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    Il tempo



    I sensi e il senso dell’educare /6

    La scatola di Greta

    Mariella Mentasti

    (NPG 2011-09-75)


    Cara Greta,
    sono passati tre anni da quando mi dicesti: «Ti regalo il mio tempo, la mia storia scritta nelle pagine strappate di un diario impossibile, sul retro dei volantini raccattati per strada, sui fogli volanti di quaderno, sugli angoli bianchi dei giornali. Parole scritte a caso su scontrini, biglietti del treno, post-it rubati da qualche scrivania».
    La scatola metallica, larga e piatta, tradiva la sua età negli spigoli corrosi di ruggine e in quell’aspetto opaco e un po’ sbiadito che assume nel tempo la stampa sugli oggetti metallici, come se un velo si fosse posato a ricoprire pudicamente i segni degli anni.
    Tu eri giovanissima, Greta, lo sei ancora, ma quell’oggetto mi si stampò nella mente come se fosse la chiave d’accesso a qualcosa di te che tardava a svelarsi, come se la tua fosse una storia da collocare in un passato remoto i cui legami col presente si fossero sbriciolati come vecchi elastici induriti dal tempo. Li lessi avidamente, quei ricordi, sprofondai con te nei tuoi dolori, a me sconosciuti, terre in cui sei sostata a lungo, isole di prigionia circondate da muri invalicabili dove il tempo di vita s’era fermato per lasciare spazio a cupe icone di morte. In queste terre di tempi sospesi sono entrata in punta di piedi: avevo paura di aprire varchi sconosciuti, sabbie mobili che avrebbero risucchiato anche me nell’oblio della vita e della bellezza per gettarmi nel mare dell’angoscia. Ho rischiato, ho saltato il fosso: mi sono lasciata condurre dalle tue parole e, in questo viaggio, dolore e stupore, violenza e tenerezza, terrore e meraviglia si sono fuse in una feconda contaminazione. Mi hai raccontato tante cose, Greta, mi hai fatto vedere dal di dentro la tua sofferenza, la paura del mondo e di te stessa. Poi il racconto si è interrotto, la scatola si è chiusa, la tua vita spezzata in due tronconi, una frattura senza legami, come se quella scatola rappresentasse un tempo sepolto, come se il tuo tempo di vita presente avesse divorato gli anni passati e, insieme ad essi, la parte di te cui quegli anni appartenevano.

    La vita come un libro di musica

    Quella frattura ti costringeva a un eterno presente, una vita nell’oblio immediato di ciò che era stato, un tunnel buio che annullava la strada fatta e rendeva ignota quella a venire. Vivevi le tue esperienze quotidiane automaticamente, nello sforzo di ricavarne il maggior guadagno in termini di appagamento e piacere personale. Cercavi tutto ciò che il tempo non può trattenere. Odiavi fermarti, ascoltare, ascoltarti. Il tuo vivere era in funzione di una fuga, nella notte, nel fine settimana, in un incontro effimero. Guardavi la gente negli occhi con aria di sfida ma abbassavi lo sguardo se uno ti tendeva la mano. Amavi la musica ma, nell’ascolto, non ho mai letto sul tuo viso neppure il più piccolo segno di emozione.
    Pensai, tuttavia, che la musica è tempo, il suo silenzio prelude all’esplosione della melodia, ogni nota segue all’altra in un legame, una relazione continua in cui ognuna, per avere senso, ha bisogno di quella che la precede e che la segue in una sequenza armonica che dà senso allo scorrere del tempo donandogli bellezza.
    Pensai alla tua vita come a un libro di musica cui fossero state strappate delle pagine facendo precipitare il tempo nell’abisso dell’oblio e cancellando ogni forma di armonia.
    Il silenzio dei ricordi non è cosciente pausa di riflessione, è rottura, strappo, lacerazione.
    Ricordo che guardai quella scatola e chiesi a Dio che mi aiutasse a scoprire la Greta del tempo perduto, a ritrovare la traccia, seppur dolorosa, di giorni che avrebbero restituito a te la memoria e, con essa, la scoperta di essere grande, amata e capace di restituire amore. Non volevo e non potevo entrare nella voragine del dolore che aveva estorto dal tempo i tuoi anni migliori, volevo solo trovare le note che ti riportassero alla pienezza del tempo, un tempo nuovo su cui costruire una storia nuova. Non c’era un grande rapporto tra noi: qualche parola scambiata, qualche sguardo rubato, un sorriso. Ma tu mi avevi consegnato una scatola, la tua vita, il tuo tempo, la tua voglia, non dichiarata, di cambiare il corso delle cose, la tua attesa... un piccolo tentativo di aprire uno spiraglio per il futuro. Che cosa potevo fare? Che cosa mi stavi chiedendo? Solo ritrovando il tempo perduto, facendo pace con i frammenti di ricordi conficcati come schegge nella tua memoria, solo rimettendo in ordine le pagine strappate della tua vita ti sarebbe stato possibile trovarne un senso. Non il mio né quello di nessun altro ma quello che a te avrebbe consentito di vederti pienamente in una storia nuova.
    Pensai alla tua profonda conoscenza della musica, a quell’antica passione descritta con ardore nei tuoi diari, ora resa sterile dal silenzio delle emozioni. Forse era necessario partire da lì per ricucire la tua vita, per riprendere quel filo rosso che ne avrebbe ridisegnato la trama. Rischiai e decisi di presentarti Irina, una ragazza timida e solitaria che non osava alzare lo sguardo ma ugualmente sapeva leggere negli occhi. Irina amava la musica e aveva un sogno: superare gli esami di ammissione al Conservatorio. La sua conoscenza musicale era nulla ma il suo ardore era tale che sovente, nel suo ripetere le note sul pianoforte, risvegliava sensazioni intense e sconosciute. Con diffidenza e un gesto di compassione accettasti l’incarico di preparare Irina all’esame: la musica era diventata per te uno dei tanti elementi di sballo, niente di più. Per Irina era il sogno, il futuro, il senso.
    Vi incontraste e presto il vostro dialogo divenne esclusivamente musicale: tu ostentavi un tecnicismo perfetto e assoluto, ostile a qualsiasi vitalità; lei viveva intensamente e meravigliosamente i suoi progressi e questa gioia la trasformava in musica e la musica diveniva sempre più fluida e vitale. Arrivò il giorno della prova al conservatorio. L’accompagnasti, pur senza far trasparire né speranza né tensione. Rimanesti in piedi, in un angolo, concentrata nell’ascolto. La musica fluiva; tempo, ritmo e melodia disegnavano nuvole di note dentro la tua anima. Un po’ alla volta ti lasciasti trasportare dal loro fluire e rifluire, come le onde del mare, come la vita.
    Una lacrima ti attraversò il viso e si prese cura di te.
    Ora hai ricomposto le pagine, ritrovato il tempo, ripreso a vivere.

    Esiste un grande eppur quotidiano mistero. Tutti gli uomini ne partecipano ma pochissimi si fermano a rifletterci. Quasi tutti si limitano a prenderlo come viene e non se ne meravigliano affatto. Questo mistero è il tempo. Esistono calendari e orologi per misurarlo, misure di ben poco significato, perché tutti sappiamo che talvolta un’unica ora ci può sembrare un’eternità, e un’altra invece passa in un attimo... dipende da quel che viviamo in quest’ora. Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore.[1]

    Insegnaci, Signore a contare i giorni con la misura della tua luce,
    a raccontare la vita e la morte
    con parole nuove, a leggere nei cuori per scoprirne le ragioni,
    a guardare oltre l’orizzonte del dolore
    per scorgere semi fecondi di speranza.

    Aiutaci, Signore
    A non disperdere il tempo della vita,
    a riconoscere giorno per giorno
    i tuoi volti, a testimoniare la gioia
    dei tempi nuovi, a cantare meraviglie per le grandi cose che hai voluto
    dimorassero in noi.

    Resta tra noi, Signore
    Tu che sei la pienezza dei tempi,
    e soffri i dolori della storia
    salvaci dall’angoscia di una vita
    senza tempo,
    e di un tempo senza speranze di vita
    perché Tu sei armonia pura,
    vita piena, amore.


    NOTE

    [1] Ende M., Momo, SEI, Torino, 1981, pag. 57.


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