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    Dio come Trinità

    in Dante

    Ferdinando Castelli

    Paradisodante
    La voce più alta che la letteratura di ogni tempo abbia mai avuto per «narrare» il Dio cristiano è quella di Dante Alighieri (1265-1321).
    Egli ha espresso, in forma poetica insuperabile, il senso della ineffabilità del divino mistero, della impenetrabilità della sua gloria, dinanzi alla quale, quando si manifesta, gli esseri celesti si velano il volto (Is 6,2; Ez 1,11) e Giovanni, il Veggente, cade «come morto» (Ap 1,17). Nella Divina Commedia, accompagnato prima da Virgilio, poi da Beatrice, il poeta percorre il cammino spirituale d'oltretomba fino alla visione di Dio. La Cantica del Paradiso si apre con la lode a «la gloria di colui che tutto muove / per l'universo penetra e risplende / in una parte più e meno altrove» (Par. 1,1-3) e si chiude con un inno a «l'amor che move il sole e l'altre stelle» (Par. XXXIII,145).
    La descrizione dell'esperienza spirituale di Dante nel Paradiso si apre altresì e si chiude con l'esplicita confessione di non sapere né poter parlare in modo adeguato di quanto ha visto e contemplato di Dio e in Dio:

    Nel ciel che più della sua luce prende
    fu' io, e vidi cose che ridire
    né sa né può chi di là su discende;
    perché appressando sé al suo disire,
    nostro intelletto si sprofonda tanto,
    che dietro la memoria non può ire (Par. 1,4-9).

    Quando al poeta è concesso di accedere sino alla soglia del mistero di Dio, di avere una visione della luce e di sperimentare la felicità beatificante, confessa di non riuscire a rendere neanche lontanamente la bellezza e la meraviglia delle cose viste: «A l'alta fantasia qui mancò possa» (Par. XXXIII,142). Più la sua mente «mirava fissa, immobile e attenta» l'oceano della luce di Dio, più cresceva in lui lo stupore ardente della contemplazione dell'amore: «Sempre di mirar faceasi accesa», e più si faceva chiara l'impossibilità di tradurre in linguaggio umano la visione celeste. La parola si fa tenue, quasi suono inarticolato: «Ormai sarà più corta mia favella», come balbettio di un bambino. Ma il «balbettio» di Dante raggiunge, per noi mortali, i vertici della bellezza e della forza poetica.
    Nel Paradiso, prima di essere ammesso alla visione di Dio, il poeta fa la sua professione di fede, richiestagli dall'apostolo Pietro. Nella prima terzina confessa così:

    Io credo in uno Dio
    solo ed etterno, che tutto 'l ciel move,
    non moto, con amore e con disio (Par. XXIV,130-132).

    Dio è l'alfa e l'omega di ogni cosa creata, tutto da lui ha origine, tutto in lui ha consistenza e intelligenza. Immutabile ed eterno, uno e unico, è la ragione ultima dell'universo: dell'essere e del divenire, della scienza e della verità, della giustizia e della misericordia. Sviluppa questi concetti in varie occasioni. Nel canto XVII del Paradiso Dante si rivolge al suo trisavolo Cacciaguida che vede in Dio ogni cosa futura con chiarezza e certezza:

    Vedi le cose contingenti
    anzi che sieno in sé, mirando il punto
    a cui tutti li tempi son presenti (Par. XVII,16-18).

    Se Dio è quel «punto» in cui tutto è presente prima che accada, è anche «Colui che mai non vide cosa nova» (Purg. X,94); Colui «ove s'appunta ogne ubi e ogne quando» (Par. XXIX,12): in Dio è presente e in lui si può scorgere ogni luogo e ogni tempo; Colui «non circunscritto e tutto circunscrive» (Par. XIV,30): Dio non è limitato nello spazio, ma lo contiene tutto; Colui la cui mente penetra in tutte le cose dell'universo: «La mente / di che tutte le cose son ripiene» (Par. XIX,54); Colui la cui volontà «è quel mare al qual tutto si move / ciò ch'ella cria o che natura face» (Par. 111,85- 86): alla volontà di Dio tendono tutti gli esseri, sia quelli che Dio, causa prima, crea ex nihilo, con un atto di volontà, sia quelli che la natura produce secondo il divino volere; Colui nel quale non c'è successione alcuna, ma tutto a lui è presente e noto ab aeterno: «La contingenza che fuor del quaderno / de la vostra materia non si stende, / tutta è dipinta nel cospetto etterno» (Par. XVII,37-39); Colui che è «alta luce che da sé è vera» (Par. XXXIII,54): la luce divina è vera luce avendo essa soltanto in sé la ragione della sua esistenza, mentre ogni altra luce è raggio o riflesso di essa.
    Dio dunque è Colui che è: Essere necessario, Essere per essenza, Sommo Bene dal quale derivano tutti gli altri beni come lume dei suoi raggi: «Ciascun ben che fuor di lei si trova / altro non è ch'un lume di suo raggio» (Par. XXVI,32-33). Questa professione di fede, dono della Grazia divina, illumina e orienta la mente e la volontà del poeta. Da cristiano autentico, egli la completa e la perfeziona con la proclamazione del dogma trinitario.

    E credo in tre persone etterne, e queste
    credo una essenza sì una e sì trina,
    che soffera congiunto «sono» ed «este» [...].
    Quest'è 'l principio, quest'è la favilla
    che si dilata in fiamma poi vivace,
    e come stella in cielo in me scintilla (Par. XXIV,139 ss).

    Per raffigurare la Trinità Dante immagina «tre cerchi della medesima contenenza di raggio, uguali come tre cerchi di vetro di tre colori, uguali e sovrapposti con i loro centri l'uno all'altro.
    L'unità di sostanza è l'unità di Dio; i diversi colori dei tre giri sono le proprietà delle tre persone, e l'effigie della natura umana, nel cerchio secondo, figura l'unione della natura umana nella persona del Verbo. I tre cerchi non devono immaginarsi separati, come tre sostanze, ma come tre iridi uguali e concentriche di diversi colori uniti [...]. Si nota ancora, per l'unità della figurazione del Paradiso, come i tre giri non sono che il punto da cui dipende il cielo e tutta la natura» [1].

    Ne la profonda e chiara sussistenza
    de l'alto lume parvermi tre giri
    di tre colori e d'una contenenza;
    e l'un da l'altro come iri da iri
    parea reflesso, e'l terzo parea foco
    che quinci e quindi igualmente si spiri [...].
    O luce etterna che sola in te sidi,
    sola t'intendi, e da te intelletta
    e intendente te ami e arridi! (Par. XXXIII, 115 ss)

    La visione del poeta si esprime in versi che sono nello stesso tempo contemplazione e affermazione dell'essenza divina. In essa si hanno tre sole relazioni realmente distinte: la Paternità, la Filiazione e la Spirazione; tre Persone, non tre Dii, che partecipano della divina sostanza. O luce eterna! O Dio uno e trino, che sussisti in te stesso, avendo in te la ragione del tuo essere! O Dio Padre, che solo tu intendi te stesso! O Dio Figlio, che sei l'Inteso, il Verbo del Padre! O Dio Spirito Santo, che sei l'amore e la compiacenza infinita tra il Padre intendente e il Figlio inteso!
    Naturalmente Dante non spiega il mistero trinitario, cosa impossibile. Ne offre un'immagine, ispirandosi a sant'Agostino e alla teologia di san Tommaso. Ma la sua immagine è cosi suggestiva che san Bernardo la ritiene opera degli angeli.

    NOTE

    [1] G. Fallani, Dante poeta, teologo, Marzorati, Milano 1965, 221.

    (da: Dio come tormento, Ancora 2010, pp.13-16)



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