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    Educare lo sguardo alla bellezza e allo stupore


    Maria Gloria Riva *

    (NPG 2022-03-22)

    Lo sguardo dello stupore

    I concetti creano gli idoli, solo lo stupore conosce. Questa frase del grande, quanto antico, san Gregorio di Nissa appare oggi così drammaticamente vera, così facilmente riscontrabile da non aver bisogno di commenti. Lo stupore è scomparso dall’orizzonte quotidiano, raramente lo si «incontra» nelle strade e nelle piazze, nelle case e nelle scuole e, a volte, purtroppo finanche nelle Chiese e nelle nostre case religiose. Eppure i giovani hanno sete di stupore. Sono immersi in una società che si autodefinisce «delle immagini» e non sanno più guardare. La loro vita si dibatte fra icone del desktop, profili social, immagini Instagram e filmati su TikTok, ma poi? Lo sguardo implode. La pandemia ha inoltre ingigantito questa sorta di narcisismo della coscienza, gettando tantissimi giovani nella solitudine.
    Charles Péguy direbbe che abbiamo uno sguardo abituato. Siamo così pieni di concetti che gli occhi non vedono più il miracolo quotidiano di una bellezza “altra” che si cela nel presente.
    Mi viene alla mente il Narciso di Caravaggio, un’opera che, pur lontanissima dall’era internettiana, già metteva in guardia circa la supremazia della realtà rispetto al virtuale. Caravaggio dipinge un giovane bellissimo, vestito alla moda del tempo, eppure con uno sguardo tutto rivolto a sé, alla ricerca intimistica di un altro sé stesso. Un giovane cui è parso di trovare l’appagamento dei suoi desideri nell’abbraccio di un’immagine riflessa, mentre egli è infintamente più bello, è una promessa più ricca di novità rispetto al suo desiderio. Se dovessi scegliere un’icona da regalare ai giovani che incontro (e per la verità lo faccio spesso) sceglierei proprio quest’opera. Sento necessario, anzi direi urgente, educarli a uno sguardo vero sulla realtà, uno sguardo pieno di stupore e di apertura grande all’infinito.
    L’infinito è l’altro grande dramma educativo.

    Educare all’Infinito

    Il soggettivismo in cui siamo caduti, a causa delle filosofie degli ultimi secoli, ha fatto sì che tutto scadesse nel brutto, nel parziale, nel frammentato. I giovani si trovano immersi in un tale orizzonte. La bellezza li riporta allo stupore, al grande valore educativo del simbolo che offre la capacità di tenere insieme gli opposti, senza che alcuno rinunci alla propria identità. La Bellezza salva dall’anonimato perché rende colui che «guarda» protagonista di un senso nascosto nella realtà. La Bellezza poi, per un credente, è intrinseca all’amore: non è bello ciò che è esteticamente bello, è bello ciò che esprime un amore compiuto. Cristo è bello nella sua umanità, ma è bello anche sulla croce. La Bellezza coincide, per me che sono monaca e adoratrice, con quel Bellissimo che adoriamo quotidianamente nell’Eucaristia. Stare davanti al Santissimo è essere educati a guardare. L’adorazione è una preghiera racchiusa in uno sguardo. Davanti all’ostia lo sguardo muta, cambia, si rinnova entro la sorgente stessa della Bellezza che è il Cristo vivo. Diceva Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione, citando il Prefazio del Natale: mediante lo sguardo alle cose visibili siamo rapiti alla bellezza dell’Invisibile. Sì, le cose visibili portano l’impronta dell’eternità, di quell’Invisibile Dio che ci sostiene in ogni istante della quotidianità, che ci conduce pian piano dentro le asperità della vita senza lasciarci soli. Forse, come già insegnava Madre Teresa di Calcutta, ogni educazione ogni agire, dovrebbe ripartire da qui.
    Mi viene in mente un altro artista, assolutamente contraddittorio che, tuttavia, di fronte al dramma della bomba atomica visse un’apertura improvvisa (e feconda per la sua arte) a Cristo e al suo Mistero. Si tratta di Salvador Dalì. Nella tela Corpus Hypercubus, egli descrisse, con i termini di Luca Pacioli e della sua matematica simbolica, la violenza elevata a potenza (il cubo) che si abbatte sull’umanità di cui Cristo porta la forma e la carne. E noi umanità, ferita dal dolore ma ferita anche dal desiderio di una bellezza che lo redima, siamo per Dalì sotto la croce, finemente abbigliati, come la moglie Gala e incapaci di dare un giudizio. Possiamo solo balbettare, ed è quello che Gala sta facendo, il segno della croce: in hoc signo vinces. Nella confusione preghiera e contemplazione sono vincenti! Esse ci educano a dare un senso, a trovare vie d’uscita quando il presente si fa oscuro, come la scacchiera che sta sotto la croce. Sì, in hoc signo vinces, lo aveva cantato Costantino nel trecento, lo canta anche il disincantato Dalì, lo possiamo cantare anche noi. Il Cristo di Dalì è imberbe, come l’Adamo delle origini: c’è un’eternità che impregna tutte le cose, anche la morte. Un’eternità di fronte alla quale, tutto si risolve e si acquieta. Un’eternità che non ti fa fuggire dagli obblighi del presente, ma che al contrario, come direbbe Bonhoeffer, ti fa vivere nell’al di qua, pieni di responsabilità e di impegno: «Un po’ troppo tardi abbiamo imparato che non il pensiero, ma l’assunzione della responsabilità è l’origine dell’azione».

    Educare alla relazione

    Dunque solo questa Bellezza salva. Quella cui allude il Principe Puškin con la sua domanda di fronte al terrificante Cristo di Holbein. Un Cristo in necrosi, specchio fedele della cultura di morte che ci circonda, dove non sono offerte prospettive di speranza. La Bellezza ci pone in relazione all’eternità, così l’arte. Per sua natura l’arte è gratuita, non è sempre fruibile e dunque deve essere collegata a ciò che supera l’uomo stesso, il perdurare della vita oltre la morte. Oggi il positivismo ci costringe entro prospettive anguste che impoveriscono la creatività. Conseguentemente anche lo spiritualismo esagerato (che dimentica perciò la dimensione terrena) produce una cultura che disprezza la vita, generando a sua volta una cultura della morte. I giovani oscillano spesso fra queste due dimensioni, positivismo estremo e spiritualismo irragionevole, nessuna delle due dimensioni convince, ma dove dirigersi?

    Forse qui manchiamo noi adulti, manchiamo con una proposta seria, che venga dall’esperienza e non dalle idee, che faccia i conti con i limiti, con le contraddizioni, con l’idolo di turno. L’idolo, del resto, non lo si incontra, lo si produce. La bellezza che sgorga dal Bellissimo, che è Dio, invece è generata da un incontro, da una relazione, vive all’insegna dello stupore. Basterebbe ripercorrere le pagine della Scrittura per constatare come l’idolo sia sempre una proiezione del desiderio umano e porti l’uomo ad eliminare le contraddizioni della vita. Una tale bellezza diventa idolatria. Si narra nella tradizione rabbinica che il padre di Abramo, Terach, fosse un fabbricante di idoli. Fu alla sua bottega che Abramo maturò la certezza in un Dio che non può essere fabbricato e poi adorato, in un Dio che per sua natura superi l’uomo offrendogli una pienezza di vita.
    E proprio dall’esperienza di Abramo nasce una delle più belle Icone orientali sul Dio che è amore e relazione. La Trinità di Rublev ci regala la silenziosa mensa della Trinità, dove l’Abramo, atteso e cercato, è ognuno di noi. Le tre persone divine sono angeli, per la loro natura spirituale, ma hanno bastoni perché sono pastori, camminano con noi e cercano l’incontro. La mensa, occupata sui tre lati dalla Trinità, è libera sul quarto lato, quello che ci è offerto.
    Educare significa dunque spezzare il pane della bellezza e dell’esperienza con chi ci seguirà. Non si tratta di far calare le cose dall’alto, ma neppure di mettersi sullo stesso piano dei giovani da educare; si tratta piuttosto di essere, come le tre persone, disponibili all’incontro, aperti e umili.

    Educare alla fede

    Ciò in cui forse manchiamo un po’ tutti noi educatori credenti è la fierezza umile della fede. Non uso gli aggettivi a caso. Occorre essere fieri della propria fede, ma è necessario essere umili per proporla, cioè non supponenti, grati di ogni esperienza umana, benché sicuri della verità della propria. Affermava sant’Ambrogio in una preghiera divenuta celebre, ma non sempre ben tradotta: Tutto è Cristo per noi. Dacché Cristo si è fatto carne, nulla di ciò che è veramente umano ci è estraneo e nulla di ciò che è cristiano e avulso dalle pulsioni e dalle contraddizioni umane. In tutto c’è Cristo: abbiamo una storia plurimillenaria che, se è stata, è vero, teatro di tanti errori, è stata molto di più, infinitamente di più, sorgente di ogni genere di bellezza: arte, musica, architettura, letteratura, opere di carità, attività sociali, esperienze mistiche, simboli e vie di speranza.
    Questo dobbiamo poter raccontare, saper raccontare, imparando anzitutto noi stessi a guardare diversamente le cose di sempre. Ci sono due immagini, a mio avviso, in tal senso, altamente significative e simboliche, che spiegano senza tante parole il senso critico cristiano e la sua capacità propositiva nel mondo.
    La prima è in negativo. Si tratta dell’Urlo di Munch, nella versione più famosa, dipinta verso nel 1893, dove l’artista fa emergere con più accuratezza il sentimento di solitudine e di angoscia che lo aveva assalito in quel giorno di vacanza lungo le rive del fiordo.
    È un dipinto famosissimo e a ragione: da esso sale davvero l’urlo di un’umanità, che pur nel clima vacanziero e apparentemente sereno (Munch si trovava a passeggiare con due cari amici), continua a sperimentare un vuoto incolmabile.
    In questa versione tutto davvero si mescola: i gialli, i blu, i rossi e i neri si confondono; mare e terra, cielo e acqua, danzano in un vortice difficile da fermare. Solo il parapetto è rigido, ma esaspera ancor di più la corsa dell’uomo verso il nulla. L’unico punto fermo, cioè il punto prospettico, ci è vietato, perché due persone impediscono di vederlo. Sono un uomo e una donna (o almeno così appaiono perché nelle altre versioni è più facile riconoscere i due amici dell’artista), che solo per caso sono uno accanto all’altra. In realtà l’uomo procede verso il punto prospettico, mentre la donna avanza verso la maschera urlante, senza però considerarne minimamente la sofferenza. Come scrive lo stesso artista, l’amena passeggiata lungomare e si trasforma, senza apparente motivo, in tragedia.

    Quarant’anni dopo quest’opera, nel 1952, un altro artista, questa volta francese, con gli stessi colori dell’Urlo dipinge qualcosa di profondamente diverso. È l’Ecce Homo di Rouault presente ai Musei Vaticani. Benché qui non ci sia nulla di vacanziero, e anzi risulta chiaro a chiunque che il soggetto tratta di un uomo condannato a morte, l’opera è colma di pace. Gli stessi colori di Munch, i bruni, i rossi, gli azzurri, i gialli si ricompattano si condensano e danno vita e forma al volto di un uomo condannato. Gli occhi sono chiusi, ma la sua serenità ci guarda. I solchi delle lacrime e del sangue sono evidenti, eppure la sua presenza dà pace. Ecco l’eternità è qui, dentro a un dolore, la speranza è qui, dentro la condanna. L’amore è qui, in ciò che apparentemente lo nega. Quale bellezza salverà il mondo? Era la domanda di Puškin. Noi siamo la risposta! Noi che, capaci di ereditare la plurimillenaria storia di bellezza della Chiesa, possiamo rispondervi con l’esperienza di uno sguardo rinnovato.

    * Monaca dell’Adorazione Eucaristica – Repubblica di San Marino


    Didascalie opere citate

    1 Immagine: Narciso Michelangelo Merisi da Caravaggio 1597-1599 olio su tela 112×92 cm Galleria Nazionale d'Arte Antica - Palazzo Barberini, Roma
    2 Immagine: Corpus Hypercubus Salvador Dalí 1954 olio su tela 58,4×73,7 cm Metropolitan Museum of Art, New York
    3 Immagine: Trinità Andrej Rublëv 1420-1430 ca. tempera su legno 142×114 cm Galleria Tret'jakov, Mosca
    4 Immagine: L’Urlo Edvard Munch 1893–1910 tempera, pastello su cartone 91×73,5 cm Galleria Nazionale, Oslo
    5 Immagine: Ecce Homo Georges Rouault, 1952. Olio su compensato, cm. 50 x 45. Città del Vaticano, Musei Vaticani



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