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    Il comportamento

    di ruolo

    Michele Corsi

    Precedentemente ho fatto riferimento al concetto di «ruolo».
    In queste pagine voglio, allora, tentarne un'approfondita analisi formale così da essere paradigmatica e comprensiva di ogni possibile interiorizzazione e scelta comportamentale in proposito: dal genitore all'insegnante, dall'educatore al terapeuta, dal medico al paziente, dal figlio al bambino, al compagno ecc.
    Preciso subito che il concetto di ruolo è stato, ed è tuttora, uno dei temi più controversi e discussi, nell'ambito delle scienze umane e sociali, da parte di pedagogisti, psicologi, sociologi, antropologi ecc. La doppia riferibilità del ruolo, e alla matrice collettiva e alla personalità dell'individuo, ha determinato, infatti, il sorgere di numerose opinioni contrastanti in merito alla sua stessa definizione e al novero di fattori che ne influenzerebbero l'esecuzione.
    C'è stato pertanto chi, considerando l'organizzazione come un apparato meccanico operante impersonalmente, ha ritenuto che il soggetto, che ne è membro, sia condizionato, nel suo atteggiamento di ruolo, unicamente dalle esigenze della stessa struttura organizzativa (teoria sociologica tradizionale). E, in questa prospettiva, l'individuo come tale o la rilevanza della sua personalità (per il funzionamento dell'organizzazione) non sono stati oggetto di particolare interesse.
    Ci sono stati, invece, altri autori che hanno sottolineato il tipo di relazione che intercorre tra ruolo, personalità e struttura sociale e hanno messo in risalto tutta la complessità che emerge dal rapporto tra il «comportamento di ruolo», quale è descritto dalle norme dell'organizzazione, e l' «atteggiamento di ruolo», così come viene eseguito da un particolare individuo.
    Nella teoria sociologica tradizionale dell'organizzazione, la personalità umana è stata virtualmente esclusa. La sua assenza è forse più chiaramente evidente nella teoria della burocrazia di Weber che è divenuta una delle fonti più importanti del pensiero contemporaneo a riguardo della stessa organizzazione e del ruolo sociale.
    Nell'organizzazione burocratica, ritratta da Weber come un edificio monolitico, le norme, chiaramente definite e fedelmente applicate, e il sistema delle sanzioni precisano un ruolo rigidamente strutturato per tutti i soggetti che ricoprono la medesima posizione. La stretta conformità di comportamento da parte di ogni componente dell'organizzazione al proprio ruolo lascia, in tal modo, poco spazio per una scelta più complessa, per la creatività individuale o per un cambiamento sociale; tanto da poter giustamente notare che la scena sociale descritta in questa impostazione è stata, talora, così completamente spogliata di persone da destare l'impressione, in chi legge, di forze sociali in movimento «prive di corpo», capaci di realizzare le loro ambizioni indipendentemente dall'azione umana.
    Per Weber, la burocrazia, quale tipo ideale, è amministrata da esperti in uno spirito di razionalità impersonale ed è gestita in base a un principio di disciplina in accordo col quale ciascun membro compie i propri doveri nel modo più efficiente possibile. Non c'è posto perciò, in questa concezione, per le emozioni dell'individuo, per le sue aspettative, per i vincoli di affetto, per gli sforzi competitivi o per le sottili forme di aiuto o di intimidazione.
    Dal canto suo Newcomb, invece, pur affermando che il ruolo è un concetto strettamente sociologico per cui l'attività dell'individuo, all'interno della propria posizione, è un semplice riflesso delle norme di gruppo, cerca comunque di rinvenire uno spazio adeguato per le motivazioni della persona e per le differenze tra i membri di un'organizzazione, introducendo la distinzione tra «ruolo prescritto» e «comportamento di ruolo».
    Benché le implicazioni di questo distinguo non siano poi ulteriormente chiarite, la formulazione di Newcomb riconosce per lo meno concettualmente la possibilità che la prescrizione sociale e l'adattamento dell'individuo possono non armonizzarsi.
    Questa eventualità è, di contro, formalmente esclusa nelle definizioni di ruolo sociale date, oltre che da Weber, anche da Linton: entrambi vedono il comportamento dell'individuo come determinato in maniera predominante dalla matrice collettiva, che, per Linton, è la cultura e, per Weber, la burocrazia.
    La rilevanza della personalità per la struttura dell'organizzazione e per la definizione del ruolo rimane, dunque, un problema largamente dimenticato nella teoria e nella ricerca di questi autori.
    A questa visione «eccessivamente socializzata» del comportamento di ruolo, per usare un'espressione di Wrong, sono state mosse varie critiche che esaminerò ora in dettaglio.
    Secondo Merton e Barber, ad esempio, l'ambivalenza sociologica si riferisce alle aspettative normative incompatibili di attitudini, credenze e comportamento assegnati a una posizione o a una serie di posizioni in una società.
    Numerose ricerche empiriche riguardano proprio questo aspetto.
    I protocolli di Burling, Lenz e Wilson e successivamente di Argyris indicarono (tanto per citarne solo alcuni) la presenza di una notevole ambivalenza sociologica circa il ruolo di infermiera in qualsiasi tipo di ospedale. Esistevano, infatti, differenze e contraddizioni tra norme «ufficiali», definite dal contratto o dall'autorità amministrativa, e norme «informali» considerate come valide dai vari gruppi presenti all'interno dell'ospedale.
    Rilievi simili sono stati ottenuti anche dall'analisi di strutture scolastiche, industriali ecc.
    Si è notato, inoltre, come sempre all'interno di un gruppo di eguale posizione (gli amministratori di un ente, ad esempio), esistano parecchi punti di vista in conflitto tra loro circa le mete, le politiche aziendali o le peculiari richieste di ruolo.
    È importante poi considerare la specificità o la precisione con cui sono definite le richieste normative.
    Le norme conferiscono legittimità e valore di ricompensa a certe azioni, pensieri ed emozioni, mentre ne condannano altri. E tra le valutazioni normative fortemente ricercate e quelle più o meno rigorosamente proibite esiste tutto uno spettro graduale che si snoda attraverso vari modi qualitativi di «accettabile». Più largo è questo campo, meno particolari sono le norme e più grande è l'area della scelta personale per l'individuo. Va da sé, comunque, che tutte le organizzazioni differiscono tra loro per l'ampiezza di questo ambito intermedio.
    Dunque: nella misura in cui le richieste per una data posizione sono ambigue, contraddittorie o altrimenti «aperte», gli individui, che la ricoprono, hanno una più vasta opportunità di decisione tra le norme esistenti e la creazione di nuove norme. In questo processo la personalità gioca una parte importante.
    Va notato, infine, che l'ambivalenza sociologica è un elemento concomitante di una società in trasformazione con forte mobilità sociale.
    L'organizzazione sociale è stata sinora considerata sul versante dei compiti e delle regole che concernono le diverse posizioni. È egualmente necessario, sebbene venga fatto meno spesso, guardare alla situazione degli occupanti di una determinata posizione dal loro punto di vista: esaminare, cioè, il significato che quella posizione riveste per loro, i sentimenti che evoca, i modi con cui essa si presenta.
    Parsons, nella sua analisi sulla situazione del paziente, indicò alcuni di questi conflitti di adattamento al ruolo, confrontando le persone malate nella nostra società. Più tardi, Erikson, Pine e Levinson hanno scritto intorno ai problemi del paziente nell'ospedale psichiatrico. I conflitti di ruolo dello psichiatra interno sono stati poi studiati da Sharaf e Levinson.
    Altre ricerche hanno descritto i problemi del capo-reparto di una fabbrica, preso tra due fuochi: i lavoratori che deve sorvegliare (e che sono suoi colleghi) e i dirigenti verso i quali è subordinato. La situazione del capo-reparto tende a evocare sentimenti di marginalità, identificazioni confuse, dilemmi conflittuali, tra l'essere un «fratello più grande» con i subordinati e un «figlio obbediente» nei confronti dell'autorità.
    Ogni situazione umana ha quindi le sue contraddizioni e le sue fisionomie problematiche. Ogni adattamento al ruolo ha i suoi vantaggi e i suoi costi e le varie forme di adattamento, che sono raggiunte, sono il prodotto del rapporto esistente tra struttura sociale e personalità, con tutti i problemi di cui questi due elementi della relazione sono carichi. Ma sul tema tornerò a breve, trattando della concezione personale di ruolo.
    In conclusione, il concetto di ruolo, ben lontano dall'essere unitario e coerente, si rivela, a un'analisi più approfondita, talmente ricco di dilemmi, che trovano la loro origine tanto nell'organizzazione quanto nella personalità dell'individuo, da rendere necessario un superamento della visione sociologica tradizionale.
    Da quanto fin qui argomentato si può ulteriormente osservare che i ruoli sussistono di fatto in vari gradi di concretezza e di consistenza, mentre l'individuo talora elabora fiduciosamente il proprio comportamento quasi a ritenere che essi abbiano un'esistenza e una chiarezza non equivoche.
    Si ha così che, nel tentativo di esplicitare di volta in volta gli elementi costitutivi dei ruoli, gli uomini modificano e creano gli stessi ruoli: il processo di esecuzione di un ruolo da parte di un individuo non è più cioè soltanto di role-taking, ma anche di role-making.
    E di role-making si può sempre parlare quando un soggetto, messo a confronto con un sistema complesso di richieste, che riconosce magari pure come contraddittorie, vi realizza comunque una sua modalità di adattamento. Userò qui il termine «definizione personale di ruolo», offerto da Levinson, per significare l'adattamento di un individuo al ruolo prescritto, per la posizione che occupa, da parte dell'organizzazione in cui è inserito.
    L'adattamento potrà essere passivo o implicare una possibilità attiva nei confronti delle richieste di ruolo, potrà essere caratterizzato da una conformità apparente, combinata con un indiretto sabotaggio, o da tentativi verso un'innovazione costruttiva di revisione del ruolo o di ordinamenti strutturali più ampi ecc. La definizione personale di ruolo può comporre, cioè, diversi gradi di adattamento nei confronti delle specifiche esigenze del ruolo medesimo: alto o basso grado di impegno di sé ad opera del soggetto, coinvolgimento personale ecc. Ciò può servire in vari modi per mantenere o per cambiare la società.
    A questo proposito, è stata tracciata una sottile distinzione tra due livelli di adattamento: uno più incentrato sul piano dell'ideazione, e si parla di una «concezione personale» di ruolo, ed un altro puntato, invece, su quello comportamentale, per cui si discute di un «modello personale di esecuzione» del ruolo. La concezione di ruolo e l'esecuzione dello stesso sono indipendenti, ma presentano una connessione di variabili.
    Le idee dell'individuo circa il suo ruolo occupazionale sono influenzate, oltre che dalle norme, inerenti alla particolare posizione che ricopre, e dall'organizzazione di cui è membro, dalle esperienze della sua infanzia e della sua adolescenza, dai valori in cui crede e da altre caratteristiche della sua personalità, dall'educazione che ha ricevuto, dal tipo di tirocinio (anche al lavoro) che ha effettuato, dai contatti avuti con differenti gruppi di riferimento, dalla lettura di testi e simili. C'è dunque motivo per aspettarsi che le concezioni di ruolo di coloro, che pur ricoprono una stessa posizione all'interno di una medesima organizzazione, varieranno tra loro e non saranno sempre conformi alle richieste ufficiali del ruolo.
    È anche vero, però, che le concezioni di ruolo degli individui hanno, quale pertinente contesto di formazione, l'ambiente rappresentato dall'organizzazione in senso lato (sia questa la fabbrica, la scuola, la famiglia ecc.) e che quindi tutti gli uomini, che ricoprono la medesima posizione all'interno di una stessa struttura, sono messi a confronto con un'identica serie formale di aspettative circa il proprio ruolo. Cioè vengono più o meno informati circa l'orientamento riguardante l'intera organizzazione, i suoi scopi, i suoi modi di operare, le prevalenti forme di relazione interpersonale e così via. Nello stesso tempo gli individui, che ricoprono un'identica posizione, hanno modo di intrattenere dei rapporti tra loro, di comunicarsi le proprie opinioni, i propri convincimenti e le proprie riserve. Si ha così la possibilità che, da questi due tipi di relazione, degli attori con le norme e degli attori di uno stesso ruolo tra loro, emerga, al di là delle diverse concezioni personali di ruolo, un certo grado di uniformità nella sua stessa concezione che, quando viene mantenuta consensualmente, può assicurare la conservazione della stabilità strutturale.
    Nondimeno, accanto a questa concezione di ruolo consensuale, che possiamo definire «modale», ragionevolmente congruente con le richieste normative del ruolo, può talora verificarsi (e attualmente sempre più spesso) la presenza di un'interpretazione che sia, invece, incongruente con le esigenze strutturali del ruolo.
    Quando questa seconda evenienza si realizza, si è in presenza di una forte base ideativa favorevole al cambiamento dell'organizzazione.
    In sintesi, la concezione di ruolo indica le funzioni specifiche, i valori e la visione appropriata di funzionamento che un individuo o un peculiare gruppo di individui riconoscono come propri di una posizione: essa offre, cioè, una definizione personale e una base logica per un determinato ruolo all'interno di una particolare struttura. Va da sé, comunque, che la concezione appropriata di ruolo muterà da una società all'altra.
    L'esecuzione personale di ruolo si riferisce all'aspetto comportamentale pubblico del ruolo e ai modi più o meno caratteristici con cui agisce un dato individuo come occupante di una specifica posizione sociale.
    Un tipico esempio di esecuzione personale di ruolo si può rilevare quando l'occupante di una determinata posizione affronta delle aspettative contraddittorie. Tra i vari atteggiamenti, passibili di essere assunti, potrà esserci quello di un certo distacco da tali aspettative, nel tentativo di elaborare un comportamento individualizzato che gli permetta di superare la difficile posizione in cui è posto dalla contraddittorietà in questione. Questo tipo di comportamento viene chiamato da Goffman «distanza dal ruolo».
    Attraverso questa capacità di assumere una certa distanza dal ruolo, l'individuo, che ha un buon senso dello humour, è in grado di superare l'ambiguità sociale (di cui ho scritto in precedenza) causata dall'incongruenza logica e operativa di talune norme relative alla sua posizione, aderendo con flessibilità alle richieste strutturali del ruolo in questione.
    L'esigenza di attuare una certa distanza dal ruolo è peraltro sempre necessaria all'individuo per armonizzare le richieste concrete della sua posizione con i bisogni e le caratteristiche della sua personalità. E, ancora, per rendere possibile all'uomo, che ricopre di fatto più ruoli (moglie, madre, professionista ecc.; marito, padre professionista ecc.), un certo accordo tra le richieste inerenti ai suoi molteplici ruoli.
    La definizione di ruolo può essere vista, dunque, da una prospettiva integrata, come una manifestazione della personalità individuale: essa rappresenta lo sforzo dell'uomo di ordinare la sua realtà sociale e di definire il suo posto all'interno delle organizzazioni in cui opera.
    Come ho già accennato, un soggetto vive infatti più ruoli durante la pro-IL COMPORTAMENTO DI RUOLO
    pria vita, da quelli strettamente concernenti l'ambito familiare a quello di lavoro, a quelli più ampi di credente, di cittadino ecc. E la definizione che dà, ad esempio, al suo ruolo di padre si relaziona con quella di marito, di lavoratore, di operatore sociale: ogni definizione di ruolo è influenzata cioè, secondo Lewin, dalla struttura dello «spazio di vita» personale. Configurazione, questa, dello spazio di vita che non è soltanto organizzata in senso orizzontale, ma anche in modo verticale: si ha pertanto una disposizione gerarchica dei diversi ruoli, da quello che si evidenzia quale maggiormente tematico per uno specifico individuo all'ultimo che si pone quasi come irrilevante nel mondo fenomenico del soggetto.
    La definizione dei ruoli esercitati da una persona è quindi, in questa prospettiva, un raggiungimento dell'Io, un riflesso della sua capacità di risolvere le domande conflittuali, di utilizzare le opportunità esistenti e crearne di nuove, di trovare un certo bilanciamento tra le sue varie attività, tra conformità e autonomia, tra idealità e possibilità.
    Ma la definizione di un particolare ruolo da parte di un singolo non è mai definitiva o non sottoposta a modifiche per tutto il tempo in cui l' individuo in esame lo svolge (al di là poi della sua stessa crescita personale). E questo perché, se tale definizione non è soltanto normativamente stabilita una volta per tutte dalla società, essa non è neppure concepita in maniera monolitica, e perciò artificiosa, dal soggetto astrattamente isolato.
    L'esecuzione di ruolo si caratterizza, pertanto, come un continuo processo interattivo tra un dato individuo e gli altri rilevanti per il ruolo in questione. Questo principio di reciprocità offre, secondo Turner, una spiegazione per il cambiamento, nel comportamento di ruolo, ad opera di una determinata persona. Un cambiamento di atteggiamento in un singolo, e perciò di definizione del proprio ruolo, riflette una modifica di valutazione o di percezione del comportamento, e conseguentemente di definizione del ruolo, intervenuta anche sul versante degli altri rilevanti.
    L'interazione tra gli attori di uno stesso ruolo e cioè tra le persone che occupano, ad esempio, la medesima posizione di membri di una data famiglia è, dunque, sempre un processo provvisorio dove le influenze di un componente sul ruolo di un altro si pongono come elementi modificanti la loro relazione. E poiché, tipicamente, il ruolo dell'altro può essere solo inferito, piuttosto che conosciuto direttamente dall'Io, questa situazione accresce ancora di più la continua dialettica tra gli individui.
    Queste ultime affermazioni trovano un immediato riscontro nelle dinamiche familiari e scolastiche attuali. Si prenda in considerazione ad esempio, una per tutte, l'università così come si presenta oggi in Italia e in specie i differenti atteggiamenti di ruolo del docente universitario.
    Accanto a taluni insegnanti, infatti, che elaborano il proprio comportamento soltanto in base alle disposizioni normative circa la loro posizione, convinti che la funzione, che gli è propria, si esaurisca unicamente a livello tecnico e non richieda affatto un coinvolgimento personale nella relazione con gli studenti, ne esistono altri che, dotati di una sufficiente tolleranza al dissenso, sono disposti, pure alla luce degli schemi e delle richieste del proprio ruolo, ad attuare un consapevole decentramento di prospettiva. È il caso di quei docenti che assumono un atteggiamento di ruolo contraddistinto da un'effettiva considerazione della controparte.
    Indubbiamente i partner più caratteristici dell'insegnante universitario sono gli studenti che, mai come adesso, richiedono un rapporto non più asimmetrico e una partecipazione attiva alla predisposizione dei contenuti di studio. Quei docenti che arrivano pertanto ad adottare delle relazioni «dove siano in causa solo delle persone», per dirla con le parole di Lai, anche coscienti delle ansie e dei rischi che questo comportamento reca con sé, sono pronti a ristrutturare continuamente le proprie mete educative e a configurare un atteggiamento di ruolo personale che sappia «tener testa a differenti tipi di altri rilevanti». È raro, infatti, che un dato individuo incontri un solo partner significativo per il proprio ruolo: tocca pertanto all'occupante della posizione comporre un modello che sia il più soddisfacente possibile per le diverse richieste dei vari partner.
    È ormai evidente, dunque, come la formazione della definizione di un qualunque possibile ruolo si connoti oggi, incontrovertibilmente, come una «funzione esterna» dell'Io. Come le altre funzioni esterne dell'Io (orientate cioè verso la realtà), anch'essa è influenzata dai modi con cui l'Io esegue le sue funzioni interne nel tentativo di sintetizzare le richieste dell'Es, del Super-Io e dell'Ideale dell'Io.
    Tutta la concezione di un individuo a riguardo del proprio ruolo in una particolare organizzazione non può essere pertanto analizzata che in una serie di ampi contesti psicologici: la sua concezione di ruolo occupazionale in generale (identità occupazionale), gli obiettivi della sua vita, la sua concezione del sé (identità dell'Io) e così via. La definizione di ruolo da parte di un soggetto è quindi correlata e impiantata dentro tutti gli aspetti della sua personalità. La modalità, ad esempio, con cuí un singolo si relaziona con l'autorità nell'organizzazione, discende, in larga misura, dal suo rapporto con l'autorità in generale e dalle sue fantasie, consce e inconsce, circa la buona e la cattiva autorità dei genitori. Egualmente, il suo impatto con i fatti stressanti della vita organizzativa è influenzato dagli impulsi, dai timori e dai meccanismi di difesa che quegli stress attivano in lui.
    Va notato, infine, che la comprensione della compatibilità e della incompatibilità delle regole dell'organizzazione a riguardo dei ruoli è direttamente connessa con il livello del suo sviluppo intellettuale. L'abilità nel capire la molteplicità e l'anatomia delle relazioni di ruolo è strettamente dipendente dall'apprendimento linguistico e concettuale nel senso che la piena capacità, nell'età adulta, di vivere secondo le molteplici aspettative dei differenti ruoli, che un individuo è tenuto a ricoprire, richiede la maturità necessaria per riuscire a mescolare ciò che Goffman chiama una «simultanea molteplicità di sé» dentro una «coerente immagine di sé».
    La teoria e la ricerca del ruolo devono perciò considerare le relazioni almeno tra i seguenti gruppi di caratteristiche: le richieste di ruolo da parte dell'organizzazione e le relative opportunità di ruolo offerte, la definizione personale di ruolo da parte di uno specifico individuo (includente concezione ed esecuzione del ruolo) e il suo quadro di personalità, le sue dinamiche esistenziali e i partner con cui l'attore entra in rapporto.
    In sintesi, la teoria sociologica tradizionale può essere criticata per il fatto di ritenere che la definizione di ruolo sia determinata quasi interamente dalla struttura sociale, ma, come nota giustamente Levinson, occorre pure evitare il pericolo opposto, cui vanno incontro alcuni psicologi, di considerare la realtà esterna come una piccola macchia amorfa, ordinata dal soggetto per soddisfare i suoi intimi bisogni, tale da non richiedere un'adeguata ricognizione e un'attenta concettualizzazione.
    La teoria e la ricerca sul concetto di ruolo rimarranno, pertanto, uno dei campi più seriamente danneggiati delle scienze umane e sociali fintanto che esso non verrà collocato convenientemente sia nei contesti intra-personali che in quelli ambientali-strutturali. Per comprendere la natura, le determinanti e le conseguenze della definizione di ruolo, si rende cioè necessaria la doppia prospettiva di personalità e di struttura sociale. L'uso di questi due punti di vista, scrive ancora Levinson, è come l'utilizzo dei nostri due occhi per vedere: essi sono ineliminabili per il raggiungimento della migliore interpretazione e della corretta analisi del concetto di ruolo.

    (Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 213-221)



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