32 ANNI FA
Don Pino Puglisi,
un martire di giustizia e speranza
Christian Cabello

La lotta alla criminalità organizzata e il suo contrasto all’interno della società civile, nel corso dei decenni, ha visto diversi esempi di eroismo civile e fraternità concreta nei confronti dei cittadini e dei giovani. Uno di questi è don Pino Puglisi, sacerdote palermitano assassinato il 15 settembre 1993 e proclamato Beato il 25 maggio 2013. Interris.it in merito alla sua figura e al valore del suo esempio, ha intervistato Carlo Felice Casula, professore emerito di Storia contemporanea nell’Università degli Studi Roma Tre.
Professor Casula, oggi ricorre l’anniversario dell’assassinio di don Pino Puglisi. Qual è, a suo parere, l’insegnamento più grande che ci ha donato?
“È un anniversario particolarmente toccante, perché coincide anche con il giorno del suo compleanno. Don Pino Puglisi è stato ucciso il 15 settembre, giorno in cui compiva gli anni. Penso che la definizione più efficace e sintetica della sua figura l’abbia offerta Papa Francesco durante la beatificazione, nel 2013: ‘Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo vissuto, vissuto, non solo predicato, li sottraeva alla malavita. E così la mafia ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà, è lui che ha vinto con Cristo risorto’. Questa frase riassume perfettamente la sua vita, il suo impegno e il suo sacrificio. Don Puglisi era consapevole dei rischi che correva”.
Quali sono gli aspetti più significativi della biografia di Don Puglisi?
“La figura Don Puglisi richiama un mondo ecclesiale in parte scomparso, in cui il seminario rappresentava per molti ragazzi di umili origini l’unica possibilità di istruzione. I suoi genitori svolgevano mestieri oggi quasi scomparsi: il padre era calzolaio, la madre sarta. Cresce a Brancaccio, uno dei quartieri più difficili di Palermo, e prima ancora del seminario, in cui entra a 16 anni, la sua è già una scuola di vita: impara a conoscere il popolo, la fatica del vivere quotidiano, e da lì matura una profonda coscienza sociale. Nel tempo acquisisce la convinzione che è possibile uscire da situazioni difficili con l’impegno personale e collettivo. Nei quartieri popolari, però, l’ostacolo maggiore è la mafia, che esercita un vero e proprio monopolio educativo, soprattutto sui giovani”.
Uno degli aspetti fondamentali della missione di Don Puglisi è la vicinanza ai giovani attraverso l’educazione. Come la realizza?
“Si, è proprio qui che don Puglisi concentra il cuore della sua missione: sottrarre i ragazzi all’influenza mafiosa con l’educazione e la testimonianza. Già nei primi anni da sacerdote, era stato ordinato nel 1960 dal cardinale Ernesto Ruffini, insegna in diverse scuole e svolge servizio come cappellano presso l’orfanotrofio ‘Roosevelt’ di Palermo, a contatto con ragazzi provenienti da ambienti familiari difficili. In quegli anni, parlare apertamente di mafia era raro, anche tra il clero. Don Puglisi, invece, ne conosceva bene la pervasività e il radicamento nel tessuto sociale, soprattutto tra i giovani, attratti da denaro facile, riconoscimento e potere. Impressiona che, la sua morte, è avvenuta a distanza brevissima dal discorso famosissimo del maggio 1993 tenuto da Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi quando con voce potente aveva invitato i mafiosi a convertirsi, ma anche a temere quello che lui chiamò il giudizio di Dio. Don Pino, con la sua azione, partendo dal basso, richiama quei principi”.
Don Puglisi ha svolto un’instancabile attività di risanamento morale e sociale in un contesto molto difficile. Cosa ha significato tutto questo dal punto di vista storico? E cosa significa oggi per il contrasto alla mafia?
“La sua azione ha aperto una strada nuova, che oggi ispira molte realtà. Non si può dire che ne siano direttamente debitrici, ma certamente si rifanno alla sua lezione esperienze come Libera di don Ciotti e molte altre iniziative ecclesiali e civiche. Don Puglisi era parroco in un quartiere segnato dalla presenza dei fratelli Graviano e, dietro di loro, di un capomafia come Bagarella. Eppure, non ha mai avuto timore di esporsi. Era consapevole che l’educazione è l’unica via per liberare i giovani dalla cultura mafiosa. La sua pastorale non era fatta solo di parole, ma di vicinanza reale, progetti concreti, scelte coraggiose. Come ha sottolineato Papa Francesco, la sua è stata una pastorale educativa e testimoniale, nella quale essere disposti a rischiare, fino a pagare con la propria vita, è parte integrante del messaggio cristiano”.
Don Puglisi, attraverso il suo ruolo di educatore vicino ai più fragili, ci ha lasciato una grande testimonianza. Cosa dice oggi ai giovani?
Il messaggio che don Puglisi lascia ai giovani è forte e chiaro: si può resistere alle mafie e sconfiggerle senza arrendersi. Anche nelle situazioni più difficili, è possibile scegliere la legalità, la giustizia e la libertà. Il suo esempio dimostra che cambiare è possibile, ma richiede coraggio, impegno e coerenza. La sua è una grande eredità morale, che non possiamo permetterci di dimenticare. Anzi, va custodita, trasmessa e rilanciata con forza, soprattutto tra le nuove generazioni. È questo, forse, il modo più autentico per onorare la sua memoria: continuare la sua lotta con gli strumenti della cultura, della solidarietà e del Vangelo vissuto.”
https://www.interris.it/copertina/don-pino-puglisi-un-martire-di-giustizia-e-speranza/








































