Documento redazionale
(NPG 1983-03-4)
Come fatto presentiamo un documento redazionale.
È una sintesi schematica con annotazioni alcune volte appena accennate, altre volte più approfondite, dei contenuti emersi in un incontro redazionale tra sociologi, filosofi, teologi ed operatori pastorali sul tema dell'al di là.
Emergono soprattutto nodi problematici in un esame critico del vissuto e della riflessione dei giovani, della cultura contemporanea e della stessa riflessione teologica.
L'impressione più comune è che i giovani non sentono come importanti e decisivi per la loro vita i temi attinenti all'escatologia, e restano perplessi davanti all'immagine di un al di là colorato con i toni tradizionali, o al fatto della risurrezione della carne.
La non rilevanza di questi temi è probabilmente da ricollegare alla facile accusa di «alienazione» che essi si portano dietro, alla maggior riconsiderazione della vita quotidiana come unico luogo delle esperienze di vita, e all'interazione con la cultura carica di toni immanentistici e scientistici.
Ma anche la stessa teologia non è esente da colpe.
L'esame è condotto con attenzione soprattutto ai temi culturali, e alle nuove linee offerte dalla escatologia contemporanea, col richiamo alla continuità tra i «due mondi» e alla performatività del linguaggio evangelico e teologico sull'al di là.
I problemi vengono sfiorati più che affrontati, e riflettono la difficoltà di porsi davanti a temi talora soltanto ripetuti alle stesso modo lungo i secoli, o carichi di una comune accusa di «alienazione».
LA SITUAZIONE
1. La situazione giovanile
1.1. Molti giovani, che pure si considerano credenti e che anche vivono un rapporto stretto col Cristo, col suo messaggio e con alcuni aspetti tipici della sua vita, si trovano però a disagio o addirittura indifferenti su quanto può succedere dopo la morte dell'uomo, su un'idea stessa di al di là, di paradiso...
Lo rilevano ricerche riportate negli anni '70 dalla rivista Lumen Vitae in Francia: tra i credenti soltanti un 30% professavano una qualche fede nell'al di là. E una recente ricerca, fatta in Piemonte su Chiesa e Lavoratori rileva come soltanto una piccolissima percentuale crede nella risurrezione dopo la morte del singolo uomo, rispetto a quanti invece credono nella risurrezione di Cristo.
Il dubbio o l'indifferenza non è soltanto rispetto alla credenza di una vita diversa dopo la morte, ma anche rispetto all'idea stessa di una permanenza ultraterrena.
1.2. Questo atteggiamento di disagio o indifferenza si traduce talora in aperto rifiuto, come alienazione o disimpegno, o superamento razionalistico di qualcosa che si presenta rivestito di linguaggio e contenuto dai toni mitici.
1.3. Un tempo si poteva presupporre che occorresse distinguere tra diversi livelli di maturazione tra i giovani: era probabile infatti che tra gli adolescenti il problema dell'al di là non fosse considerato, più che rifiutato tout court come alienante o indifferente. Oggi sembra invece che anche l'adolescente e al limite il preadolescente si interroghi su temi dell'al di là, e li senta come insignificanti o altamente problematici, qualunque sia il suo livello di fede nella persona del Cristo e nella sua risurrezione.
2. Il riflesso culturale
Questa diffusa indifferenza (o insofferenza) trova riscontro a livello riflesso, nella cultura odierna, sia come teorizzazione di un atteggiamento sia come sostenitrice di esso.
2.1. 11 riscontro avviene anzitutto a livello di linguaggio (è da tenere presente la «praticità» e l'«immediatezza» del linguaggio scientifico e tecnico, rispetto a quello metafisico e religioso); e soprattutto a livello di contenuti (di ciò che evoca il linguaggio): quali contenuti positivi dare al concetto, quale rapporto tra al di là e al di qua, che cosa fonda l'al di là, quale significato per la vita presente?
I temi escatologici non hanno molta cittadinanza oggi nella cultura, o se hanno tematiche sulla morte una certa importanza, è più per il risvolto sull'al di qua, che non come avvio e inizio di un qualcosa di nuovo e diverso.
2.2. Ma oltre alla difficoltà di individuare un corretto e «parlante» linguaggio, e di esplicitare contenuti positivi, è la riconsiderazione di alcuni temi della cultura filosofica attuale che porta decisamente a una bassa stima dei temi escatologici.
- Anzitutto la sottolineatura del carattere «storico» dell'uomo, della concretezza dell'al di qua rispetto a presenti alienanti «trascendenze», della vita quotidiana rispetto alla «vita eterna».
In questo è da considerarsi rilevante il peso di filosofie dell'Ottocento.
- La particolare accentuazione della cultura scientifico-tecnica del nuovo razionalismo, inoltre, considera insignificanti (inutili) tutti i discorsi e le riflessioni di tipo metafisico.
È da tenere però presente che oggi questa motivazione vale molto meno che nel passato: è presente di fatto un atteggiamento più critico nei confronti della scienza stessa, della sua metodologia e dei suoi risultati, e un ritorno a prospettare linguaggi e soluzioni dei problemi che vanno al di là di una lettura in senso razionalistico-scientifico della realtà. Si percepiscono infatti da una parte i limiti della scienza e della scienza applicata, e dall'altra si riconosce che la vita è ben più ricca di una sua comprensione unicamente di tipo razionale.
Sembra tuttavia che il fascino di un modello di interpretazione razionalistica della realtà sia ancora potente soprattutto presso i giovani di fasce più basse di età, col loro bisogno di una ricerca oggettiva, scientifica, con tutti i problemi che si ripropongono, risolti magari a livello teoretico, ridiscussi o non ancora risolti dai giovani stessi (es.: problema del rapporto fede-scienza, evoluzionismo...).
- Non è tuttavia solamente la posizione razionalistica che col suo riduttivismo non permette di considerare attentamente e significativamente il problema dell'al di là. Entrano in causa anche le posizioni cosiddette irrazionalistiche.
Sembrano queste, anzi, le origini più importanti e decisive dello scetticismo rispetto alla trascendenza, all'al di là.
Come principali esponenti di una cultura «irrazionalistica» scettica rispetto alla trascendenza, si può pensare soprattutto a Nietzsche ed Heidegger, ma anche all'attuale nichilismo, ai «nuovi filosofi» francesi, a eleuze, Baudrillard...
- La radice comune sia di queste forme razionalistiche (scientiamo, materialismo storico e dialettico, materialismo di tipo funzionale alla società opulenta...) che a quelle irrazionalistiche potrebbe essere una specie di nuovo «antiumanesimo». Al di là delle etichette, tale potrebbe essere globalmente considerato il tentativo di riduzione dell'umano e dell'esperienza umana a una fondamentale immanenza, l'attenzione unica ai sensi penultimi, la condanna radicale di ogni discorso relativo a eventuali sensi «ultimi» o ad esperienze «aperte».
Caratteristiche ancora più radicali di questo antiumanismo sembrano essere: il rifiuto di considerare l'uomo come un problema a sé, diverso dalla natura, la sua riduzione a elemento della natura, della realtà materiale (talvolta come macchina, talvolta come organismo), che ne riduce la comprensione nella categoria di causa ed effetto, di bisogno, di funzionamento, ecc., e rinnega ogni sua dimensione etica, speculativa e religiosa.
Questa posizione porta anche, come conseguenza, una diversa considerazione della morte, non più come problema specifico dell'uomo, ma come fenomeno che l'uomo ha in comune con gli altri organismi e con le cose; non più come problema individuale, ma come fenomeno generale. In una tale posizione, evidentemente, non può avere alcuno spazio il problema dell'immortalità, poiché viene meno il soggetto stesso di tale problema.
3. Le difficoltà della teologia
3.1. La teologia, per il discorso che strettamente la riguarda, riflette le stesse difficoltà di linguaggio e contenuti positivi circa il problema dell'al di là (realtà finali o, genericamente, speranza, futuro, utopia, ecc.? paradiso e/o risurrezione della carne? quale legame tra la risurrezione di Cristo e quella dell'uomo? un'escatologia con quali contenuti?).
Inoltre, il passaggio da un livello primariamente «descrittivo» a uno di tipo più direttamente «performativo» (sostentatore di una una prassi) di tipo evangelico non ancora completamente avvenuto o chiaramente esplicitato.
3.2. La stessa difficoltà si ritrova a livelli di predicazione e catechesi. Non si sa pi cosa dire... e questo fatto (assieme alle sq rie componenti sociologiche e filosofiche) contribuisce alla confusione sul problem dell'al di là.
ALLA RICERCA DELLE RADICI
Ricercare le origini dell'atteggiamento predominante circa il problema dell'al d là, è indagare sulle radici stesse della cul tura odierna, che riflette in tale problemi tutte le sue aporie.
1. Elementi causali significativi
Elenchiamo per tematiche, più indicative che conclusive, una serie di fattori causali che ne sono alla base.
1.1. Una prima area di indagine dovrebbe riguardare la crisi delle ideologie. In fondo le grandi narrazioni laiche, dal punto di vista che ci interessa, sembrano aver svolto per molti giovani, anche cristiani, la funzione di «tirare» la speranza, di conservare l'idea di una qualche giustizia futura, di un «regno dell'uomo».
Se da un punto di vista religioso esse hanno imposto l'attenzione ai temi della storia umana rispetto alla storia della salvezza, alla vita terrena più che alla vita eterna, all'azione politica in unità dialettica di teoria e prassi più che alla indagine e riflessione sulle idee, d'altra parte hanno conservato la speranza, l'attenzione ai temi di un futuro più umano e giusto. Una specie di escatologia laica, terrena. Dunque una speranza all'interno di un'ideologia della vita, la conservazione di una tensione di tipo escatologico.
La totalizzazione dell'ideologia e l'illusione di una sua possibile realizzazione «umana» e a tempi ristretti hanno determinato il crollo dell'ideologia stessa, una caduta della speranza, come categoria attraverso cui non è più possibile riformulare la vita e i suoi contenuti. Anche l'ideologia è stata gettata come mitica e utopica; ma con essa anche la speranza, il futuro, categorie che potevano mediare o contenere germi di al di là.
1.2. Legata al vuoto di ideologie, ma per certi versi indipendente da esso, è la crisi della categoria del futuro. L'individuo (ma anche la società) è come spaurito davanti ad esso: non solo sente di non potersene impadronire e in qualche modo dominare, ma neanche riesce a figurarselo, ad immaginarlo. Accanto al senso di impotenza cresce dunque anche un sentimento di angoscia, esistenziale non meno che sociale.
La nostra non sembra più difatti la civiltà del progresso, della crescita illimitata delle risorse e del benessere (tema ideologico caratteristico di momenti di grande espansione economica), quanto piuttosto la civiltà della preoccupazione a livello del quotidiano (occupazione, casa, comunicazione...). Da ciò sembra emergere una particolare struttura sociologica di gruppi e individui, una struttura di tipo individualistico, in cui si è perso il senso del «noi», proprio per l'incapacità (o impossibilità) di ricollegarsi al passato, di ricomprendere la storia, di progettare il futuro. E soprattutto tra i giovani sembra che una certa idea dell'onestà intellettuale, molto legata ai canoni dello scientismo materialista, impedisca una speranza di futuro.
1.3. A livello di sensibilità comune, è impressionante la diffusa mentalità di terrenismo, di immediatismo: tutto comincia con la vita e tutto finisce con la morte. Questo sembra costituire in definitiva la cultura-ambiente, in tutte le variazioni di pratiche e filosofie di vita: il secolarismo e l'apprezzamento della vita terrena inteso come unica condizione concreta dell'uomo, mentre tutto il resto è o svalutato come un'astrazione o addirittura impugnato come alienazione che distoglie dai compiti della terra.
Ne deriva, a livello di vita vissuta prima che di riflessione teorica, l'insignificanza del problema dell'al di là, in qualunque termine possa essere espressa. Del resto è facilmente immaginabile che in una circoscrizione dell'interesse dell'uomo all'immediato, ogni altra cosa venga lasciata cadere come residuo di una mentalità arcaica. Nel campo filosofico si traduce in un completo abbandono di questi temi da parte della cultura contemporanea, in tutte le sue divbrse forme ed espressioni.
1.4. La caduta della metafisica nella cultura contemporanea. La metafisica imponeva una riflessione sui sensi ultimi, essenziali del reale, della vita.
La ricerca sul senso ultimo (che apre poi in definitiva a domande «religiose») si sposta alla ricerca dei sensi penultimi, sul piano fenomenologico dell'immediato.
Cambiata la domanda di senso, scompare il collegamento immediato coi temi dell'al di là: se la domanda di senso si pone a livello di «banalità», se il giovane è molto più interpellato dal quotidiano e dal presente nei loro aspetti immediati che dall'esperienza del limite finale e da domande sul futuro, la scomparsa di collegamento automatico coll'al di là appare evidente. Tanto più se viene sottolineata nel preciso contesto la dimensione dell'irrilevanza della storia: in una concezione di storia che sembra non avere più senso né direzione, non è fondabile una riflessione sull'al di là. E ciò non soltanto a livello personale del singolo, ma anche collettivo.
1.5. Referente fondamentale di tutte queste posizioni immanentistiche è la secolarizzazione: intesa come la caduta di un orizzonte simbolico interpretativo della vita, dell'esperienza umana nella sua globalità, che aveva un riferimento diretto con il sacro. Per cui non soltanto l'interpretazione del senso ultimo della vita, ma anche l'interpretazione dei significati immediati dell'esistenza, quindi l'interpretazione della quotidianità in tutto il suo dispiegarsi, era vista all'interno di questo universo simbolico sacrale. Il linguaggio dell'esistenza era in fondo un linguaggio sacro, un linguaggio che evocava continuamente la trascendenza, non solo il mistero, ma l'assoluto: e quindi immetteva nell'uomo la convinzione dell'impossibilità di interpretare da solo se non in riferimento a questi rimandi assoluti le varie espressioni e momenti della propria esperienza quotidiana.
PISTE DI INTERVENTO
Si possono individuare tre possibili piste di intervento: a livello culturale in genere, di teologia e più propriamente sul piano educativo (che rimandiamo alle parti seguenti del dossier).
1. A livello culturale
1.1. Le domande che ci si pone sono le seguenti: esistono intuizioni, temi generatori che lascino intravvedere o affermino un'esigenza di al di là, e in qualche modo una forma di Regno di Dio nell'al di là? E inoltre: che cosa vi è di essenziale in questa fede, e all'interno di quali categorie riformularlo?
In particolare: ammesso che nella vita personale o nella pratica di gruppi e movimenti si riesca a trovare uno «spazio» per l'al di là, quale modello viene utilizzato? fuga da una cultura per rifugiarsi in un'altra, o ricerca di «segni» all'interno della propria cultura?
1.2. La «pratica», più che la riflessione, in certi movimenti non sembra suggerire in germe la tensione verso il futuro e la speranza?
In particolare l'attenzione per i temi della pace, per l'ecologia: la conservazione di ciò che esiste non è la garanzia del futuro? una certa qual trascendenza implicita?
Anche a livello di pensiero riflesso l'ontologia dei caratteri deboli dell'essere, l'ontologia del declino, non apre al futuro nel desiderio di conservare ogni traccia di vissuto e di valori?
Per alcuni tuttavia questi fenomeni solo apparentemente sembrano segni di una tensione verso il futuro nella linea della fede cristiana nella risurrezione.
Essi difatti hanno in comune il desideri della sopravvivenza come conservazione mentre la risurrezione cristiana è fede ne nuovo, nella nuova creazione, che no] può avvenire senza il passaggio necessaria attraverso la morte, vissuta da quelli coi atteggiamento fobico.
Non sembra allora che si possa suscitar una tensione all'immortalità a partire dal la nostalgia o dall'idolatria del passato ma piuttosto da un nuovo interesse, anche umano, per il futuro.
1.3. Il discorso sulla significanza dell'al d; là si sposta in ultima analisi sulla significanza della vita stessa.
Nel momento in cui la secolarizzazione ha centrato l'attenzione non sul religioso, sul sacro, ma sulla vita terrena, si può arrivare a scoprire come tipico del cristiano l'amore alla vita e la capacità di assumerla fino in fondo, l'attenzione al quotidiano e ai rapporti interpersonali nel superamento della violenza.
Mentre però in termini etici questo sembra possibile, nell'assunzione della categoria della responsabilità, è possibile cogliere il significato pregnante che la vita può avere, almeno come possibilità di una significanza più profonda di quella dell'immediato e come dispiegamento dei significati nascosti?
L'analisi si sposta allora su un'interpretazione della vita, che legga dentro o attraverso la «banalità» e la «superficialità» della stessa così come fenomenologicamente è vissuta nel quotidiano.
Del resto, già una certa forma di parlare di «banalità» della vita è un modo di affermarne la trascendenza: l'assoluto che si riesce a vivere dentro il quotidiano (la capacità di amore), anche senza salti nell'al di là è già luogo di affermazione di una trascendenza, o per lo meno di apertura alla trascendenza.
La via di uscita non potrebbe essere quella di continuare a scavare dentro la vita, invece che partirne per un'altra direzione? Qui si viene a confinare con la domanda religiosa: dentro la vita c'è una possibilità di speranza grande. magari ancora allo stato nascente però non più confinabile col presunto vecchio discorso dell'al di là in senso mitico.
1.4. Un interrogativo: la categoria del quotidiano permette di dire direttamente la fede e la trascendenza, o deve essere mediata culturalmente?
2. A livello teologico
2.1. Non si sottolineerà mai abbastanza la carenza della catechesi e della predicazione su temi attinenti l'escatologia.
2.2. Però anche a livello di riflessione teologica, alcuni temi non sono stati sufficientemente illuminati. Per esempio: in quale rapporto sta la vita eterna con la risurrezione della carne? quale legame tra la risurrezione di Cristo e quella dell'uomo? come l'al di là illumina l'al di qua?
L'escatologia contemporanea ha riconosciuto da tempo la subordinazione della «informatività» del suo discorso alla performatività», sostentativa di una prassi. Si passa dal presente al futuro, o in termini spaziali dall'al di qua all'al di là, per essere rimandati ai compiti costitutivi del presente, con ambizioni enormi, tali da resistere - per dono di Dio - anche a quello scacco supremo che è la morte.
2.3. Un tema teologico di particolare interesse per i giovani è la risurrezione della carne.
Questa categoria infatti, collegata col tema della corporeità, la sopravvivenza cioè anche della dimensione materiale della realtà, oltre a mettere in evidenza la continuità esistente tra al di qua e al di là, sottolinea la presenza dell'escatologia anche nel presente, nella storia realizzata.
Sottolineare il tema biblico della risurrezione a scapito di quello greco dell'immortalità dell'anima significa anche indicare che la morte è davvero accettata nella sua serietà: non è che nell'uomo ci sia un «nocciolo» immortale, ma tutto l'uomo muore davvero, e - per la fede cristiana - la vita oltre la morte è un nuovo, più grande e definitivo, dono di Dio.
2.4. Nella fede biblica non si tratta mai di affermare» semplicemente l'al di là, l'ultimo in se stesso; ma ciò che conta è sempre l'ultimo in quanto illumina il penultimo, e il penultimo in quanto vissuto nella luce dell'ultimo.
Tutto questo è tornato abbastanza presente alla teologia contemporanea; il problema riguarda piuttosto come il tema biblico dell'ultimo è stato tradotto nei secoli, a livello di mentalità popolare, ma anche di elaborazione metafisica. La religiosità popolare si è spesso fermata alla descrizione mitica dell'al di là, visto sovente come premio e castigo, cioè proprio come discorso che svuota il valore intrinseco dell'al di qua.
In questo è stata favorita spesso dalla metafisica, che tendeva a tradurre il tema escatologico in un discorso di pura «affermazione» dell'al di là.
E questi due livelli, rappresentazione religiosa ingenua e grossolana affermazione metafisica, si uniscono più di quanto si pensi a formare ancor oggi l'immagine diffusa della fede cristiana, che viene ovviamente rifiutata.
(redazione di Giancarlo De Nicolò)
PROSPETTIVE
Due articoli di approfondimento, affidati ad un esperto di «escatologia» e di pratica di pastorale giovanile.
Il primo, «L'al di là comincia nella vita», parte dalla convinzione che non ci serve una dottrina sull'al di là: non si tratta infatti di addizionare «due mondi», ma di assicurare la continuità del reale.
L'al di là comincia nella vita, quando in essa si sviluppa il potenziale di novità secondo le intuizioni dello Spirito.
La speranza diventerà così intensamente umana, una tale condensazione di amore da far svanire ogni sospetto di proiezione illusoria e da rendere credibile la sua vittoria sul tempo e sulla morte.
La seconda riflessione, «Pensare l'al di là», è proposta non per rendere più credibile la fede a chi non la vive, ma come piste iniziali da prolungare con la ricerca personale o di gruppo, nella convinzione che il tentativo di «dire» in qualche modo la realtà presente-futura del regno di Dio fa parte del dovere del credente di cercare le segrete armonie tra fede e ragione. Secondo l'autore, «pur essendo secondario rispetto al nocciolo esistenziale di una vita secondo la speranza, questo tentativo può essere utile per una più serena maturazione, per i giovani soprattutto, della propria fede».











































