeti dell'esilio doveva avere luogo precisamente nel momento del ritorno, provoca l'attesa di un tempo finale (in greco eschaton, da cui «escatologia», discorso sulle cose ultime), nel quale Dio darà la salvezza piena e definitiva al suo popolo. Questa attesa si basa sulla convinzione secondo cui Dio è fedele alle proprie promesse e l'infedeltà del popolo non può avere la meglio sulla sua misericordia. Questa speranza viene tenuta desta soprattutto dalle correnti apocalittiche, molto diffuse nel Medio giudaismo, nel cui contesto era attesa la fine del mondo e la distruzione degli imperi terreni, ai quali un giorno sarebbe subentrato il regno di Dio. Il termine «apocalisse» (rivelazione) deriva dal fatto che l’annunzio della fine era attribuito a grandi uomini del passato, che l’avrebbero ricevuto per una rivelazione speciale di Dio. Per inculcare questa idea veniva fatto uso della «pseudoepigrafia», in forza della quale la paternità di un libro, composto in una particolare situazione storica, veniva attribuito appunto a un autore più antico e quindi più autorevole.
    Nell’antico regno di Giuda la promessa di una salvezza futura era stata collegata con la persona di Davide, al quale Dio aveva garantito, per mezzo del profeta Natan, la stabilità della sua dinastia (cfr. 2Sam 7,8-17; cfr. Is 9,1-6; 11,1-9; 89,31-38; 110,1-3; 132,11-12). Siccome però la dinastia davidica scompare definitivamente dopo l’esilio, proprio in quel periodo si sviluppa la convinzione secondo cui alla fine dei tempi Dio invierà un re davidico, il quale porterà pace e giustizia a Israele e a tutta l’umanità: a lui è quindi riservato il titolo di Messia. La speranza collegata a Davide e alla sua discendenza è chiamata «messianismo», dal termine ebraico mashîah, «unto», che indicava la persona del re, in quanto consacrato mediante l’unzione regale (cfr. 1Sam 10,1; 16,13; 2Sam 2,4; 5,3). La traduzione greca ha reso alla lettera il significato del termine mashîah con la parola christos, participio passivo del verbo chriô, che significa «ungere con olio». Da qui derivano i termini italiani Cristo e cristologia.
    Il mediatore finale assume però di volta in volta anche i connotati del profeta o del sacerdote; nell’apocalittica è designato con l’appellativo di «Figlio dell’uomo» (Dn 7,13), cioè di un nuovo Adamo, progenitore di un’umanità rinnovata. Poco per volta si diffonde la convinzione secondo cui negli ultimi tempi saranno ripristinate o portate a compimento non soltanto le figure del re, del profeta e del sacerdote caratterizzeranno, ma anche altre istituzioni quali il tempio, il culto, la legge, l’alleanza.
    La speranza in una salvezza finale che riguarda tutto il popolo dà origine all’idea di risurrezione, che entra nella religione giudaica durante il Medio giudaismo, con lo scopo di garantire non la sopravvivenza dopo la morte, ma una partecipazione di tutti i giusti al benessere finale del popolo. Secondo una corrente di pensiero solo i giusti usciranno un giorno dallo she’ol, il regno dei morti, per riunirsi al loro popolo; secondo un altro punto di vista alla fine tutti i morti risorgeranno, gli uni alla gloria e gli altri al castigo eterno (cfr. Dn 12,2).
    Il vasto mondo culturale e religioso del «giudaismo», che abbiamo delineato a partire dai libri storici più recenti, rappresenta l’ambiente storico-letterario in cui si sono formati i libri biblici, e in modo speciale la Tôrah e i libri ad essa collegati. Esso deve essere tenuto continuamente presente se si vuole capire non solo la composizione di queste opere, ma anche il loro contenuto e il loro messaggio.

    Lo studio dei libri storici più recenti della Bibbia offre l’opportunità di conoscere, con l’aiuto anche di altre opere letterarie, qual è stato l’ambiente storico religioso in cui sono vissuti i giudei, a partire dal ritorno in Palestina fino alla conquista e alla distruzione di Gerusalemme per opera dei romani, cioè fino al momento in cui il cristianesimo ha iniziato la sua rapida diffusione nel mondo greco-romano. È in questo ambiente che i diversi libri della Bibbia sono stati composti, cioè hanno assunto la loro forma originaria, anche se ancora fluida e magmatica, che hanno in parte conservato fino al momento in cui, alla fine del I secolo d.C., è iniziato, per opera delle scuole rabbiniche, il processo di fissazione del testo. Facendo uso di queste conoscenze, è ora possibile affrontare lo studio delle singole collezioni e dei libri che ne fanno parte. La prima di esse è il Pentateuco, che raccoglie i primi cinque libri della Bibbia, che hanno tutti un unico contesto storico e tematico.


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