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    Le Sante Montagne

    di Dio

    Daniele Rota

    I monti, con la loro più o meno imponente verticalità, sono sempre anche il simbolo onnipresente della trascendenza e della spiritualità umana in genere e cristiana in particolare. «Levavi oculos meos ad montes, unde venit auxilium miti» (ho levato verso i monti i miei occhi, donde viene la mia salvezza) ci ammonisce il salmista, anche se, poco dopo, si affretta a soggiungere, quasi con un senso di stupore e sgomento: «Quis ascendet in montem Domini?» (chi salirà il monte del Signore?).
    A confortare lo spirito aiuta il Vangelo, che ci rende familiari i monti, i quali, nell'Antico, ma ancor più nel Nuovo Testamento, ci vengono incontro ad ogni voltar di pagina, e formano una cosa sola con Nostro Signore e la sua preghiera, la sua dottrina e la sua vita. Veri pulpiti, ma anche altari eccelsi della nuova ed eterna alleanza.
    Per cui possiamo ben dire che i momenti più caratteristici e alti della sua vita, Gesù ha voluto legarli alle cime dei monti, forse a memoria delle sante montagne sulle quali erano awenute le maggiori rivelazioni tra i Patriarchi e l'Eterno. Tipico il caso di Mosè, che sale sul Sinai, a conversare con il Signore e ne discende con le tavole che saranno la legge di tutti gli uomini, per sempre.
    E come non ricordare, fuori dalla tradizione ebraica, l'esempio classico e moderno del noto Zaratustra, che,raggiunti i vent'anni, lasciò il paese natale e salì sulla montagna? Lassù fu felice del suo spirito e della sua solitudine. Poi, quando si sentì ricolmo di saggezza, ridiscese tra gli uomini che gli tendevano le mani.
    Anche il lettore poco attento, né sedotto da fisime ambientalistiche, si awede che nel Vangelo ricorrono cinque o sei cime di monti che dominano tutto il paesaggio e, per i misteri che vi furono compiuti e rivelati, hanno assunto un carattere universale: non sono più piccoli monti o promontori di una terra circoscritta, ma sono diventati il diadema del mondo; non sono più lembi di una piccola patria, ma realtà spirituali, paesi dell'anima, altitudini in cui nessuna anima si sente straniera.
    Il primo che viene incontro è il monte della Quarantena, in Giudea, detto Monte della Tentazione, perché Gesù vi passò quaranta giorni di solitudine e digiuno, e dopo ebbe fame e, misteriosamente, permise d'essere tentato dal Diavolo. Gli evangelisti, che mirano all'essenziale, non alla descrizione, ci raccontano compiutamente la scena in ogni particolare, ma nulla dicono del monte, né il nome, né il suo aspetto, né esattamente dov'è. E noi, che non siamo né metafisici, né romantici, non nascondiamo un qualche disappunto per tanta avarizia. Da quel poco che è scritto, si deduce che doveva essere un monte selvaggio, e ciò da un particolare sfuggito al solo Marco: «Gesù stava lì con le fiere». Si sa poi che era alto - molto alto - se da lassù, per uno strano sortilegio, fu possibile vedere spalancata l'ampia magnificenza dei beni della Terra: i noti imperi di Ninive e Babilonia, dell'Assiria e la Persia e la Mesopotamia... Si conclude che dovette essere il monte della Quarantena, perché tra i monti che chiudono e dominano la Valle del Giordano esso s'eleva, strapiombando su Gerico, come l'osservatorio più alto, oltre seicento metri. Monte aspro, tetro che richiede gambe allenate alle ascensioni. Quassù, un giorno la fame di Dio si è scontrata con la tenebra dell'abisso. L'avvenimento, avvolto da un buio teologico impenetrabile, ha colpito la fantasia di Dostoevskij, che, nei Fratelli Karamàzov, vi ha dedicato il terribile capitolo del Grande Inquisitore: pagine di una potenza irresistibile. Nelle tre domande e altrettante risposte delle tentazioni che lassù si scontrarono come tuoni sull'abisso è compendiata e descritta la storia dell'umanità. Questo monte rimane testimone eterno che Gesù ha accettato la tentazione del Demonio: non si può nascondere un senso di turbamento e di smarrimento. Si capisce il tentatore dinanzi a Eva nei biondissimi giorni della creazione, o innanzi a Giobbe, estuando l'estate nella terra di Hus. Alla fine erano dialoghi da pari a pari: da creatura d'origine celeste, ma sempre creatura, a creatura terrena. Si capisce la notte del Getsemani e quell'agonia di sangue. Là si faceva la redenzione. Ma questa tentazione, così insistente, cosi conturbante... Verrebbe voglia di considerarla un'allegoria sontuosa o un'allucinazione potente di anacoreti del II, III secolo. Ma la montagna ci avverte che così non è e si scopre che questo terribile "scandalo", avvenuto in alta quota, ha un significato profondo: Cristo ha così conformato la sua divinità alla nostra umanità, fino a sottoporsi alla ripetuta tentazione, perché anche noi conformassimo la nostra umanità alla sua divinità nella vittoria contro il Maligno. Benedetto dunque quel monte che non mente, né delira.

    E se c'è - ed è famoso - il Discorso del monte, ci dev'essere pure il monte del Discorso. E se la cronologia biblica ha potuto stabilire la data del Discorso nel giugno dell'anno 28, la tradizione è riuscita a individuare e collocare il monte sul quale fu tenuto: il monte delle Beatitudini. In verità si tratta di una collina sulla sponda occidentale del lago di Genezaret, nel punto in cui il Giordano - bello come nei salmi - porge le sue acque al lago. Duecento metri di altezza. Ma non si misurano a metri i luoghi che costituiscono un'emergenza nello spirito e nella coscienza dell'umanità (il colle leopardiano, come colle non esiste, ma quanto si eleva alto nella fantasia del lettore ogni volta che attacca la magica lettura: Sempre caro mi fu quest'ermo colle...). Gehova - il Dio della potenza antica - per rivelare a Mosè il suo pensiero, aveva scelto lo sfondo grandioso del Sinai, tutto fumante dei suoi uragani. Al Dio fatto uomo, al Maestro della Buona Novella bastano sfondi e alture più modeste: una baia tranquilla adorna di oleandri e d'eucalipti, un altipiano esiguo, inquadrato da colline. È difficile ridurre il gran Discorso che vi risuonò a una trama da raccontare: è un blocco di folgorazioni e rivelazioni di verità inquietanti, sconcertanti, spesso paradossali. Ma come sarebbe più povero il mondo senza il Discorso della Montagna: Beati, beati, beati! Dice, e dicendo, capovolge ogni valore mondano, s'inverte la prospettiva dell'universo, si rivoluziona la vita e la storia. E si scopre che la Buona Novella non è più solo una dottrina - come è il Convito di Platone o il Convivio di Dante - ma è, innanzitutto, cibo e bevanda quotidiana. Qui, su questo monte delle Beatitudini, s'inaugura un tempo nuovo: il tempo cristiano, nuovo e più giovane; le parole di Platone: «0 Ateniesi, io non ho mai visto un greco vecchio» su questa santa altura sono meglio applicate ai cristiani, che qui attingono il nettare non solo dell'eterna giovinezza terrena, ma dell'immortalità beata. Purissimo, perché collocato in alto, presso le fonti stesse della vita, quella vera, diversa da quella apparente, soffocata dalla quotidianità orizzontale, che tedia l'esistenza.

    Gli evangelisti, specialmente i tre sinottici, segnano puntualmente le volte che Gesù saliva sul monte a pregare: «...Exiit in montem orare». Sul monte, ma quale? Neppure di questo ci hanno lasciato il nome. Tale è il costume dei Vangeli. Anche tra i personaggi più meritatamente famosi, spesso non corrono nomi: il samaritano, l'adultera, il figlio della vedova, il giovane ricco... Esempio classico che riprenderà il Manzoni con i suoi stupendi innominati, privi di nomi non perché non siano reali, ma perché siano più carichi di mistero e restino perennemente immutabili, come sono i modelli. Un nome spesso disturba e limita. Anche il monte dell'orazione di Gesù, individuato, sarebbe parso una limitata espressione geografica; resta invece un'atta espressione di spiritualità solitaria, che affascina. Grave soffoco doveva provare Gesù sotto la costruzione rettangolare della Sinagoga - dove era solito entrare il sabato - tra i fiati graveolenti dei rabbini ubriachi di disputazioni sottili e forse del vino delle vigne d'Engaddi. Perciò appena aveva requie dalle quotidiane fatiche apostoliche, saliva sul monte, come in un bel rifugio, soprattutto nei momenti più accorati e decisivi. Come la notte avanti la scelta degli Apostoli, Luca scrive: «Erat pernoctans in oratione Dei»
    (passò la notte pregando Dio). Oppure, dopo la moltiplicazione dei pani, quando la folla lo voleva, contro ogni suo volere, nominare re: e par voglia dirci che sottrarsi al mondo salendo in alto, è spesso indispensabile per conservare i propri equilibri e la propria identità, specie prima e dopo le più grandi imprese della vita. Così fece avanti di cominciare il martirio della Passione. Lì, tra i cespugli d'issopo e di menta, il suo spirito era felice di quella elevata solitudine. Ma c'è forse solitudine dove c'è Dio? Perché salire sul monte, 
    per Gesù, era sempre un trovarsi, cuore a cuore, col Padre.

    Limpido e diritto, entro un fulgore di luce che, da quel giorno radioso, sembra più non volersi spegnere, eccolo il monte Tabor, il quale, finalmente, porta il suo bravo nome e si sa con certezza situarlo sulla cartina. Il termine monte qui non è proprio sprecato: il Tabor è anche fisicamente il monte Tabor, con la sua reale altezza di seicento metri e qualcuno in più.
    Caratteristica quella sua collocazione: il suo sorgere sdegnosamente isolato nella grande pianura di Esdrelon, quel suo farsi centro d'un circolo vastissimo, chiuso tutt'all'intorno da montagne variamente gloriose. Il Tabor domina tutto l'orizzonte della Galilea. L'altra caratteristica che dà all'occhio è la sua forma tondeggiante, come a mezza sfera, se si guarda da Naim, oppure a figura di un cono tronco se si osserva dalla parte del lago. Monte sdegnoso nel suo isolamento? Ma neanche. Piuttosto, placido e contento di sé: questo sì. Perché il Tabor è il monte della memoria: ricorda che sulla sua cima Gesù s'è trasfigurato. Per cui, salendolo, si ha l'impressione d'incamminarsi verso il cielo, tant'è la suggestione di quel che lassù è awenuto in un giorno ormai lontano, ma ancora vivo all'orizzonte. Il cuore, che s'aspetta di giungere in un luogo trasognato, non prova delusione. Raggiunta, non senza brivido, attraverso ripidi tornanti, la cima si entra dalla porta detta immaginosamente Porta del vento e ci si trova su un pianoro, non ampio, ma piacevole. Una soglia luminosa, quasi in cielo. Una specie di "paradiso deliziano", com'è descritto dai nostri ingenui autori mistici del Due e Trecento. Si cammina per la vasta spianata, tutta immersa nella luce, che quassù è di casa, da quando la gloriosa Trasfigurazione ha preso forma appunto di luce. La bella Basilica che mobilia il vertice (e adesso che c'è, ci sta bene), piace e interessa pure perché è realizzazione recente dell'architetto romano Cesare Barluzzi, il medesimo cui si deve l'imponente Università Gregoriana a Roma. Ma il monte Tabor è, soprattutto, una lieta invenzione della fantasia di Dio, per il trionfo di una luce così splendente che non conosce tramonto.

    Tuttavia l'appuntamento più commovente, in Palestina, è sul Monte Calvario. Poco conta la sua descrizione. Basti dire che monte non fu mai: era un rialzo di terra, sì e no di dieci, dodici metri, appena fuori Gerusalemme; di tutti i monti santi, altimetricamente, è il più basso, ma, nonostante ciò, ben sappiamo che è il punto più alto della Terra, perché ci testimonia il vertice supremo della vita e della morte di Gesù, che l'ha amato e sofferto più di ogni altro monte.
    Ci si arriva dalla via dolora, dal pretorio di Pilato, dalla flagellazione alla colonna, dall'incoronazione di spine, muovendo e mettendo i piedi là ove Lui ha lasciato le impronte di sangue. E sono impronte a senso unico, che salgono soltanto perché da tutti gli altri monti Egli è disceso, sul Calvario è rimasto. Non riscenderà. Per cui il Calvario è diventato un alta re. L'altare del mondo sul quale la redenzione continua, di generazione in generazione, sino alla consumazione dei secoli.
    Scrisse Epitteto, schiavo in Roma, con Atene nel cuore, attorno all'anno 100: «Infelice l'uomo che muore senza aver saliti i gradini dell'Acropoli». E disse cosa bella, degna d'un pagano. Ma noi, dopo d'essere stati a Gerusalemme e dintorni, vorremmo correggerla così: «Infelice l'uomo che muore senza aver salito il Calva rio». I marmi dell'Acropoli ad Atene (li abbiamo scalati) abbagliano la roccia nuda del Calvario (l'abbiamo toccata) commuove. Il premio di chi sale ('Acropoli è la visione maestosa del Partenone, non estranea certo al nostro spirito e alla nostra cultura. Ma il premio di chi ascende al Calvario è l'incontro con il luogo il cui contatto supera la cultura e l'emozione,perché tu avverti che ti coinvolge non solo emotivamente, ma in quanto su quel monte, unico al mondo, si è deciso nel sangue di un Dio l'umano destino. E se questo Dio, per noi e per tutti immolato, tu lo vuoi ancora incontrare, devi cercarlo lassù, perché là Lui è rimasto. Dal Tabor, dal Monte delle Beatitudini, da quello dell'orazione è disceso, talora in fretta; dal Calvario, no. Non cercarlo altrove.

    I Vangeli, si sa, chiudono con l'Ascensione: c'è una nuvola in alto - la nuvola che nel racconto evangelico fa spesso da regista -preleva Gesù agli occhi dei discepoli e lo consegna al cielo. E poi la sobria descrizione del luogo ove avvenne: presso Betania, sul monte Oliveto. Betania, forse per salutare i suoi intimi: Marta, Maria, Lazzaro che là avevano dimora; sul monte Oliveto, separato da Gerusalemme dalla valle del Cedron e dirimpetto al Tempio. È la collina più equilibrata della Galilea, ove Gesù era solito recarsi a pregare. Lì Egli aveva insegnato agli apostoli il Pater Noster, e un convento di Carmelitane, dette appunto del Pater Noster, vi sta a ricordare l'istituzione di quella preghiera universale. Sarà una pura coincidenza, ma certo è una bella coincidenza che Gesù salga al Padre proprio dal monte dove ha insegnato a tutti gli uomini l'invocazione al Padre che sta nei cieli. Questo monte è dunque l'ultimo posto della Terra che ha toccato i piedi del Cristo risorto. Che poi sulla cima del colle, ora mobilitato da una moschea povera, qualcuno vi mostri un'orma stampata nel sasso e vi dica e sostenga che è l'ultima, indelebile impronta segnata dal piede di Gesù, può farvi anche sorridere, ma è certo che quella amabile e placida sommità è testimone perenne di una vita divina che, nata in una grotta, ha voluto sublimarsi sul vertice del colle. Ultima esaltazione di un'epopea sovrumana, quella di Cristo, costantemente orientata verso l'alto, la quale ha trovato nella verticalità dei monti il segno più visibile della sua umana e divina trascendenza.


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