"Sono reale?"
La domanda più profonda che i giovani portano
e come Etty Hillesum vi ha risposto con la propria vita

Chi lavora con i giovani conosce bene la superficie delle loro domande. Le domande esplicite, quelle che si pronunciano ad alta voce: cosa farò della mia vita? mi vogliono bene? esiste qualcosa che valga il mio impegno totale? Sono domande reali, e meritano risposte reali. Ma l'educatore che si ferma alla superficie di queste domande rischia di rispondere a ciò che è stato detto senza intercettare ciò che non è stato detto, e che è, di solito, la cosa più importante.
C'è una domanda che sta sotto tutte le altre. Non viene quasi mai formulata: non perché il giovane non la porti, ma perché è troppo esposta, troppo vicina all'osso, troppo elementare per poter essere pronunciata facilmente. È la radice che alimenta tutte le altre ramificazioni. Quando si riesce a toccarla, tutto il resto si illumina in modo diverso.
Questa domanda è: Sono reale?
O nella sua forma più piena e più onesta: la mia esistenza conta – per qualcuno, per qualcosa – in modo che non dipenda da ciò che produco, da come mi comporto, da quanto valgo secondo i criteri del momento?
Primo movimento
La domanda
Secondo movimento
Una testimone
I. La domanda emerge
Il caos come punto di partenza
II. La domanda si approfondisce
Tre movimenti
III. Il percorso verso la risposta
Quattro svolte
IV. La risposta
Quattro affermazioni
V. Westerbork
La risposta nella prova più estrema
VI. Cosa dice Etty all'educatore e al giovane
Epilogo
Il biglietto dal finestrino



















































