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    alla testimonianza

    Mc 16, 15-20

     

    C'è una tensione, all'interno di questa festa liturgica, tra due componenti essenziali dell'esperienza cristiana: il richiamo al termine, al cielo e l'impegno storico: «Andate, predicate, testimoniate». Questa tensione percorre anche la storia della Chiesa, perché la ricchezza della Vita è così grande, che non può essere espressa compiutamente in una modalità unica, ma esige costantemente l'una e l'altra. Nella Chiesa le comunità contemplative richiamano costantemente il termine, il compimento, e lo vorrebbero rappresentare con la loro vita; anche la consacrazione dei religiosi ha la funzione di richiamo al compimento, cioè a quegli atteggiamenti che la morte chiederà a tutti di saper esercitare. Dall'altra parte c'è la storia, l'incompletezza, il cammino, ci sono le situazioni di conflitto, di ingiustizia, entro le quali annunciare il Vangelo.
    La dialettica tra le componenti essenziali dell'esperienza cristiana si ripercuote anche nella vita di ciascuno di noi, perché in ogni esperienza che compiamo dobbiamo avere presente sempre il termine ultimo, il compimento verso cui ci muoviamo. D'altra parte, in ogni situazione dobbiamo cogliere la Presenza, l'azione di Dio presente, in modo da immergerci interamente nelle situazioni e non fuggirne.

    Le tentazioni della storia

    In questa dialettica si svolge la vita cristiana. La ragione della tensione è semplice: noi non possiamo accogliere integralmente l'azione di Dio, quindi non possiamo vivere integralmente il rapporto con Dio, in una sola situazione: lo viviamo sempre parzialmente, provvisoriamente, e quindi in modo tensionale, per cui abbiamo bisogno di uscire da una condizione per viverne un'altra, a sua volta imperfetta e inadeguata.
    Occorre cominciare proprio con questa consapevolezza: noi ci troviamo a vivere situazioni tensionali, situazioni nelle quali non possiamo realizzare compiutamente le proposte del Vangelo, le esigenze della Vita, ma dobbiamo tendere sempre oltre, per vivere situazioni diverse.
    Lo si capisce meglio se vediamo i due estremi, le due tentazioni facili di questa tensione.
    La prima tentazione è quella di fuggire il provvisorio. Noi molte volte non sappiamo vivere le tensioni, le situazioni provvisorie, e quindi ci troviamo a disagio. Pensiamo che ci possa essere una situazione perfetta, una famiglia perfetta, una società perfetta, una politica perfetta, rapporti perfetti... E quando scopriamo invece che le situazioni sono inadeguate, insufficienti, incompiute, per cui dobbiamo andare oltre, restiamo male. Tentiamo allora di rifiutarle e di fuggire in una situazione ideale, in un mondo che non esisterà mai. O meglio, esisterà solo alla fine, ma in un modo completamente diverso, che non possiamo immaginare. Ad essa però tendiamo, vivendo intensamente il presente. Anche gli apostoli chiedono a Gesù se quello era il tempo in cui avrebbe instaurato il regno di Israele. Erano ancora fissi nella loro idea di ristabilire un ordine passato, il regno di Davide: avevano un ideale di una società perfetta, che pensavano di poter realizzare attraverso il loro impegno o attraverso l'azione di Dio in loro.
    Questa illusione ci accompagna e a volte diventa in noi tentazione di fuga, che ci impedisce di vivere il presente, che è sempre provvisorio, inadeguato, insufficiente. Poiché l'azione di Dio emerge solo nel presente, fuggendo, immergendoci in una situazione inesistente, noi non cogliamo il dono che ci viene offerto all'interno della nostra esperienza storica: il dono ci viene offerto affrontando l'ingiustizia, realizzando la pace (nella misura in cui ci è dato farlo), vivendo i rapporti nella loro insufficienza e nella loro precarietà. Lì la vita fluisce, lì il dono di Dio ci viene rinnovato e possiamo crescere come figli Suoi.
    L'altra tentazione, corrispettiva, è appunto quella che fiorisce all'interno della necessità di immergersi nel presente. La tentazione è quella di vivere il presente, in modo tale da perdere di vista il compimento e dimenticare quindi la provvisorietà della situazione nella quale ci troviamo. Anche questa tentazione è frequente, anzi, direi che passiamo dall'una all'altra. Ci sono momenti in cui, data la difficoltà del presente, delle relazioni, dell'ingiustizia, siamo tentati di immergerci nella fantasia, nell'idealità e quindi di fuggire per la tangente al futuro; e ci sono invece momenti nei quali scopriamo la possibilità dell'azione, del cambiamento, dell'immersione nel presente e dimentichiamo il futuro verso cui andiamo, assolutizzando i progetti, le immaginazioni, gli ideali.
    Importante, per vivere bene questa nostra condizione, è prendere coscienza della tentazione. Gli apostoli quel giorno restarono a guardare il cielo. Era importante, per loro, guardare il cielo, ma non potevano restare sempre così: «Che state a fare? Andate». Ci saranno stati certamente poi, nella vita degli apostoli, altri momenti in cui, presi dall'entusiasmo dell'azione che stavano compiendo, della testimonianza che erano chiamati a dare, dimenticavano l'altra dimensione. Negli Atti degli Apostoli c'è un piccolo episodio che è un segno di questa esperienza, quando cioè gli apostoli si accorsero che avevano difficoltà a pregare, per cui poi scelsero i sette diaconi che li aiutassero nella distribuzione del cibo, nel «servizio alle mense», come dicono gli Atti, mentre loro si dedicavano alla predicazione e alla preghiera.
    Le distinzioni di ruoli nella Chiesa sono necessarie, come nella società, perché la vita è così densa, che tutti non possono far tutto, ma ciascuno si specializza in una particolare funzione. È importante però che ciascuno riconosca l'insufficienza della propria attività e la necessità della funzione complementare che gli altri possono svolgere, così da cogliere gli uni i messaggi che vengono dalla vita degli altri.

    Testimoni del Vangelo

    La seconda breve riflessione che voglio proporvi riguarda invece il significato della testimonianza: «Andate e siate testimoni». "Testimoni del Vangelo", "testimoni della resurrezione di Cristo", sono due modi diversi di dire la stessa cosa. Testimoni della resurrezione di Gesù vuol dire mostrare che, vivendo fedelmente il Vangelo, i principi che Gesù ha annunciato, le leggi fondamentali della vita che egli ha vissuto e ha mostrato, si giunge a pienezza di vita. Questa è la testimonianza della resurrezione: non è semplicemente l'accertamento di un fatto, perché il fatto della resurrezione non può essere accertato; è il fatto del compimento della vita di Gesù attraverso la resurrezione, cioè che egli è giunto a pienezza di vita per l'obbedienza alla volontà del Padre - cioè amando dove c'era odio, esprimendo misericordia dove c'era peccato, offrendo perdono, portando il peccato del mondo.
    Questa è la testimonianza da dare, la testimonianza del Vangelo: mostrare che le leggi annunciate da Gesù sono valide. In se stesse non sembrano credibili, partendo da principi e deducendone conclusioni, non può essere dimostrato che l'amore è più efficace dell'odio, che in tutte le situazioni è urgente accogliere il dono di Dio che fluisce, esprimere la Sua misericordia, che il perdono è molto più efficace per la storia umana della vendetta.
    Questo non può essere dimostrato partendo da principi teorici, ma solo attraverso l'emergenza della vita. Ci vogliono testimoni. Per questo Gesù (il "testimone fedele", come lo chiama Giovanni) ha invitato i suoi a continuare la missione, ad essere testimoni, perché altrimenti nessuno avrebbe più creduto. Come gli apostoli non avevano creduto, finché non l'hanno incontrato vivo, così nessuno può credere oggi a questi principi, finché non incontra degli uomini vivi, delle persone che, vivendo con fedeltà, mostrano a quale livello di umanità si perviene, a quale forma di pace, a quale realizzazione di giustizia, a quale incontro con gli altri, a quale accoglienza dei diversi si può pervenire, vivendo secondo queste leggi.
    Per questo sono necessari testimoni. Più la storia diventa complessa, cioè procedendo crea situazioni più ricche, più profonde, più è necessaria la testimonianza corrispondente. A noi la testimonianza dei primi secoli non basta. «Farete cose più grandi di quelle che io ho fatto», dice Gesù. Egli è limitato al suo tempo, alla sua storia, alla sua cultura. Gesù è una persona singola, mentre ci sono testimonianze che possono venire solo da gruppi, da popoli, da comunità. «Farete cose più grandi di quelle che io ho fatto».
    Questa testimonianza come possiamo darla se non accettiamo il Vangelo, se non lo viviamo? Non dico in una forma perfetta, perché la perfezione sta solo alla fine, ma nella fedeltà costante, cioè in un impegno rinnovato ogni giorno, nel riconoscimento delle nostre aggressività, che si esprimono poi nelle guerre, delle nostre idolatrie, che conducono alle divisioni tra gli uomini, dei nostri egoismi che inquinano tutti i rapporti. La testimonianza implica il riconoscimento del nostro male e la consapevolezza dell'azione di Dio, che in noi può esprimersi in modo nuovo. Ci raccogliamo in preghiera, richiamiamo questi principi fondamentali, per assimilarli e diventarne, passo dopo passo, giorno dopo giorno, testimoni nel mondo, perché la pace possa essere realizzata, la giustizia possa essere attuata, perché gli uomini possano raggiungere nuovi traguardi di umanità. Non saranno gli ultimi. Saranno traguardi provvisori, ma è necessario raggiungerli, perché altrimenti restiamo indietro. E restare indietro rispetto al cammino della storia vuol dire rendere possibile il disastro finale, la tragedia dell'umanità, la distruzione totale della vita sulla terra. Il regno è già, la vita ha certamente altre espressioni nell'universo, ma perché rendere vano questo lungo cammino di miliardi di anni della vita sulla terra, solo perché non prendiamo coscienza del compito che ci è stato affidato, della grande ricchezza che ci viene consegnata? Chiediamo al Signore questa consapevolezza, ma soprattutto chiediamo quell'ubbidienza alle leggi della Vita che fecero di Gesù il Messia e Signore.



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